Bioetica, eutanasia e dignità della morte

Elio Sgreccia, Corso di bioetica (a cura di), Franco Angeli, Milano, 1986, pp. 165-190

 

Definizione del termine e storia del problema

L'ambito di questa relazione ubbidisce ad un duplice intento: richiamare i riferimenti essenziali dell'etica, ed in particolare della morale cattolica - che ha ampiamente sviluppato questo tema - in tema di eutanasia e nello stesso tempo chiarire la portata del tema correlativo che va sotto il nome di "dignità della morte" o "umanizzazione della morte". Sono due aspetti connessi con l'assistenza al morente, o connessi fra loro, ma non coincidenti. Come risulterà meglio dalla esposizione, l'eutanasia va condannata, perchè implica l'anticipata uccisione, sia pur pietosa del morente; mentre la umanizzazione della morte va promossa con un insieme di mezzi e di attenzioni. Premettiamo ancora che in questa relazione facciamo riferimento ampio ai documenti del Magistero della Chiesa Cattolica sia perchè di fatto in questo ambito la dottrina etica è stata ampiamente sviluppata sia perchè le ragioni offerte sono spesso valide anche per i non credenti. (…)

Gli storici del diritto sono d'accordo nel constatare che l'avvento del cristianesimo nel mondo occidentale ha rappresentato, anche sotto questo profilo, una svolta nel costume e nel pensiero e, a parte qualche reviviscenza di impronta stoica e utilitaristica in epoca moderna, come si può constatare in alcune affermazioni di Tommaso Moro, Bacone, Locke (affermazioni non da tutti interpretate nello stesso significato), bisogna giungere al nazismo per vedere esplodere questa pratica in forme organizzate. "Dall'evento del cristianesimo la tematica dell'eutanasia non ha conosciuto - fino al nostro secolo - veri e propri momenti di novità" (D'Agostino).

Rimandando a studi e sintesi accessibili a tutti debbo concentrarmi nella trattazione del tema, in relazione alle spinte culturali attuali e rimanendo nella prospettiva etica e teologica.

Peraltro il movimento di opinione a favore dell'eutanasia, che attualmente è attivo, ha delle connotazioni e delle motivazioni caratteristiche, che non sono identiche a quelle che sostenevano la morte pietosa in altri periodi storici. Il movimento attuale non si limita all'atteggiamento di comprensione umanitaria del fatto, quando capita il c.d. "fatto pietoso", ma mira alla richiesta della legalizzazione. E', perciò, di questo movimento che dobbiamo parlare per coglierne l'ideologia sottesa ed esaminare anche il contesto etico-culturale da cui nasce e in cui si alimenta.

E' frequente e viene spontaneo, il collegamento con il movimento di idee che ha portato in molti stati alla legalizzazione dell'aborto volontario: effettivamente non è difficile cogliere lo sfondo culturale comune alle due istanze di legittimazione della "morte inflitta", costituito dal misconoscimento del valore della persona; appare anche analoga la strategia adottata dei sostenitori dell'una e dell'altra istanza di morte: si comincia con il sensibilizzare l'opinione pubblica attorno ai casi "pietosi", si esaltano le miti sentenze dei tribunali, che su tali casi hanno istruito i procedimenti penali, per arrivare alla richiesta delle legittimazione per legge, una volta che l'opinione pubblica sia stata opportunamente sensibilizzata dai mass-media e dai dibattiti pubblici.

Ma c'è un aspetto nuovo e peculiare, se vogliamo più terribile, nella campagna che sostiene la legittimazione dell'eutanasia ed è costituito dal potenziale di coinvolgimento sociale e personale, che è enormemente più vasto rispetto a quanto poteva apparire, almeno in senso immediato, nella legalizzazione dell'aborto. Il fatto dell'aborto può capitare a qualcuno, la morte è destino di tutti. Mi sembra opportuno in fase introduttiva, dare una precisa definizione dell'eutanasia e distinguere questo tipo di procedimento da ogni altra pratica medica diretta a lenire il dolore o a evitare trattamenti terapeutici non necessari e non proporzionali all'effetto desiderato di prolungare la vita.

