La tecnologia dinnanzi alla guerra

"Con la ruota, col compasso, col crogiolo"

di Franco Cardini

 

Abbiamo sovente ricordato finora, qua e là, problemi connessi alle fortificazioni, ai cannoni e in genere alle armi da fuoco, all'evoluzione della tecnologia in rapporto alla guerra. è forse il momento di fare, al riguardo, una breve serie di osservazioni che ci consentirà di chiarire la questione del rapporto fra guerra e progresso tecnologico - scientifico nel mondo europeo preindustriale.

Naturalmente procederemo per temi, cominciando dall'architettura militare e dalle fortificazioni. Cominceremo, cioè, dal tema della difesa: ma non si dovrà dimenticare che esso è connesso strettissimamente a quello dell'offesa, rispetto al quale si pone come risposta. Parlar di castelli e di fortezze ci porterà dunque fatalmente agli accampamenti e, soprattutto, all'artiglieria: sia quella "a leva", sia quella "a polvere".

E’ evidente - anche se le ragioni espositive non sempre rendono facile il presentarlo adeguatamente - che una costruzione difensiva, una fortificazione, si può ben studiare in sé e per sé, nelle sue caratteristiche intrinseche, prescindendo dal resto; tuttavia, essa dipende essenzialmente dai caratteri dell'offensiva alla quale vuol resistere, e quindi le due cose, l'attacco e la difesa, andrebbero viste in parallelo e di pari passo. Le necessità dei discorso non ci consentiranno di farlo costantemente: ma il lettore dovrà sempre tener presente tale esigenza.

I vari esempi d'insediamento fortificato a carattere residenzialemilitare che noi siamo soliti designare col termine - abbastanza generico, e la cui tipologia presenta un discreto ventaglio di varianti - di "castello" (da castellum, a sua volta derivato da castrum ma con un significato, come già si nota in Cesare, più di "ridotta" che non di vem e propria "piazzaforte") costituirono nel loro complesso il nucleo tipologico essenziale dell'architettura militare del Medioevo. Fra X e XI secolo essi furono un po' in tutta Europa il centro della vita non solo militare, ma anche socio-economica: infatti in molti casi, specie nel Nord e nell'Est del continente, il castello dalle forme primitive e molto semplici (il terrapieno circolare munito di palizzata e comportante, al centro, un torrione in legno e più raramente in muratura) fu il nucleo di sviluppo dei nuovi centri urbani; in Francia, in Germania, in Spagna, in Italia, dopo le incursioni barbariche e nella fase di reconquista, l'incastellamento fu il protagonista della nazionalizzazione del territorio.

Il castello della "prima" età feudale era incentrato attorno al donjon, un torrione a pianta circolare - che divenne più tardi quadrangolare finché la minaccia costituita dalle artiglierie non suggerì il ritorno alla forma primitiva - che raramente era tutto in pietra ma che, almeno nella parte superiore, presentava delle strutture in legname. In esso vivevano, in uno spazio abbastanza ristretto e quindi in promiscuità, il dominus loci, la sua famiglia, la mesnie (cioè i suoi guerrieri guardia del corpo), e si custodivano il tesoro e le riserve d'armi e di cibo. In genere si sceglieva per edificarvi il castello un punto naturalmente fortificato, quindi privilegiato sia per l'avvistamento sia per la difesa. Si può dire che, fino a tutto l'XI secolo, il rischio che un castello cadesse in seguito a espugnazione era estremamente ridotto: lo si poteva, semmai, far cadere per fame, cingendolo di stretto assedio in modo da impedire i rifomimenti; oppure si poteva penetrarvi di sorpresa, eludendo la sorveglianza delle sentinelle o comprando la complicità di qualche assediante o mettendo in opera qualche stratagemma (dal cavallo di Troia alle famose botti dell'assedio di Nîmes di cui parla una celebre chanson de geste). Ma, col XII secolo e poi ancora col successivo, molte cose cambiarono. I mezzi d'attacco vennero potenziati, e di conseguenza la stessa architettura castellana dovette modificarsi. E si peccherebbe di determinismo attribuendo tutto ciò alla semplice presenza di nuove "macchine". In realtà, fu tutta una tecnica ossidionale che venne a mutare, e ciò influì in modo deciso - e decisivo - anche sull'architettura.

Le crociate, e quindi i contatti con un'architettura militare e una poliorcetica che avevano continuato a sviluppare la grande tradizione tecnologica ellenistico-romana, arricchendola degli apporti bizantini e orientali, portarono in Europa molte e qualificanti novità. Il fatto che esse fossero appunto d'origine asiatica si vede bene sia nell'origine araba di termini quali "cassero" o "barbacane", sia nel fatto che, ai primi del XII secolo, i più esperti costruttori di macchine d'assedio provenivano dalle città marinare che avevano avuto maggiori contatti con le fortezze islamiche, cioè Genova e Pisa. Da allora, un assedio rimase una faccenda impegnativa, ma non più un'impresa quasi senza speranza per gli assedianti com'era stata in età altomedievale. Le fortezze, insomma, potevano cadere: oppure, per opporsi ai progressi nel campo della poliorcetica, dovevano mutare e adeguare le loro strutture.

