Intervento del prof.
Carlo Alberto Defanti
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Il prof. Carlo Alberto Defanti è primario neurologo emerito, A. O. Niguarda Ca' Granda di Milano |
Rita
Innocenti:
Buongiorno a tutti, oggi per l’incontro conclusivo del modulo “Questioni bioetiche e diritti individuali” abbiamo il piacere di avere nostro ospite il prof. Carlo Alberto Defanti che ringrazio ancora per aver accettato l’invito. Il prof. Defanti, già primario dei reparti neurologici degli Ospedali Riuniti di Bergamo e dell’Ospedale Niguarda di Milano, insegna attualmente Bioetica presso la Scuola di specializzazione in neurologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Insieme con Renato Boeri e Maurizio Mori è stato tra i fondatori della Consulta di bioetica, che ha presieduto fra il 1994 e il 1998. Ha fondato il Gruppo di studio di bioetica della Società italiana di neurologia ed è membro del Comitato di direzione della rivista «Bioetica». Autore di oltre un centinaio di articoli scientifici e di una quarantina di argomento bioetico, ha pubblicato nel 1999 Vivo o morto? Storia della morte nella medicina moderna e nel 2007 Soglie. Medicina e fine della vita.
Inizierei
l’incontro di oggi ponendo al Prof. Defanti alcune domande che sono emerse dalle
relazioni di giovedì scorso.
Nel
precedente incontro, il Prof. Comi ha illustrato i caratteri di ciò che viene
definito morte cerebrale, mostrando attraverso alcune immagini come in tale
stato sia del tutto assente qualsiasi consumo cerebrale di glucosio, ogni
traccia di circolazione sanguigna così come di attività elettrica a livello
dell’encefalo. Fermo restando che, come è stato più volte ribadito durante
l’incontro, quando si parla di morte cerebrale si parla di una definizione umana
del processo del morire, volevo domandarle in che senso e in che termini la
comunità scientifica sta rimettendo in discussione tale criterio, accettato ad
oggi quasi universalmente.
Per la
seconda questione che volevo porle, partirei da una breve citazione tratta dal
suo ultimo libro, Soglie, dove Lei scrive: “La morte è diventata sempre
più un problema medico. Non è stato sempre così. Anzi, nella tradizione
ippocratica al medico era prescritto di allontanarsi dal morente; la morte era
considerata in qualche modo esterna al campo della medicina.” Ci può spiegare
meglio questa affermazione che mi pare attraversi un po’ tutto il libro? in che
modo colui che dovrebbe riportare l’uomo alla sua condizione “naturale” di
salute si trova invece sempre più spesso e sempre più profondamente a gestire
ambiti nei quali non si tratta più della salute e talvolta neppure più di
persone, se si intende con questo termine esseri umani dotati di coscienza di
sé? E’ la medicina che sta invadendo campi non suoi o si tratta di qualcosa di
altro?
Infine, in
molte delle rappresentazioni presenti nelle opere letterarie, dal Settecento al
secolo scorso, la figura del medico è stata raffigurata spesso con i tratti
dell’uomo di scienza, ma anche del filosofo e, in quanto vicino alla malattia e
alla sofferenza, del filantropo. Ripensando ad alcuni figure delle opere di
Cechov o delle poesie di Lee Master, si potrebbe quasi affermare che parte delle
motivazioni che possono avvicinare un medico alla riflessione bioetica (etica
della responsabilità, principio di beneficienza, principio di giustizia) siano
in realtà sempre state presenti nell’orizzonte della cura. Oggi sembra invece
affermarsi una visione di tipo più tecnico (nel senso di una razionalità
strumentale) della professione medica, della sua rappresentazione e talvolta
anche della sua autorappresentazione. Nella sua esperienza umana e professionale
trova conferma questa impressione? Ci può dire come è avvenuto il suo
avvicinamento alla bioetica e quali cambiamenti ha comportato per Lei nel
rapporto con il malato e con la sua stessa professione?
Prof. Carlo
Alberto Defanti
Già solo la
prima domanda, se voglio cercare di spiegare la mia posizione, rischia di portar
via buona parte del pomeriggio. La mia posizione è una posizione minoritaria,
anche se non sono soltanto io a sostenerla, e neppure soltanto Peter Singer, ma
alcuni autorevoli bioeticisti, neurologi e anestesisti americani come Robert
Truog.
Il discorso
è un po’ complicato. Contrariamente a quello che il pubblico pensa e anche molti
medici pensano, il famoso articolo apparso sul Jama,
Journal of American Medical Association
del 1968, quindi ormai quarantadue anni fa, in cui venne proposta questa idea
nuova della morte cerebrale, non fu il risultato di uno studio, non c’erano in
questo articolo casistiche, andamenti nel tempo, ecc. Era un articolo di
riflessione prodotto, fra l’altro, non da una persona ma da un comitato di
tredici membri, in maggioranza medici con la presenza anche di un giurista, di
uno storico e di un teologo. Questo comitato era presieduto da Henry Beecher,
all’epoca il più importante rianimatore anestesista americano, a cui si deve,
successivamente alla pubblicazione di questo articolo, una forte denuncia della
non eticità degli studi clinici condotti dagli ospedali americani, che ha
portato poi alla creazione dei comitati etici e a tutta una serie di
salvaguardie per i pazienti, perché fino agli anni ’60 non c’era nessuna regola
e la sperimentazione clinica veniva affidata semplicemente al buonsenso e alla
buona volontà del medico. Accanto alla buona volontà spesso c’è il desiderio di
acquisire conoscenza e non di rado il desiderio di conoscenza nel ricercatore va
di pari passo col desiderio di autoaffermazione, perché se riesco a ottenere
nuove importanti conoscenze divento anch’io importante e famoso. In ogni
ricercatore c’è il mito del Nobel, a cui pochi poi naturalmente arrivano, ma
ogni ricercatore brillante ha quest’idea, anche se non lo ammette posso
assicurarvi che ce l’ha.
Quindi
esistevano all’epoca degli autentici conflitti di interessi, non di interesse
spicciolo di portafoglio ma nel senso che si poteva tenere un malato in un
trial, in un esperimento, per avere un risultato quando in realtà, per il
malato, sarebbe stato meglio non entrare. Beecher ha avuto questo grande ruolo
nella medicina americana ma prima, proprio per la sua autorevolezza, presiedette
il Comitato di Harvard.
Questa nuova
definizione di morte cerebrale è stato presentata al pubblico nell’agosto del
’68, nove mesi dopo il primo trapianto di cuore; le persone che hanno un po’ più
anni ricorderanno lo scalpore che fece nel mondo nel dicembre del ’67 il primo
trapianto cardiaco. Fu una novità inaudita, quasi come il primo uomo sulla luna,
un evento di questa portata. Questo primo trapianto cardiaco era stato eseguito
da un medico sudafricano, Christiaan Barnard, il quale a sua volta aveva
imparato le tecniche negli Stati Uniti, dove, sotto la guida del suo maestro,
Norman Shumway, aveva imparato il trapianto di cuore sulle scimmie. Soltanto che
in America non si era andati oltre a questo, cioè la tecnica era già
perfettamente acquisita, perché la scimmia e l’uomo dal punto di vista del
chirurgo sono la stessa cosa, quasi la stessa cosa. La differenza è che Barnard
operava in una società, quella del Sudafrica prima della fine dell’apartheid,
senza molte regole, in cui quello che lui fece non suscitò, per esempio, nessun
contenzioso giudiziario mentre lo avrebbe fatto e lo fece immediatamente dopo
negli Stati Uniti. Perché? Cosa fece Barnard? Lui praticamente prelevò il cuore
da una persona morente, considerata allora morente, una giovane donna nera,
colpita, credo per un trauma, da un’emorragia cerebrale gravissima che non dava
più speranze di ripresa. La giovane sarebbe comunque morta, ma prima che morisse
Barnard le prelevò il cuore e lo trapiantò nel torace di un anziano dentista, il
quale sopravisse a questo intervento per tre settimane circa. Quindi
l’operazione riuscì dal punto di vista chirurgico, dimostrando che vi erano le
condizioni tecniche per eseguirlo; non riuscì pienamente, nel senso che il
paziente morì dopo poco, per altri motivi, cioè, la mancanza all’epoca di rimedi
efficaci contro il rigetto. Quindi il risultato fu buono dal punto di vista
chirurgico, cattivo a lungo termine, a causa della non disponibilità di misure
antirigetto; però di fatto la tecnica era giusta. Il giovane Barnard ebbe un
successo mondiale e diventò quasi un divo: si vedeva in giro e sulle riviste di
tutto il mondo intervistato da giornalisti e attorniato da belle signore.