Prendiamo per definizione quella offerta dal Marcozzi, sulla quale si ritrovano anche altri giuristi e moralisti di riconosciuta competenza; per eutanasia si intende: "la soppressione indolore o per pietà di chi soffre o si ritiene che soffra e che possa soffrire nel futuro in modo insopportabile".

Tale definizione coincide con quella fornita dalla Dichiarazione della S. Congregazione per la dottrina della fede del 5 maggio 1980, ove si scrive ancora più analiticamente: "Per eutanasia s'intende un'azione o un'omissione che di natura sua o nelle intenzioni procura la morte allo scopo di eliminare ogni dolore". Il documento stesso distingue questa accezione da altri significati che spesso vengono dati alla parola, come quello generico etimologico di "morte senza dolore" che può essere anche morte naturale, oppure "l'intervento della medicina diretto ad allieviare i dolori della malattia e dell'agonia, talvolta anche con il rischio di anticipare la morte".

Ad evitare possibili confusioni noi useremo il termine eutanasia soltanto nel senso vero e proprio, definito dal documento e dai teologi moralisti, mentre useremo il termine di "cura del dolore" o terminologie mediche più tecniche negli altri casi.

Per completare il panorama delle definizioni bisogna aggiungere che oggi si parla di eutanasia non soltanto in relazione al malato grave e terminale, ma anche in altre due situazioni: nel caso del neonato, affetto da difetti gravi - wrongful life - per il quale si verifica l'abbandono mediante sottrazione di alimenti ad evitare la sofferenza - così si dice - del soggetto e il peso alla società, si parla di "eutanasia neonatale". Si sta affacciando ora anche un'altra accezione di eutanasia detta "sociale", la quale si prospetta non come una scelta di un individuo singolo, ma della società, in conseguenza del fatto che le economie in fatto di spesa sanitaria non sarebbero più in grado di sostenere l'onere finanziario richiesto dalla assistenza a malati con malattie molto lunghe quanto a prognosi e molto dispendiose quanto ai costi; le risorse economiche verrebbero così riservate ai malati in grado di tornare, guariti, alla vita produttiva e lavorativa; è una delle minacce di un'economia che volesse ubbidire soltanto al criterio dei costi-benefici.

 

Il contesto culturale odierno

Si è fatto cenno alla pratica nazista dell'eutanasia programmata: si trattò del primo programma politico dell'eutanasia, studiato e messo in atto. Secondo le ricerche, che attinsero agli atti del processo di Norimberga, dal 1939 al 1941 vennero eliminate oltre 70 mila vite definite "esistenze prive di valore vitale".

La ragione che motivò quel programma - così come quello per l'eliminazione degli ebrei e dei prigionieri nei campi di concentramento - era da collegare al razzismo e allo statalismo assolutistico, che veniva fatto coincidere con il più cinico calcolo di alleggerimento delle spese dello Stato ai fini di coinvolgere le risorse economiche nelle spese di guerra. Giustamente è stato notato che l'ideologia, che spinge attualmente verso la legittimazione per legge dell'eutanasia, non è la medesima e si commetterebbe un errore sociologico e storico, qualora, polemicamente, ci si rifacesse al nazismo per combatterla.

Certamente non sono coincidenti le ragioni portate dai fautori di oggi e l'analisi va fatta in senso obiettivo e spassionato. C'è un punto comune, però, tra le teorie naziste e l'odierna ideologia pro-eutanasia ed è la mancanza del concetto di emergenza-trascendenza della persona umana: quando viene meno questo valore, strettamente connesso con l'affermazione dell'esistenza di Dio Personale, l'arbitrio dell'uomo sull'uomo può essere rivendicato dal capo politico di un regime assoluto oppure dalle istanze dell'individualismo. Se la vita umana non vale per se stessa, qualcuno può sempre strumentalizzarla in vista di qualche finalità contingente. Anche se non esiste una sociologia sistematizzata del fenomeno che stiamo analizzando, possiamo riassumere le conclusioni degli studiosi, giuristi e sociologi, quelle seguenti tre componenti o matrici del movimento pro-eutanasia.

1. La secolarizzazione del pensiero e della vita, che non consente di comprendere il significato della morte e il valore del dolore.

