“Durch den Kamin”

 

Goti Bauer

Nota biografica

 

Qui in Italia noi ebrei abbiamo vissuto perfettamente integrati con il resto della popolazione fino al 1938 quando sono scoppiate, è proprio il verbo giusto, le leggi razziali che ci hanno privato dei più elementari diritti civili. Io avevo allora quattordici anni avevo appena finito la terza media e, come tutti gli altri ragazzi ebrei, non ho più potuto frequentare le scuole pubbliche. Contemporaneamente i nostri padri sono stati privati del loro lavoro. Hanno dovuto lasciare il loro posto negli uffici statali, nelle università, negli ospedali. Sono stati allontanati anche dai lavori più umili, perché fra gli ebrei non c’erano soltanto intellettuali ma erano rappresentate tutte le categorie sociali, dalle più elevate alle più modeste. È stato difficile inventarsi lavori nuovi, per i nostri padri che dovevano provvedere al mantenimento delle nostre famiglie, ed è stato difficile per noi ragazzi sopportare l’emarginazione, il fatto che chi era stato nostro amico, nostro compagno di classe qualche volta per opportunismo, per vigliaccheria non ci salutasse più, facesse finta di non conoscerci. Ma abbiamo avuto anche delle dimostrazioni di solidarietà e di affetto che ci hanno confortato.

Intanto era scoppiata la guerra e la vita è diventata difficile per tutti. Ma per noi ebrei era ancora più difficile perché guardavamo al nostro futuro con maggiore angoscia di chiunque altro. Le nostre paure sono divenute realtà dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre del ’43, quando i tedeschi hanno invaso l’Italia e hanno esteso anche qui le loro leggi antiebraiche secondo le quali noi dovevamo essere arrestati e deportati. E’ cominciata allora la ricerca spasmodica di una via di scampo per non essere presi nelle retate per le strade, o nelle case insieme a tutta la famiglia, o anche, come troppe volte è successo, per sfuggire alla denuncia di squallidi individui che per un miserabile compenso non avevano alcun scrupolo a segnalare la nostra presenza. Ciascuno cercava di salvarsi come poteva: chi trovò aiuto da amici generosi, che divisero lo spazio nelle loro case e affrontarono seri rischi per ospitare famiglie in difficoltà, chi trovò asilo in conventi che aprirono le loro porte per accogliere i perseguitati, chi riuscì a espatriare in Svizzera. E ci fu chi, come noi, cercò rifugio nei documenti falsi.

Vivere da clandestini

Vivevo allora a Fiume con mio padre, mia madre e un fratello che aveva due anni meno di me. Avevamo saputo che a Viserba, in Romagna, c’era un impiegato comunale che era in grado di fornire, dietro pagamento, documenti provenienti da zone dell’Italia che erano già state occupate dagli alleati e nelle quali le autorità fasciste o tedesche non potevano fare controlli. Comprammo così delle carte d’identità dalle quali risultava che eravamo provenienti da Ortona, una cittadina abruzzese già liberata che noi non conoscevamo affatto. Noi dovevamo dire di essere scappati e di aver perso nella fuga tutti i nostri documenti originari. Ovviamente avevamo nomi nuovi, generalità nuove e ci illudevamo di poter sopravvivere con questi in una maniera abbastanza tranquilla. Invece non era così. Quello era un periodo di grandi sospetti e chiunque poteva essere fermato in un qualsiasi luogo, per strada, in un negozio, alla stazione, da individui in borghese che esibivano la loro tessera della polizia e ti interrogavano, così, a bruciapelo. Ti chiedevano la carta d’identità e poi volevano che tu gli dicessi il tuo nome, il nome di tuo padre, dov’eri nato e così via. In questi interrogatori improvvisi i più fragili qualche volta si confondevano e in questo modo si condannavano e condannavano anche quelli che si nascondevano con loro. A noi un giorno capitò di aver  bisogno di un medico, perché mio padre era malato, e questo medico dopo la visita si fermò a fare due chiacchiere e ci chiese di dove fossimo. Noi tranquillamente gli rispondemmo che eravamo di Ortona, al che, sorpreso, ci disse: “Ma sono di Ortona anch’io! Dove abitavate? Chi era il vostro medico?” E allora potete capire che non era più possibile continuare la commedia: lui capì benissimo come stavano le cose. Era un uomo onesto, di cui mi ricorderò sempre con grande gratitudine, perché, invece di andare a denunciarci, ci diede dei consigli e ci disse anche che quell’impiegato comunale a cui ci eravamo rivolti, per avidità di denaro aveva venduto troppi documenti e c’era un grande sospetto intorno alle facce nuove che circolavano lì a Viserba. Ci consigliò di andarcene e noi riparammo qui a Milano dove avevamo saputo che c’erano delle organizzazioni che provvedevano a portare i bisognosi al sicuro in Svizzera. Riuscimmo ad avere l’indirizzo di certe persone che facevano capo a una di queste organizzazioni e ci mettemmo nelle loro mani. Ci tolsero quasi tutto quello che ancora possedevamo perché i costi del trasferimento erano elevatissimi, ma proprio per questo, ci dicevano, l’esito sarebbe stato garantito. Era previsto che partissero ogni notte circa una dozzina di persone alla volta. Prima della partenza si doveva lasciare tutto quello che non fosse strettamente necessario perché il trasferimento notturno attraverso le montagne ci avrebbe impedito di portare con noi le nostre cose. In nostra presenza fu strappata, in maniera irregolare, una immaginetta, un santino. Una delle due parti sarebbe rimasta all’organizzazione, l’altra venne data a noi perché, a trasferimento avvenuto, la riconsegnassimo alle guide perché servisse come prova per il gruppo in partenza il giorno dopo che quello del giorno prima era arrivato a destinazione. 

