Considerazioni sulla “guerra preventiva” di Bush

di Marco Fossati. - Ottobre 2002

 

La teoria della "guerra preventiva" non deve essere trattata come il delirio di onnipotenza di un presidente militarista. Essa interpreta, oggi - con formula nuova - una certa idea dei rapporti internazionali che è erede di una antica tradizione. Sulle sue premesse e sulle sue applicazioni si può (secondo me, si deve) dissentire e tuttavia è necessario comprenderne la dimensione storica. E' un passaggio indispensabile per poterla contrastare.

In questione  è il diritto di ricorrere alla guerra (jus ad bellum) pur accettando, in linea di principio, che anche una volta intrapresa una guerra con motivazioni legittime (guerra “giusta”) in essa debbano essere rispettate alcune regole universali (jus in bello).

Come è stato posto questo problema nel passato?

Per sommi capi possiamo dire che le relazioni fra gruppi umani e fra comunità politiche sono state tradizionalmente regolate dai rapporti di forza (nel senso che i più forti cercavano di imporre il loro potere e i meno forti cercavano di difendersi alleandosi fra loro).

Nell’età moderna, con il consolidamento degli Stati, pur restando la forza il mezzo di relazione, si è cominciato a regolarne l’uso applicando ai rapporti fra gli Stati un criterio sostanzialmente fondato sull’equilibrio.

Questo è il quadro che emerge, alla metà del XVII secolo, con la pace di Westfalia la quale non elimina la guerra come mezzo di relazione fra gli Stati, ma ne definisce, in qualche modo, i confini.

Questo sistema di equilibrio domina la storia europea fino alla fine del ‘700 quando viene sconvolto dalla Rivoluzione francese e dalla serie di guerre da essa originate.

Nel frattempo però lo sviluppo di un modello di Stato fondato sul diritto e quindi la sperimentazione di un sistema politico e giuridico che tendenzialmente elimina l’uso privato della forza fra i cittadini (o, almeno, lo confina nell’ambito dei comportamenti criminali) e garantisce la pace all’interno della società civile, suggerì, per analogia, che una procedura simile potesse applicarsi anche ai rapporti fra gli Stati.

Comparve così una teoria pacifista di tipo storico (fondata cioè sulla convinzione che la storia avesse determinato le condizioni per il definitivo superamento delle guerre) che è altra cosa rispetto al pacifismo fondato su ragioni etiche o religiose già altre volte manifestatosi.

Il teorico più famoso di questa prospettiva pacifista che si fonda su un sistema giuridico internazionale (a sua volta basato sul riconoscimento di un diritto universale) è Kant con il suo scritto del 1797, Per la pace perpetua.

Ma, più o meno nello stesso periodo, un’idea simile trovò applicazione anche nelle decisioni prese dagli statisti riuniti nel Congresso di Vienna i quali, dopo aver sconfitto la Francia napoleonica, decisero che, invece di umiliarla con delle imposizioni dure e vendicative, era più conveniente per tutti cercare di riaccoglierla in un sistema di relazioni che privilegiasse l’incontro diplomatico alla soluzione militare.

L’idea di un ordine internazionale fondato sui congressi, ovvero su un confronto permanentemente aperto fra gli Stati per cercare soluzioni diplomatiche ai problemi, fu un importante passo avanti nella storia delle relazioni umane. Quell’equilibrio venne messo in crisi da un fattore nuovo, che i congressisti di Vienna avevano colpevolmente sottovalutato: il processo di formazione delle nazionalità.

Il sistema di equilibrio di Vienna venne così cancellato dalla nascita degli Stati nazionali che introdussero una nuova forma di particolarismo nelle relazioni politiche. La solidarietà fra i movimenti indipendentisti e autonomisti lasciò presto il posto alla rivalità e alla concorrenza fra opposti nazionalismi e la guerra venne teorizzata come un mezzo alternativo alla diplomazia da adottare in base a pure considerazioni di opportunità (è, fra gli altri, il caso di Bismarck).

