Tony Bland e la sacralità della vita

Peter Singer, Ripensare la vita, Il Saggiatore, 2000, pp. 71-78; 82-87

 

La tragedia di Tony Bland

Nel 1989 Tony Bland aveva diciassette anni ed era un fanatico tifoso di calcio. Il 15 aprile si era recato allo stadio Hillsborough di Sheffield per assistere alla sfida tra la propria squadra, il Liverpool, e il Nottingham Forrest in occasione della semifinale della Coppa d'Inghilterra. Quando la partita ebbe inizio, migliaia di tifosi stavano premendo per scendere sul terreno di gioco. La malaugurata calca che si creò spinse centinaia di tifosi contro una staccionata, eretta proprio per impedire alla gente di entrare in campo. Prima che si riuscisse a ristabilire l'ordine e ad allentare la pressione dei tifosi, novantacinque persone erano morte in quello che sarebbe stato il più grave disastro nella storia dello sport inglese. Tony Bland non fu ucciso, ma, a causa dello schiacciamento a cui la folla circostante aveva sottoposto i suoi polmoni, egli non poté respirare e il suo cervello rimase troppo a lungo senza ossigeno. Successivamente, quando fu ricoverato in ospedale, risultò che soltanto il tronco cerebrale era rimasto vitale, mentre la corteccia era stata distrutta. Ecco come il giudice Lord Hoffmann descrisse la sua condizione:

 

A partire dal 15 aprile 1989, Anthony Bland vive in stato vegetativo persistente. E’ ricoverato presso lo Airedale General Hospital di Keighley, dove mediante una pompa viene alimentato con cibi liquidi grazie a un tubo che attraverso il naso e la gola, giunge fino allo stomaco. Allo svuotamento della vescica si provvede mediante un catetere inserito attraverso il pene; questo trattamento gli causa di quando in quando delle infezioni che richiedono medicazioni e terapia a base di antibiotici. L'irrigidirsi delle articolazioni ha prodotto forti contrazioni agli arti, sicché le braccia sono saldamente strette sul petto e le gambe appaiono contorte in modo innaturale. Movimenti riflessi nella gola gli provocano vomito e bava. Anthony Bland non ha coscienza né di tutto questo, né della presenza dei membri della sua famiglia che a turno vengono a trovarlo. Le parti del cervello che rendevano possibile la coscienza si sono trasformate in una massa fluida. Il buio e l'oblio, discesi su di lui allo stadio Hillsborough, non lo lasceranno mai più. Il suo corpo è vivo, eppure egli non ha vita nel senso in cui si può dire abbia una vita un essere umano, anche più gravemente handicappato ma cosciente. I progressi della medicina moderna, però, consentono di mantenerlo in questo stato per anni, forse per decenni.

 

A dispetto di tutti i progressi della medicina moderna, su una cosa si trovarono d'accordo i familiari di Tony Bland, il dottor J.G. Howe, che l'aveva in cura, il dottor Michael Johnson, lo specialista a cui Howe chiese un consulto, e l'Airedale General Hospital nel quale era ricoverato il paziente: che mantenere in vita, magari per decenni, quel giovane o qualunque altra persona nel suo stato non poteva certo costituire un beneficio. In Gran Bretagna, come in molti altri paesi, in situazioni simili, quando tutti sono d'accordo, solitamente i medici sospendono l'alimentazione artificiale e il paziente muore in una settimana o due. In questo caso, però, il coroner di Sheffield stava indagando sulle morti causate dal disastro di Hillsborough e il dottor Howe decise di informarlo di ciò che stava

per fare. Il coroner, pur riconoscendo che per Bland continuare a vivere non aveva alcun senso, avvertì il medico che mettere intenzionalmente fine alla vita del ragazzo voleva dire esporsi al rischio di incriminazione, probabilmente addirittura all'accusa di omicidio.