Questi progressi stavano soprattutto negli ordigni d'assedio, e anzitutto nelle macchine da getto. Accanto alle testudines (o "gatti"), cioè alle tettoie mobili, che permettevano di riempire indisturbati i fossati e di avvicinarsi fin sotto le cortine murarie, e ai "battifredi", o torri mobili d'assedio, ora si presentano balistae, "petriere", "mangani", "trabucchi". Si tratta di ordigni che lanciano pietre e che hanno i loro predecessori in quelle macchine provviste di una leva "a cucchiaio" governata da congegni a torsione già note nell'antichità. Tuttavia, nel corso del XII secolo, sembra che il sistema a torsione sia stato sostituito da un più ingegnoso ed efficace sistema, a contrappeso, e che sia esso a contraddistinguere caratteristicamente mangani e trabucchi dal resto degli ordigni da lancio. Queste macchine stupivano per la loro ingegnosità, e talora lasciavano perplessi, data la loro forma e l'almeno apparente complessità del loro funzionamento. Il termine "trabiccolo", usato nel linguaggio vernacolare fiorentino per indicare scherzosamente una macchina strana, complessa e di dubbia funzionalità, è il risultato d'una fusione dei due termini "trabucco" e "briccola", indicanti appunto due macchine da lancio. Non c'è dubbio però che una certa efficacia questi ordigni l'avevano, se potevano lanciar massi pesanti diversi quintali e se attiravano nel Duecento l’interesse di uomini tutt'altro che inesperti di cose belliche, quali Federico II, Ezzelino da Romano e Carlo I d'Angiò. E’ noto che Buridano trasse dall'osservazione del comportamento di ordigni che lanciavano proiettili da mezza tonnellata lo spunto per la sua teoria dell'impetus, e i nomi terribili o affettuosi - nomi propri, come per le navi - con i quali invalse l'uso di chiamare queste macchine certificano un interesse cresciuto intorno a loro di pari passo con la fama della loro efficienza. Dopo la presa di Costantinopoli del 1204, e ancora una volta grazie anzitutto alle città marinare, entrò in uso - prima nella guerra navale, poi anche negli assedi dì terraferma - la mistura esplosiva detta "fuoco greco", una delle molte varianti del principio della granata, abbastanza diffusa in Oriente. Gli ingredienti del "fuoco greco" - pece, nafta, zolfo - si lanciavano in appositi recipienti di vetro o di coccio, di solito claviformi, sigillati.

Sarebbe un grave errore pensare, riguardo a questi progressi, a puri fatti tecnici. In realtà, una seria meditazione tecnologica stava dietro di essi. Vegezio e gli altri trattatisti militari antichi, che non erano mai stati sul serio dimenticati, tornarono a circolare intensamente nel xii secolo, e in seguito sarebbero stati anche "abbreviati" e "volgarizzati". Dal punto di vista più propriamente tecnologico, del resto, non si deve dimenticare che la rinascita di una ingegneria militare, se così possiamo chiamarla (e il termine è senza dubbio forzato), non data casualmente da quel xii secolo che vedeva, contemporaneamente, svilupparsi una grande quantità di macchine e una vera e propria cultura della macchina a scopo funzionale, dopo il macchinismo ludico alessandrino: quindi mulini ad acqua, mulini a vento, gualchiere. E’ celebre la lode che lo stesso Bernardo di Ciairvaux, il quale non era certo uno che si lasciasse facilmente affascinare dalle novitates, scioglie al fiume che entra volenteroso entro il perimetro del monastero e provvede a macinar la farina, ad azionare le gualchiere, a conciare il cuoio, a irrigare gli orti, a lavare e via dicendo. Le cattedrali gotiche sono, fra tutti gli altri monumenti, un inno alle macchine edili. E in fondo il principio della leva e quello del contrappeso si adattavano ugualmente bene a contribuire all'elevazione di un muro di chiesa o all'abbattimento di un muro di castello.

 

L’architettura castellana prese atto di queste innovazioni e corse ai ripari. I grandi castelli crociati eretti in direzione nord-sud dalla frontiera siro-libanese al golfo di Aqaba mostrano bene come, a più pressanti e più efficaci misure ossidionali, si potessero opporre adeguate misure difensive. Le cortine murarie si elevarono, si fecero più massicce e al tempo stesso furono provviste di fossati, ponti levatoi, porte protette da opere antemurali, difese aggettanti, barbacani; le fondamenta divennero più profonde e la parte inferiore delle cortine andò assumendo un tipico andamento a scarpata onde rendere più arduo il lavoro delle "mine", cioè delle gallerie (sul tipo appunto di quelle di miniera) che gli assedianti scavavano sotto il perimetro murario per far crollare dei segmenti di cortina e penetrare attraverso le brecce così aperte. Si eliminò o si ridusse drasticamente l'uso del legname a vantaggio della pietra e del mattone; si corredarono le cinte murarie di merli, di camminatoi, di feritoie, di caditoie, e si moltiplicarono attorno alle strutture centrali le cinte stesse (due o addirittura tre). I torrioni tornarono alla loro originale forma cilindrica, abbandonando quella a parallelepipedo o a prisma che offriva una più estesa e più fragile superficie d'impatto ai proiettili.