La mentalità secolarizzata ha, come si sa, diverse gradazioni: si può esprimere come giusta valutazione della autonomia relativa e del valore delle realtà temporali; si esprime anche come esclusivo interesse per le realtà mondane e, infine come rifiuto di ogni dipendenza dell'uomo da Dio e dalla legge morale. E' in questi due ultimi atteggiamenti che la secolarizzazione rivela la sua incapacità di dare senso al dolore e alla morte. La morte ha un senso soltanto se, privando l'uomo dei beni terreni, apre la speranza verso una vita più piena. La incapacità di dare senso alla morte porta a due atteggiamenti fra loro connessi: da una parte la si ignora e la si bandisce dalla coscienza, dalla cultura, dalla vita e, soprattutto, la si esclude come criterio veritativo e valutativo dell'esistenza quotidiana; d'altro canto la si anticipa per sfuggire al suo urto frontale con la coscienza.

(…) L'eutanasia, come fuga dal dolore e dalla agonia, avviene prima nello spirito e poi nella società e nel diritto. Come riscontro a quanto abbiamo affermato basta osservare da quali paesi e in quali contesti culturali viene la richiesta dell'eutanasia: viene dai paesi della società industrializzata e secolarizzata. A cominciare dallo stato della California, che nel 1976 ha varato una legge di legalizzazione dell'eutanasia, (Natural Death Act) su richiesta previa del paziente (Leaving Will) espressa a modo di volontà testamentaria; nell'anno seguente, nel 1977, altri sei stati dell'Unione hanno varato leggi analoghe. In queste legislazioni si riconosce il diritto di ogni maggiorenne a compilare per iscritto una disposizione di validità quinquennale che dia istruzioni al proprio medico di non impiegare o di interrompere le "terapie di sostentamento vitale" nel caso che egli versi nell'estremo della sua condizione vitale. Il 27 settembre 1977 il Cantone di Zurigo (Svizzera) ha approvato con Referendum una legge sull'eutanasia. Il dibattito si è riacceso a Londra, dopo che proposte di leggi favorevoli erano state respinte alla Camera dei Lords negli anni precedenti (Voluntary Euthanasia Bill 1969). La pressione dei sondaggi della opinione pubblica è forte in Germania e in Belgio e si acutizza ogni volta che esplodono casi pietosi. In Italia si è avuta la sensazione che la prassi occulta preceda il dibattito pubblico. A questa spinta per la legalizzazione dell'eutanasia contribuiscono associazioni come la "Euthanasian Society of America" che ha presentato all'ONU una petizione, perchè il diritto all'eutanasia venga incluso nella Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo. Questa spinta culturale si rafforza con l'influenza dei gruppi e movimenti di propaganda a favore del suicidio concepito come self-deliverance. (…) Grandi periodici come "Le Monde", "Time", "Lancet" danno spesso notizie di morti pietose procurate per bambini nati deformi. La prassi è stata proposta in Inghilterra da parte di alcuni medici al fine di evitare le spese e i rischi della diagnosi genetica prenatale per i neonati difettosi. A dare il via a questo tipo di ideologia è stato, tuttavia, il ben noto Manifesto sull'eutanasia pubblicato sul "The Humanist" (luglio 1974), firmato da circa 40 personalità fra cui i premi Nobel Monod, Pauling, Thomson. Questo manifesto merita qualche commento, perchè mette in luce un'analoga componente della mentalità a favore dell'eutanasia.

 

2. Lo scientismo razionalista e umanitarista.

Il pensiero scientista, di cui Monod è uno dei principali rappresentanti, muove dal presupposto che la conoscenza oggettiva è possibile soltanto nel campo della scienza sperimentale; questa sarebbe incompatibile con ogni tipo di conoscenza che egli chiama soggettiva e perciò escluderebbe i valori etici, che Monod relega nel campo del mito e della immaginazione. L'uomo nato per caso in un universo "dal caso" e dalla "necessità", è arbitro di sé e non ha fuori del proprio essere altro riferimento: la ragione, quella "scientifica", è la sua unica guida e non deve rispondere a nessun altro del proprio destino. "L'uomo sa finalmente di essere solo, nell'immensità indifferente dell'universo da cui è emerso per caso".