In seguito Lord Browne-Wilkinson, uno dei giudici che alla fine si trovarono a decidere il caso, esaminò il consiglio del coroner al dottor Howe e chiarì perché sarebbe stato rischioso ignorarlo. In passato, disse Lord Browne-Wilkinson, in casi come questo, i medici «avevano esercitato la propria discrezione in armonia con l'etica medica», e si erano assunti la responsabilità di decidere «se la prosecuzione della vita del paziente fosse davvero senza scopo». Ma, aggiunse Lord Browne-Wilkinson, ci sono medici e infermieri che, credendo nella sacralità della vita umana, indipendentemente dalla sua qualità, quando accade che un medico decida di non prolungare la vita di un paziente considerandola senza scopo, lo denunciano alla polizia.

Negli ospedali e nelle case di cura della Gran Bretagna le persone in stato vegetativo persistente sono da 1000 a 1500. In America, dove i medici sono più riluttanti a esercitare la propria discrezionalità, sospendendo il trattamento di questi malati, e i tribunali sono, almeno in alcuni stati, più zelanti nel difendere la vita, secondo la stima di uno studio esauriente pubblicato nel 1994, le persone in stato vegetativo persistente sarebbero molto più numerose: precisamente da 10 000 a 25000 adulti e da 4 000 a 10 000 bambini? Per quanto angosciante, non solo per la famiglia di Bland ma anche per il dottor Howe, il monito del coroner fornì l'occasione, almeno per il sistema giuridico inglese (che peraltro esercita una notevole influenza su molti paesi del Commonwealth, tra cui Australia, Canada e Nuova Zelanda), per portare davanti a un tribunale la questione spinosa se sia necessario prolungare la vita a persone in queste condizioni. Dopo l'intervento del coroner, il direttore dell'ospedale, in cui era ricoverato Bland, si rivolse alla Divisione famiglia dell'Alta Corte, per sollecitare la dichiarazione che l'ospedale poteva legittimamente sospendere ogni trattamento di sostegno alla vita, comprese terapie mediche, nonché l'applicazione di un respiratore e l'erogazione di cibo e acqua con mezzi artificiali, «se non nella misura in cui queste cose si rendessero necessarie per consentire a Anthony Bland di concludere la propria esistenza e di morire in pace con la

massima dignità e il minor dolore possibile».

In occasione dell'udienza della Divisione famiglia, un magistrato con il ruolo di official solicitor, ossia di rappresentante del governo presso l'Alta Corte, fu incaricato di tutelare gli interessi di Bland. Il magistrato non negò che Bland era privo di ogni forma di coscienza e che non avrebbe mai potuto recuperarla, ma nondimeno si oppose al programma del dottor Howe dicendo che, giuridicamente, esso si configurava come un omicidio. Sir Stephen Brown, presidente della

Divisione famiglia, non accettò questa tesi e rilasciò la dichiarazione necessaria affinché ogni trattamento potesse essere legalmente interrotto. L'official solicitor oppose ricorso, ma la Corte d'Appello ratificò la decisione di Brown. Allora l'officiai solicitor interpose nuovamente

appello, e la questione fu portata davanti alla Camera dei Lord (che, in tal caso, fungeva non da camera alta del parlamento inglese, ma da corte di ultima istanza del sistema giudiziario).

Possiamo valutare nel modo migliore la decisione presa dalla Camera dei Lord nel caso di Tony Bland pensando alla non-decisione della Suprema Corte degli Stati Uniti nel caso analogo di Nancy Cruzan. Come Marion Ploch, Nancy Cruzan aveva cessato di essere una ragazza comune per diventare un caso celebre quando perdette il controllo della propria automobile su una strada di campagna. Il suo incidente avvenne nel Missouri, nel gennaio 1983, quando Nancy aveva venticinque anni. La ragazza fu catapultata fuori dal veicolo e cadde a faccia in giù in un fossato pieno d'acqua. Quando arrivarono i soccorsi, il suo cervello era rimasto senza ossigeno per diversi minuti, sicché per lei ebbe inizio uno stato vegetativo persistente che sarebbe durato ben otto anni. Il tronco cerebrale era rimasto sano quanto bastava a consentire al suo corpo di respirare senza l'aiuto di una macchina, ma il riflesso della deglutizione era venuto meno. La ragazza fu così alimentata e dissetata mediante un tubo che giungeva allo stomaco passando dal naso. Gradualmente il suo corpo divenne rigido e le mani si strinsero a spirale.

