Le tre guerre della Resistenza: guerra patriottica, guerra civile, guerra di classe


Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino, 1991, pp. 169-170; 221-225; 314-317


  

La guerra patriottica. Alla riconquista dell’identità nazionale

Chi era stato sconfitto nella guerra fascista combattuta fra il 1940 e il 1943? Soltanto il fascismo? O lo stato italiano con il quale il fascismo si era identificato? O ancor di più l’Italia stessa, come entità nazionale storicamente definita?

Per i fascisti la sconfitta del fascismo e la sconfitta dell’Italia coincidevano: anche da ciò nasceva la lor pertinacia nel disconoscere la realtà dei fatti, continuando disperatamente a puntare sulla carta perdente. [...]

Gli antifascisti distinguevano ovviamente il fascismo dall’Italia; ma i più pensosi tra di loro avvertivano che un mero ribaltamento di fronte non era sufficiente a fugare tutte le ombre che si erano addensate sull’identità nazionale. Nella sua accezione più elementare, la guerra alla Germania, dichiarata dal regio governo del Sud il 13 ottobre 1943, poteva apparire null’altro che la continuazione della guerra precedente, dalla parte giusta e per di più vincente; e non c’è dubbio che a un certo numero di combattenti nelle formazioni partigiane, e non soltanto in quelle “autonome”, essa apparve tale. Ma [...] sembrava agli antifascisti che per legittimare la nuova guerra occorresse farsi carico fino in fondo della sconfitta patita ad opera degli angloamericani e dei sovietici prima, dei tedeschi poi; e che nello stesso tempo fosse indispensabile sganciare la difficile ripresa da ogni collegamento con la tradizione nazionalistica italiana, esasperata dal fascismo. [...]

L’atteggiamento più radicale e nello stesso tempo più fecondo era quello che dava per scontata la finis Italiae come soggetto autonomo statale. Questa posizione la si trova espressa con particolare lucidità in una memoria di Giorgio Diena e Vittorio Foa, secondo i quali

 

La responsabilità di creare il fatto nuovo che salvi l’Italia grava tutta su quelle forze antifasciste le quali, nell’assenza di ogni autorità, devono costituirsi esse stesse in autorità con iniziativa autonoma. Solo a questa condizione l’Italia, oggi passivo campo di battaglia, cesserà di essere una semplice espressione geografica.

 

[...] E’ stato giustamente osservato che nella Resistenza italiana l’«idea della patria [è] meno elementare, meno fisica di quel che è accaduto fuori d’Italia». Ciò era dovuto proprio alla difficoltà di ricostituire un concetto univoco di patria, capace di restituire alla nazione un volto umano. Soprattutto nelle prime settimane le impennate di orgoglio individuale, volte alla salvaguardia della propria identità personale, si fondono con la riaffermazione dell’identità nazionale. Il senso dell’infelicità individuale e collettiva già altre volte nella storia era stato visto, illuministicamente, come generatore di patriottismo.

 

 

La guerra civile. Una definizione controversa

L'interpretazione della lotta fra la Resistenza e la Repubblica sociale italiana come guerra civile ha incontrato da parte degli antifascisti, almeno fino a questi ultimissimi tempi, ostilità e reticenza, tanto che l'espressione ha finito con l'essere usata quasi soltanto dai vinti fascisti, che l'hanno provocatoriamente agitata contro i vincitori. La diffi­denza degli antifascisti ne è risultata accresciuta, alimentata dal timore che parlare di guerra civile conduca a confondere le due parti in lotta e ad appiattirle sotto un comune giudizio di condanna o di assolu­zione. In realtà mai come nella guerra civile, che Concetto Marchesi chiamò «la più feroce e sincera di tutte le guerre», le differenze fra i belligeranti sono tanto nette e irriducibili e gli odi tanto profondi. «Siamo quelli che hanno odiato di più », ha detto di recente un vec­chio resistente. […]

Affermare che la Resistenza è anche guerra civile non significa andare alla ricerca di protagonisti che l'abbiano vissuta esclusivamente sotto quel profilo. Al contrario, significa sforzarsi di comprendere come i tre aspetti della lotta - patriottica, civile, di classe -, analiticamente distinguibili, abbiano spesso convissuto negli stessi soggetti indivi­duali o collettivi.