Da queste premesse, più o meno logicamente, il Manifesto deduce: "affermiamo che è immorale accettare o imporre la sofferenza. Crediamo nel valore e nella dignità dell'individuo; ciò implica che lo si lasci libero di decidere ragionevolmente della propria sorte". In altri termini bisogna fornire i mezzi di morire dolcemente, facilmente a quanti sono afflitti da mali incurabili, giunti all'ultimo stadio.

"Non può esservi eutanasia umanitaria all'infuori di quella che provoca una morte rapida e indolore ed è considerata come un beneficio dell'interessato. E' crudele e barbaro esigere che una persona venga mantenuta in vita contro il suo volere e che le si rifiuti l'auspicata liberazione, quando la sua vita ha perduto qualsiasi dignità, bellezza, significato, prospettiva di avvenire. La sofferenza inutile è un male che dovrebbe essere evitato nelle società civilizzate. Raccomandiamo a quanti condividono il nostro parere di firmare le loro "ultime volontà" di vita, di preferenze quando sono ancora in buona salute, dichiarando che intendono far rispettare il loro diritto a morire degnamente... Deploriamo la morale insensibile e le restrizioni legali che ostacolano l'esame di quel caso etico che è l'eutanasia. Facciamo appello alla opinione pubblica illuminata, affinchè superi i tabù tradizionali e abbia compassione delle sofferenze inutili al momento della morte. Ogni individuo ha il diritto di vivere con dignità e di morire con dignità".

Si potrebbe notare la contraddizione insita nel testo, che passa dalla condanna della morale e della legge, che chiedono di sopportare il dolore, definendole crudeltà, e invoca l'esigenza etica della legge sull'eutanasia che implica la soppressione anticipata della vita altrui.

E' chiaro, comunque, l'orizzonte culturale del documento: sull'ateismo materialistico di fondo si instaura la pretesa della scienza di trasformare la morte da "evento" in "avvenimento" calcolato e programmato. E' stato giustamente notato che al fondo di queste concezioni non c'è soltanto la mancanza della fede in Dio e nella vita eterna aperta all'uomo, ma, forse ancora prima e più radicalmente, c'è la morte della metafisica e della ontologia della persona. Da quando il valore "oggettivo" della persona è scomparso dal pensiero occidentale per il trionfo accordato alle filosofie dell'immanenza e del soggettivismo, la morte dell'uomo, nel suo valore trascendente, era già inflitta nelle coscienze; il resto, eutanasia, suicidio o violenza - è venuto logicamente.(…). Come dire che, quando l'uomo non ha più il valore trascendente di persona, non gli resta che sentirsi una cosa. La concezione personalistica dell'uomo, mentre accetta per ogni persona umana il limite tempo-mortalità, tuttavia supera l'orizzonte terreno dell'individualismo riconoscendo il valore oggettivo, trascendente della persona e la sua destinazione ultraterrena. Noi dobbiamo assorbire la lezione di Heidegger che vede la morte iscritta nella vita intera, come la luce disvelatrice del limite, e comporre tale lezione con la metafisica di S. Tommaso, che apre l'essere personale dell'uomo alla vita ultraterrena.

 

3. Lo scompenso della medicina tra tecnologia e umanizzazione.

Gli sviluppi della medicina hanno acutizzato il problema dell'eutanasia o, quanto meno, hanno posto in maggior evidenza il problema della "morte degna". Ciò è avvenuto in due direzioni: nella direzione del progresso tecnologico dell'assistenza ai morenti e nella direzione della c.d. socializzazione della medicina.

Le discussioni intervenute sul 1975 nel caso della Karen Ann [Quinlan] hanno messo in evidenza il fatto che i progressi medici rendono sempre più difficilmente definibili i confini tra vita e morte, tra coma irreversibile e reversibile, e, come nota un documento dei vescovi francesi, rendono difficilmente definibili i confini fra vita vegetativa artificialmente prolungata e vita umana di relazione tra i vivi.

Le tecniche di rianimazione consentono per molti prodigiose e totali riprese, ma spesso condannano alcuni a trattamenti di prolungamento dell'agonia più che della vita.