Va da sé che, accanto a elementi propriamente militari, altri di tipoetico-simbolico concorsero a rendere più imponenti e anche ad abbellire i castelli bassomedievali, che divenivano sempre più pegni di sicurezza certo, ma anche simboli di prestigio e di potere. Nei castelli-residenza pugliesi dell'epoca di Federico Il, nei castelli del Quattrocento, in quelli generalmente quattro-settecenteschi della Loira, questo passaggio da funzioni militari sempre più vaghe a funzioni di piacevole dimora si individua chiaramente. D'altro canto, è indubbio che l'evoluzione in materia d'architettura castellana iniziatasi nel xii secolo fu una risposta provocata dall'evoluzione dei mezzi d'assedio: ma è un fatto che i progressi maggiori, da allora a tutto il Quattrocento, si segnarono più nell'arte del fortificare che in quella dell'assediare e dell'espugnare. Prendere d'assalto un castello o una città fortificata non era più impresa ai limiti dell'impossibile come un tempo, ma restava nondimeno un affare serio. Spesso si finiva coi ricorrere al vecchio strumento del blocco, che però poteva durare dei mesi e che - per quanto certa letteratura ce lo mostri punteggiato di episodi divertenti (tornei, sfide, scambio d'ingiurie e di dispetti ma talora anche di cortesie fra assedianti e assediati) - era in realtà una faccenda alquanto noiosa e, soprattutto, costosa. L'esercito assediante, se includeva dei contingenti feudali, rischiava di vederli partire una volta scaduto il termine di prestazione del loro servitium debitum, cioè dopo grosso modo una quarantina di giorni. Quanto alla nobile cavalleria pesante, durante gli assedi era più che altro d'impiccio. La piazzaforte era quindi un elemento d'equilibrio: chi si sentiva svantaggiato sul campo vi si serrava, e in questo modo le sorti del conflitto si "congelavano". Neppure i mangani, le petriere e addirittura le prime bombarde a palla di pietra poterono modificare radicalmente una situazione dei genere.

Le cose cambiarono con l'evolversi di un'artiglieria più efficace. Le difese piombanti, le alte torri, le eleganti cortine si rivelarono troppo fragili per il martellare delle palle di ferro fuso; e troppo vulnerabili merli, caditoie e bertesche, inutili del resto dal momento che il nemico non si faceva più sotto le mura con scale, "gatti" o "battifredi", ma lasciava al cannone la parola.

 

(..)

Tipologie difensive totalmente nuove, caratterizzate dal principio della difesa radente, si affermeranno, è vero, nel corso del Cinquecento, ma erano state avviate già nel secolo precedente da architetti i quali avevano cercato tuttavia di rispettare quanto più possibile anche certi modelli "tradizionali" di costruzione castellana. Anzi, è proprio questo sforzo di collegarsi anche esteticamente a una tradizione che trovava nelle cortine murarie, nei merli nei torrioni altrettanti vocaboli anche simbolici, che per noi spettatori di cinque secoli più tardi costituisce la vera e propria cartina di tornasole, la riprova di quanto le cose fossero, invece, mutate nella sostanza. Torrioni larghi e bassi; cortine massicce, a scarpata, rinforzate da terrapieni; contorni a salienti e a rientranti, a spigoli, a curve, a semicerchi, in modo che l'artiglieria posta a difesa dei bastioni potesse battere ogni punto all'estemo di essi. Senza dubbio l'idea filosofico architettonica di "città ideale", affermatasi fra gli urbanisti del Quattrocento, influì molto sulla stessa planimetria delle nuove fortezze con i loro dispositivo a pianta centrale e la loro forma dai contorni a stella, a fiore, a poligono raggiante, con gli annessi multiformi significati ermetici.

Il principio della difesa radente si era già affermato tra 1442 e 1450 a Napoli, allorché Alfonso d'Aragona aveva ristrutturato il Castel Nuovo. Ma furono Francesco di Giorgio Martini e la sua scuola ad avviare in questo campo, dall'ultimo quarto del xv secolo in poi, un discorso veramente innovatone. Le fortificazioni di Castel Sant'Angelo, iniziate da Antonio da Sangallo dal I494, mostrano a quali livelli si fosse in poco tempo pervenuti. In quelle veronesi costruite nel 1527 da Michele Sanmicheli e caratterizzate dai tipici bastioni angolari si suole individuare un ormai maturo esempio di questa nuova architettura militare, per quanto il fascino degli antichi rimanesse ancora talmente vivo che lo stesso Albrecht Dürer, scrivendo sulle fortificazioni, poteva dedicare ampio spazio ai loro sistemi, che pure l'avvento delle armi da fuoco aveva posto definitivamente da canto.

