Verdi E Globalizzazione

Verdi E Globalizzazione

Verdi E Globalizzazione

Qualche riflessione su Verdi e globalizzazione

I Verdi aderiscono al movimento antiglobalizzazione, ma mi sembra che la protesta contro il processo di mondializzazione dell’economia e il livello di riflessione ed elaborazione critica siano, da una parte molto superficiali, in molti casi pericolosamente in contraddizione con la cultura ambientalista.

Uno dei motivi della protesta è che la globalizzazione avverrebbe a scapito dei paesi più poveri, con un processo di sfruttamento che ne aggraverebbe ulteriormente l’arretratezza economica e le condizioni ambientali e sanitarie. Le ricette del movimento vanno dalla richiesta di aiuti economici e di cancellazione del debito, alla attivazione di politiche che promuovano e incentivino uno sviluppo economico autoctono, legato alle culture e tradizioni locali.

Tralascio la questione degli aiuti finanziari che si è dimostrata del tutto fallimentare ed è servita soltanto a foraggiare classi dirigenti locali corrotte e antidemocratiche, per soffermarmi sulla questione più seria dell’incentivazione dello sviluppo economico nei paesi poveri. Noi ambientalisti sappiamo benissimo che esiste una correlazione non completa, ma forte, tra crescita economica e degrado ambientale. Senza andare agli storici studi del Club di Roma, basta guardare la curva esponenziale che rappresenta la crescita economica dei paesi occidentali, dalla rivoluzione industriale ad oggi. E’ sorprendente notare la quasi totale analogia con i modelli che rappresentano la crescita di alcuni inquinanti come ad esempio la CO2; cambiano ma di poco solo i tempi di raddoppio dei parametri in gioco. Quindi, se i paesi del terzo mondo si sviluppano economicamente ma non poniamo un freno alla crescita economica dei paesi ricchi, al mito della crescita illimitata dell’economia e del PIL, aumenteranno inevitabilmente, distruzione e depauperamento delle risorse naturali ed energetiche, inquinamento e degrado ambientale. Alla lunga un apparente aumento del benessere si trasformerà in una nuova e ancora più grave situazione di povertà e di penuria, con l’aggiunta di gravi contaminazioni ambientali e conseguente aggravamento delle condizioni sanitarie. Lo sviluppo di tecnologie appropriate a basso impatto ambientale, come ad esempio quelle che utilizzano le fonti energetiche rinnovabili, è sicuramente necessario e auspicabile, ma consentirebbe solo di ritardare o attenuare la crisi planetaria se l’economia mondiale continuerà a crescere agli attuali ritmi.

Ma, si dice, il mondo occidentale preferisce sfruttare e tenere l’altra parte del mondo in condizioni di povertà e sottosviluppo. Anche questa è un’affermazione superficiale, perché le economie capitalistiche hanno tutto l’interesse allo sviluppo dei paesi poveri. I capitalisti non aspirano ad altro che all’allargamento dei mercati per aumentare la produzione e i profitti e, in questo senso, sono intrinsecamente progressisti. Mi ha molto colpito una recente intervista televisiva a Giovanni Agnelli che, in occasione dei festeggiamenti per il centenario della FIAT, ha dichiarato di considerare il problema della sostenibilità ambientale della produzione come una delle questioni primarie per il futuro del pianeta, auspicando poco dopo con altrettanta convinzione il rilancio della sua azienda attraverso le enormi potenzialità di penetrazione del mercato automobilistico nei paesi in via di sviluppo. Ma se paesi come la Cina o l’India, passano dalle biciclette alle automobili, copiando l’energivoro e inquinante modello di mobilità occidentale, come si freneranno i cambiamenti climatici innescati dall’effetto serra?

Una grossa parte del movimento, cattolici, Rifondazione Comunista ecc. non ha chiara questa analisi, aderendo invece a una visione industrialista ed espansiva dell’economia che mal si concilia con quella dello sviluppo sostenibile.

Oltre alla contraddizione intrinseca tra crescita economica e ambiente, non sufficientemente analizzata dal movimento antiglobalizzazione c’è un secondo corno del problema completamente trascurato ed è quello della crescita demografica. L’aumento della popolazione mondiale è una vera e propria bomba ecologica da disinnescare. Cos’è successo dal dopoguerra ad oggi? I tassi di riproduzione dei paesi in via di sviluppo sono rimasti inalterati, cioè molto elevati, mentre le condizioni economiche, sanitarie, igieniche in molti di quei paesi sono nettamente migliorate, consentendo quindi il passaggio da un equilibrio demografico conseguente, purtroppo, all’alta mortalità infantile, a una esplosione demografica. Paesi come la Cina e l’India sono stati costretti ad adottare politiche anche coercitive di limitazione delle nascite, ma tuttora la popolazione mondiale continua a crescere in maniera sempre più insostenibile per il pianeta. Come si potrà dare da mangiare a tutte queste nuove persone senza un aumento della produttività dell’agricoltura? E come si farà a dire di no agli organismi geneticamente modificati? Forse perché nel movimento antiglobalizzazione ci sono molti preti e non si può parlare di contenimento delle nascite, ma come si potrà affrontare seriamente il problema della globalizzazione senza confrontarsi con la questione demografica?

Quindi, a mio parere, la cultura ecologista e di conseguenza i Verdi dovrebbero proporre e cercare di attuare un approccio alla globalizzazione che preveda:

1) politiche demografiche orientate a una sensibile riduzione delle nascite nei paesi in via di sviluppo e a evitare una ripresa della natalità nei paesi sviluppati;

2) trasferimento di tecnologie a basso impatto ambientale e a ridotto consumo di risorse non rinnovabili nei paesi in via di sviluppo;

3) individuazione di politiche economiche, fiscali, industriali che riducano il consumo di risorse non rinnovabili e che incentivino il graduale passaggio da un’economia della crescita illimitata a un’economia stazionaria.

Affrontare queste complesse tematiche, significa porsi un problema politico per noi di stretta attualità. I Verdi devono abbandonare una volta per tutte gli atteggiamenti e le parole d’ordine di un piccolo partito protestatorio e minoritario per assumere il ruolo di riformismo ambientale fondato sul pensiero globale ecologista che è la vera differenza tra la nostra cultura politica e quelle sempre più omologate di destra e di sinistra. Occorre cioè un partito, parte di un forte movimento internazionale, che affronti la vera sfida del terzo millennio, quella ambientale, all’interno delle contraddizioni dell’occidente, ma che non respinga e abiuri le incontestabili conquiste di civiltà e di progresso del nostro mondo.

Se non sapremo vincere questa sfida, ci penserà Gaia a riequilibrare gli scompensi planetari creati dall’uomo e non credo in maniera favorevole al genere umano.

Terenzio Longobardi

Enter your keyword