Subito dopo la liberazione, come durante la lotta stessa […], il tabù contro la guerra civile era stato meno forte. Emilio Sereni, nel rapporto tenuto il 6 agosto 1945 al primo congresso dei CLN della provincia di Milano, aveva parlato ripetuta­mente dei «due anni di guerra civile » […].

Nel 1947 Carlo Galante Garrone non aveva avuto remore ad affer­mare che era stata combattuta una «sanguinosa guerra civile». Leo Valiani aveva denunciato l'«inferocimento degli animi» come «il peri­colo più recondito e insieme più profondo che ogni guerra civile (e nella lotta contro i fascisti si trattava ben di questo} porta seco». […] Luigi Meneghello ha usato correntemente 1'espressione. Aligi Sassu dipinse il quadro La guerra civile 1944. Ancora in uno dei cicli di lezioni degli anni sessanta Francesco Scotti sostenne che la Resistenza era stata «anche guerra civile contro il fascismo e per la creazione di uno Stato completamente nuovo, socialmente più avanzato»; e anche Spriano usa l'espressione «guerra civile» frammista a quella «guerra di liberazione», pur non ponendola al centro della sua trat­tazione.

Ma nel volume delle Opere di Togliatti relativo agli anni 1944-55 le parole «guerra civile» non compaiono mai, tanto era forte nel leader comunista la volontà di accreditare il proprio partito come partito nazionale. Questa esigenza collimava con la propensione lar­gamente diffusa a occultare il dato elementare che «anche i fascisti, nonostante tutto, erano italiani ». « Italiani » non rinvia soltanto a un dato etnico. Entrambe le parti intendevano reintegrare il «para­digma dello Stato moderno come sovrana unità politica», poiché entrambe si sentivano rappresentanti dell'Italia intera. Il primo modo di esorcizzare quanto di regressivo e di pauroso c'è nella rot­tura dell'unità dello Stato nazionale sta nel negare la comune nazio­nalità in chi quella rottura compie. I fascisti avevano sempre chiamato « antinazionali » i loro avversari; e questi li hanno ricambiati espel­lendoli in idea - almeno quelli della RSI - dalla storia d'Italia, se non addirittura dall'umanità. […] Asserzioni come quella di Gorrieri, «guerra civile non ci fu» sono in effetti il meccanico corollario di altre quali «il fascismo repubblicano non trovò nessuna rispondenza nella co­scienza popolare ».  La verità di fondo di questa affermazione non elimina il problema dei fascisti che, sia pur poco numerosi e poco ascol­tati, si affiancarono ai tedeschi. La qualifica di servi dello straniero data ai fascisti non è sufficiente a cancellare in loro quella di italiani, né autorizza a eludere la riflessione sui nessi, non nuovi ma in questo caso strettissimi, fra guerra esterna e guerra interna. Nemmeno si può sorvolare sugli italiani, notevolmente più numerosi dei fascisti mili­tanti, che di fatto accettarono il governo della RSI, prestandogli in varie forme obbedienza, anche se con riserve mentali più o meno ampie.

Alla sostanziale continuità dello Stato tra fascismo e Repubblica e, in particolare, agli esiti fallimentari dell'epurazione, è consona una visione della Resistenza levigata e rassicurante, che espunga ogni traccia di guerra civile. L'unità antifascista incarnatasi nel sistema dei CLN, e che è tuttora fonte di legittimazione della Repubblica italiana e di quello che è stato chiamato il suo « arco costituzionale », viene così reinterpretata come mera unità antitedesca, quasi che la Repubblica si fondi sull'opposizione alla Germania e non invece al fascismo.