La medicina,
comunque, si inorgoglì molto perché dimostrò una potenza che fino ad allora non
aveva mai avuto. I colleghi americani di Barnard, inferociti, come potete
facilmente immaginare, si precipitarono a fare la stessa cosa perché lo sapevano
fare, anche se non avevano mai osato farlo. Sennonché immediatamente si aprì un
contenzioso: i parenti dei morenti a cui era stato prelevato il cuore
denunciarono i primi trapiantatori. E ci sarebbe stato un enorme contenzioso
giudiziario; per sventare questo contenzioso presso l’Università di Harvard,
presso la Harvard Medical School, che è tuttora la Mecca della medicina
mondiale, si riunì una commissione. I nomi di queste tredici persone, in
particolare dei medici, erano tutti nomi a livello più che eccellente - io ho
avuto la fortuna di lavorare per un po’ di tempo con uno di questi colleghi –,
la relazione finale della Commissione, pubblicata sul Journal of the American
Medical Association nell’agosto del 1968, comincia con queste parole: “Il
nostro scopo principale è di ridefinire il coma irreversibile come un nuovo
criterio di morte”. E questo per due ragioni: la prima, espressa in maniera non
tecnica ma semplice e accessibile al pubblico, è che le persone colpite da coma
continuano ad essere assistite, pur non essendoci per loro più alcuna speranza,
e occupano posti preziosi in ospedale, che potrebbero essere messi a
disposizione di altri. La seconda è che le controversie riguardanti il momento
della morte potrebbero impedire lo sviluppo della tecnica dei trapianti di
organi. Quindi, questo articolo era mosso da due motivi estremamente pratici
così come la decisione di chiamare “morte cerebrale” quello che fino ad allora
si chiamava coma irreversibile - che non avevano peraltro scoperto i medici di
Harvard, perché era già stato descritto nove anni prima in Francia da due autori
francesi che non sono passati alla storia come gli americani, ma comunque questa
situazione era già sotto gli occhi di tutti i rianimatori nel mondo, la
situazione, cioè, di persone colpite gravissimamente, il cui cervello non
funzionava più ma che continuavano a vivere grazie al sostegno respiratorio e
via dicendo. Quindi l’introduzione della definizione di “morte cerebrale” fu una
conseguenza dell’avanzamento tecnologico della medicina ma non fu una scoperta,
non si scoprì niente; fu semplicemente la decisione di cambiar nome a una
situazione, e non è una decisione di poco conto dire che un coma è uguale alla
morte, è una decisione straordinaria con implicazioni anche filosofiche, morali
e via dicendo, che nell’articolo non sono quasi per nulla trattate. C’è solo un
riferimento a una posizione estremamente lungimirante assunta da Pio XII nel
1957 in un famoso discorso a un congresso di anestesiologia, in cui il papa si
interrogava sul fatto se le persone colpite irrimediabilmente e assistite siano
ancora vive o no. Ecco, lui si poneva soltanto l’interrogativo e concludeva che
comunque lasciava ai medici il compito di definire quale sia la morte. A
distanza di undici anni, la commissione di Harvard ha svolto questo compito e ha
deciso di chiamare morte questa condizione.
Questo
articolo suscitò, naturalmente, anche opposizioni, ma nel mondo medico, nella
stragrande maggioranza, ebbe un’accoglienza estremamente favorevole e la stessa
accoglienza ci fu, in tempi abbastanza brevi, nelle legislazioni della maggior
parte degli Stati. L’Italia è stata uno dei primi paesi ad accettare
implicitamente questa definizione nella prima legge sui trapianti del ’76,
quindi soltanto otto anni dopo; la Germania, ci è arrivata vent’anni dopo per
esempio; il Giappone ci è arrivato ma solo in tempi più recenti.
Quali sono i
problemi? Il problema è che la morte non è una malattia, non è un’entità
clinica, la morte è un concetto estremamente forte naturalmente, è uno dei
concetti basilari della nostra vita, ma il perché una persona con un cervello
distrutto sia morta non è ovvio. Non è ovvio tanto più che se voi andate in
rianimazione a vedere una persona in morte cerebrale e accanto a questa persona
ce n’è un’altra in coma, non morto cerebrale ma in coma, vi assicuro che voi non
notate alcuna differenza. Occorre che ci sia un tecnico, cioè il neurologo
insieme all’anestesista, per capire la differenza tra l’uno e l’altro; la
differenza c’è, non dico che non ci sia, voglio dire che non si vede e già
questo è una cosa sconvolgente, perché in fondo, che cos’è la morte l’uomo in
qualche modo l’ha sempre saputo, anche se poi dubbi e incertezze ci sono sempre
stati però se pensiamo a un morto noi abbiamo in mente qualcosa di ben preciso,
una persona immobile che non respira, il cuore non batte e via dicendo.
Non è il
caso dei morti cerebrali. Inizialmente anch’io ho accettato il criterio della
morte cerebrale, io che adesso ho assunto questa posizione critica; ero già
medico nel ’68, ero già medico da cinque anni, la accettai senza rifletterci più
di tanto e l’ho sostenuta anche per iscritto in quei primi anni. Per esempio,
tutti pensavamo che anche se si fa respirare un paziente in stato di morte
cerebrale e si continua ad assisterlo, comunque questa persona sarà destinata a
morire nel giro di pochi giorni. Questa era una cosa di cui eravamo tutti
convinti ed è stato scritto e sostenuto autorevolmente. Però, vedete, se voi
accettate l’idea della morte cerebrale e la morte cerebrale poi vi autorizza a
smettere i trattamenti, questa diventa quella che gli americani chiamano una
“self fulfilling prophecy”, una profezia che si autoavvera. Siccome una volta
dichiarata la morte cerebrale perlopiù si tendeva a smettere l’assistenza,
naturalmente le persone morivano del tutto, cioè si arrestava anche il cuore.
Poi però
qualcuno ha dimostrato che le cose non stavano esattamente in questo modo, i
primi sono stati i giapponesi, proprio perché i giapponesi hanno sempre
ostinatamente, per ragioni culturali, rifiutato questa idea – i giapponesi
pensano che la vita vada tutelata sempre e comunque fino all’ultimo; in Giappone
c’è stato un dibattito sulla morte cerebrale che è durato per trent’anni e che
ha dato luogo alla produzione di una cinquantina di libri. Negli anni ’80, un
gruppo di giapponesi ha cercato non solo di mantenere in vita in modo ordinario,
continuando la respirazione, ma anche di supplire le deficienze ormonali di
questi ammalati, riuscendo a farli “sopravvivere” per circa un mese. Ma ancora
di più: è successo che, sia negli Stati Uniti che in Europa, i rianimatori si
sono trovati di fronte a donne incinte che per malattie, tipo emorragia
cerebrale o trauma, sono andate incontro a quella che noi appunto chiamiamo
morte cerebrale. Se il feto aveva già superato i cinque mesi abbondanti si
procedeva con il cesareo e si cercava di far sopravvivere il bambino fuori dal
grembo materno. Ma è capitato più di una volta il caso di giovani donne incinte
ai primi stadi della gravidanza, prima che il feto abbia raggiunto la soglia di
vitalità: per decisione congiunta dei rianimatori e del marito, della famiglia
della donna, si è cercato di farle sopravvivere allo scopo di consentire la
maturazione del feto e quindi poi la nascita del bambino. E questo è stato
possibile. In un caso americano, la donna in morte cerebrale è stata mantenuta
per oltre 90 giorni, tre mesi, con il risultato paradossale che ai fini della
legge il bimbo è nato postumo, perché la diagnosi di morte della madre è stata
fatta tre mesi prima della nascita del bambino. E la cosa è successa in diversi
paesi; a Milano, quattro o cinque anni fa, proprio nel mio ospedale, io ero
appena andato via, per un mese hanno mantenuto in vita la donna in stato di
morte cerebrale e il bambino con successo, cioè, è stato fatto questo con
successo. Se questo avviene, che cosa vuol dire? E’ vero che la sopravvivenza è
in larga misura artificiale, nel senso che la respirazione è meccanica e che c’è
tutta una serie di provvedimenti medici per sostenere questo organismo; è anche
vero però che in qualche modo l’organismo, con l’aiuto della medicina, è ancora
un organismo, non una collezione di organi staccati ma un qualche cosa che
funziona come un tutto, e se è così viene a mancare una delle possibili
giustificazioni filosofiche che sono state tentate per spiegare il motivo per
cui la morte cerebrale è uguale alla morte
tout court, e cioè la perdita della
capacità dell’organismo di funzionare come un tutto nel momento in cui viene
meno l’attività del cervello. Questa era indubbiamente la spiegazione più
ragionevole, più forte, fra l’altro in alcuni casi è vera perché tra coloro che
sono morti di morte cerebrale, alcuni qualunque cosa facciate comunque muoiono
nel giro di poco tempo e altri no: perché questo? Perché questa assenza totale
delle funzioni del cervello, che in teoria ci dovrebbe essere, nella realtà non
è sempre proprio così vera. Alcune funzioni, come le funzioni dell’ipotalamo,
funzioni vegetative che riguardano il controllo delle secrezione urinarie e il
controllo della termoregolazione, in alcuni pazienti rimangono, anche se sono
diagnosticati come morte cerebrale, questo vuol dire che il cervello è quasi ma
non interamente distrutto. Per questi motivi molte persone che, come me,
inizialmente avevano aderito a questa concezione, adesso pensano che quello che
noi definiamo morte cerebrale è sicuramente un momento importante, un punto di
non ritorno nel processo del morire che però appunto si presenta come un
processo.
