Non è un testo sacro e intoccabile

Ernesto Galli Della Loggia - Corriere della Sera,  25 gennaio 2010

 


La Carta andrebbe valutata come un fatto storico-politico


 

Vorrei innanzi tutto esprimere un rammarico: e cioè che il professor Onida, per sua esplicita dichiarazione, abbia rinunciato a pronunciarsi sulla tendenza, da me (e da altri, da molti autorevoli altri) rilevata, circa la progressiva divaricazione/contrapposizione tra Istruzione ed Educazione che sempre più sta prendendo piede nei nostri ordinamenti scolastici. Esiste o no questa tendenza? E che giudizio darne? Non si tratta di questioni dappoco. Si tratta, lo ricordo, della sorte di una delle istituzioni più importanti del nostro Paese, la scuola; si tratta di decidere quale debba essere la sua funzione e il modo suo di assolverla; si tratta, in definitiva, di decidere come debbano essere i futuri italiani. Mi sarei aspettato che soprattutto in un uomo di studi e di Università quale il professor Onida questi temi cruciali suscitassero un' attenzione partecipe. Ma se così non è, non importa: parliamo pure di Costituzione. A un patto, però: che non mi si accusi - come invece fa il mio interlocutore arruolandomi un po' troppo facilmente nella schiera dei «cattivi» - di «denigrarne a priori l' insegnamento». Nei limiti di spazio di un articolo di giornale, infatti, io ho cercato di indicare una serie di motivi, di argomentare svariate ragioni, per cui ritengo l' insegnamento in parola - non astrattamente in quanto tale, bensì nel modo in cui esso è inquadrato e articolato nelle indicazioni ministeriali - inutile e anzi dannoso. Ma di tutto questo e dei motivi da me addotti nelle parole e nelle valutazioni del professor Onida non è rimasto nulla: solo una supposta «denigrazione». Eppure io mi sarei immaginato che uno studioso, a cui per giunta è toccato l' alto onore di presiedere la Corte costituzionale, fosse pronto a cogliere la differenza sostanziale che corre tra la «denigrazione» e una critica argomentata, foss' anche da lui non condivisa neppure in minima parte. Vengo alla Costituzione. Limitandomi ad una semplice domanda (e dando dunque per scontata l' opportunità della doverosa conoscenza del testo da parte di tutti gli alunni delle scuole italiane: non è certo questo in discussione). Domanda che è la seguente: secondo il professor Onida sarebbe ammissibile, da parte dell' insegnante, nell' ambito della nuova materia, una valutazione critica, magari fortemente critica, della Costituzione medesima? Una valutazione che per esempio ne indicasse il decisivo tributo a una certa cultura politico-ideologica del tempo in cui essa fu scritta; o ne illustrasse la genericità irresolubile di certe prescrizioni contenute nella prima parte; o i limiti sempre più evidenti di certe soluzioni date ai rapporti tra i poteri nella seconda. Sarebbe ammissibile parlare della Costituzione in questo modo? Lo chiedo perché delle due l' una, mi sembra. O si risponde di sì, che una tale lettura critica è lecita, lecitissima, ma allora però è giocoforza rinunciare a considerare l' oggetto dell' insegnamento in questione - come invece fa il professor Onida nella sua lettera - fonte indiscussa di positività pedagogica a 360 gradi, e ci si affida alla mutevole discrezionalità delle opinioni dei docenti. Ovvero si risponde che no, che una valutazione critica della nostra Carta è sostanzialmente incompatibile con il senso e lo scopo del suo insegnamento, ma allora è giocoforza ammettere che tale scopo consiste né più né meno in una sorta di santificazione della Costituzione, nella sua virtuale trasformazione da fatto storico-politico in una tavola di valori assoluti, in una summa di vincolanti prescrizioni etico-civili. Esattamente come dei propri rispettivi documenti di fondazione hanno fatto, per l' appunto, tutte le non rimpiante religioni politiche del secolo passato, con gli esiti che si conoscono.