L’illusione della salvezza

Ci trasferirono in treno da Milano a Varese. Lì fummo affidati ai famosi passatori che ci portarono in tram fino a Ghirla da dove, attraverso un faticoso e lungo cammino, per sentieri di montagna, di notte, saremmo arrivati in vista del confine Svizzero. Non sto a descrivere quanto fosse penoso questo cammino per le persone anziane e per i bambini, ma le guide erano molto servizievoli, molto comprensive: ci aiutavano, ci rincuoravano con parole affettuose, gentili: “State tranquilli, ancora un piccolo sforzo e sarete al sicuro”. E infatti, dopo ore ed ore di marcia, a un certo punto ci dissero: “Siamo arrivati: ecco il confine. Di là noi non possiamo accompagnarvi. Ridateci quindi la metà dell’immaginetta che avete voi e salutiamoci qui.” Così loro si voltarono per tornare indietro e noi andammo avanti verso un piccolo ponte oltre il quale saremmo dovuti essere al sicuro. Sennonché uno di loro, allontanandosi, emise un fischio, che chiaramente era un segnale e improvvisamente la zona venne illuminata dai fari di una casermetta che era nascosta alla nostra destra. Ne uscirono i militi della guardia di frontiera italiana che ci intimarono di fermarci e ci dichiararono in arresto.

Eravamo totalmente impreparati a questa a cattura, ormai eravamo sicuri di essere in salvo. Le nostre implorazioni al maresciallo che comandava il reparto non servirono a niente: i tedeschi erano già stati informati del nostro arrivo e sarebbero quanto prima venuti a prenderci. Arrivarono infatti, il mattino dopo, e ci condussero alla locanda di Ponte Tresa dove aveva sede il loro quartiere generale. Lì cominciarono gli interrogatori, le minacce, per farci dire i nomi di quelli che ancora si nascondevano e per farci consegnare le poche cose che ci erano rimaste. La mattina dopo arrivò un nuovo gruppo di sventurati come noi, il mattino dopo un altro ancora. Quando la locanda fu piena venne un camion e ci trasportarono da un carcere a un altro. Prima a quello di Como, poi a quello di Varese e alla fine a Milano, a San Vittore, dove il quinto raggio era stato destinato agli ebrei. Questo raggio era già pieno quando ci arrivammo noi. C’era gente che era stata arrestata in tutte le maniere: nelle case, nel corso di retate, con denunce anonime. Mi lasciò inorridita sapere che c’era gente che s’era autodenunciata perché non riusciva più a sopportare la vita randagia, da un nascondiglio all’altro, alla continua ricerca di un pasto o di un rifugio. Preferivano il carcere, il campo di concentramento, piuttosto che vivere così.

Quando il quinto raggio fu stracolmo, venimmo trasferiti con un camion ai sotterranei della stazione centrale e da lì caricati su vagoni per il bestiame con destinazione a Fossoli, vicino a Carpi, dove era stato istituito un campo di concentramento italiano che funzionava da centro di raccolta. Speravamo che fosse la nostra prigione definitiva e invece, appena arrivati, ci dissero che aspettavano solo il nostro gruppo per completare il convoglio che il giorno dopo, il 16 maggio del ’44, sarebbe partito per destinazione ignota. Alle nostre disperate domande ci rispondevano che saremmo stati portati in qualche campo di lavoro in Germania. Era una risposta tranquillizzante anche se assai poco credibile: che cosa mai sarebbero potuti servire degli anziani, dei malati o dei neonati in un campo di lavoro? Dicevano che le persone inabili sarebbero rimaste nelle baracche e avrebbero provveduto alla manutenzione del campo e che soltanto noi giovani saremmo stati impiegati per la produzione. Altre domande erano inutili perché, comunque, non c’erano risposte plausibili.

Da Fossoli ad Auschwitz

Ci caricarono sui carri bestiame a gruppi di cinquanta e più per vagone. Non mi soffermerò a raccontare la pena e la sofferenza di quel viaggio, lo hanno già fatto benissimo autori come Primo Levi e Eli Wiesel. Io, quando ripenso a quella mia esperienza, preferisco ricordare gli sforzi che ognuno di noi faceva per confortare l’altro, perché nessuno cedesse alla disperazione. Ricordo i pianti dei bambini che avevano fame, che avevano sete, che non avevano il minimo spazio per muoversi, e ricordo le loro madri che non sapevano come calmarli. Delle cinquanta persone che erano sul mio vagone siamo tornati in tre.