Morire una
volta era un qualcosa che si svolgeva in tempi abbastanza brevi, la medicina
poteva fare poco, assisteva al morire e poco più. Adesso, la maggior parte delle
morti, quando avvengono nelle nostre città, sono morti medicalizzate,
soprattutto se avvengono per una malattia cronica ma anche per un semplice
infarto, l’arresto del cuore. Se vi trovate qui a Milano è difficile che moriate
sulla strada, vi portano comunque in Pronto soccorso, dove venite intubati,
rianimati ecc. salvo poi scoprire che siete in stato di morte cerebrale. Quindi,
la morte è medicalizzata e quando si raggiungono quelli che noi chiamiamo oggi
“criteri di morte cerebrale”, significa che si è raggiunto un punto di svolta,
un punto di non ritorno. Perché una cosa va detta: nessuno è mai tornato
indietro, cioè nessuno si è mai ripreso dallo stato di morte cerebrale e questa
è una cosa che comunque è rassicurante, naturalmente. Io non sto quindi
affermando che negli ospedali si stanno ammazzando delle persone per il
beneficio di altre, dico soltanto che l’idea, il concetto di morte cerebrale
così come è stato formulato quarant’anni fa, per buoni motivi, deve essere
riconsiderato.
Nel
complesso quella decisione è stata una mossa vincente della medicina, perché
comunque ha permesso quest’enorme sviluppo dell’attività dei trapianti che è
un’attività meravigliosa; qualcuno potrà essere critico ma centinaia di migliaia
di persone nel mondo vivono, e vivono una vita di qualità anche eccellente,
grazie ai trapianti. Quindi è stata una mossa vincente però c’è un’intrinseca
discrepanza tra quello che viene affermato nel documento del 1968 e lo stato
reale delle cose. Coloro che la pensano come me pensano che bisognerebbe
riconoscere questo fatto e riconoscere quindi che la morte cerebrale, quella che
noi chiamiamo morte cerebrale, rappresenta un momento di non ritorno nel
processo del morire ma non si identifica con la morte - per esempio la
commissione presidenziale americana di bioetica, la commissione insediata dal
presidente Bush e che ha terminato i suoi lavori un anno fa, proprio nel suo
ultimo documento rinomina la morte cerebrale come
total brain failure, cioè
insufficienza cerebrale totale, proprio per togliergli la connotazione di morte.
Naturalmente
questo passo, che nella sostanza non cambierebbe praticamente nulla, è un passo
però che non molti sono disposti a compiere, perché significherebbe che noi
quando per esempio sospendiamo l’assistenza o, a maggior ragione, quando
preleviamo degli organi, lasciamo o facciamo morire, non siamo certo noi
all’inizio del processo, perché questa cosa avviene ovviamente per una malattia
o per un incidente, ma in qualche modo è la medicina che conclude il processo.
L’idea di fondo della trapiantologia è sempre stata che il donatore deve essere
morto; invece, se si accetta una posizione come quella che sostengo, si infrange
questa cosiddetta regola del donatore morto, che non viene teorizzata
apertamente ma di fatto è, come senso comune, nei trapiantatori. Benché queste
cose si scrivano nelle riviste più autorevoli del mondo e da parte di persone
assolutamente autorevoli, tuttavia nessun paese ha fatto un passo in questo
senso, perché c’è un’estrema e comprensibile resistenza soprattutto da parte
della comunità degli addetti ai trapianti. Chi si occupa di trapiantologia pensa
che ammettere che la morte cerebrale non è morte farebbe crollare il numero dei
donatori e comunque provocherebbe un grave nocumento alla gente e ritiene che le
nostre disquisizioni siano troppo sottili, che in fondo si può benissimo andare
avanti così. Io credo di no, credo che, sia pure col tempo, a una posizione come
quella che io sostengo si arriverà, anche perché nella scienza le non verità
alla fine crollano. Non sto dicendo che siano falsità, io non ho niente contro i
trapianti e mi dispiacerebbe enormemente che le idee che sostengo nuocessero
alla ricerca in questo ambito; io credo che però la miglior politica sia quella
della trasparenza e che queste cose si possano spiegare, non sono proprio così
astruse, non so, poi mi direte voi se sono riuscito a spiegarvele oppure no.
Come dicevo,
comunque, la mia posizione è minoritaria, isolata qui in Italia dove siamo in
pochi a pensarla così e questo è semplicemente uno dei tanti problemi che la
bioetica ha dovuto affrontare, che credeva di aver superato e invece scopre,
dopo quarant’anni, di non avere ancora risolto. Vi dico, secondo me è molto
significativa la conclusione cui è giunto il comitato presidenziale americano,
che ha avuto una durata di otto anni - ogni presidente degli Stati Uniti nomina
una commissione per la bioetica, che automaticamente scade quando cessa la sua
presidenza, perché lì avviene proprio su base fiduciaria, in sostanza
l’orientamento di questa commissione è diverso a seconda del presidente.
Ovviamente, la commissione Bush era una commissione fortemente orientata in
senso conservatore e ciononostante hanno sentito il bisogno nel suo ultimo
documento, pubblicato nel dicembre del 2008, di ritornare su questo per tentare
comunque una difesa del principio della morte cerebrale, così com’è attualmente,
sulla base di un argomento nuovo. Argomento bello dal punto di vista letterario
ma secondo me di scarso peso sostanziale, e cioè, la morte cerebrale è
equivalente alla morte perché viene meno la capacità dell’organismo vivente di
“commerciare”, nel senso di “aver commercio”, di “avere scambi”, nel senso alto
della parola, con il mondo esterno sia sul piano dello scambio dei gas, dei
liquidi, sia sul piano dell’informazione. Con questo si dicono effettivamente
quelle che sono le due maggiori caratteristiche della morte cerebrale, che sono,
una, l’impossibilità dell’organismo di respirare, scambio gassoso, e l’altra,
quella di non aver coscienza, quindi scambio di informazioni. Il documento
presidenziale è molto bello, anche se la sua conclusione, secondo me, è molto
debole, però questo vi dice che siamo in un punto instabile. Il fatto che molti
preferiscono non parlarne fa sì che emerga solo di rado. Comunque, io che mi
occupo ormai da vent’anni di questo colgo i segni quando ci sono e per esempio,
nell’estate del 2008, in occasione del quarantennale dell’articolo di Harvard,
sull’Osservatore Romano, Lucetta Scaraffia, che è una storica molto vicina alle
gerarchie vaticane, scriveva un articolo dubitativo sulla morte cerebrale,
seguito da una serie di interventi, sempre di persone molto vicine alle
gerarchie, in maggior parte critici nei riguardi della Scaraffia e in parte,
invece, a favore, e poi, nel novembre dello stesso anno, 2008, il Vaticano ha
prontamente convocato un convegno sui trapianti, in cui una volta di più è stato
ribadito che la situazione attuale è quella buona, è quella giusta. Comunque,
siamo in un equilibrio instabile e ciò risulterà evidente anche dagli atti del
recente convegno di Viareggio su “Morte cerebrale e donazione di organi. Etica e
scienza a confronto” - a cui non ho partecipato ma negli atti sarò presente -
che dovrebbero apparire quest’anno.
Domanda:
Volevo
proprio chiedere a proposito di questa sua posizione, che così com’è stata
esposta appare molto convincente, se è compatibile oppure se esclude il diritto
o comunque la possibilità, chiamiamola così, del testamento biologico. Ossia
qualora io esprimessi la volontà, nel caso mi dovessi trovare in uno stato di
insufficienza cerebrale totale, come lei l’ha definita, di chiedere al medico di
consentirmi il passo definitivo verso la morte e di fare miglior uso dei miei
organi, questo sarebbe possibile?