In realtà, è il fatto stesso della guerra civile che reca in sé qualcosa che alimenta la tendenza a seppellirne il ricordo. I francesi per esor­cizzare la guerra civile hanno coniato l'espressione guerres franco-­françaises, nella quale unificano tutte le fratture che, con le armi o senza armi, hanno diviso il loro popolo, almeno a partire dalla grande rivoluzione. Perfino in Jugoslavia, almeno a livello ufficiale e poli­tico, si nega che la Resistenza sia stata una guerra civile. Eppure è difficile non riconoscere questo carattere alla lotta senza quartiere fra i partigiani di Tito, i cetnici del generale Mihajlović, gli ustascia di Ante Pavelić, i belagardisti, le altre bande fasciste che infestarono il paese fra il z94i e il x945. Non solo, ma la Jugoslavia è l'unico paese europeo in cui la Resistenza si sia svolta come riuscita rivolu­zione politica e sociale. Questo paradosso jugoslavo si spiega con con­siderazioni che possono valere anche per l'Italia. I membri di un popolo che si pongono al servizio dello straniero oppressore vengono consi­derati colpevoli di un tradimento radicale al punto da spegnere in loro la qualità stessa di appartenenti a quel popolo. Essi con il loro com­portamento annichiliscono in sé proprio il dato che rende la loro fel­lonia immensa e imperdonabile. Il concetto religioso di rinnegato può essere utile a spiegare questo processo che priva della nazionalità ideale e morale, prima ancora che politica, chi si è posto contro la comunità del proprio popolo. Rinnegato viene chiamato un partigiano fucilato dai suoi compagni come spia. « Rinnegati sparsi sulle montagne » un console della milizia fascista chiama i partigiani. Per distruggere un nemico interno di tal fatta l'uso della violenza appare tanto più legittimo quanto più quel nemico viene assimilato a quello esterno. Contro il nemico esterno, infatti, assai più che contro quello interno è giustificato da una tradizione millenaria l'esercizio di una violenza che «sopprima i limiti e le restrizioni all'esercizio del potere» e che appunto per questo vuole essere rapidamente dimenticata. Il rinne­gato può inoltre pentirsi e tornare nella comunità originaria, può convertirsi e controconvertirsi, come attestano i passaggi dalla Repubblica sociale alla Resistenza e viceversa. La parte che veniva abbandonata faceva propria la massima secondo cui «non vi è traditore più traditore del convertito sincero» La falsa conversione poteva essere tollerata, proprio come nei conflitti religiosi, a preferenza dell'eresia.

Il nesso fra guerra civile e rivoluzione va a sua volta ascritto fra i motivi che hanno spinto a escludere che fra il 1943 e il 1945 sia stata combattuta in Italia una guerra civile. Questo innegabile nesso può peraltro essere visto in due modi. Da una parte la rivoluzione può venire connotata in senso positivo ed escatologico, così che la guerra civile appaia al confronto, nel giudizio avalutativo che si crede di poterne dare, sinonimo soltanto di disordine e di orrore. Da un'altra parte la guerra civile appare invece come lo sbocco quasi immancabile della rivoluzione, così da trascinarsi dietro le connota­zioni, positive o negative, che della rivoluzione vengono date. E poiché la Resistenza italiana non è stata da nessuno rivendicata come rivoluzione, il suo nesso con la guerra civile è rimasto nella memoria soltanto come uno scampato pericolo. I comunisti si sono sempre fatti vanto di aver saputo risparmiare al nostro paese la «prospettiva greca», evitando che il moto resistenziale sboccasse in una devastante guerra civile post-liberazione. Il Partito d'azione invocava la rivoluzione de­mocratica, ma dava a quella formula un significato fortemente inno­vativo rispetto all'uso corrente della parola rivoluzione e ai fantasmi che essa evoca (non è un caso, come già si è fatto notare, che la tradi­zione azionista sia sempre stata la meno restia a parlare di guerra civile). In effetti solo una rivoluzione vittoriosa ha la forza di iscri­vere senza timore le sofferenze provocate dalla guerra civile nella pro­pria storia. Perfino una rivoluzione sconfitta può rivendicare di essere stata protagonista di una guerra civile quando non intenda nascon­dere il proprio carattere rivoluzionario. […]