I genitori di Nancy, Joe e Joyce Cruzan, pensavano che non fosse opportuno tenere in vita la figlia in questo modo e chiesero a un tribunale di poter rimuovere il tubo di alimentazione. La Corte Suprema del Missouri negò l'autorizzazione dicendo che, poiché Nancy Cruzan non era in grado di manifestare il proprio rifiuto del trattamento che la teneva in vita, e poiché lo Stato ha un interesse a preservare la vita dei cittadini, la corte avrebbe potuto acconsentire alla richiesta dei genitori solo in presenza di prove chiare e convincenti che la stessa Nancy Cruzan avrebbe voluto la sospensione del trattamento, prove di cui la corte non disponeva.

I Cruzan fecero appello alla Corte Suprema degli Stati Uniti, argomentando che la figlia aveva il diritto costituzionale di essere lasciata morire. Era la prima volta che la Corte Suprema affrontava una questione simile. (…) La Corte Suprema era bensì disposta a riconoscere, nel caso che si accingeva a discutere, che «una persona in grado di intendere e di volere ha il diritto costituzionalmente tutelato di rifiutare alimentazione e idratazione artificiali». Ma la situazione cambia, quando il paziente non è in grado di esprimere i propri desideri. Allora, sostenne la Corte, sulla linea di condotta da tenere ogni Stato dell'Unione era libero di prendere le proprie decisioni. In particolare, uno Stato poteva, volendo, rifiutarsi di consentire la sospensione del trattamento, in assenza di prove chiare del fatto che il paziente l'avrebbe desiderata. (...)

Così la Corte Suprema si astenne dal decidere se era lecito sospendere l'alimentazione artificiale di Nancy Cruzan, limitandosi ad affermare che, per permettere di farlo, lo Stato del Missouri doveva avere prove chiare e convincenti del fatto che Nancy Cruzan l'avrebbe voluto. Per una curiosa coincidenza, poco tempo dopo la decisione della Suprema Corte, alcuni amici della ragazza ricordarono che essa aveva parlato loro in modo da far intendere che, nel caso si fosse trovata in una situazione del genere, avrebbe desiderato morire. Questa volta lo Stato del Missouri non si oppose alla richiesta dei Cruzan. Il tribunale locale riconobbe che ora c'erano prove «chiare e convincenti» del desiderio della ragazza di non essere tenuta in vita in una situazione simile, e acconsentì alla rimozione del tubo di alimentazione. Così la Cruzan morì pochi mesi dopo la trasmissione del verdetto della Suprema Corte. A quel punto era stata tenuta in vita per quasi otto anni, per almeno sette dei quali fu chiaro che essa non avrebbe mai più ripreso coscienza. Tutto questo, a parte la tensione che aveva procurato alla famiglia, era costato allo Stato del Missouri 130 000 dollari all'anno.

Naturalmente, per la famiglia la perdita della ragazza risaliva a molto tempo prima, tant'è che sulla tomba i genitori fecero incidere queste parole:

 

Nancy Beth Cruzan
amatissima
figlia sorella zia
nata il 20 luglio 1957
perduta l’11 gennaio 1983
in pace dal 26 dicembre 1990

 

Trattandosi di questioni di rilievo costituzionale, la Suprema Corte degli Stati Uniti può aver avuto ragione di astenersi dal dire ai singoli Stati dell'Unione a che punto si doveva consentire di morire a un paziente in stato vegetativo persistente. Poiché, invece, la Gran Bretagna è un paese che non ha né una costituzione scritta né un sistema federale di governo, quando la corte di ultima istanza si è trovata ad affrontare il caso Bland, non ha potuto evitare di affrontare la questione centrale. Fino a ora i tribunali americani hanno sempre insistito sulla necessità di prove, da cui si evinca che un paziente in stato vegetativo persistente, valutando in passato l'ipotesi di trovarsi in una condizione simile, abbia espresso il desiderio di non essere tenuto in vita. In mancanza di tali prove, danno per scontato che il trattamento deve continuare. (…)