Lo sforzo tecnologico nelle sale di rianimazione è accompagnato spesso dall'isolamento e dalla solitudine per il malato: isolamento dai parenti anche in punto di morte, solitudine anche rispetto al corpo medico impegnato attorno alle macchine.

Queste situazioni limite pongono problemi etici sulla liceità e obbligatorietà di certi interventi di tecniche rianimative oltre un determinato limite e pongono il problema etico dell'obbligo dell'assistenza umana, psicologica, a questo tipo di morenti.

L'altra fonte di problemi etici per la medicina attuale è costituita dalle conseguenze della c.d. socializzazione della medicina. La domanda di salute, sostenuta dalla richiesta del benessere individuale e sociale, spinge all'affollamento degli ospedali e perciò alla spersonalizzazione dell'assistenza sanitaria, all'isolamento del morente nelle corsie; tutto ciò determina una difficoltà reale per il personale di assistenza di passare dalla semplice assistenza tecnica all’assistenza umana.

 

L'insegnamento del Magistero della Chiesa

(…) Le linee di sviluppo della dottrina della Chiesa, per chi le ripercorre cronologicamente, si presentano orientate in modo da offrire:

 

a. una progressiva chiarificazione e distinzione di concetti. Emerge così la definizione di eutanasia vera e propria, la nozione di terapia del dolore che può comportare l'abbreviazione indiretta della vita, il concetto di mezzi terapeutici "straordinari o sproporzionati", il rifiuto dell'accanimento terapeutico o distanasia.

b. Si constata inoltre un progressivo ampliamento del discorso sull'eutanasia: si stabilisce la connessione con altre forme e atteggiamenti culturali contrari alla vita, si precisa sempre perché il dovere della comunità cristiana in senso preventivo al fine di offrire una adeguata assistenza ai morenti. (…)

 

Il rifiuto dell'eutanasia propriamente detta

Riprendiamo dalla suddetta Dichiarazione [Dichiarazione della S. Congregazione per la dottrina della fede del 5 maggio 1980] la definizione dell'eutanasia propriamente detta: "Per eutanasia s'intende un'azione o un'omissione che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. L'eutanasia si situa al livello delle intenzioni e dei metodi usati”. In questa definizione dobbiamo fare subito delle annotazioni che ne rilevano la precisione rispetto al linguaggio comune fra teologi e cultori di medicina.

Si omette la distinzione tra eutanasia diretta e indiretta; nel linguaggio precedente, usato anche da Pio XII, per eutanasia indiretta s'intendeva la "terapia del dolore" che si ritiene lecita a determinate condizioni anche quando, come conseguenza, può abbreviare la vita. In questo caso in realtà nè l'azione per sé n'è l'intenzione sono orientate alla soppressione della vita o dell'anticipazione della morte e, perciò, il caso non viene contemplato affatto sotto il nome di eutanasia, per non ingenerare confusione. Si usa più opportunamente nello stesso documento più avanti la dizione "uso degli analgesici".

Viene anche evitata una distinzione frequente nel linguaggio medico tra eutanasia attiva e eutanasia passiva, ove l'aggettivo "passiva" veniva ad indicare l'omissione delle cure e degli interventi medici; ma la parola "passiva" ha un significato molto più ampio e, perciò, poteva ingenerare ambiguità: l'eutanasia è sempre in un certo senso passiva considerata da parte del malato e sempre attiva da parte di chi la provoca. Sulla eutanasia, così intesa e precisata, il documento della S. Sede così esprime il giudizio morale "Ora è necessario ribadire con tutta fermezza che niente e nessuno può autorizzare l'uccisione di un essere umano innocente, feto o embrione che sia, bambino o adulto, vecchio, ammalato incurabile o agonizzante. Nessuno inoltre può richiedere questo gesto omicida per se stesso o per un altro affidato alla sua responsabilità, né può acconsentirvi esplicitamente o implicitamente. Nessuna autorità può legittimamente imporlo né permetterlo. Si tratta infatti di una violazione della legge divina, di un'offesa della dignità della persona umana, di un crimine contro la vita, di un attentato contro la umanità" .