Il prevalere della formula guerra, o movimento, di liberazione na­zionale rispetto a quella di guerra civile occulta dunque la parte di realtà che vide italiani combattere contro italiani. A un occultamento analogo ricorrono gli spagnoli quando definiscono di indipenden­za la guerra contro i francesi, dimenticando che esistevano anche gli afrancesados.

L'occultamento rende la formula guerra di liberazione nazionale tanto tranquillizzante che l'uso di essa ha resistito al grande raffor­zamento semantico verificatosi nel dopoguerra, quando la formula è venuta a designare i movimenti anticolonialisti e antimperialisti del Terzo mondo, nei quali tutti erano incluse aspre componenti di guerra civile. L'individuazione del nemico principale - il tedesco o il fasci­sta - è un problema, come si vedrà, che attraversa tutta la Resistenza. Un acuto indagatore americano di cose italiane ha scritto: «Within a very short time (...) the average citizen of Northern Italy Game to Nate the Neo-fascists even more than the Nazis».

Questo supplemento d'odio è un fenomeno che va indagato, anche per il riscontro speculare che se ne trova tra i fascisti, a loro volta impegnati ad attribuire agli antifascisti, e in particolare ai comunisti, tutta la responsabilità dell'inizio e dell'inasprimento della guerra civile. Le reciproche denunce di aver dato avvio alla lotta fratricida furono e restano numerose. Esse non debbono tuttavia spingere a dimenti­care coloro che sentirono sì la guerra civile come una tragedia gene­ratrice di stragi e lutti, ma anche come un evento da assumere con orgoglio, in nome della scelta compiuta e della consapevole accetta­zione di tutte le conseguenze che essa comportava. Da questo punto di vista la corrente deprecazione può rovesciarsi: fu proprio infatti nella tensione insita nel carattere «civile» che trovarono modo di riscat­tarsi gli elementi negativi tipici della guerra in quanto tale. Franco Venturi ha detto una volta che le guerre civili sono le sole che meri­tano di essere combattute.

 

 

La guerra di classe. Classe, nazione, antifascismo

Durante la Resistenza, e non solo in Italia, la coincidenza dei due nemici – della patria e della classe – fu messa in forse dalla politica di unità nazionale, necessariamente interclassista, seguita dai maggiori partiti della sinistra. E’ possibile tuttavia cogliere, soprattutto nei quadri comunisti, un travaglio volto a non fare annegare nell’unità nazionale ogni opposizione di classe. Il proletariato veniva così caricato di un sovrappiù di responsabilità nazionale, assunta come coincidente con «i suoi interessi economici [che ] non possono essere difesi, nè le sue rivendicazioni conseguite, se la Nazione perisce». [...]

La “lotta per l’indipendenza nazionale” veniva perciò ricongiunta alla lotta di classe contro l’alta borghesia indigena in quanto asservita e alleata all’imperialismo straniero. [...]

Si possono cogliere motivazioni di classe nei comportamenti di molti resistenti soprattutto di estrazione operaia o anche contadina, e quste motivazioni spesso convivono con quelle patriottiche e con quelle antifasciste in senso strettamente politico. Per gli operai più o meno politicizzati il nemico ideale, la figura più chiara e riassuntiva di nemico, sarebbe stata quella di un padrone che fosse anche fascista e sfacciatamente servo dei tedeschi, e come tale non più vero italiano (secondo il processo di annichilimento dell’identità nazionale dei rinnegati, già sottolineato a proposito della guerra civile).  I fucilati che morirono gidando «viva il comunismo, viva l’Italia, viva la libertà!» oppure «viva l’Italia, viva Stalin, viva il comunismo!» sintetizzavano in questo estremo messaggio le ragioni plurime della loro scelta. [...]