Mentre gli americani davano grande risalto al tema dell'autonomia personale, ai tribunali inglesi non interessava molto quali potessero essere i desideri di Tony Bland. Come ebbe a dire Sir Thomas Bingham, responsabile degli Archivi della Corte di Appello, nel comunicare la sentenza, «prima della sciagura il signor Bland non ha mai lasciato intendere quali sarebbero stati i suoi desideri, nell'ipotesi in cui si fosse trovato in una condizione simile. Decisamente non si può dire che questo interrogativo costituisca un tema frequente delle meditazioni di un adolescente».

Tuttavia i tribunali inglesi non approdarono per questo alla conclusione che Bland doveva essere curato fino alla fine dei suoi giorni (ciò che poteva anche significare per cinquant'anni o più). I giudici inglesi si posero, invece, un altro interrogativo: che cosa giova maggiormente agli interessi del paziente? E nel formulare la propria risposta, tennero conto dell'unanime opinione dei medici, che Bland non aveva più nessun tipo di consapevolezza e che non c'era nessuna possibilità di un qualche miglioramento delle sue condizioni. La conclusione, come affermò Sir Stephen Brown nella prima presentazione del caso, fu che il trattamento che teneva in vita Bland non gli avrebbe assicurato «nessun beneficio, né terapeutico né medico né di qualsiasi altra natura». In sostanza, i tribunali inglesi affermarono che, quando un paziente è incapace di esprimere il proprio consenso al trattamento, i medici non hanno nessun obbligo giuridico di insistere in iniziative che sanno non essergli di nessun beneficio. Riconobbero inoltre che, in mancanza di una qualsiasi forma di coscienza e di ogni speranza di recuperarla in futuro, la pura e semplice continuazione della vita biologica non arreca nessun beneficio al paziente.

Da un certo punto di vista, l'approccio inglese è improntato pari pari al buon senso. Come riconobbe Lord Mustill alla Camera dei Lord: «Lo stato miserando di Anthony Bland e le sofferenze dei suoi cari sollecitano inevitabilmente l'accorata partecipazione di tutti». E indubbiamente questa partecipazione giocò un ruolo importante, nel guidare tutti i giudici dei tre tribunali che si occuparono del caso Bland alla medesima conclusione: che era lecito sospendere il trattamento. Chiunque si prenda la pena di leggere le loro sentenze, non avrà alcun dubbio sul fatto che tutti quei magistrati fossero alla ricerca di una soluzione capace di porre termine a una tragedia che

era già terribile in se stessa, e che minacciava di protrarsi per decenni con aspetti grotteschi. Eppure, se pensiamo ai pronunciamenti dei giudici nei casi precedenti, in cui erano in gioco vita e morte di

esseri umani, le sentenze del caso Bland inaugurano una stagione nuova, per due aspetti cruciali. Innanzitutto, ammettono che, quando si tratti di decidere se si debba prolungare una vita umana, possano entrare in gioco considerazioni concernenti la qualità della vita. In secondo luogo, accettano come legittima una linea di condotta avente come scopo e come oggetto la morte di un essere umano innocente. Tenuto conto di questi due aspetti, non è esagerato affermare che il caso Bland segna il momento in cui i tribunali inglesi hanno smesso di applicare il principio tradizionale della sacralità della vita umana. (…)

 

