Il superamento dell’antifascismo


Deficit etico-politico e continuità nella storia italiana

Interviste di Giuliano Ferrara a Renzo De Felice, «Corriere della Sera», 27 dicembre 1987 e 8 gennaio 1988, in Filippo Focardi, La guerra della memoria, Laterza, Roma-Bari 2005,  pp. 252-258


 

Ferrara: Craxi ha incontrato il giovane erede di Almirante, Gianfranco Fini. Un'ora e mezzo di dialogo sulle riforme istituzionali. Atmosfera tranquilla. La sede era quella del gruppo socialista alla Camera. Un «normale scambio di vedute» con il leader di un partito che, riunito a congresso, aveva appena finito di rivendicare la qualifica di «fascista». È la normalizzazione, professor De Felice?

 

De Felice: Sì, e alla radice di questa normalizzazione c'è un fatto, intanto, quasi biologico. La vecchia guardia del regime e della Rsi è ormai in via di estinzione. Il nuovo segretario missino è di tutt'altra generazione. Cade il collegamento anagrafico con il fascismo. E questo cambia qualcosa. Ma non c'è solo questo.

 

F. Che altro, professore?

 

D.F. In Italia, nel bene e nel male, salvo Craxi e in parte Comunione e Liberazione, non esistono gruppi che facciano politica sul serio. Tutti gli altri sono immersi nel piccolo cabotaggio: hanno paura di alzare una vela che li porti troppo al largo...

 

F. Può spiegarsi meglio?

 

D.F. Voglio dire che anche Craxi è giovane, ha radici nell'antifascismo ma è estraneo alla retorica antifascista. E non può fermarsi a una pregiudiziale che perde sempre più significato e valore anche di fronte all'opinione pubblica. Sa che un discorso di innovazione del sistema politico incontra naturalmente il problema del revisionismo storico: se si deve passare a una nuova Repubblica, è ovvio che ci si debba liberare dei pregiudizi su cui si è fondata la vecchia. È un discorso un po' aspro, che può offendere qualche sensibilità anche generosa, ma è così.

 

F. Lei non ha a obiezioni morali da opporre?

 

D.F. Una obiezione morale deve servire come norma effettiva di comportamento e di vita. Non è efficace, anche moralmente, una mera petizione di principio. Io sono antifascista. Ma la realtà è che noi conviviamo tranquillamente con un partito piccolo borghese come il Msi, diviso tra un'anima moderata e bottegaia e un'anima di sinistra, da molti decenni. Oggi i missini sono integrati nella Rai e nelle partecipazioni statali. Riconoscere questa realtà non ha niente di immorale, anzi.

 

F. Insomma, la prima riforma costituzionale consisterebbe nell'abolire le norme che vietano la ricostituzione del partito fascista, se capisco bene.

 

D.F. Lei sa meglio di me che si tratta di norme grottesche, e che il ridicolo è nemico della credibilità di un sistema istituzionale. Un partito fascista c'è, è il Msi, ed è sopravvissuto a tutte le tempeste; sopravvive al tempo giudice implacabile. E dunque?

 

F. Ma fino a ieri l'antifascismo sembrava sopravvivere al giudizio del tempo. Non è più così?

 

D.F. Idealmente, alla base di questa nostra Repubblica c'è l'antifascismo. Ma nella pratica non è stato costruito niente di diverso dal vecchio Stato giolittiano e liberale, magari con qualche restauro. E sono sopravvissute con successo, sia pure risciacquate nella democrazia, le innovazioni introdotte dal fascismo italiano, dall'industria di Stato al sistema previdenziale. Certo, la classe dirigente fascista era illiberale. Ma siamo sicuri che fosse, per tutto il resto, tanto peggiore di quella attuale? La burocrazia fascista aveva forse un senso dello Stato e dei doveri civili inferiore a quella repubblicana? Vede bene che se la nuova Repubblica, o la grande riforma, ha da essere qualcosa di serio e non il rappezzo di qualche regolamento parlamentare, allora è importante che la rottura, anche sul piano intellettuale, investa alcune delle pigrizie ideologiche che hanno permesso il logoramento quarantennale di questa classe dirigente. Craxi è uno dei pochissimi leader politici che hanno capito la necessità di questa rottura e hanno visto ciò che gli altri si ostinano a non vedere.

 

F. I comunisti non sono d'accordo. Il loro capogruppo alla Camera, Zangheri, ha usato un tono blando, ma ha criticato la scelta dei socialisti di incontrare Fini, giudicandola non opportuna.