Prof. Carlo
Alberto Defanti:
Va da sé che
un corollario della mia posizione è che proprio perché io considero che la
persona in insufficienza cerebrale totale non sia ancora morta, ancorché
morente, ogni prelievo di organi da questa persona deve essere condizionato al
volere della persona e quindi testamento biologico, se emesso in precedenza, o,
quantomeno, una non ostilità documentata dalla famiglia. Questo avviene già ora,
anche adesso i medici non possono d’ufficio procedere, a maggior ragione sarebbe
se passasse la mia posizione, in ultima analisi poi cambierebbe relativamente
poco. Ci sono alcuni che sostengono qualcosa di un po’ diverso, alcuni
sostengono che le persone dovrebbero avere il diritto di scegliere quando si
ritengono morti, io sono perplesso su questa posizione però è una posizione che
si può sostenere e addirittura ha avuto una traduzione legislativa. Nello stato
del New Jersey, le persone possono optare per il criterio tradizionale, morte
cardiaca, o il criterio cerebrale; quindi possono scegliere. Alcuni vanno più in
là e dicono che si potrebbe scegliere un terzo criterio, sul quale non ho voluto
soffermarmi per semplicità e per questione di tempo, che è quello della morte
corticale, cosiddetta, che però per diverse ragioni non sostiene quasi più
nessuno.
Domanda:
Se ho capito
bene Lei dice: Il trapianto è autorizzabile, anche in quest’ambito, non so a me
viene in mente l’espressione “terra di nessuno”, tra la cessazione dell’attività
cerebrale e la morte vera e propria. Allora che cos’è questa, io l’ho definita
così, metaforicamente, “terra di nessuno”, che cos’è dal punto di vista medico
questa specie di fascia intermedia? Questa è una prima domanda. L’altra è
questa. Lei prima ha dato questa definizione in cui precisava il senso del verbo
“commerciare” con il mondo esterno, appunto avere rapporti, cosa si intende
allora per coscienza? Perché il problema è avere contatto? Ad esempio credo che
Oliver Sacks in un suo libro abbia usato quest’immagine, una “coscienza
prigioniera” che non è capace di comunicare. Le chiedo: cosa ci dice la medicina
su questo fantasma? Perché poi un’altra cosa che ricordo del suo libro invece è
la ricostruzione che lei ha fatto di questa paura di non essere morti, da cui
derivavano tutte le tecniche per evitare di essere seppelliti vivi – come il
campanello che passava attraverso il sarcofago – che esprimono bene una paura
moderna ma presente fin dall’antichità.
Prof. Carlo
Alberto Defanti:
Per quanto
riguarda la prima domanda, la “terra di nessuno”, se noi studiamo la morte da un
punto di vista biologico, ciò che vediamo è un processo, in questo processo ci
sono come degli snodi, dei passaggi e la decisione di chiamare morte l’uno o
l’altro è in qualche misura arbitraria, è una decisione sociale. Per esempio,
forse il modo più sicuro di decidere che una persona è morta sarebbe di
attendere la sua putrefazione, ciò che è stato sostenuto in passato e che alcune
società primitive fanno ancora adesso perché di discussioni a quel punto ce ne
sono evidentemente poche. Anche la scelta cardiaca, arresto cardiorespiratorio,
che è venuta fuori soprattutto a partire dall’inizio della medicina moderna e
quindi dal ‘600 in avanti, è una scelta che presentava alcune difficoltà.
All’epoca le difficoltà erano di riconoscerla, perché per sapere se il cuore si
era fermato l’unico modo un tempo era di palpare il polso, però il polso quando
è molto piccolo non si sente, così una persona può avere un cuore che batte in
un modo leggero e non si percepisce, quindi gli errori diagnostici erano
possibili. Adesso questi errori non sono più possibili perché è facilissimo
vedere se il cuore è fermo con l’elettrocardiogramma. Anche questa scelta si è
poi rivelata arbitraria nel momento in cui abbiamo scoperto che si possono
rianimare le persone, che il cuore è fermo ma si può farlo ripartire e questo
avviene tutti i giorni in tutti gli ospedali. Peraltro anche prima, già nel
tardo ‘700, avevano scoperto la respirazione artificiale esterna con manovre
particolari oppure muovendo le braccia e via dicendo e rianimavano qualche
annegato con successo. Quindi, anche quella dell’arresto cardiocircolatorio era
una scelta arbitraria.
A monte di
questo, si è creato questo snodo nuovo che prima non c’era perché era
impossibile che si verificasse la cessazione delle funzioni del cervello. Si
tratta di vedere quale di questi punti è quello che è più opportuno, non è una
questione metafisica, è una questione di opportunità e di utilità sociale,
anche.
Io credo che
sia più opportuno continuare a mantenere la posizione cardiaca perché è più
facile, perché non ci sono discussioni sull’accertamento, perché oltretutto
consente alla morte di essere quella di prima, cioè di essere quella che tutti
noi riconosciamo. L’anticipo proposto dal comitato di Harvard ha una sua
giustificazione in questa nuova capacità di sostenere la vita delle persone
attraverso i trapianti e però, secondo me, dà luogo poi a situazioni incerte. La
donna che vive per mesi in stato di morte cerebrale incubando il proprio feto,
oppure Alan Schumann ha documentato in America due casi di bambini, i quali
erano andati incontro alla morte cerebrale molto piccoli, nel primo anno di vita
- i bambini probabilmente hanno delle caratteristiche particolari di resistenza
e di plasticità - per questi bambini i genitori non avevano voluto che si
staccasse il respiratore e avevano insistito per continuare ad oltranza. Alla
fine, si sono portati a casa i bambini, considerati in morte cerebrale a tutti
gli effetti, col respiratore e bisognevoli, oltre che della respirazione, di
un’assistenza particolare che però il parente estremamente dedito può apprendere
e uno di questi due bambini pare che sia “vissuto” per due anni. Sono cose che a
me fanno pensare che la scelta del criterio cerebrale non sia la migliore,
soprattutto dal punto di vista dell’opportunità sociale.
Veniamo alla
questione della coscienza. Proprio due settimane fa, c’è stato sui giornali un
annuncio importante di uno studio europeo sui malati in stato vegetativo e sulla
supposta coscienza dei malati in stato vegetativo. Questo articolo ha fatto
sensazione, rappresenta sicuramente un passo in avanti straordinario di cui però
non riusciamo ancora a cogliere a pieno le ricadute. Allora, come fa la medicina
a conoscere se una persona è cosciente? In modo estremamente semplice e
grossolano, nello stesso modo in cui tutti noi lo facciamo generalmente. Questo
è il problema della medicina, il problema che Wittgenstein chiamava della
“coscienza degli altri”: come faccio a sapere che voi pensate? Voi potreste
essere tutti degli zombie perfettamente regolati, capaci di farmi domande
appropriate ma in realtà potreste non pensare proprio a niente, è stato
sostenuto in forma paradossale. In realtà noi sappiamo che gli altri pensano
perché comunichiamo con loro, perché gli altri ce lo dicono e poi tutto ci fa
pensare che quello che viviamo noi sia quello che vivono gli altri, più o meno -
anche se poi c’è un quid, che alcuni definiscono la “coscienza fenomenica”, che
soltanto io posso conoscere, così come Lei può conoscere la sua e via dicendo,
ma non quella dell’altro.
Comunque,
questo è il principale metodo, poi se le persone non parlano, allora si osserva
il loro comportamento. Chiaramente, noi possiamo osservare il comportamento
degli altri e indovinare dal comportamento degli altri quello che forse pensano
e che sentono e questa è una bella e grossa scoperta della medicina italiana
anche perché da qualche anno voi avete sentito parlare dei “neuroni specchio”.
Alcuni studiosi italiani hanno scoperto che esiste una sorta di organo per
“sentire” quello che pensano gli altri; cioè, noi tendiamo, quando vediamo una
persona a imitarla mentalmente e in questo modo a indovinare quello che l’altro
pensa e vuole. E’ un organo che alcuni non hanno: per esempio, una delle teorie
per spiegare l’autismo infantile è che i bambini con autismo manchino di quella
che i neuropsicologi chiamano theory of
mind, cioè proprio la capacità di riconoscere la mente dell’altro. Infatti
il bambino autistico spesso si comporta in modo crudele perché non sa
riconoscere nell’altro uno come lui.
Quindi posso
riconoscere la presenza della coscienza o attraverso la comunicazione o
attraverso il comportamento. Ovviamente, in una persona in coma la comunicazione
non c’è per definizione; il comportamento attraverso cosa posso osservarlo? Il
comportamento spontaneo di una persona priva di coscienza è zero o vicino a
zero; ci può essere invece una forma di comportamento in risposta a stimoli che
noi diamo e gli stimoli possono essere di tutte le nature possibili:
prevalentemente stimoli uditivi, come chiamare la persona, dare un ordine o
anche soltanto fare un rumore e vedere se c’è una risposta - la risposta a un
rumore di per sé non vuol dire coscienza, perché può essere una risposta
riflessa, automatica. Il tipico ordine che si dà a una persona in coma lieve o
in stato vegetativo è del tipo “stringi il pugno, alza il braccio, chiudi gli
occhi”, ordini di questo tipo, ordini semplici. Decifrare la risposta del
paziente può essere invece tutt’altro che facile perché c’è tutta una serie di
fattori di confondimento, comprese risposte di carattere riflesso, per cui a
volte, se la persona risponde, non capiamo se risponde realmente a quello che
abbiamo detto oppure solo al suono; è pur vero che in certi malati,
effettivamente e in modo consistente, si ottengono le risposte richieste e
allora noi ne arguiamo, ne induciamo, che i pazienti sono coscienti.