Le foglie di fico non servono a nulla

L'idea che sia sempre moralmente sbagliato mettere fine intenzionalmente a una vita umana innocente viene considerata spesso l'unico divieto morale che non ammette eccezioni. Ma, in situazioni estreme, è sempre stato difficile difenderla. Perciò, coloro che dicono di volervisi attenere, trovandosi a cercare soluzioni ragionevoli, senza dare l'impressione di contravvenire a un comandamento considerato assoluto, devono ricorrere a distinzioni alquanto strane. Nel celebre caso di Karen Quinlan, deciso nel 1976, diciassette anni prima del caso di Tony Bland, era stata invocata la distinzione tra mezzi «ordinari» e mezzi «straordinari» di sostegno alla vita. Come Bland, la Quinlan si trovava in stato vegetativo persistente. (Al suo tempo, per la verità, non si usava questa espressione, ma si parlava di «coma permanente».) I suoi medici riconoscevano concordemente che la ragazza, a cui era stato applicato un respiratore, era priva di coscienza e non l'avrebbe mai riacquistata. I medici fecero presente ai genitori che senza respiratore la ragazza sarebbe morta. (L'udienza del tribunale si tenne dando per scontato che la Quinlan, una volta spento il respiratore, sarebbe morta; ma, con sorpresa di tutti, spento il respiratore, essa campò per altri dieci anni.) I genitori della Quinlan erano cattolici e non avrebbero mai accettato di interrompere attivamente la vita della figlia, ma alcuni sacerdoti avevano detto loro che non era obbligatorio usare «mezzi straordinari» per prolungare l'esistenza di un malato: e l'uso del respiratore, si osservò, in un caso del genere, era un «mezzo straordinario». Di conseguenza essi chiesero di staccare il respiratore. I medici si rifiutarono di farlo e la questione finì in tribunale.

Nel corso dell'udienza preliminare, il tutore, nominato dal tribunale per difendere gli interessi della ragazza, enunciò con molta chiarezza i termini della questione: «Un essere umano, con un atto o con l'omissione di un atto intende causare la morte di un altro essere umano». In termini molto più drammatici, l'avvocato di uno dei medici affermò che spegnere il respiratore della Quinlan «era come mettere in funzione una camera a gas». Di diverso avviso fu Lawrence Casey, vescovo cattolico del New Jersey: secondo lui, il respiratore era «uno strumento terapeutico straordinario», sicché la richiesta dei genitori di sospenderne l'uso era «moralmente corretta».

La tesi sostenuta nella circostanza dal vescovo Casey, e più precisamente il suo appello alla distinzione generale tra mezzi ordinari e mezzi straordinari di trattamento dei malati, presenta non poche difficoltà. La più immediata è che, sul problema di dove tracciare la distinzione tra gli uni e gli altri, non c'è mai stato nessun accordo. Perché mai il respiratore dovrebbe essere considerato un mezzo straordinario, e un tubo per l'alimentazione no? E ancora: che fondamento etico ha la tesi che è lecito sospendere i mezzi straordinari di sostegno alla vita, ma non quelli ordinari? Qualcuno ha sostenuto che è lecito sospendere il ricorso ai mezzi straordinari, perché sono gravosi per il paziente. In questa prospettiva, la sospensione del trattamento mirerebbe a risparmiare al paziente una pena, piuttosto che a procurargli la morte; e anche se è prevedibile che una scelta simile provocherà la sua morte, questo evento rappresenterà l'«effetto collaterale non voluto», e non la conseguenza deliberata della sospensione del trattamento.

Il caso di Karen Quinlan dimostra chiaramente che fare appello alla distinzione tra mezzi terapeutici «ordinari» e «straordinari» non serve ad aggirare la necessità di far poggiare le nostre decisioni su un giudizio concernente la qualità di una vita umana. Innanzitutto, la stessa classificazione del respiratore tra i mezzi «straordinari» è la conseguenza del fatto che è già stato pronunciato un giudizio, secondo il quale non vale la pena di prolungare la vita di un paziente nelle condizioni di Karen Quinlan. Questa circostanza fu implicitamente ammessa in tribunale dallo stesso vescovo Casey quando, prima di formulare la propria opinione sul carattere di mezzo straordinario del respiratore, disse che la Quinlan non aveva «nessuna speranza ragionevole di uscire dallo stato di coma». Ovviamente, se si fosse trattato di coma temporaneo, e se fosse stato ragionevole sperare in una ripresa, il vescovo, come chiunque altro, avrebbe considerato il ricorso a un respiratore una misura essenziale. Analogamente, l'uso del respiratore non sarebbe stato considerato straordinario, nel caso in cui il male di Karen fosse stato incurabile, ma la ragazza avesse avuto una qualità di vita ragionevole, per esempio, se, pur avendo bisogno di un respiratore per respirare, fosse stata consapevole e avesse avuto la possibilità di godere di una varietà di esperienze. Così etichettare un trattamento come «straordinario», serve solo a camuffare un giudizio sulla qualità della vita del paziente.