Determinati dal cannone, i mutamenti nel campo dell'architettura militare obbligarono a loro volta l'artiglieria a divenire sempre più efficace. Essa fu, dal tardo Quattrocento in poi, la protagonista degli assedi: la rivoluzione apportata nelle scienze della guerra e in genere nella tecnologia protomodema dall'avvento dell'artiglieria a polvere, che si sarebbe tentati di sottovalutare se si guardasse soltanto all'impiego dei cannoni sui campi di battaglia, svela in questo specifico dominio la sua vera portata. Fino al Seicento inoltrato, l'artiglieria campale rimase poco efficace: per contro, le cure di generali e di tecnici andarono a quella da assedio.

Insieme con l'artiglieria, anche se un po' più in sordina, si mossero i progressi di un'altra specialità che tardava a venir propriamente assorbita dalle strutture militari: il genio. Grazie ai progressi anche in questa direzione, comunque, ai primi del Cinquecento si erano già messi a punto alcuni sistemi di "mina esplosiva" e di "contromina".

Organizzazione del genio, funzione logistica, lunghezza delle operazioni d'assedio, esigenze d'un miglioramento della (si direbbe oggi) "qualità della vita" degli assedianti fecero in modo che si pensasse anche all'organizzazione e alla fortificazione degli accampamenti, che sovente si trasformavano addirittura in quartieri stagionali.

 

(..)

Nel Seicento, la situazione si era radicalmente evoluta.

(..)

Importante anche il fatto che l'artiglieria obbligasse a trasformare una guerra d'assedio in guerra di fortezza. Di fronte alle fortificazioni assediate, a loro volta provviste di grossi cannoni, gli assedianti si trovavano in una curiosa condizione d'inferiorità "di ritorno", il che li spingeva a munire i loro accampamenti di sofisticate trincee, casematte, contro bastionature, senza le quali le artiglierie avversarie o eventuali sortite degli assediati avrebbero avuto buon gioco.

L'ingegneria militare si mosse a lungo all'interno dei parametri della balistica e della scienza delle fortificazioni, in una serrata dialettica fra questa e quella. Il Trattato di architettura, di ingegneria e di arte militare di Francesco di Giorgio Martini, che è di poco posteriore al 1480, può considerarsi il capofila d'una lunga e venerabile schiera di scritti teorici connessi a vive esperienze applicate. Le ricerche di Leonardo, di Vannoccio Biringuccio, soprattutto di Niccolò Tartaglia con i suoi Quesiti et invenzioni diverse, del 1546, erano destinate a rimanere dei classici nel campo dell'artiglieria teorica, la quale si connetteva, ovviamente, in modo diretto e strettissimo con la matematica e la dinamica. Che artiglieria e dinamica siano unite sul piano teorico e sperimentale, risulterà logico e lo abbiamo del resto anticipato en passanti a proposito del rapporto - sia pur casuale - fra le macchine da lancio a leva e l'impetus di Buridano. Il cannone ha la sua importanza nel (e trae i suoi vantaggi dal) progresso scientifico che la dinamica compie nell'arco fra Galileo e Newton.

E paralleli progressi compiva la scienza delle fortificazioni, in una dialettica di reciproca interazione - e in una gara al reciproco superamento - rispetto a dinamica e a balistica, secondo la legge della rnisura-contromisura. Erano sovente gli stessi scienziati e matematici impegnati nelle une, che fornivano le risposte più adeguate nel campo dell'altra. Da Giovan Battista Zanchi che ne scriveva a metà Cinquecento, a Girolamo Cataneo, allo stesso Galileo che a Padova avrebbe insegnato teoria delle fortificazioni, la scienza del fortificare si andava ormai affannando come branca autonoma dell'architettura e dell'ingegneria.

Tutto quel che atteneva all'assedio e alla difesa era ormai divenuto fondamentale fra la metà del Cinquecento e quella del Seicento nella misura in cui i conflitti, più che ad allungarsi, avevano dimostrato la tendenza a divenire cronico-endemici, specie in certe aree d'Europa quali i Paesi Bassi, il Baltico, i Balcani. Nelle guerre tanto marittime quanto terrestri contro turchi e barbareschi, la fortezza aveva acquisito un ruolo assolutamente primario.

(..)

Il ruolo delle fortezze e delle artiglierie riduceva naturalmente quello dell'uomo in campo e del suo valore. Schematizzando non senza qualche rischio - del quale ci sembra peraltro di esser del tutto coscienti -, si potrebbe dire che nella guerra i caratteri umani si andavano riducendo a vantaggio di quelli reali nel senso giuridico del termine, quindi essenzialmente territoriali. La guerra tendeva a staticizzarsi e il fattore del contatto diretto fra le truppe - già molto ridotto a causa dell'affermarsi delle armi da fuoco - a contrarsi. E l'attenzione anche, per così dire, etica, si spostava quindi dal combattente al mezzo tecnico o all'immobile militare; non si fa troppa fatica a supporre se non addirittura a individuare, anche in questo spostamento d'interessi, uno dei caratteri dell'affermarsi dello stato assoluto, che trova nel cannone e nella fortezza due dei suoi caratteristici simboli di potere a scapito dei vecchi simboli guerrieri derivanti dall'esperienza individuale sul campo, quelli cavallereschi anzitutto.