Questa [era] la parola d’ordine proposta ai lavoratori di Massa Lombarda: «Fuori i tedeschi e 10 lire come minimo di paga oraria!». «Pour la défaite de Hitler. Pour l’augmentation de nos salaires» era l’appello comparso su un giornale francese di chiara ispirazione comunista.

In una «Lettera ai contadini da parte di un operaio di città» la contestualità dei tre obiettivi della lotta è esposta con accenti – siamo in Romagna – nei quali risuona l’eco di un antico mazzinianesimo sociale, anch’esso a suo tempo impegnatosi a convincere della piena congruità fra interessi delle classi lavoratrici e interessi della patria.

 

Che importa fratello, che l’oppressore della nostra patria si chiami nazista o fascista e quello nostro si chiami piuttosto gran proprietario che industriale? Tutti si equivalgono, tutti ci opprimono [...]. Convinciti che finchè c’è un fascista che spadroneggia nelle città e finchè c’è un tedesco che calpesta il nostro suolo non vi potrà essere nè pace, nè libertà, nè tranquillità. Ricordati che se l’emancipazione dei popoli non può essere altro che opera dei popoli stessi, l’emancipazione dell’Italia da ogni oppresore non può essere opera che di noi stessi; quindi anche tu, o fratello contadino, devi concorrere, devi cooperare con tutte le tue forze per la cacciata dei nazifascisti oppressori del nostro paese e della nostra libertà e per il trionfo della classe lavoratrice.

 

[...] Un primo problema è dato dalla compresenza negli stessi soggetti o, all’opposto, dalla scissione fra soggetti diversi di queste distinte motivazioni. Operava in primo luogo il dato di fatto che non tutti i padroni, industriali o agrari, erano collaborazionisti, nè tutti erano, e erano ancora, fascisti. E agiva altresì il fatto speculare che non tutti gli operai, fatta salva la diversa posizione collettiva nei confronti del fascismo, furono, nel senso forte, resistenti; talché l’endiadi, tanto spesso usata, che la Resistenza sia stata essenzialmente opera dei partigiani e degli operai, va sottoposta a verifica e va problematizzato il rapporto che intercorreva fra questi due protagonisti principali del moto resistenziale.

Erano in realtà presenti, nella coscienza dei resistenti, distinzioni o preferenze che conducevano a isolare, o a combinare in modo vario, le tre figure di nemico [il tedesco, il fascista, il padrone]. [...]

“L’Unità” clandestina ebbe sempre come sottotitolo “Proletari di tutto il mondo unitevi!”. Esso scomparirà dall’edizione milanese già il 30 aprile 1945. L’edizione romana dell’”Avanti!” clandestino affiancò in occhiello quel motto all’altro: «Il primo dovere del proletariato è la conquista della democrazia: Marx-Engels». [...]

Nel caso italiano la presenza del fascismo autoctono rendeva il quadro ancor più complesso e dava un senso particolarmente forte all’obiettivo della «conquista della democrazia». Se la resa dei conti voleva essere davvero decisiva, doveva andare oltre i tetri epigoni di Salò e coinvolgere quelle radici stesse del fascismo che tutti in verità proclamavano di voler recidere. L’intransigenza nella lotta contro i fascisti, votati alla disfatta, diventava allora come il segno di questa volontà di andare oltre il fascismo stesso. In un opuscolo dedicato «alla gloria dell’eroe nazionale Dante Di Nanni garibaldino ventenne caduto combattendo a Torino il 18 maggio 1944» si scriveva che la ripugnanza istintiva per il fascismo, generata dall’appartenenza a una famiglia operaia, si era in Di Nanni venuta trasformando nella coscienza che «bisognava smantellare e distruggere tutto il sistema sociale che aveva generato e perpetrato questa oppressione» e nella convinzione che il Pci fosse «il partito rivoluzionario, l’unico partito capace di difendere l’interesse della classe lavoratrice».