In secondo luogo, nel caso di Karen Quinlan, fare appello alla distinzione tra mezzi «ordinari» e «straordinari» in definitiva può solo camuffare, senza nascondere veramente, il fatto che i genitori della ragazza agivano con l'intenzione di porre fine alla sua vita, perché la consideravano priva di un minimo di qualità positive atte a renderla degna di essere vissuta. Davanti a un paziente almeno parzialmente consapevole, è bensì possibile argomentare che la sospensione di trattamenti straordinari, suscettibili di procurargli dolore o disagio, obbedisce all'intento di evitargli un peso, che non gli arrecherebbe un beneficio proporzionato, ed effettivamente questa è l'argomentazione tipica dei moralisti cattolici. Ma altri pensano che anche questa intenzione va interpretata come la conseguenza di questo giudizio complessivo: che per il paziente è meglio morire che continuare a vivere, sopportando i disagi e i dolori legati alla prosecuzione del trattamento. Questa discussione, però, per il caso Quinlan è irrilevante, giacché i medici avevano assicurato ai genitori della ragazza che essa non aveva nessuna coscienza e non provava né dolori né disagi: per lei l'applicazione del respiratore non poteva certo rappresentare un peso. Dunque, a che scopo miravano i genitori, nel chiedere di staccare il respiratore, se non a quello di lasciar morire la ragazza?

Nel giudizio di prima istanza sul caso Quinlan, il giudice sentenziò che Karen non doveva essere lasciata morire. Ma al termine del processo di appello, la Corte Suprema del New Jersey sentenziò che esisteva un diritto costituzionale alla privacy, e che tale diritto consentiva alla famiglia di un paziente morente non più in grado di intendere e di volere di sospendere «i mezzi di sostegno artificiale alla vita». Nondimeno, la corte andava oltre affermando che tale sentenza non comportava né il diritto al suicidio, né il diritto a prestare assistenza a un suicidio. Semplicemente la corte accettava l'idea che rimuovere questi mezzi di sostegno alla vita non significava dare intenzionalmente la morte.

Senza dubbio anche i giudici inglesi che affrontarono il caso di Anthony Bland avrebbero potuto sostenere che il corso del trattamento proposto non intendeva causare la morte del ragazzo e che la morte era semplicemente l'effetto collaterale, previsto ma non voluto, della rimozione del tubo di alimentazione, considerato un trattamento medico «straordinario» o «sproporzionato». Ma una strategia simile sarebbe stata chiaramente artificiale: nessuno avrebbe considerato «straordinario» o «sproporzionato» l'uso di un tubo di alimentazione, se prima la vita del paziente in questione non fosse stata considerata qualitativamente così povera da non meritare di essere prolungata. Il fatto che i giudici inglesi si siano rifiutati di considerare questa strategia significa che essi hanno scartato la foglia di fico che nascondeva la vera natura della loro decisione: che in certi casi può essere lecito determinare intenzionalmente la morte di un essere umano innocente.

 

Oltre la sacralità della vita umana

Stabilendo che per Anthony Bland un prolungamento della vita non costituiva un beneficio e che determinare intenzionalmente la morte di un essere umano innocente poteva essere lecito, i giudici inglesi avevano infranto il principio tradizionale della sacralità della vita umana. Complessivamente, essi sembrano aver compiuto questo passo storico rendendosi pienamente conto di ciò che stavano facendo. Alla Camera dei Lord l'entità della svolta fu messa in grande evidenza dal consigliere della regina James Munby, che intervenne nella discussione per conto dell'official solicitor. Nel suo intervento, Lord Mustill disse di essere d'accordo con Munby che «su questo punto il tribunale aveva fatto molta strada in poco tempo». Nondimeno, disse, era convinto che i giudici della Camera dei Lord si erano pronunciati nel rispetto della giustizia e del diritto.