 

D.F. Eppure questo discorso riguarda anche loro. Da qualche anno il Pci ha cominciato a cambiare e a fare acqua. E si è fortemente attenuato lo schema comunismo-anticomunismo. È anche per questo che tutti i difetti della costruzione costituzionale hanno cominciato a venire in evidenza. Ed è logico che cada anche l'altra grande alternativa fascismo-antifascismo. Non ha più senso né nella coscienza pubblica né nella realtà della lotta politica quotidiana. Se resta ferma a quel dogma insincero, la nostra Costituzione si autoinchioda.

 

F. Si rende conto, professore, del fatto che quanto lei dice può avere una risonanza traumatica per molti italiani di diverse generazioni?

 

D.F. Io ho fatto e faccio il mio lavoro di storico del fascismo. So che il fascismo italiano è al riparo dall'accusa di genocidio, è fuori dal cono d'ombra dell'Olocausto. Per molti aspetti, il fascismo italiano è stato «migliore» di quello francese o di quello olandese. Inoltre, da noi la revisione è più utile, per le ragioni che le ho appena esposto e che riguardano la necessità di costruire una nuova Repubblica, e meno rischiosa. Noi non abbiamo una tragedia sociale come quella dell'immigrazione nordafricana in Francia, che ha portato il fascismo petainista fin dentro le fabbriche. Dunque possiamo ragionare, informare, parlare del fascismo con maggiore serenità. […]

 

 

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F. L'abbiamo combinata grossa, professore, con quell'intervista sul fascismo e antifascismo.

 

D.F. Perché mai?

 

F. Beh, nell'intervista lei affermava che in Italia, oggi, si può parlare di quell'argomento con serenità. Non so se ha mantenuto ferma la sua opinione dopo la polemica di queste settimane.

 

D.F. Lasciamo stare il tono mediamente basso, con punte di sorprendente rozzezza culturale, di alcune reazioni. In generale, però, non ho affatto perso la fiducia nella possibilità di discutere con serenità, appunto, del nostro passato. L'accusa secondo cui avrei inteso riabilitare il fascismo non mi ha colpito nemmeno di striscio. Per chi sa leggere, è una semplice sciocchezza. Io ho contestato che l'antifascismo, inteso come ideologia di Stato, sia un discrimine storicamente, politicamente e civilmente utile per stabilire che cos'è una autentica democrazia repubblicana, una democrazia liberaldemocratica. Questo a me, antifascista senza fanfare e storico del fascismo, premeva dire. E l'ho detto. D'altra parte, la cosa che mi ha stupito di più non è certa petulanza dotta, ma certi toni pigri e ripetitivi, quelli di gran parte della classe dirigente.

 

F. Che cosa vuol dire, precisamente?

 

D.F. Due cose. Innanzitutto, come lei sa e come tutti sanno, le norme antifasciste della Costituzione non sono applicate da quella stessa classe dirigente che sembra volerle difendere con le unghie e con i denti. Vuol dire che hanno un mero valore simbolico. Ma di che cosa sono il simbolo? Di un certo conservatorismo, di una scarsa volontà di cercare altrove, dopo quarant'anni dall'entrata in vigore della Costituzione, la legittimazione di una vera e moderna liberaldemocrazia. Si ripete ossessivamente: siamo democratici perché siamo antifascisti. Ma non è vero. Alcune voci si sono levate per ribadire che si può essere antifascisti e non democratici. E questo, in secondo luogo, è un discorso che vale anche per i comunisti italiani.

 

F. Cioè?

 

D.F. Finché resiste l'ombrello antifascista è più difficile stimolare i comunisti a portare fino in fondo la loro revisione, affermando con radicalità di quali valori si nutra una loro moderna identità e mentalità liberaldemocratica. E, per converso, è invece più facile cercare con loro un rapporto, magari tortuoso e insincero, che li integri in una mera democrazia senza ricambio, in un sistema politico bloccato.

Se invece cadesse la cultura ufficiale dell'antifascismo, allora ciascuno sarebbe più direttamente responsabile della propria identità civile, politica, culturale e storica. L'abito antifascista non farebbe più il monaco democratico.

 

F. Dalle sue parole si deduce che si può andare oltre il fascismo e l’antifascismo perché il fascismo non è più un pericolo. Eppure Bobbio, e con lui molti altri, è di tutt'altro parere.

