Critica di Marx e di Lenin alla democrazia piccolo borghese.

 


Per Karl Marx (come già lo era per Rousseau) la democrazia rappresentativa è un imbroglio perché l'uguaglianza giuridica e politica che la democrazia borghese pretende di affermare, altro non è che una maschera che nasconde le profonde e radicali disparità di reddito e di accesso al potere. Così pure la libertà è pura apparenza, che si dissolve nella contraddizione tra il padrone che è libero di determinare i rapporti di lavoro e l'operaio che è libero di scegliere tra la schiavitù nella subordinazione al sistema produttivo capitalistico e la prospettiva di "morire di fame".

Al modello di democrazia formale, funzionale agli interessi della borghesia capitalistica, bisogna allora sostituire, per via rivoluzionaria, una forma di democrazia popolare, che comporta l'uguaglianza economica e sociale.


 

Karl Marx, La questione ebraica (1843)

 

La democrazia politica è cristiana perché in essa l'uomo, non soltanto un uomo ma ogni uomo, vale come essere sovrano, come essere supremo; si tratta però dell'uomo nella sua forma fenomenica non educata, non sociale, l'uomo nella sua esistenza casuale, l'uomo come vive e cammina, l'uomo guastato qual è da tutta l'organizzazione della nostra società, perduto, fatto estraneo a se stesso, posto sotto il dominio di rapporti ed elementi disumani, in una parola, l'uomo che non è ancora un reale essere della sua specie. La finzione della fantasia, il sogno, il postulato del cristianesimo, la sovranità dell'uomo, ma in quanto ente estraneo, differente dall'uomo reale, nella democrazia è realtà sensibile, presenza, massima mondana.

 

Karl Marx, Manifesto del partito comunista [II. Proletari e comunisti] (1848)

 

La rivoluzione comunista è la più radicale rottura con i rapporti tradizionali di proprietà; nessuna meraviglia che nel corso del suo sviluppo si rompa con le idee tradizionali nella maniera più radicale.

Ma lasciamo stare le obiezioni della borghesia contro il comunismo.

Abbiamo già visto sopra che il primo passo sulla strada della rivoluzione operaia consiste nel fatto che il proletariato s'eleva a classe dominante, cioè nella conquista della democrazia.

Il proletariato adoprerà il suo dominio politico per strappare a poco a poco alla borghesia tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, cioè del proletariato organizzato come classe dominante, e per moltiplicare al più presto possibile la massa delle forze produttive.

Naturalmente, ciò può avvenire, in un primo momento, solo mediante interventi despotici nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione, cioè per mezzo di misure che appaiono insufficienti e poco consistenti dal punto di vista dell'economia; ma che nel corso del movimento si spingono al di là dei propri limiti e sono inevitabili come mezzi per il rivolgimento dell'intero sistema di produzione.

[...]

Quando le differenze di classe saranno scomparse nel corso dell'evoluzione, e tutta la produzione sarà concentrata in mano agli individui associati, il pubblico potere perderà il suo carattere politico. In senso proprio, il potere politico è il potere di una classe organizzato per opprimerne un'altra. Il proletariato, unendosi di necessità in classe nella lotta contro la borghesia, facendosi classe dominante attraverso una rivoluzione, ed abolendo con la forza, come classe dominante, gli antichi rapporti di produzione, abolisce insieme a quei rapporti di produzione le condizioni di esistenza dell'antagonismo di classe, cioè abolisce le condizioni d'esistenza delle classi in genere, e così anche il suo proprio dominio in quanto classe.

Alla vecchia società borghese con le sue classi e i suoi antagonismi fra le classi subentra una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti.

 

 

Lenin, Stato e rivoluzione. La dottrina marxista dello Stato e i compiti del proletariato nella rivoluzione (1917)

 

Vediamo qui formulata una delle più notevoli e importanti idee del marxismo a proposito dello Stato, l'idea della "dittatura del proletariato" ( espressione che Marx ed Engels cominciano ad usare dopo la Comune di Parigi) vi troviamo in seguito una definizione dello Stato del più alto interesse e che fa anch'essa parte delle "parole dimenticate" del marxismo: "lo Stato, vale a dire il proletariato organizzato come classe dominante".

[...]

Così nella rivoluzione del 1917, quando la questione del significato e della funzione dello Stato si pose in tutta la sua ampiezza, si pose praticamente come un problema di azione immediata, e, per di più, di azione di massa, tutti i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi caddero subito e pienamente nella teoria piccolo-borghese della "conciliazione" delle classi "per opera dello Stato". Innumerevoli risoluzioni e articoli di uomini politici di quei due partiti sono profondamente impregnati di questa teoria piccolo-borghese e filistea della "conciliazione". Che lo Stato sia l'organo di dominio di una classe determinata, che non può essere conciliata col suo antipode (la classe che è al polo opposto), la democrazia piccolo-borghese non sarà mai in grado di capirlo. L'atteggiamento dei nostri socialisti-rivoluzionari e dei nostri menscevichi verso lo Stato è una delle prove più evidenti che essi non sono affatto dei socialisti (ciò che noi, bolscevichi, abbiamo sempre dimostrato), ma dei democratici piccolo-borghesi che usano una fraseologia quasi socialista.

I democratici piccolo-borghesi, sul tipo dei nostri socialistirivoluzionari e dei nostri menscevichi, come i loro fratelli, tutti i socialsciovinisti e opportunisti dell'Europa occidentale, aspettano dal suffragio universale proprio qualche cosa "di più". Essi condividono e inculcano nel popolo la falsa concezione che il suffragio universale possa "nello Stato odierno" esprimere realmente la volontà della maggioranza dei lavoratori e assicurarne la realizzazione.

[...]

E' noto a tutti noi che la forma politica dello "Stato" in tale momento è la democrazia più completa. Ma a nessuno degli opportunisti che snaturano sfrontatamente il marxismo viene in mente che qui si tratta quindi, in Engels, dell'"assopimento" e dell'"estinzione" della democrazia. A prima vista ciò pare molto strano; ma è "incomprensibile" soltanto per chi non ricordi che anche la democrazia è uno Stato e che anch'essa, quindi, scompare quando scompare lo Stato. Solo la rivoluzione può "sopprimere" lo Stato borghese. Lo Stato in generale, cioè la democrazia più completa, non può che "estinguersi".

Lo "Stato popolare libero" era una rivendicazione programmatica, una parola d'ordine corrente dei socialdemocratici tedeschi degli anni 1870-1880. In questa parola d'ordine non v'è alcun contenuto politico salvo una pomposa enunciazione piccolo-borghese della nozione di democrazia. In quanto essa faceva legalmente allusione alla repubblica democratica, Engels era disposto a "giustificarla" "temporaneamente" dal punto di vista dell'agitazione. Ma questa parola d'ordine era opportunista, non soltanto perché imbelliva la democrazia borghese, ma anche perché esprimeva l'incomprensione della critica socialista di ogni Stato in generale. Noi siamo per la repubblica democratica, in quanto essa è, in regime capitalista, la forma migliore di Stato per il proletariato, ma non abbiamo il diritto di dimenticare che la sorte riservata al popolo, anche nella più democratica delle repubbliche borghesi, è la schiavitù salariata. Proseguiamo. Ogni Stato è una "forza repressiva particolare" della classe oppressa. Quindi uno Stato, qualunque esso sia, non è libero e non è popolare. Marx ed Engels l'hanno spiegato cento volte ai loro compagni di partito negli anni 1870-1880.