Il conte di Montecuccoli, conscio di questi valori, filosofava sulla fortezza come fondamento del viver civile e, in certo senso, dello stato concepito a sua volta come piazzaforte assediata dagli stati vicini e confinanti. Era tutta una filosofia della frontiera che si andava costituendo, abbandonati con decisione i caratteri del territorio fluidamente delimitato e dell'ecumenicità concettuale di fondo che avevano caratterizzato il Medioevo. Della fortezza si vedevano, ovviamente, anche i dati politici. Non sfuggiva che avrebbe potuto essere impiegata a potere costituito, e di fatto lo era, come strumento di repressione

(..)

Nel fatto, in altri termini, che nella guerra seicentesca e nella relativa teorizzazione stesse diventando fondamentale tutto quel che atteneva all'assedio e alla difesa, non si deve vedere soltanto l'esito d'una tendenza strategica e anche tattica a evitare gli scontri e a ridurre le operazioni militari alla guerra di posizione e di manovra: contava anche il fatto politico, il dominio più fermo e sicuro possibile di un territorio, la certezza di dominare non solo gli eventuali invasori, ma anche gli abitanti.

In genere ci si occupava non di battere il nemico, bensì di tagliare le sue linee di rifornimento e impedirgli di manovrare: ne derivava che il massimo che si potesse fare sul piano tattico era attaccare le fortezze o difenderle. Il contributo innovatone di massimo rilievo alla guerra offensiva e difensiva di fortificazione - abbiamo già visto quanto sarebbe errato supporre che gli assediati dovessero chiudersi in una tattica puramente difensiva, e gli assedianti occuparsi soltanto di attaccare - fu offerto da un autentico genio dell'età del re Sole, il Vauban, che nell'ultimo ventennio del xvii secolo organizzò una rete formidabile di piazzeforti di frontiera, delle quali trentatré nuove, ma altre caratterizzate da una gamma di adattamenti sovente del tutto rivoluzionari a centri preesistenti. Pari impulso alle opere di fortificazione venne dato, ed è ovvio il perché, nello stesso periodo da parte olandese, grazie al genio di Menno van Coehoom. Oltre che sul fronte franco-olandese (e, in più modesta misura data la minor pericolosità di quella linea e la maggior disponibilità di difese naturali, anche sull'arco alpino occidentale al confine tra Francia e Savoia), la guerra di fortificazione venne ripresa con maggior lena, dopo la liberazione di Vienna del i683, da parte di austriaci e turchi nei Balcani. Dopo il fallito assedio turco di Vienna, la risposta imperiale fu la conquista di Belgrado nel 1717 da parte delle truppe del principe Eugenio di Savoia.

L’epoca è comunque segnata dal Vauban: egli resta il grande costruttore, difensore ed espugnatore di piazzeforti dell'intera storia militare. Perfezionò i sistemi di bastionatura, studiò infinite varianti di adattamento delle tipologie murarie al terreno, organizzò i metodi d'assedio e di difesa, perfezionò le opere di circonvallazione e di controvallazione, coordinò il fuoco delle artiglierie, rispettivamente, negli assedi col lavoro dei genieri minatori, nelle difese con le sortite dei fanti. La guerra-gioco di scacchi del Settecento dovrà molto, anche sul piano concettuale, alle operazioni e alle controperazioni di fortezza.

 

Grande architetto, sagace matematico, esperto economista, il Vauban seppe essere altresì un grande scenografo di assedi e di difese, un interprete fra i più intelligenti di quell'età barocca che lo annovera fra i suoi protagonisti: uno dei pochi, fra l'altro, che disponesse del coraggio e dell'indipendenza di giudizio necessari a fargli tener testa al Giove di Versailles, anche perché sapeva bene (e non ignorava che il sovrano ne aveva a sua volta coscienza) quanto i suoi uffici fossero a questi indispensabili. Con lui, la meccanica degli assedi si perfezionò e, si può dire, si ritualizzò anche teatralmente.