Dopo una settimana di viaggio siamo arrivati ad Auschwitz, o meglio ad Auschwitz 2 – Birkenau, dove sorgevano le grandi strutture di sterminio. Non siamo stati scaricati subito perché quelli erano i giorni della grande deportazione dall’Ungheria. Stavano deportando 600.000 persone, tutti gli ebrei ungheresi, e giorno dopo giorno arrivavano convogli.

Al mattino del 23 maggio, dopo un giorno di attesa, i vagoni sprangati furono aperti e, in mezzo a urla, grida, minacce amplificate da megafoni, ci venne ordinato di scendere e di allinearci in fila per cinque: gli uomini da una parte, le donne dall’altra. C’erano i militi delle SS, con i loro cani, che sorvegliavano che tutto avvenisse nella maniera più tranquilla possibile. In fondo alla banchina che correva fra i binari c’era una baracca e davanti a questa stavano le SS che si occupavano della selezione. Selezione è una parola che si usa anche a scuola, ma per chi è stato in campo di sterminio ha un suono assolutamente indicibile. Per noi era la scelta fra la vita e la morte, compiuta in un secondo, attraverso il breve gesto di una mano guantata. A destra erano mandati in pochi, circa il 10, il 15% al massimo dei nuovi arrivati, scelti fra quelli giovani, capaci di lavorare. Dall’altra parte andavano tutti quelli che, secondo il giudizio dell’ufficiale selezionatore, non lo erano. Tra questi naturalmente c’erano gli anziani, i malati, i bambini e anche quelle giovani donne che sarebbero state in grado di lavorare ma che avevano un bambino tra le braccia o per mano. Vedendo che ci dividevano in due gruppi noi chiedevamo disperatamente il perché di questa separazione e, sempre per tranquillizzarci, ci dicevano che noi giovani al campo ci saremmo andati a piedi e che tutti gli altri sarebbero stati invece trasportati con dei mezzi perché il campo era lontano e loro sicuramente non avrebbero avuto la forza di far la strada a piedi. Era una risposta assurda: noi eravamo già nel campo, separati soltanto dalla spessa rete di filo spinato e delle torrette di guardia da dove le SS, con la mitragliatrice puntata, controllavano che tutto avvenisse in modo regolare. Era una risposta incredibile, ma noi eravamo troppo stravolti per rendercene conto.

Dopo ore di attesa ci portarono in una baracca dove ci tatuarono un numero sul braccio, ci rasarono i capelli, ci fecero spogliare, ci fecero fare una doccia e ci lasciarono così, nude bagnate, in attesa che qualcosa avvenisse. Poi arrivarono dei prigionieri con un mucchio di stracci e delle scarpe logore e spaiate. A ciascuno fu dato qualche cosa, così a casaccio: a me arrivò un vestitino logoro di cotonina, mezzo stracciato, e un paio di scarpe costituito da una scarpa da uomo, bucata e senza stringhe, e da  un sandalo da donna con il tacco alto. Così fu fatto per tutti e non avevamo neanche il permesso di scambiarci le cose tra di noi. Non si trattava di una distribuzione casuale: era fatta intenzionalmente, dopo averci tolto tutto il resto, doveva servire a toglierci anche la nostra dignità.

Così combinati fummo messi nel lager A, il lager della quarantena. Nel mio caso nella baracca 31 che era già strapiena. C’era un triplice strato di tavolati di legno e, in quel momento di super affollamento su ognuno di questi dovevamo sdraiarci in dieci, così strette che bisognava che ci mettessimo su un fianco per riuscirci. Eravamo distrutte, inebetite da quello che ci era successo e non avevamo più la forza di dire o di chiedere nulla. Soltanto il mattino dopo cercammo di sapere quando mai avremmo rivisto le nostre famiglie, come ci era stato promesso. Sapevamo già che i campi maschili erano separati da quelli femminili, ma speravamo di poter rivedere almeno le nostre madri, le nostre sorelle. La risposta ci venne data nella maniera più sadica, più brutale, da quella che stava a capo della baracca e che ci chiese se noi davvero credevamo di essere arrivate in un luogo di vacanza, se non sapevamo che eravamo arrivate in un campo di sterminio, in un Vernichtunglager. Ci portò in fondo a un corridoio, a una finestrella da cui si vedeva una costruzione in cemento, sovrastata da un alto camino da cui usciva un’orribile fiamma, e ci disse: “Davvero credevate di rivedere le vostre madri? Guardate lì quella fiamma: se non sono state già bruciate stanotte, stanno bruciando adesso”.

Nelle mie orecchie è rimasto, e per sempre, l’urlo disperato che in quella baracca si è alzato allora in tutte le lingue d’Europa. Perché c’erano deportate dalla Francia, dal Belgio, dall’Olanda, dall’Ungheria, dalla Polonia, dalla Grecia, perfino da Rodi, dalla Iugoslavia e da non mi ricordo più quanti altri paesi.

Poi è cominciata la vita del lager, una vita fatta di inaudite sofferenze, dominata dallo slogan che veniva ripetuto cento volte al giorno: “durch den Kamin”, da qui si esce solo attraverso il camino.