Desaparecidos: una confessione del 1985

[Giangiacomo Foà, Un torturatore dei desaparecidos confessa: «io ne ho uccisi trenta», in Il Corriere della Sera, 27 aprile 1985]

 

BUENOS AIRES ‑ «Non provavo nulla, assolutamente nulla. Nel torturare non sentivo piacere, orrore o compassione. Agivo senza pensare».

Claudio Vallejos, sottufficiale dei marines argentini, ha 28 anni, vive nascosto In Brasile, e sarà uno dei testimoni del processo dei «desaparecidos».

Claudio ValleJos, un pentito, ha denunciato i crimini commessi dal 1976 al 1981. L'anno scorso è andato a cercare le madri di Plaza de Mayo e le ha portate nei cimiteri clandestini dove aveva sotterrato le vittime del terrore di Stato.

Sebbene abbia torturato e ucciso Vallejos non teme la giustizia. Era un sottufficiale che eseguiva ordini superiori, mentre i tribunali di Buenos Aires giudicheranno soltanto gli esponenti del regime. Egli comunque è dovuto fuggire all'estero. Otto mesi fa hanno cercato di chiuderlo in un manicomio. Per la marina Vallejos è un traditore e rischia la morte.

Nel processo dei «desaparecidos», i generali, gli ammiragli negano ogni responsabilità. Nonostante le prove e le evidenze continuano ad affermare: «Non so, non ricordo». Ma Vallejos sa e ricorda.

Al «Corriere della Sera» egli ha dichiarato: «Ho torturato anche donne incinte, ho ucciso, credo, una trentina di detenuti».

Claudio Vallejos ha iniziato la sua «carriera» nel 1976, aveva diciannove anni, era sottufficiale del III battaglione di marines. Quell'anno il generale Jorge Videla era presidente della Repubblica, e l’ammiraglio Emilio Massera capo di stato maggiore della marina.

Ha detto: «Gli ufficiali ci dissero che dovevamo combattere la sovversione, difendere la patria, la civiltà cristiana. Poi una volta arruolati nei reparti speciali non si poteva più tornare indietro: ci avrebbero uccisi».

Vallejos ammette: «Combattevamo il terrorismo ma solo dopo molti anni scoprii che eravamo noi i terroristi. In Argentina abbiamo avuto trentamila "desaparecidos" e oltre ventimila giovani uccisi in combattimento. Solo il venti per cento di loro erano guerriglieri, l'altro 80 per cento erano oppositori al regime, o amici, parenti dei guerriglieri».

‑ Chi le ordinava di torturare?

«Per ordine dell'ammiraglio Massera, ci trasformarono in reparti speciali; eravamo divisi in squadre, un ufficiale e cinque sottufficiali. Ricevevamo gli ordini direttamente dall'ammiraglio Chamorro (il direttore dell'ESMA, la scuola sottufficiali della marina). La mia squadra era al comando dei tenente dei marines Galindes. Le squadre che torturavano dipendevano dal capitano di corvetta Biglioni, il cui nome di battaglia era “Pato"».

‑ Dove interrogavate i detenuti?

«Nel terzo battaglione avevamo un carcere segreto. Spesso però lavoravamo nella «Cacha» un piccolo edificio dietro le carceri di Olmos, a pochi chilometri da La Plata. Il maggior centro di tortura era il Centro ufficiali dell'ESMA, ma vi erano altre cento carceri o campi di concentramento. In ogni guarnigione vi era un centro di tortura».

‑ Come interrogavate i detenuti?

«Applicando loro scariche elettriche. La "picana" è uno strumento che permette di regolare il voltaggio, dare cioè scariche più o meno dolorose. A volte l'applicavamo alle gengive, ai seni, agli organi genitali. Per le donne, il capitano Astiz usava il cucchiaino: lo introduceva nell'utero per far arrivare le scosse alle parti più sensibili al dolore. Un altro sistema di tortura era il «sottomarino». Immergevamo il detenuto in una vasca e dopo qualche minuto, quando stava per affogare ed aveva bevuto qualche litro, lo tiravamo fuori. L'operazione veniva ripetuta decine di volte».

‑ Torturavate anche i bambini?

«A volte la “picana", il "sottomarino" i ferri roventi non erano sufficienti. In quei casi si torturavano i figli davanti al padre o alla madre legati a un tavolo. Ricordo che quattro miei compagni del SIN (Servizio informazioni navali), il maggiore Aquino, il caporale Vuipildor, Luis Maria Gutierrez e Daniel Boff, hanno ripetutamente violentato Maria Carla Rodriguez, una bambina di tredici anni, davanti ai padre, un professore di medicina dell'Università di La Plata. Maria Carla Rodriguez morì tre giorni dopo. In quell'occasione protestai e fui punito».

‑ Le madri di Plaza de Mayo hanno un lungo elenco di «desaparecidos»: sono stati uccisi tutti?

«Alcuni sono morti nelle carceri segrete. Ma quasi tutti i bambini desaparecidos sono stati adottati da famiglie di militari. Cambiavano loro i nomi, le generalità. Ora vivono con i genitori adottivi, i quali spesso sono emigrati in Uruguay, in Brasile o in Europa».

‑ Dopo averli fatti «cantare» i detenuti venivano uccisi? «Non subito. Specie se importanti rimanevano per mesi e mesi nelle celle o nei campi di concentramento. Li tenevamo legati e un cappuccio non permetteva loro di vedere dove erano, né riconoscere i compagni di cella».

‑ Tutti i morti sono stati seppelliti nei cimiteri clandestini?

«Spesso nei cimiteri clandestini in fosse comuni. Decine e decine di corpi sono stati però inceneriti e molti detenuti sono stati gettati in mare. Davamo loro una forte dose di sonnifero, di droga o una iniezione di calmanti poi, intontiti, venivano fatti salire su aerei o elicotteri della marina che li gettavano nell'oceano».

‑ Si è pentito?

«Si mi sono pentito. Prima di scappare all'estero ho voluto denunciare alle madri di Plaza de Mayo e al Comitato per la difesa dei diritti dell'uomo tutto ciò che sapevo. Ho aiutato a dare un nome alle tombe degli n.n., nessuno però mi aiuterà a dimenticare. La mia vita è distrutta. Odio chi mi ha rovinato».