Naturalmente, tutto questo presume che il canale afferente, cioè l’udito oppure
la vista oppure il tatto, la sensibilità corporea siano integri, perché, per
esempio, se uno è sordo evidentemente non ti risponderà, però noi abbiamo dei
mezzi strumentali per sapere se uno è sordo anche se è in coma attraverso lo
studio dei potenziali evocati uditivi, possiamo misurare le risposte elettriche
nella corteccia cerebrale dando un suono oppure visivi oppure somestesici, cioè
a partire dalla sensibilità corporea. Quindi, dobbiamo prima documentare che
l’arco afferente sia integro però dobbiamo anche essere sicuri che la persona
abbia ancora la possibilità di muoversi perché potrebbe avere interrotto la
parte efferente, cioè le vie motorie. Esiste il caso, per fortuna raro, di
persone che colpite da una lesione cerebrale che falcia tutte le attività
motorie possono rimanere perfettamente coscienti senza avere alcuna possibilità
di esprimersi. Mi riferisco al caso della cosiddetta sindrome “locked-in” -
credo che il prof. Comi ve ne abbia parlato la volta scorsa; la documentazione
più bella è quel libro scritto da un giornalista francese, Jean Dominique Bauby,
il quale era un uomo di una cinquantina d’anni che ebbe un ictus del tronco
cerebrale e si venne a trovare in locked-in, fu considerato come un vegetativo
per diversi mesi e mentre si trovava in un centro di riabilitazione, una persona
attenta - non ricordo se infermiera o fisioterapista - si rese conto che lui in
realtà capiva. Se ne rese conto perché Bauby aveva mantenuto il controllo sulla
palpebra dell’occhio sinistro, cioè, aprire e chiudere la palpebra dell’occhio
sinistro era l’unica cosa che poteva fare. Una volta capito che lui poteva fare
questo, l’infermiera ha cominciato a presentargli delle lettere dell’alfabeto e
lui ammiccava quando si arrivava sulla lettera giusta e in questo modo ha potuto
scrivere un libro bellissimo, “Lo scafandro e la farfalla”, da cui è stato
tratto anche un film. Il libro è molto bello, Bauby era un giornalista, scriveva
bene e continuava a scrivere bene anche soltanto con il suo occhio sinistro.
Normalmente
il locked-in noi possiamo diagnosticarlo perché in realtà qualcosa è rimasto e
di solito sono i movimenti degli occhi, c’è una ragione anatomica per questo
dato che la lesione di solito riguarda il ponte che è una parte del tronco
cerebrale in cui passano le vie motorie ma al di sotto dei movimenti oculari e
quindi i movimenti oculari, magari alterati, rimangono e infatti noi davanti a
un malato che sembra in stato vegetativo la prima cosa che dobbiamo fare è
cercare di capire che non sia, invece, nella condizione di locked-in, perché
sappiamo, non solo dal libro di Babuy ma da tante altre testimonianze, che
queste persone possono avere una vita mentale come la nostra, semplicemente non
hanno capacità di espressione.
Però la
situazione diventa ancora più complicata se si immagina, ed è possibile, che la
lesione delle vie motorie sia proprio totale e cioè che alla persona non rimanga
nessuna possibilità di esprimersi in maniera motoria pur essendo teoricamente
capace di pensare, di riflettere e formulare pensieri. In questi ultimi anni c’è
stata veramente una fioritura straordinaria di studi su queste situazioni, di
cui l’ultimo frutto è quell’articolo che vi citavo prima - fra l’altro il primo
autore è un giovane medico italiano che si chiama Martin Monti, poco più che
trentenne, lavora a Cambridge con il gruppo di Adrian Owen, che è stato il primo
a descrivere ciò che adesso vi dirò. Owen e Steven Laureys, a Liegi, sono i due
gruppi che adesso lavorano in parte insieme, usano due tecniche nuove, che non
c’erano in passato, una è la Pet - la Pet ormai ha già più di quindici anni -
una metodica basata su radioisotopi, cioè si inietta del glucosio marcato con
fluoro radioattivo, questo glucosio va nel cervello che è avido di glucosio,
anzi, in realtà si tratta di un glucosio difettoso, per cui invece che essere
smaltito rapidamente, come avviene di norma, si ferma lì perché l’organismo lo
riconosce come zucchero ma poi non lo sa utilizzare. Il fatto che si fermi lì ci
è utile perché ci permette di fare una fotografia attraverso le emissioni di
positroni, che questo isotopo emette, e quindi noi vediamo una mappa metabolica
del cervello. Questa metodica ha però il difetto che opera su tempi abbastanza
lunghi, non fa vedere i cambiamenti istantanei che avvengono nell’attività del
cervello. Invece c’è un’altra metodica che è la risonanza magnetica, non quella
normale che adesso è diventata una metodica di routine in medicina, ma la
cosiddetta risonanza magnetica funzionale che ci permette, in sostanza, di
vedere quando una persona parla o ascolta o vede qualcosa o anche solo pensa una
determinata cosa, di vedere in tempo reale quali aree cerebrali, quali aree
della corteccia cerebrale, si attivano.
Owen nel
2006 ha pubblicato un articolo che fece una sensazione ancora maggiore di quella
dell’articolo che vi ho detto di quest’anno, pubblicando il caso di una giovane
donna che dopo un incidente era in stato vegetativo ma non ancora considerato
irreversibile, a cinque mesi dopo il trauma, quando c’è ancora possibilità di
ripresa, anche se la donna comunque non dava alcuna risposta comportamentale di
nessun tipo. Sottoposta alla risonanza magnetica funzionale ripetutamente,
sapendo che questa persona giocava a tennis, Owen chiese alla paziente di
immaginare di giocare a tennis. Anzi, chiese due cose, in una seduta di
immaginare di giocare a tennis, nell’altra di immaginare di camminare attraverso
le camere della propria abitazione, di “navigare” in casa propria. La scelta di
queste due immaginazioni non è casuale naturalmente, la scelta dipende dal fatto
che studiando preventivamente dei soggetti normali, sani, il pensiero,
l’immaginazione di queste cose dà luogo a un’attivazione di aree piuttosto
specifiche e costanti da una persona all’altra e diverse in una situazione e
nell’altra. E con sorpresa e grande gioia del dr. Owen, questa giovane donna in
stato vegetativo ha riprodotto un’attivazione simile, molto simile a quella di
un gruppo di volontari sani. Questo esperimento è stato anche criticato, perché
in realtà cosa dimostra? Dimostra sì, che lo stimolo verbale, in questo caso,
ovviamente ci si era accertati che lei udisse, lo stimolo verbale veniva
recepito e dava luogo comunque a un’attivazione di aree congruenti con quel tipo
di stimolo, però nel cervello queste cose possono avvenire anche in maniera
automatica; non bisogna dimenticare che quando noi parliamo di coscienza,
descriviamo quello che è il nostro attuale
stream of consciousness, che è come
un sentiero molto stretto in cui stanno poche cose ma poi, mentre noi pensiamo e
voi spero ascoltiate nel vostro stream of
consciousness le cose che sto dicendo, il nostro cervello fa un mucchio di
altre cose, così come quando si conversa in modo acceso ma guidando la macchina,
il guidare la macchina avviene in maniera completamente (se uno è bravo)
automatica, cioè, la persona non ci pensa a quello che sta facendo, quindi, non
vi è necessariamente la presenza della coscienza.