La condanna conferma tutti i pronunciamenti precedenti del Magistero e l'insegnamento costante della teologia morale. Tale condanna viene riferita dallo stesso documento anche al suicidio "La morte volontaria, ossia il suicidio, è inaccettabile al pari dell'omicidio: un simile atto costituisce, infatti da parte dell'uomo, il rifiuto della sovranità di Dio e del suo disegno d'amore. Il suicidio, inoltre, è spesso anche rifiuto dell'amore verso se stessi, negazione della naturale aspirazione alla vita, rinuncia di fronte ai doveri di rinuncia e di carità e di giustizia verso il prossimo, verso le varie comunità e verso la società intera, benché talvolta intervengano - come si sa - dei fattori psicologici che possono attenuare o, addirittura, togliere la responsabilità. Si dovrà, tuttavia, tener ben distinto dal suicidio quel sacrificio con il quale per una causa superiore - quali la gloria di Dio, la salvezza delle anime, o il servizio dei fratelli - si offre o si pone in pericolo la propria vita".

Quello che mi sembra importante da notare, ai fini del dialogo con il mondo laico, è ciò che la Dichiarazione afferma circa le motivazioni di questo rifiuto. Il documento insegna che "la materia proposta riguarda anzitutto coloro che ripongono la loro fede e la loro speranza in Cristo, il quale, mediante la sua vita, la sua morte e la sua resurrezione, ha dato un nuovo significato all'esistenza e soprattutto alla morte del cristiano, secondo le parole di S. Paolo: - sia che viviamo, viviamo per il Signore, sia che moriamo, moriamo per il Signore. Quindi, sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore - (Rom 14,8 Fil 1,20). Quanto a coloro che professano altre religioni, molti ammetteranno con noi che la fede in un Dio creatore, provvido e padrone della vita, se la condividono, attribuisce una dignità eminente a ogni persona umana e ne garantisce il rispetto". Il testo prosegue facendo appello agli uomini di buona volontà "che la di là delle differenze filosofiche e ideologiche, hanno tuttavia coscienza dei diritti della persona umana ...poichè si tratta qui dei diritti fondamentali di ogni persona umana, è evidente che non si può ricorrere ad argomenti desunti dal pluralismo politico o dalla libertà religiosa, per negarne il valore universale".

Vediamo in questo passaggio un importante richiamo alla fondazione razionale, laica e universale della difesa della vita umana e del rifiuto della eutanasia per rispetto alla verità, prima ancora che per opportunità strategica, va evitato di fondare la polemica contro l'eutanasia unicamente sulle ragioni di fede, quasi che difendere la vita dei malati e dei morenti sia un dovere soltanto dei credenti. La vita è un bene e un valore laico, riconoscibile da tutti coloro che intendono ispirarsi alla retta ragione e alla verità oggettiva.

Quello che Pio XII chiamava "diritto naturale", nel documento che esaminiamo viene definito "diritto fondamentale" dell'uomo, il primo dei diritti umani: lo si definisce fondamentale, perché su di esso si fondano tutti gli altri diritti umani. "La vita umana - afferma ancora la Dichiarazione - è il fondamento di tutti i beni, la sorgente e la condizione necessaria di ogni attività umana e di ogni convivenza sociale".

Il fondamento dell'etica è il rispetto della verità dell'uomo, il rispetto della persona così come essa è:

altro fondamento vero non può essere dato dall'etica; l'etica guida l'uomo dall’"essere" al "dover essere"; gli altri criteri sono costituiti dall'utilità di qualcuno a scapito di qualche altro, sul potere di alcuni su altri, sull'efficacia di questo potere, sempre più vasto per alcuni, sempre più oppressivo per altri.

Rispettare la verità della persona nel momento della vita nascente vuol dire rispettare Dio che crea e la persona umanaa così com'Egli la crea; rispettare l'uomo nella sua fase finale vuol dire rispettare l'incontro dell'uomo con Dio il suo ritorno al Creatore, escludendo ogni altro potere da parte dell'uomo escludendo il potere di anticipare questa morte (eutanasia), escludendo il potere di impedire quest'incontro con una forma di tirannia biologica (accanimento terapeutico). E' in questa ottica che si traccia il confine tra "eutanasia" e "morte con dignità".