Rare, del resto, le conclusioni drammatiche e sanguinose di una campagna di fortezza. L’assedio poteva terminare o con lo smacco degli assedianti che alla fine (o spontaneamente, vista la non remuneratività dell'insistere, o perché obbligati dallo sviluppo della situazione militare) ripiegavano le tende, o con la resa onorevole degli assediati, a ciò spinti in linea di massima dalla fame e magari dalle epidemie che i disagi del viver chiusi entro un perimetro murario fatalmente comportavano. Inoltre, in particolare quando l'assedio riguardava non una fortezza ma una città, una notevole influenza era esercitata dall'insicurezza, dalla paura, dal malumore che il protrarsi dei blocco suscitavano nella popolazione. Una città impaurita poteva di continuo generare una rivolta o partorire dei traditori: i cittadini stanchi si adattavano presto a far da quinta colonna degli assedianti, purché i loro stenti avessero fine. Nel caso invece di centri conquistati d'assalto, le norme consuetudinarie di guerra prevedevano almeno per un certo tempo - in genere i primi due o tre giorni - il "ferro e fuoco", cioè il saccheggio e le violenze sugli inermi: ma dopo le vergogne della guerra dei Trent'anni casi del genere divennero sempre più rari, anche perché i vincitori preferivano entrare in possesso di una città ancora relativamente florida e ben disposta piuttosto che di un desolato mucchio di rovine; tanto più che il saccheggio scatenava fatalmente un altro meccanismo che si preferiva non venisse messo in moto, quello dell'indisciplina della truppa nei confronti dei superiori. Lo stato assoluto voleva città ordinate, tranquille, operose ed eserciti disciplinati: e tutto ciò andava contro la dinamica dei saccheggi. D'altronde, siccome tale dinamica era ben gradita, per motivi intuibili, alle truppe mercenarie, siamo dinanzi a un motivo in più per la loro sostituzione con i coscritti.

 

Nel Settecento le operazioni di assedio, difesa, conquista, "resa onorevole" e passaggio dei poteri si andarono riducendo a forme stereotipate, liturgiche per un verso, computistiche per un altro. L’imperante ragione faceva sì che fin dalle prime battute d'un assedio si misurassero le forze rispettive di assedianti e assediati e indi si decidesse, sia pur per tacito accordo, quale delle due parti era – appunto! - ragionevole prevalesse. In questo modo si risparmiavano energie, uomini, mezzi. Per quanto certi generali, quali il Marlborough ed Eugenio di Savoia, cercassero di restituire ai conflitti un certo piglio dinamico, la tendenza maggiormente seguita finì coi conferire alle operazioni militari di quel secolo un caratteristico aspetto cerimoniale. Il solo progresso, tecnicamente parlando, notevole nelle operazioni di difesa fu la cosiddetta "fortificazione perpendicolare" teorizzata nelle opere di M.R. Montalembert e costituita essenzialmente di linee di casematte munite d'artiglieria che furono sostituite nelle strutture di difesa avanzata ai terrapieni.

La cura per le piazzeforti e la riduzione progressiva degli assedi a transazioni sempre più politiche anziché militari avevano, ovviamente, una forte connotazione economica, da vedersi in rapporto col mercantilismo e con le pressanti preoccupazioni dei governi assoluti in materia di finanze e di produzione. E questo ripropone l'antico problema della pecunia nervus belli. Senza finanze adeguate non si fanno le guerre; o, quanto meno, non si vincono. E d'altra parte le guerre moderne, combattute anzitutto per l'acquisizione, il concentramento, la nazionalizzazione, la sicurezza confinaria dei territori, si combattono tenendo di mira certi traguardi economico-finanziari, certi vantaggi che da esse si vogliono conseguire. Il principio che presiede loro è dunque quello, dei resto ben noto e non certo esclusivamente in quel periodo, del massimo risultato conseguibile col minimo sforzo possibile. D'altra parte, la guerra necessita di uomini e di danaro, ma ha bisogno di armi, di strumenti, di materie prime, di opifici, insomma di tutto un apparato tecnologico che per venir attuato non solo richiede spese e programmi politici, ma impone una pianificazione direzionale. Tecnica e produzione vengono finalizzate alla guerra, i cui scopi sono peraltro il rimuovere gli ostacoli allo sviluppo e all'arricchimento di un paese. Una stretta relazione circolare si stabilisce fra guerra, economia e tecnologia.

All'alba del secondo millennio della nostra era tale relazione era già evidente, come del resto e forse ancor più lo era stata nell'antichità. Il cavaliere pesantemente armato, espressione della società feudale e dei suoi modi di produzione, rappresentava in termini economici un grosso capitale congelato: il sistema feudo-signorile si basava sulla necessità che attraverso il lavoro dei rustici si provvedesse al rnantenimento dei milites garanti della sicurezza comune. In quell'universo del legno, dal quale si ricavavano anche quasi tutti gli strumenti necessari al lavoro dei campi, il cavaliere era un destinatario importante di ferro forgiato; d'altra parte, a fare di lui quel formidabile strumento militare che egli a lungo rimase erano stati l'introduzione nel mondo occidentale della staffa e del ferro di cavallo, il raffinarsi della metallurgia che aveva permesso la produzione di armi migliori tanto offensive quanto difensive, infine il progressivo miglioramento quantitativo e qualitativo della selezione equina.