Owen ha
studiato una cosa ulteriore: in un altro paziente che era in uno stato
cosiddetto di minima coscienza da cinque anni, cioè con una reattività quasi
nulla, prima ha ottenuto la stessa attivazione sempre con questi due stimoli
diversi, la partita a tennis e il “navigare” nella propria abitazione; in
secondo luogo, ha chiesto alla persona di associare una delle due attività al
“sì” e l’altra al “no”; dopo che questa persona sembrava aver appreso questa
codifica, tennis “sì” e stanza “no” o viceversa, le ha fatto delle domande
concernenti informazioni biografiche “tuo padre si chiama Thomas…”, cose di
questo genere, di cui lo sperimentatore era in “cieco” rispetto alla risposta e
questa persona, su sei esperimenti, cinque volte ha risposto in maniera
corretta. In questa situazione è difficile negare che ci sia un processo di
coscienza, che il paziente abbia dimostrato un processo di coscienza, anche se
purtroppo non si tratta molto probabilmente di una coscienza come noi la
intendiamo normalmente. Nell’articolo questo caso era bene illustrato, era una
persona con delle lesioni cerebrali molto gravi, e quindi, probabilmente le sue
capacità non vanno molto oltre a quelle che è riuscito a dimostrare e quindi è
anche impensabile che riesca in questo modo a far scrivere un libro, per
esempio. Perché alcuni hanno detto: “Allora non è uno stato vegetativo, allora è
un caso di locked-in, un locked-in totale che fino ad oggi non avremmo potuto
riconoscere perché ci mancava qualunque risposta, adesso lo riconosciamo non dal
comportamento, che non c’è, ma dall’equivalente elettrico, metabolico anzi, del
comportamento a livello cerebrale.” Certo questo può sembrare affascinante, ma è
anche angosciante e dico questo cercando di ragionare sulle conseguenze. Grazie
a questi studi si delinea oggi la possibilità, almeno teorica, di riconoscere
dei locked-in totali che fino ad oggi non si potevano riconoscere e questo ha
delle conseguenze. Tanto per cominciare, se una persona è in locked-in, noi
dobbiamo comunicare, parlare e nei limiti del possibile cercare di stabilire dei
canali di risposta e facilitare la risposta; nel caso del giornalista francese,
c’era l’occhio e la codifica lettera per lettera, nel caso invece in cui questa
risposta non ci sia qualcuno sta già studiando la possibilità di creare le
cosiddette brain computer interfaces,
cioè delle interfaccia dal cervello al computer, e c’è la possibilità già
documentata in persone sane di far schiacciare un bottone pensandolo soltanto,
attraverso naturalmente un macchinario che fa questa cosa. E comunque, davanti a
un locked-in di cui si sa che la coscienza sarà probabilmente normale, c’è
assoluto bisogno di comunicare con lui, rendergli possibile la comunicazione,
per riuscire per quanto possibile a fare quello che desidera: un malato in
queste condizioni, per esempio, potrebbe volerci dire che ha un male terribile e
adesso lo può dire, mentre prima non poteva farlo e allora potremo dargli dei
farmaci o comunque cercare di aiutarlo. Questo per il caso che tutto sommato è
più semplice, del locked-in totale, che è semplicemente una persona
completamente paralizzata ma presente e cosciente.
Diversa è la
questione per questi frammenti di coscienza che le metodiche recenti cominciano
a scoprire anche in quelli che noi chiamavamo “stati vegetativi”. Anzitutto il
caso che ha fatto sensazione: la serie descritta è di cinquantun pazienti, di
questi cinquantun pazienti i veramente vegetativi che avevano questa risposta
erano due, quindi siamo, comunque, in una minoranza di casi, però non è detto
che questa minoranza sia una minoranza vera, perché il compito che i medici
hanno assegnato al malato non era semplicissimo. Alcuni non l’hanno svolto forse
non perché non siano coscienti ma perché non sono stati in grado di capirlo; non
parliamo di questo, poi, che ha immaginato e codificato “sì” o “no”, cioè, in
questo caso ci vuole un certo livello cognitivo che probabilmente non tutti
hanno.
E’ evidente
che ora abbiamo dei compiti nuovi nei riguardi di questi pazienti, dobbiamo
anzitutto cercare di individuare quelli che hanno ancora un barlume di coscienza
e nascono per certi aspetti dei doveri nuovi, per esempio noi non abbiamo mai
pensato di dare degli analgesici ai malati in stato vegetativo e magari, non so,
Eluana per 17 anni ha sofferto le pene dell’inferno, per quello che ne sappiamo
noi. Che Eluana sia stata per 17 anni in questa condizione – e non credo che lo
fosse, è vero che non è stata sottoposta a queste indagini, è vero però che il
cervello di Eluana è stato sottoposto, dopo il suo decesso, a un esame
neuropatologico estremamente approfondito e le distruzioni erano estremamente
gravi, quindi rendendo ben poco verosimile che ci potesse essere uno stato di
minima coscienza, però è anche vero che ciò che si vede al tavolo anatomico non
ha una correlazione perfetta con la funzione - non si può completamente
escludere, neanche io lo posso escludere in maniera assoluta. Tant’è vero che
quando a Eluana fu sospesa l’alimentazione, proprio per fugare ogni dubbio di
questo genere, noi decidemmo di somministrarle piccole dosi di sedativi per
alleviare un ipotetico disagio; naturalmente ci fu rimproverato che se noi le
davamo i sedativi era perché pensavamo che potesse essere cosciente e così via,
problema insolubile, in realtà. Quindi, forse dovremmo trattare con analgesici
alcuni di questi malati.
In secondo
luogo, nessuno ha mai pensato, e meno che meno il padre di Eluana, di proporre
l’interruzione della nutrizione artificiale per tutti i malati in stato
vegetativo. La battaglia di Beppino Englaro, lo sapete, è stata una battaglia
per far vincere la volontà della figlia che aveva un’idea precisa
sull’argomento. Non c’è nessuna minaccia per la vita degli altri ammalati in
quelle condizioni che non hanno espresso volontà precise o comunque la cui
famiglia non la pensa così, però da un punto di vista morale, il fatto di
riscontrare barlumi di coscienza e anche di senzienza pone il problema se questo
se non sia un argomento a favore e non un argomento contro l’interruzione della
nutrizione artificiale. Voi sapete che ormai questa è diventata in Italia una
battaglia politica, e con la bioetica c’entra ormai poco; proprio oggi alla
Camera hanno approvato un emendamento sulla nutrizione artificiale in cui si
dice che questa potrebbe essere sospesa qualora non fosse più efficace, cioè
quando il malato non fosse più in grado di assorbirla. Credo sia chiaro a tutti
che i medici le cose che non funzionano non le debbono fare senza bisogno che ci
sia scritto in una legge, si tratta quindi dell’ennesimo arzigogolo politico per
far finta di concedere qualcosa.
Il problema
è un altro: noi per tanto tempo siamo stati sicuri che le persone in stato
vegetativo sono un problema soprattutto per gli altri, soprattutto per la
famiglia, nel senso di avere accanto questa persona che c’è con il corpo e non
c’è più come persona, e che invece per la persona stessa non ci fosse più
coscienza, e quindi né sensazione né dolore. Io ho sempre detto: “L’unica
persona che non conosce il caso di Eluana Englaro in Italia è proprio lei,
Eluana.” che non ha mai saputo niente di tutto quello che si è detto su di lei.
Però se è vero che alcune di queste persone hanno un barlume di coscienza e di
capacità senziente, questo, a mio avviso, sarebbe un argomento in più per
interrompere i sostegni vitali, debitamente, con sedazione e via dicendo, che
per continuarli, perché c’è il rischio, questo davvero agghiacciante, che alcune
di queste persone siano in uno stato equivalente a una tortura.
Rita
Innocenti:
Questo è un
corso di aggiornamento per insegnanti sul tema Cittadinanza e Costituzione,
l’idea era quindi di trattare la bioetica anche e soprattutto dal punto di vista
dei diritti del singolo. Ho notato invece nel suo libro una vena di sfiducia che
questo possa avvenire nel nostro paese; leggo una breve citazione in cui Lei
scrive: “In Italia più che di bioetica si finisce a parlare di biopolitica o di
biodiritto in senso però negativo, cioè come questione di battaglia di bandiera,
di demagogia più che non di discussione sui principi”.
La domanda
che volevo farle al riguardo è questa: di biodiritto, cioè delle nuove forme di
diritti che dovrebbero riguardare le nuove modalità del nascere, del curarsi e
del morire bisogna discutere o no? E ancora quali caratteri dovrebbe avere a suo
parere una buona legislazione in materia bioetica? La posizione di Rodotà, per
esempio, è che forse in questa materia bisognerebbe legiferare poco e lasciare
invece alla giurisprudenza, e quindi al giudice, nel rispetto del dettato
costituzionale di valutare caso per caso, mantenendo fermo il principio liberale
del rispetto dell’autonomia e dell’autodeterminazione del singolo, come nel
dettato dell’articolo 32 della nostra Costituzione. Al riguardo Patrizia
Borsellino, in un articolo di qualche anno fa sulla questione delle direttive
anticipate, faceva giustamente notare che chi nega l’autonomia del singolo, la
capacità decisionale del singolo, e di solito sono pensatori che, in qualche
misura, si rifanno al Magistero della chiesa cattolica, non lo dice mai
esplicitamente. Cioè, mentre la bioetica cosiddetta laica, che sostiene la
centralità dell’autodeterminazione del singolo, lo dice a chiare lettere, di
solito, chi questo lo vuole negare non lo dice altrettanto chiaramente,
insistendo invece sui possibili effetti negativi che questa autodeterminazione
potrebbe avere, per esempio il dilagare di una cultura della morte, o sul fatto,
come spesso si dice, che la richiesta di eutanasia nasconda in realtà abbandono,
solitudine o al contrario, riveli un atteggiamento edonistico sfrenato, per cui
non si vuole avere nessun contatto con la morte. Al contrario chi sostiene la
centralità dell’autonomia dell’individuo lo fa perché ritiene che l’individuo
sia quella persona che è responsabile dei suoi atti e non può certo smettere di
esserlo quando deve morire, cioè proprio nel momento in cui la sua vita riassume
il suo senso, proprio in quel momento gli vogliamo togliere la possibilità di
essere responsabile di se stesso. Forse in questo senso una battaglia sulle
direttive anticipate appare necessaria nel nostro paese, che forse non ha ancora
i caratteri dello stato minimamente costituzionale, dato che, come dice
giustamente Engelhardt, in uno stato minimamente costituzionale deve essere
chiaro che ci sono credenti (di vario genere) e non credenti (anche questi di
vario genere) e che le norme giuridiche devono permettere a questi “stranieri
morali” di convivere in maniera pacifica.