Travolgere questo confine vuol dire travolgere ogni fondazione oggettiva al diritto, all'etica stessa e, nello stesso tempo, alla identità della professione medica. I principi che seguono delucidano appunto il criterio della "morte con dignità".

 

Uso proporzionato dei mezzi terapeutici

La morale cattolica non ignora il problema e l'impegno di rendere la morte degna dell'uomo e del credente; l'espressione "morte con dignità", qualora non voglia sottintendere forme velate di eutanasia, esprime una indicazione eticamente accettabile e doverosa. (…)

Dai tempi di Pio XII si parlava di mezzi terapeutici "ordinari" e "straordinari" e si offriva questa direttiva: è obbligatorio l'impiego di mezzi ordinari per il sostegno del morente, ma si può lecitamente rinunciare con il consenso del paziente o dietro sua richiesta, ai mezzi straordinari, anche quando questa rinuncia determina l'anticipazione della morte. Il carattere "straordinario" veniva definito in rapporto all'incremento di sofferenza che potevano procurare tali mezzi oppure alla dispendiosità o anche alla difficoltà di accesso per tutti coloro che ne potevano fare richiesta: i progressi della medicina hanno reso difficile questa distinzione, in quanto molti mezzi, che ieri erano giudicati straordinari, sono diventati ordinari e, inoltre, come fanno notare illustri clinici e rianimatori, l'uso dei mezzi di terapia intensiva ha salvato molte vite. Di qui la necessità di trovare un altro criterio di riferimento, non più basato sul "mezzo terapeutico", quanto piuttosto sul "risultato terapeutico" che da esso si attende. "Finora i moralisti - dice la dichiarazione - rispondevano che non si è mai obbligati all'uso di mezzi straordinari. Oggi, però, tale risposta, sempre valida in linea di principio, può forse sembrare meno chiara, sia per l'imprecisione del termine che per i rapidi progressi della terapia. Perciò alcuni preferiscono parlare di mezzi proporzionati e mezzi sproporzionati”. (…)

Da questa distinzione la dichiarazione desume quattro criteri indicativi di grande utilità:

 

a. "in mancanza di altri rimedi, è lecito ricorrere con il consenso dell'ammalato, ai mezzi messi a disposizione dalla medicina più avanzata, anche se ancora allo stadio sperimentale e non esenti da qualche rischio".

b. "è anche lecito interrompere l'applicazione di tali mezzi, quando i risultati deludono le speranze riposte in essi. Ma nel prendere una decisione del genere, si dovrà tenere conto del giusto desiderio dell'ammalato e dei suoi familiari, nonché del parere di medici veramente competenti".

c. "è sempre lecito accontentarsi dei mezzi normali che medicina può offrire. Non si può quindi imporre a nessuno l'obbligo di ricorrere ad un tipo di cura, che, per quanto sia già in uso, tuttavia non è ancora esente da pericoli o è troppo oneroso".

d. "Nell'imminenza di una morte inevitabile nonostante i mezzi usati, è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all'ammalato in simili casi".

 

Abbiamo voluto esprimerci con le parole stesse del documento per la precisione che richiede questo tema delicato; non si può fare a meno di sottolineare il senso umano contenuto nelle indicazioni e il profondo rispetto alla persona morente.

 

Il rifiuto dell'accanimento terapeutico e della distanasia

Nell'ultima indicazione ora citata della dichiarazione c'è il rifiuto del c. d. "accanimento terapeutico" che, nell'intento di prolungare la vita ad ogni costo arriva al versante opposto della distanasia. Per definire questo concetto è necessario richiamare i criteri di "constatazione di morte". SI sa che il problema della definizione del "giudizio di morte" è oggetto di varie "carte" internazionali, che fissano i parametri entro i quali il medico può firmare il certificato di morte. La carta di Ginevra del 1968 definisce lo "stato di morte", quando si determinino i seguenti dati, da considerare cumulativamente: cessazione di ogni segno di vita di relazione, assenza di respirazione spontanea, atonia muscolare e mancanza di riflessi, caduta della pressione arteriosa a partire dal momento in cui non è stata più sostenuta farmacologicamente, nullità del tracciato EEG. Sappiamo che questi criteri sono sempre oggetto di discussioni e di approfondimento. Tuttavia ci sembra che essi vadano ritenuti obbliganti. Ciò non impedisce di dover considerare ulteriormente alcuni casi atipici e delicati, di pazienti in coma, anche sulla scorta dei documenti di alcuni episcopati, in particolare in rapporto a quanto afferma il Documento del Segretario dell'episcopato francese.