Società di massa e guerra totale

Ma la guerra, intanto, aveva profondamente modificato la sua natura: era nata la guerra industriale e di massa come industriali e di massa erano le società che la combattevano. Perché una società di massa accetti di combattere una guerra che non è più affidata a un numero contenuto di specialisti, ma viene sobbarcata da tutto il corpo sociale, è necessario un forte coinvolgimento politico e ideale. Ci vuole una forte ideologia capace di coinvolgere le masse e indurle ad accettare i costi terribili di una guerra di quel tipo.

La guerra industriale e di massa diventa così anche guerra totale finalizzata non alla definizione di un diverso ordine internazionale, ma alla distruzione dell’avversario.

La Prima Guerra Mondiale è di questo tipo. E si presenta come una catastrofe senza precedenti nella storia dell’umanità.

Ma anche fra i combattenti della prima guerra mondiale ce n’erano di quelli che pensavano che da quella tragedia potessero nascere le condizioni per una pace definitiva. Per quanto presente anche in molte altre occasioni, mai nella storia delle guerre l’idea che si stesse combattendol’ultima guerra della storia” fu diffusa come nella prima guerra mondiale.

Gli Stati Uniti di Wilson vi parteciparono con questa forte motivazione e il progetto di un mondo capace di conservare la pace si fondava sui 14 punti enunciati dal Presidente americano dei quali la Società delle Nazioni sarebbe dovuta essere garante.

Ma, molto meno saggi dei loro predecessori di Vienna, i capi di Stato vincitori della guerra imposero delle condizioni che umiliavano gli sconfitti e che facevano prevalere la logica dei rapporti di forza a quella di un ordine mondiale fondato su diritti universalmente riconosciuti (primo fra tutti l’autodeterminazione). I Trattati di Parigi non disegnarono in alcun modo il profilo di un mondo che avrebbe potuto fare a meno delle guerre, ma, al contrario, crearono le condizioni per una nuova guerra ovvero per la ripresa di quella che, nel 1918, risultò soltanto sospesa.

La nuova fase del conflitto iniziò nel 1939 e fu, come sappiamo, una carneficina di dimensioni mai viste e neppure immaginate (più di 50 milioni di morti) nel corso della quale la volontà di annientamento dell’avversario si manifestò nelle forme più radicali (e non solo da parte tedesca).

Ma anche allora ci fu chi si illuse che da quel grande disastro potesse scaturire una nuova volontà di pace. Anzi, proprio perché sembrava che con Auschwitz l’umanità avesse toccato il fondo della barbarie, così la fine della guerra venne salutata come l’inizio di una nuova era. E di nuovo un organismo internazionale di ispirazione, per così dire, kantiana rappresentò il fondamento di questa speranza. Non si chiamava più Società delle Nazioni ma Organizzazione delle Nazioni Unite. Ma lo spirito con cui si costituiva era lo stesso.

Un quadro giuridico internazionale

Cominciava così il cammino di una istituzione garantita non dall’imposizione di qualcuno ma dal consenso di tutti. In questo spirito va interpretata la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948: una specie di “carta costituente” di un sistema del diritto universale.

Gli Stati avevano perciò rinunciato alla guerra come mezzo di relazione? Niente affatto, ma le distruzioni del conflitto precedente e la consapevolezza delle ben più vaste distruzioni che avrebbe provocato un nuovo conflitto (la bomba atomica aveva fatto la sua comparsa solo all’ultimo), convinsero ciascuno che non era il caso di fare ricorso alle armi nei rapporti con il proprio avversario senza essere sicuri di metterlo immediatamente in condizione di non nuocere. Ma poiché i sistemi difensivi erano tali che nessun attacco, per quanto rapido e micidiale, poteva scongiurare una controffensiva, tutti si astennero dal fare ricorso alla guerra su larga scala e si limitarono a un uso delle armi contenuto ai conflitti locali.

Questo sistema (detto “equilibrio del terrore”), come sappiamo, ha scongiurato nell’ultimo mezzo secolo lo scoppio di una guerra mondiale, ovvero di una guerra fuori controllo. Ma non ha evitato decine di guerre locali e regionali che hanno provocato un numero di vittime complessivamente superiore a quello causato dalle due guerre mondiali sommate insieme.