 

DF. Mi hanno segnalato una rivista in cui è comparsa una fotografia di una nipote di Mussolini completamente nuda: mi pare che siamo ormai davvero lontani dal momento mitico del fascismo europeo e italiano. I missini sopravvivono per una confusa mescolanza ideologica; predicano una terza via tra capitalismo e socialismo che non ha né forza politica né vera suggestione. Piuttosto, mi lasci dire che l'opposizione concettuale fascismo-antifascismo, nella nostra realtà storica, impedisce proprio di fare un discorso positivo sulla democrazia e di individuarne i veri valori. Affermare che la democrazia è uguale all'antifascismo significa dare una definizione solo negativa della democrazia. E ridotta al solo antifascismo, la democrazia rischia di suicidarsi, perché non riesce a riconoscere e a individuare i nemici che hanno un'altra faccia. Se dovessimo temere un ritorno delle camicie nere, potremmo dormire sonni tranquilli. Ma le cose, lo sappiamo, non stanno così.

 

F. Può fare qualche esempio, professore?

 

D.F. Se lo ricorda quanto tempo c'è voluto per capire che le Brigate rosse erano qualcosa che attaccava la democrazia ma che non aveva niente a che vedere col fascismo?

 

F. Sì che me lo ricordo. Persino Giorgio Amendola, che poi fu uno tra i primi a capire come stavano le cosa, parlava di fascismo rosso, agli inizi. E ricordo una lunga discussione all'Hotel Ligure, a Torino, in cui alcuni di noi cercavano di spiegargli che il terrorismo allignava nella fabbriche, che cresceva nella tradizione del movimento operaio e, per estremo paradosso, che prosperava in quella cultura del cosiddetto «antifascismo militante» la cui parola d'ordine era «uccidere i fascisti non è reato».

 

D.F. Ecco. E si ricorda quanti antifascisti, magari appoggiando sentimentalmente le Br o formazioni e comportamenti estremistici della stessa area, dimostravano nei fatti di essere antifascisti e nello stesso tempo antidemocratici?

 

F. Ricordo anche questo, e faccio due nomi emblematici. Giangiacomo Feltrinelli e i gruppi che ruotavano intorno a Pietro Secchia negli ultimi anni della sua vita. Ma torniamo al punto. Dunque, secondo lei, l'antifascismo come ideologia ufficiale indebolisce una vera democrazia...

 

D.F. Sì, e il mio non è un discorso solo strettamente politico. Nelle società moderne si sviluppano oggi processi che vanno in direzione contraria a quella della democratizzazione. Si tratta di tendenze spesso inafferrabili, che corrono per così dire sotto la pelle delle istituzioni, dell'economia, del sistema sociale. Contemporaneamente, il potere si concentra al vertice, con tratti di vero oligarchismo, e si frammenta alla base, con tratti di vero anarchismo. Il risultato è che crescono le concentrazioni di autorità e decresce invece, alla base della piramide, la governabilità. Pensi alla burocratizzazione, agli apparati sempre meno controllabili. Pensi all’avanzamento della tecnocrazia, con l'estrema specializzazione delle conoscenze necessarie a mandare avanti la macchina sociale. È in atto una sottile riduzione del potere dei cittadini, del loro massimo potere: quello di essere informati sui termini di una scelta e poi di scegliere. Questi sono pericoli reali, non i missini. Qui è la difficoltà della democrazia moderna, non nei fantasmi ideologici. Ed è mai possibile, a questo punto, che il discorso sulle forme, sui contenuti, sui compiti della democrazia possa partire e finire (perché di questo si tratta) dalla e nella opposizione fascismo-antifascismo? Ora, se la revisione costituzionale si occupa di questo, ben venga. Altrimenti non ci facciano perdere tempo con discorsi a vuoto. Capisco Craxi quando dice: delle norme transitorie contro il fascismo non me ne importa molto; possono restare; col fascismo il discorso è storicamente chiuso. E paradossalmente capisco anche quelli che dicono: no, quelle norme devono restare dove stanno. Hanno ragione. Se non si vuole cambiare nulla, allora vuol dire che la Costituzione è considerata come un monumento archeologico. Dunque è giusto non toccare nemmeno un sasso, sennò «Italia Nostra» interviene, e sono guai. Ma io pensavo, al contrario di certi suoi custodi ufficiali, che la Costituzione fosse una cosa viva e vivificabile: questo è il mio modo di rispettarla.