Dietro il guerriero a cavallo non v'erano pertanto solo un addestramento duro e quotidiano iniziato dalla prima giovinezza e, almeno a partire dall'XI secolo, una Weltanschauung alla quale conformarsi; v'era altresì il lavoro di parecchi rustici occupati a provvederlo dei mezzi necessari a mantenere il suo costoso equipaggiamento, e di molti artifices intenti alle fatiche delle miniere e dediti al lavoro delle fucine per mettere a punto quell'equipaggiamento. Ben presto, i fabbri più altamente qualificati si trasformarono in specialisti, cioè in spadai e armaioli: le saghe germaniche ci descrivono le sapienti tecnologie che permettevano loro di forgiare le forti e lunghe spade e di preparare le cotte di maglia di ferro strettamente tessute di piccoli anelli intrecciati fra loro e ribaditi. A partire dal Duecento, prese avvio l'uso di rinforzare le cotte di maglia per mezzo di pezzi a piastra, e con il Quattrocento si ebbero pesanti armature ormai costituite per intero di piastre articolate. Frattanto, nel corso del Basso Medioevo, la colonizzazione dei territori dell'Europa centrale e orientale aveva condotto a una maggiore produzione metallurgica: i minerali di ferro originari di Stiria e Carinzia permettevano di produrre acciaio mediante il processo di cementazione; il rame si estraeva in discreta quantità in Sassonia e in Svezia; il piombo un po' in tutta l'Europa centrale e in Inghilterra; lo stagno in Cornovaglia.

 

Ma le prestigiose armature venivano poste a dura prova dallo sviluppo delle armi da lancio. Già il piccolo arco "turco" o "soriano" composito, cioè costituito di due parti in corno connesse fra loro, aveva arrecato non poca molestia ai crociati; ma grande importanza acquistò il long bow gallese, alto un paio di metri, che poteva lanciare lunghe frecce a distanza utile di oltre duecento metri. E’ vero che l'arco composito usato dagli ottomani aveva una gittata eccezionale (si è parlato di sei-settecento metri): tuttavia era duro da tendere - corrispettivo questo della sua lunga gittata e della sua notevole capacità di penetrazione - e non giungeva pertanto a una cadenza di tiro troppo alta. Veloce invece la cadenza di tiro dell'arco lungo inglese, costruito in legno di tasso. Ottime anche la gittata e la forza di penetrazione della balestra, che però era lenta a caricarsi in quanto si doveva usare, a questo fine, un verricello.

 

Le armi da fuoco - in un primo tempo non ancor distinte in armi portatili e artiglieria - furono introdotte a integrazione e solo a poco a poco si sostituirono alle armi da lancio tradizionali. Necessario presupposto di esse fu, naturalmente, la polvere da sparo. Circa l'origine di questa mistura, i pareri sono discordi. E certo che almeno dal XII secolo i cinesi usassero il salnitro come base per la preparazione di arnesi pirotecnici, ma non è sicuro che si servissero di sostanze e ordigni di questo tipo anche a scopi bellici. Il "fuoco greco", la più spettacolare arma incendiaria da lancio impiegata dai bizantini (ma aveva origini già ellenistiche) e, a partire dal VII secolo, dagli arabi, era costituito come s'è visto da un miscuglio segreto il cui principale ingrediente tuttavia doveva essere la nafta e che veniva lanciato entro recipienti di vetro o di terracotta.

Essenziale nell'applicazione della pirotecnica alla guerra dovette essere la scoperta che il salnitro, riscaldato, sviluppa ossigeno. La vera e propria polvere pirica era una mistura più o meno grossolana (si sarebbe col tempo appreso a regolarne, secondo le esigenze, finezza e dosi) di carbone triturato, salnitro e zolfo. Il problema del reperimento degli ingredienti base era facilmente risolvibile: nell'Europa delle foreste e delle brughiere, il carbone di legna non mancava; di zolfo se ne trovava abbastanza; il salnitro si ricavava dal letame e dai detriti vegetali. La miscelazione degli ingredienti era tuttavia delicata e rischiosa, e in quel campo fu necessaria una lunga esperienza.

Sembra che la polvere da sparo sia stata definitivamente messa a punto nella regione renana, a cavallo fra il primo e il secondo quarto del Trecento; comparvero poco dopo le prime "bombarde", i primi "mortai" di ghisa o di bronzo, i primi "schioppi". Verso la fine di quel medesimo secolo la città di Augusta si rese celebre come centro di fabbricazione delle anni da fuoco, e fu lì che a quanto pare s'impostò anche la differenziazione fra armi da fuoco individuali e no.

Da principio, si usava il sistema della retrocarica: proiettile e polvere venivano cioè immessi nella canna dalla parte posteriore. Questo sistema fu però abbandonato data l'impossibilità tecnica di fabbricare dei veri e propri otturatori a tenuta ermetica: per cui si preferì l'avancarica, sistema con vari perfezionamenti rimasto in uso fino a circa la metà del xix secolo. Le prime armi portatili, gli archibugi, sparavano grazie a una miccia (vale a dire uno spago impregnato di salnitro) che veniva accostata alla polvere d'innesco sistemata nel bacinetto o scodellino dell'arma. Le difficoltà di tenere accesa la miccia, soprattutto in caso di maltempo, determinò tra la fine del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento lo sviluppo dei più funzionali sistemi d'accensione "a serpentino" e poi "a ruota", in cui il principio della scintilla ottenuta dalla miccia era sostituito da quello della pietra focaia innestata in un meccanismo che ne permetteva un'adeguata percussione. A differenza di quello a miccia, l'archibugio ad acciarino poteva esser costantemente impugnato con entrambe le mani (nel modello precedente la sinistra serviva ad avvicinare la miccia allo scodellino, con sforzo e disagio abbastanza notevoli) e quindi meglio puntato e addirittura usato da cavallo. L'introduzione del calcio ricurvo, sagomato in modo che l'arma potesse trovare un nuovo punto di solidarietà coi corpo dell'archibugiere venendo appoggiata alla spalla di questi, rese il puntamento più agevole e preciso; allo stesso scopo e ad alleviare gli inconvenienti dovuti alla pesantezza dell'archibugio fu comunque introdotta, negli anni Venti dei xvi secolo, la "forcella", vale a dire una sorta d'asta portatile più o meno ad altezza di spalla d'uomo, terminante in una forca a Y, che si piantava in terra e sulla quale si appoggiava la canna dell'arma. Molti indicano col nome di "moschetto" questo archibugio a forcella, ma pare che tale termine sia un po' successivo.