Naturalmente, i giudici inglesi non si erano limitati a liquidare il principio della sacralità della vita umana. Al contrario, ne avevano parlato con grande rispetto e ne avevano sottolineato l'importanza. Ma nello stesso tempo l'avevano messo a confronto con altre considerazioni e avevano decretato la fine della sua priorità. Presso la Corte d'Appello, per esempio, il giudice Lord Butler-Sloss disse che «la causa dell'universale sacralità della vita considera la vita stessa su un piano di astrazione e non riconosce nessuno spazio alla realtà dell'esistenza concreta del signor Bland». E alla Camera dei Lord, Lord Keith of Kinkel pose questo interrogativo:

 

Dal momento che vivere in uno stato vegetativo persistente non è di nessun beneficio per il paziente, occorre chiedersi se il principio della sacralità della vita, il cui mantenimento è nell'interesse dello Stato e della magistratura in quanto espressione dello Stato, imponga a questa Camera di dichiarare scorretto il giudizio della Corte d'Appello. Secondo me, le cose non stanno così. Quello della sacralità della vita non è un principio assoluto.

 

A questo punto potrebbe sembrare che il trattamento rispettoso riservato al principio della sacralità della vita umana non intacchi minimamente la sua centralità, anche se ammette che, in alcuni casi estremi, come quello di Tony Bland, esso può cedere il primato ad altre esigenze. Ma avanzare questa tesi vorrebbe dire fraintendere la natura della dottrina tradizionale della sacralità della vita umana. Molto semplicemente, questa dottrina afferma che non è mai lecito sopprimere intenzionalmente una vita umana innocente. Una formulazione più completa e sofisticata, esplicitamente intesa a chiarirne l'applicazione al contesto medico, è la seguente: «È assolutamente proibito non solo uccidere intenzionalmente un paziente o lasciarlo altrettanto intenzionalmente morire, ma anche decidere in merito al prolungamento o all'abbreviazione della vita umana tenendo conto della sua qualità».

Per coloro che accettano la dottrina della sacralità della vita umana, questa è una proibizione assoluta, non è un principio da controbilanciare con considerazioni contrarie. Quando i sostenitori della sacralità della vita umana affermano che non è mai lecito sopprimere intenzionalmente un essere umano innocente, intendono effettivamente dire che non si può mai farlo. È per questo che i bioeticisti cristiani di orientamento tradizionale hanno accolto con sgomento la decisione del caso di Anthony Bland. Poco dopo la sentenza, il dottor John Keown, giurista del Queen's College, Cambridge, pubblicò un commento in «Ethics and Medicine», una rivista che si presenta come «impegnata a cercare di definire un punto di vista cristiano sulle sfide complesse e fondamentali poste alla società dai progressi tecnologici della scienza medica». Tra i giuristi si usa dire che «i casi difficili producono una cattiva giurisprudenza»: quando i giudici, seguendo principi corretti, rischiano di far cadere conseguenze pesanti su persone che non le meritano, sono tentati di discostarsene. Ebbene, a parere di Keown, nel caso di Bland era accaduto proprio questo. Secondo lui, come ebbe a dire in sintesi, ancora una volta «un caso difficile aveva prodotto una cattiva giurisprudenza, in quanto aveva approvato un'etica in larga misura consequenzialistica, in netto contrasto con il principio della sacralità della vita». Keown aveva ragione di dire che la decisione del caso Bland era in netto contrasto con il principio della sacralità della vita, ma questo non significa affatto che si tratti di cattiva giurisprudenza. Vero è, invece, che la situazione disperata di Anthony Bland aveva indotto i giudici a rendersi conto che i progressi tecnologici in campo medico avevano reso impossibile conservare il principio della sacralità della vita umana e li aveva indotti ad abbracciare un'etica che, molto sensatamente, tiene conto anche di un altro fattore: se prolungare la vita di un paziente rappresenti per lui un beneficio o un danno.