Possiamo considerare l’assenza di una guerra mondiale distruttiva, pure in presenza di guerre regionali localmente sanguinose, un passo avanti sulla strada di una possibile riduzione dell’uso della guerra? Se la risposta è affermativa, che cosa ha consentito questo progresso? L’equilibrio del terrore, ovvero la minaccia della guerra come forma di dissuasione, o la presenza di un organismo del diritto internazionale come l’ONU? La risposta più vicina ai fatti sembrerebbe essere la prima, ma in realtà si è trattato di un concorso entrambe. L’ONU, cioè il sistema internazionale del diritto, ha offerto (non sempre questa offerta è stata raccolta) un quadro giuridico, fragile e ambiguo quanto si vuole, alle relazioni internazionali che si basavano sul principio della dissuasione. E questo riferirsi a principi giuridici universali (la sovranità nazionale, ma anche l’autodeterminazione di popoli, i diritti umani, ecc.) ha costretto gli Stati a cercare il consenso intorno a essi piuttosto che sul puro odio dell’avversario.

La fine del bipolarismo garante dell'equilibrio mondiale

Ma per il sistema della dissuasione era necessario un equilibrio degli armamenti al quale però è corrisposto, nel tempo, un deciso disequilibrio nelle capacità economiche. Questo ha portato al crollo di uno dei poli su cui si basava l’equilibrio mondiale (l’URSS) e ha lasciato da solo l’altro polo (gli USA) che è rimasto senza contrappesi.

In questa situazione rimanevano aperte tutte e due le opzioni su cui fondare un ordine (pacifico?!) mondiale: quella, tradizionale, dei rapporti di forza e quella legata al mantenimento di un sistema di legalità internazionale. La presenza di una superpotenza senza rivali rendeva indubbiamente più facile applicare la logica della forza (del tipo: “l’ordine del mondo giusto è quello che fa comodo a me”) ma i progressi che si erano nel frattempo compiuti in direzione di una legalità internazionale hanno imposto che anche la logica della superpotenza facesse i conti con il sistema del diritto.

La Guerra del Golfo del 1991 è stato il primo conflitto di questa nuova fase. Ma le cause che lo hanno determinato erano un prodotto del vecchio sistema di equilibrio a cui molti degli attori sul campo erano ancora legati (in particolare l’Iraq che aveva goduto dell’incondizionato appoggio americano contro l’Iran e che, forte di questo, aveva invaso il Kuwait). L’esito incerto della guerra (il regime iraqeno battuto ma non abbattuto) rifletté l’incertezza ancora diffusa sui nuovi scenari.

Ma la Prima Guerra per il Nuovo Ordine Mondiale ha avuto anche un altro effetto: la Conferenza di Madrid e quindi, indirettamente, gli accordi di Oslo. Quello è sembrato il punto di massimo successo del principio della legalità internazionale: l’autorità dell’ONU, ripristinata in Kuwait, si imponeva anche per trovare una soluzione alla crisi israeliano-palestinese. Da quel momento tutti i nemici di un ordine internazionale fondato sul rispetto di diritti reciproci (e quindi, per ciò stesso, implicante la necessità di compromessi) si sono attivati per far saltare quello scenario e far nuovamente trionfare la logica dello scontro di forze opposte e inconciliabili.

Nei dieci anni successivi, mentre si consumavano i peggiori crimini contro l’umanità in Bosnia, nel Ruanda, in Somalia, nel Kossovo, nella comunità internazionale si è lungamente dibattuto di “rispetto della sovranità” e di “diritto di ingerenza” e, contemporaneamente, di “ordine mondiale” garantito dalle iniziative unilaterali degli Stati (e delle loro alleanze militari) e di “legalità internazionale” affidata a istituzioni al di sopra degli Stati (di cui il Tribunale Penale Internazionale è l’acquisizione più recente e più importante).

Il salto di qualità indotto dal terrorismo

La presenza del terrorismo, interno e internazionale, è stata volta per volta utilizzata per giustificare la politica repressiva interna (Serbia vs. Kossovo), o l’ingerenza internazionale (NATO vs. Serbia), o la non ingerenza (Algeria), o l’ingerenza sì, ma a costo zero (Somalia).