a. Nel caso del coma ritenuto "reversibile" è obbligatorio usare tutti i mezzi a disposizione, perché il recupero, possibile o probabile, della vita vale ogni tipo di sacrificio economico o di servizio. Tanto più la cosa ci sembra necessaria in quanto il paziente in coma non può esprimersi e dare un suo parere e, pertanto, sui parenti e sul corpo medico grava il dovere di fare tutto il possibile con i mezzi di rianimazione, anche straordinari purché accessibili.

 

b. Quando il coma si presenta, a parere degli esperi, l'irreversibile, fermo restando l'obbligo delle cure ordinarie (tra queste vanno comprese le cure di idratazione e nutrizione parenterale), non si è obbligati a praticare l'impiego di mezzi particolarmente sfibranti e onerosi per il paziente condannandolo al prolungamento di un'agonia vissuta in condizioni prive di ogni possibilità di ripresa della coscienza e della capacità relazionale. Si avrebbe in questo caso un indebito "accanimento terapeutico". Il giudizio sulla irreversibilità del coma e delle condizioni di irrecuperabilità della coscienza non è facile e va rimesso alla valutazione dei sanitari competenti e coscienziosi.

 

c. Prolungare la vita puramente vegetativa, dopo che le funzioni celebrali siano irreversibilmente cessate, come oggi risultano dall'elettroencefalogramma piatto, sarebbe un'offesa al morente e alla sua morte, oltre che un inganno ai danni dei suoi parenti. L'elettroencefalogramma piatto è segno di irreversibilità delle funzioni celebrali dopo che sia rimasto tale per un certo tempo: per il prelievo di organi la nuova legislazione italiana richiede che trascorrano almeno sei ore di elettroencefalogramma piatto. Ciò perchè ci sono casi di ripresa anche dopo 'elettroencefalogramma piatto. Il concetto di accanimento terapeutico, che talvolta sembra intenzionalmente drammatizzato, va configurato quindi in due casi: quando l'impiego dei mezzi tecnici è fatto su chi è praticamente morto, perciò dopo la morte clinica; quando l'intervento delle terapie mediche o chirurgiche (eccetto quelle ordinarie) venga fatto in senso "sproporzionato" ai prevedibili effetti. Bisogna riconoscere che, nonostante queste indicazioni spinte al dettaglio, esistono casi non soltanto di coma

profondo e irreversibile, ma anche di coma prolungato: il malato continua a rimanere in coma anche con le sole cure ordinarie. Ci sono stati dei casi in cui questo stato comatoso irreversibile è durato per diversi mesi. Tale, forse, fu la situazione di Karen Ann [Quinlan], la giovane americana di cui si sono occupate le cronache dalla fine del 1975 fino ai nostri giorni. Ci si domanda: si tratta di una vita vera, quando è pressoché certa la irreversibilità del coma, dello stato di incoscienza e della assenza di vita relazionale, anche quando alcune funzioni vitali non sono ancora cessate e l'elettroencefalogramma è già piatto da un congruo numero di ore? Il documento dei vescovi francesi afferma che non si dovrebbe palare di eutanasia, qualora si facessero cessare completamente le cure in certi casi "coma dépassé" perché non si tratterebbe di anticipazione ma di costatazione della morte. Lo stesso documento però afferma che si tratta di un problema teoretico, perché per i medici rimane difficile definire, anche dopo settimane, la irreversibilità del coma e, quindi, la irrecuperabilità delle funzioni di coscienza e di relazione. Pertanto, in pratica, ci sembra difficilmente giustificabile la sottrazione dell'assistenza ordinaria, anche in simili casi veramente pietosi. Bisogna tener presente che è unico l'atto esistenziale e personale che sostiene nell'uomo la vita vegetativa, sensitiva e relazionale.