Prof. Carlo
Alberto Defanti:
Le rispondo
ritornando in parte a una delle domande che mi aveva posto all’inizio. Se vado a
ritroso, certo che posso dire che la bioetica ha cambiato la mia vita. Io mi
sono avvicinato alla bioetica a metà degli anni ’80, proprio cominciando a
riflettere sulla morte cerebrale, quindi sono di 25 anni che penso e scrivo di
bioetica.
La bioetica
è nata negli Stati Uniti negli anni ‘70, in quegli anni in Italia ci contavamo
veramente, eravamo venti o trenta persone che cominciavano a interessarsi di
questo argomento, per la maggior parte erano filosofi che sono diventati
bioeticisti a tempo pieno - io sono un bioeticista della domenica, perché in
primo luogo facevo il primario in ospedale. C’è stato un momento magico in cui
eravamo tutti affascinati dalla difficoltà, dalla bellezza e anche dalla
necessità di questi problemi nuovi e non avevamo un’idea preconcetta di come
risolverli. E anche quando appartenevamo a “fedi” diverse – io ad esempio non
sono credente - sovente si arrivava a delle soluzioni comuni, ripeto, perché
quando si cominciava ad affrontare un argomento non era ancora definito il
traguardo, si cercava insieme una soluzione. Il guaio è che questo momento di
fermento e di collaborazione senza scontri, in cui allo stesso tavolo si
incontravano persone anche molto diverse tra loro, è durato abbastanza poco e
molto rapidamente da parte del Magistero della chiesa si è arrivati a posizioni
rigide, e come si dice adesso, non negoziabili. A questo punto la discussione è
diventata abbastanza superflua perché si sa già in partenza che sulle cose
fondamentali non si potrà trovare un accordo, ci sarà sempre lo scontro. E
questo è stato già uno dei motivi di stanchezza. Ma peggio ancora è stato quando
i politici si sono impadroniti della cosa - pensate che noi abbiamo nel governo
un sottosegretario preposto alla bioetica, Eugenia Roccella,
schierata sulle posizioni più rigide e intransigenti. Sullo stato
vegetativo, proprio in concomitanza con il caso Englaro, negli anni scorsi è
stata costituita una commissione di esperti presieduta dal sottosegretario, che
tra parantesi non è un esperto di niente, è solo un’esponente politica, non
parliamo poi di come sono stati scelti gli esperti. A questo punto è veramente
diventata una lotta di potere, solo che in questo momento il potere è tutto
virato da una parte e quindi è una lotta che noi conduciamo in minoranza, è una
battaglia che se non ci fossero state anche nella maggioranza alcune defezioni e
qualche voce dissenziente, come quella dell’on. Fini, avremmo già ampiamente
perduto. Per fortuna, nel partito di maggioranza c’è una corrente minoritaria,
ma comunque con un certo peso, che si oppone a una trasposizione tale e quale
del pensiero ufficiale della Chiesa in norme del diritto. Non bisogna comunque
dimenticare che stiamo parlando delle posizioni del Magistero cattolico, perché
in realtà tra i teologi cattolici ce ne sono molti che non la pensano affatto
così, solo che noi viviamo in un paese in cui il teologo non ha nessuna
autonomia, perché di regola, se è un sacerdote, dipende dallo stipendio che gli
è dato dalla facoltà e non può sostenere apertamente delle posizioni di
dissenso. L’unico che riesce a farlo è Vito Mancuso perché ha un prete
lungimirante e fuori dall’ordinario, che è Don Verzè, che all’Università Vita e
salute del San Raffaele gli permette di dire delle cose che nessun altro si
permette di dire in Italia. E non è che non le pensino tanti altri, vi assicuro,
io ne conosco tanti che sarebbero d’accordo, solo che non lo possono dire e il
mio scetticismo, il mio pessimismo di adesso nasce da questo insieme di cose.
Quanto alla
posizione di Rodotà io sono sostanzialmente d’accordo: lui parla di “diritto
leggero”, parla di norme il meno dettagliate possibile che mettano in evidenza i
grandi principi e sul principio del testamento biologico direi che in realtà, se
non ci fosse questo clima particolare che si è prodotto in Italia in questi
ultimi anni, il testamento biologico sarebbe già legge. Nel 2006, con ancora
Prodi presidente del Consiglio, Ignazio Marino era presidente della commissione
Sanità del Senato ed era in discussione una proposta di legge di uno dei
relatori di maggioranza, il sen. Tomassini, che era una proposta buona,
accettabile, ma poi c’è stato un irrigidimento, in parallelo con l’ascesa al
soglio di Benedetto XVI, che voi sapete ha una posizione estremamente dura e non
passa giorno che non la ribadisca, per cui tutto si è vanificato. In Germania,
dove il partito al potere è la CDU, una Democrazia Cristiana un po’ diversa, con
l’anima cattolica e l’anima protestante, l’anno scorso è stata approvata, con
una discussione approfondita, una legge sul testamento biologico che è fatta di
quattro articoli, semplicissima, in cui viene previsto che una persona faccia le
sue dichiarazioni, che nomini un fiduciario, non si pongono limiti di terapie
non rinunciabili o rinunciabili. A prima vista può sembrare persino deludente
perché può apparire una cosa fredda e burocratica, però è quello che ci
vorrebbe. Io credo che su queste cose ognuno debba decidere per sé, ciò che non
è accettabile è che siano altri che ti impediscano di decidere, e comunque per
una legge sul testamento biologico io credo che la battaglia vada continuata.
Rita
Innocenti:
Siamo tutti abbastanza “anziani” da
ricordarci le battaglie sul divorzio e sull’aborto. Quello che fa un po’
impressione adesso è che se la classe dirigente non sembra essere in grado di
affrontare i problemi che si pongono, neppure la società civile appare
particolarmente informata e interessata. La vicenda del referendum sulla legge
40, per fare un esempio recente, una legge che i giudici molto spesso devono
disattendere perché è per molti aspetti inapplicabile, oltre che
incostituzionale, sono andati incontro, come è noto, a un grave fallimento.
Quello che più fa impressione, anche come insegnanti, è che non si capisca che
ciò di cui si sta parlando sono diritti, diritti di nuova generazione se
vogliamo, ma in realtà diritti antichissimi, cioè sono i diritti dell’uomo e del
cittadino, quelli che garantiscono in primo luogo che il potere non possa
toccare il corpo del singolo e decidere su di esso.
Mi sembra
che la conclusione più importante che si può trarre dal Suo intervento di oggi
sulla morte cerebrale è che siamo nel campo delle scelte morali che ognuno è
chiamato a compiere per sé.
Dato che
siamo vicini alla conclusione del nostro incontro, vorrei proporle di discutere
uno degli argomenti più ripetuti e più “pesanti” e cioè l’accusa, che di solito
viene mossa alle persone che si schierano a favore della libera scelta
nell’ambito del fine vita, di essere su un crinale che, loro non lo sanno, ma li
porterà agli orrori dell’eugenetica nazista e di Mengele, sto parlando
dell’argomento del ”pendio scivoloso” o della “deriva nazista”.
A questo
proposito volevo chiederle di parlarci anche del suo recente articolo sulla
rivista “Filosofia politica”, La qualità della vita, le decisioni mediche di
fine vita e l'argomento della "deriva nazista" in bioetica, le cui
conclusioni si possono riassumere in questo modo: l’autonomia del singolo e il
principio del permesso, cioè il fatto che per ogni decisione ci deve essere il
consenso informato, sono le barriere che impediscono a qualsiasi legislazione
eutanasica o testamento biologico, che peraltro sono cose abbastanza diverse,
diciamo a qualsiasi legislazione in materia di fine vita di finire sul pendio
scivoloso della deriva nazista. Fra l’altro in questo articolo Lei discute anche
del pamphlet di Binding e Hoche, diventato
tristemente famoso in quanto utilizzato dai nazisti per la loro campagna di
eutanasia contro minorati mentali e portatori di handicap.