Gli attacchi dell’11 settembre, per le loro gigantesche dimensioni, hanno impresso una accelerazione alla discussione. Manifestatisi come “atti di guerra” (e, su questo, c’è poco da imbastire discussioni filologiche: anche la strage di Capaci, per fare un esempio, venne descritta come un atto di guerra) sono stati interpretati come il segno di una guerra in corso (vedi il ricorrente paragone con il bombardamento di Pearl Harbour).

Dunque, se c’è una guerra, c’è qualcuno che l’ha dichiarata (il nemico). E poiché ci sono pochi dubbi sul fatto che gli USA e i loro alleati siano al centro di una tale guerra, ecco che le loro iniziative militari sono non solo legittime, in quanto difensive, ma anche conformi al diritto perché rispondono a una violazione della legalità (e questo, da S.Agostino in avanti, è il principale parametro per definire una guerra “giusta”).

In questa logica se l’attacco è preventivo piuttosto che in risposta a una provocazione, è poco più che un dettaglio tecnico. Per fare un esempio: è difficile contestare le buone ragioni di Israele, nel 1967, nell’anticipare un attacco che egiziani e siriani stavano per lanciare contro i suoi confini.

Ma la Guerra dei 6 giorni, come si sa, venne subito trasformata da guerra di difesa in guerra di occupazione e questo cambiò la sostanza delle cose. Se si opera in un quadro giuridico, anche quando l'azione è affidata alle armi, non si possono modificare motivazioni e mandati in corso d'opera. Così, per esempio, un'azione militare giustificata dalla lotta al terrorismo non può trasformarsi in una iniziativa per abbattere dall'esterno un regime ostile nel momento in cui non si riescono a provare le responsabilità di quel regime in atti terroristici. Allo stesso modo una cosa è l'azione preventiva che anticipa e scongiura un attacco certo, altra cosa, e del tutto diversa, la pretesa di muovere guerra a chi, per la sua sola presenza, è considerato una minaccia.

Considerazioni e suggerimenti per un dibattito

Alle considerazioni che pretendono di giustificare (letteralmente) la “guerra preventiva” come forma di “legittima difesa” serve a poco replicare opponendosi semplicemente all’uso della forza.

Una posizione del genere è infatti simile a quella di chi, di fronte alle brutalità compiute o minacciate dalla polizia, chiedesse di eliminarla invece di pretendere che essa si muova secondo le regole del diritto. Questo sarebbe non solo una pacchia per i criminali ma anche per tutti coloro che pensano di doversi fare giustizia da sé. Come nel Far West.

 

Come può replicare, in questa situazione, chi crede che le relazioni internazionali debbano reggersi su un principio di legalità e dunque di uguaglianza e reciprocità nei diritti?

Può appellarsi all’autorità delle istituzioni che dovrebbero garantire il diritto internazionale (l’ONU), può chiedere che ne vengano rispettate le procedure (le risoluzioni) e che questo valga per tutti (per esempio, anche per Israele).

Può chiedere che l’individuazione del “nemico”, cioè di colui che viola o minaccia la legalità internazionale, non sia pretestuosa e arbitraria (perché l’Iraq e non la Corea o il Sudan che, solo 4 anni fa, era oggetto di bombardamenti come pericoloso produttore di armi chimiche?).

Può soprattutto pretendere che l’eventuale intervento militare, una volta ottenute le necessarie legittimazioni (così fu nel 1991), si svolga nel rigoroso rispetto delle regole (jus in bello) accettate, in linea di principio, da tutti.

E ciò esclude, per esempio, i bombardamenti da ottomila metri che colpiscono i civili (o “anche” i civili), gli atti di terrorismo e/o gli avvertimenti paramafiosi lanciati agli avversari e l’eliminazione fisica dei loro esponenti (se ci sono dei “criminali” essi vanno assicurati a un tribunale dove dovrà essere dimostrata la loro criminalità: il resto si configura come lo scontro fra gangster ovvero, se si preferisce, come il Far West).