Prof. Carlo
Alberto Defanti:
Il testo di
Karl Binding e Alfred Hoche è un libretto di 30-40
pagine, non è mai stato tradotto in italiano, proprio perché c’è una sorta di
ostracismo verso questo testo, vissuto come un simbolo del male. Il libretto si
intitola Il permesso all’annientamento,
traduzione letterale del termine tedesco
Vernichtung, annientamento delle vite
non degne di essere vissute o non
degne di vivere, in tedesco si danno entrambi i significati. Loro pensavano
essenzialmente o ai malati terminali e quindi a una forma di eutanasia,
volontaria tra l’altro, oppure alle persone con gravissime lesioni cerebrali,
dementi, ospiti degli ospedali psichiatrici e devo dire subito che la loro
posizione non sarebbe oggi sostenibile. Il giurista Binding era uno dei massimi
giuristi tedeschi e scrisse il testo poco prima di morire; nell’opera ci sono
tutta una serie di cautele per gli eventuali rischi di una messa in atto della
proposta, in quanto anche gli autori si rendevano conto che la tesi era ardita,
fuori dall’ordinario. La cosa più brutta di questo libro sono sicuramente le
considerazioni di utilità sociale legate al progetto di eutanasia, soprattutto
nella parte scritta dallo psichiatra, che era uno psichiatra che detestava i
suoi pazienti e li descriveva in maniera veramente dispregiativa,
usando espressioni come “larve umane” e
“esistenze-zavorra”. Certo bisogna comprendere il contesto storico in cui il
libro fu scritto: siamo nel 1920, con la Germania distrutta, la miseria del
dopoguerra, l’inflazione non ancora ma la guerra civile strisciante. Di fronte
alla catastrofe della guerra appena conclusa e delle centinaia di migliaia di
giovani tedeschi morti al fronte per la patria, poteva farsi strada l’idea che
spendere del denaro per mantenere delle “larve umane” fosse uno spreco che la
Germania in quel momento non poteva permettersi. Entrambi gli autori erano
conservatori di destra, non nazisti, nessuno dei due, anzi uno aveva una moglie
ebrea, lo psichiatra Hoche, e infatti dovette dimettersi dal suo incarico subito
dopo l’avvento al potere di Hitler. In seguito il libretto è stato usato
strumentalmente dai nazisti ed è diventato un simbolo, un paradigma del male. In
realtà non lo è, anche se, come vi ho detto, non sarebbe sottoscrivibile da
tanti punti di vista.
Quanto
all’argomento della famosa deriva nazista, diciamo che fin dall’inizio della
bioetica continua a ricorrere, da parte dei conservatori, in senso lato, questo
argomento del pendio scivoloso, dello
slippery slope o della deriva nazista che poi è sempre la stessa cosa. Cioè,
voi cominciate a fare una cosa e poi succederà molto di altro e terribile, voi
permettete di sospendere la nutrizione dello stato vegetativo e poi affamerete i
vecchi, gli idioti, i dementi ecc.
Ora,
l’argomento dello slippery slope si
può criticare da due punti di vista: da un punto di vista logico, se ci sono
delle condizioni rigorose in cui una misura viene autorizzata e se queste
condizioni sono ben esplicitate nella legge lo
slippery slope non è possibile, cioè,
la legge deve renderlo impossibile. Un altro discorso è il discorso empirico,
della serie “ma se si fa, poi succederà lo stesso”. Contro questo argomento c’è
per esempio l’esperienza dell’Olanda, del Belgio e adesso del Lussemburgo, dello
stato dell’Oregon e ora dello stato di Washington, negli Stati Uniti, in cui è
legalizzata da tempo l’eutanasia attiva e il suicidio assistito. Bene in questi
stati non è avvenuto nessuno slippery
slope, cioè esiste un certo numero di malati che scelgono questo modo di
porre termine alla loro vita, questo numero è tenuto sotto osservazione, ogni
anno appaiono delle statistiche che monitorano il dato - in Olanda siamo intorno
al 2% delle morti -, dato che non è in crescita, naturalmente qualche abuso ci
sarà indubbiamente, ci sono abusi in tutto ma comunque il temuto effetto frana,
il crollo della civiltà occidentale non è avvenuto. Personalmente sono
favorevole all’eutanasia, meglio ancora al suicidio assistito però non è una
battaglia che cerco di fare in questo momento in Italia, dove già vincere la
battaglia sul testamento biologico sarebbe ampiamente sufficiente. La cosa
davvero importante è la volontarietà, ognuno deve poter decidere per sé, la
legge deve riconoscere questo: il diritto di dare disposizioni per sé.
Vorrei
comunque sottolineare che la domanda di eutanasia spesso va decodificata, perché
spesso non è una vera domanda di eutanasia. La domanda razionale, reiterata, di
richiesta di eutanasia nel nostro paese è estremamente rara e io personalmente
non quasi mai l’ho incontrata. La domanda del malato che sta male e dice:
“Dottore, mi lasci morire, mi faccia morire”, questa invece è frequente.
Qualsiasi buon medico non risponde “sì”, a parte il fatto che non si può fare e
i medici non brillano per eroismo. Alcuni dicono che l’eutanasia clandestina in
Italia è largamente praticata: io non so se sia vero, non lo credo molto perché
avete visto cosa è successo al mio collega di Udine per aver fatto una cosa non
clandestina seguendo i dettami della legge – a conclusione del caso Englaro -; è
stato incriminato per un anno, poi solo da poco è stato scagionato e lui sì è un
esempio di eroismo perché non gliene veniva niente, come potete immaginare.
Qualcuno l’avrà fatto per gli amici, forse, questo probabilmente sarà accaduto
ma l’eutanasia clandestina in Italia, in misura rilevante, secondo me non
esiste, non ne ho nessun sentore eppure ho vissuto e vivo tuttora da quasi
cinquant’anni in ambiente ospedaliero e quindi, in qualche modo dovrei saperlo.
I medici di solito a quella prima richiesta, “Dottore mi faccia morire”,
rispondono leggendo la domanda come una domanda di aiuto più che una domanda
stretta di eutanasia e io ritengo che sia giusto farlo e che sarebbe veramente
sbagliato non farlo.
Seconda
cosa, la domanda di eutanasia verosimilmente emergerà sempre meno se si
diffonderanno sempre di più le cure palliative, anzi, se un giorno fosse in
discussione un’ipotetica legge sull’eutanasia, io direi che in questa legge va
specificato che il malato deve avere l’opzione di serie cure palliative e solo
qualora quelle non riescano o non lui non le voglia, perché è anche una
possibilità che bisogna dare alle persone, allora in questo caso si potrebbe
prendere in considerazione l’eutanasia. Le cure palliative non solo ti fanno
soffrire di meno, ti permettono di ragionare, mentre quando una persona ha un
dolore intollerabile non ragiona più e, pur di non avere il dolore, preferisce
non esserci più. Se cominciamo a togliere il dolore magari l’ammalato ritrova
gusto per le piccole cose, come il fatto che i parenti lo vengano a salutare con
fiori e cioccolatini. Quindi, le cure palliative devono essere assolutamente
diffuse in tutto il paese; la Lombardia è uno delle regioni migliori da questo
punto di vista, nel Nord ci sono altre regioni che si sono attrezzate piuttosto
bene. Il sud Italia, invece, a parte alcune isole felici, è in cattive
condizioni e speriamo che la nuova legge che sta per essere approvata aiuti in
questo senso.
Alcuni
allora dicono: “Se si fanno cure palliative adeguate a tutti, nessuno chiederà
più l’eutanasia”. Io non credo neppure questo. Credo che la richiesta di
eutanasia continuerà ad esserci e credo che una minoranza di persone continuerà
a chiederla, non tanto per il dolore atroce e insopportabile quanto per un senso
di stanchezza della vita, soprattutto nelle persone molto anziane. Se voi
frequentate le case di riposo per anziani, vedrete persone che ogni giorno si
chiedono: “Ma perché non muoio?” e non hanno gravi patologie, magari mille
acciacchi ma non dolori atroci da morfina, quanto appunto una sorta di
stanchezza del vivere. Io credo che questa continuerà ad esserci, anzi
aumenterà, perché viviamo in una società in cui la fascia di anziani e di grandi
anziani sta crescendo, questa fascia di età si associa sempre più a un’alta
morbilità, a un’alta invalidità, che rende le condizioni di vita sempre più
precarie e sempre meno soddisfacenti.