Solo nel secondo quarto del Seicento il meccanismo a ruota venne definitivamente superato, sostituito da quello detto "a pietra focaia" o "a focìle"; da cui il nome "fucile" passato, anche nella nostra lingua, a designar tutta l'arma. Nella sua forma più tipica, pare che esso venisse perfezionato in Francia. La pietra focaia, montata su apposito meccanismo, si "armava", cioè si tirava indietro, e indi, premendo il grilletto, la si spingeva su una piastra metallica sovrastante il bacinetto. Questo sistema restò comune sino ai primi dell'Ottocento, quando la cartuccia con capsula a percussione risolse il problema. E’ bene osservare che a lungo l'imprecisione del tiro di archibugi, carabine e moschetti, associata al fatto che tali oggetti erano spesso di lusso (come si vede dagli esemplari usati soprattutto per la caccia, con i loro calci che sono sovente altrettanti capolavori d'ebanisteria), impedì che il loro uso in battaglia si generalizzasse, Anche le innovazioni vennero accettate molto lentamente, non senza che vecchi modelli di armi ormai superate continuassero magari a lungo a convivere con i nuovi; questo sconsiglia di assumere troppo alla lettera certe indicazioni cronologiche che pur si possono trarre dai documenti. Per esempio il sistema di sparo "a focile" venne definitivamente adottato nelle armate francesi solo dopo il 1660, vale a dire un buon trentennio dopo la sua invenzione, e in quelle inglesi addirittura solo dopo il 1688. Naturalmente, un caratteristico fenomeno cogente obbligava, negli scontri, tutti gli eserciti a prendere al più presto atto di eventuali innovazioni introdotte sul fronte nemico e in un modo o nell'altro adeguarsi. L'accelerazione del fattore-progresso trova proprio in campo bellico uno dei suoi terreni privilegiati.

Fu Gustavo Adolfo a introdurre in modo definitivo l'arma da fuoco negli scontri di fanteria. Preoccupato di ridurre di numero le righe dei suoi schieramenti, cosa questa per ottenere la quale bisognava migliorare la cadenza di tiro (il che significava accorciare i tempi di ricarica), egli fornì le sue truppe d'un moschetto leggero, non più necessitante di forcella, con prestazioni di gittata utile d'un duecento-duecentocinquanta metri, e soprattutto risolse il problema del dosaggio delle cariche facendo distribuire alle sue truppe delle "cartucce" già pronte, complete di polvere in dosi accuratamente pesate e di palla.

Piccole innovazioni legate anche alla vita quotidiana sortivano grossi, importanti effetti. L’uso del tabacco da fumo, ad esempio, forniva a moschettieri, granatieri e cannonieri una fonte di fuoco vivo sempre a portata di mano. Allo stesso modo, l'idea della cartuccia preparata sembra essersi introdotta sulla base dell'analogia rispetto al diffondersi della pratica di medicamenti già pronti, dosati anch'essi: era una trovata elementare, un vero uovo di Colombo; ma sorti conseguenze incalcolabili. Fino ad allora bisognava che, dopo aver sparato, il moschettiere calcolasse con precisione e dosasse con mano ferma, cosa abbastanza difficile, nella fretta e nell'eccitazione della battaglia, l'esatta quantità di polvere necessaria a uno sparo correttamente efficace. Se sbagliava per difetto (come accadeva sovente, per la fretta e la paura di eccedere) il colpo riusciva inefficace, la gittata troppo corta, la forza della palla troppo fiacca; se sbagliava per eccesso, la canna poteva scoppiare. Un involtino di carta con polvere predosata e palla faceva risparmiar tempo e preveniva gli errori: certo, le cartucce andavano usate solo per il tipo di arma per il quale erano state pensate. Da qui un ulteriore incentivo alla razionalizzazione di calibri e di modelli: la fabbricazione delle armi da fuoco usciva gradualmente ma decisamente dagli ambiti artigianali.

 

Tra la fine dei Seicento e il principio del secolo successivo, queste innovazioni erano ormai entrate in tutti gli eserciti d'Europa: al vecchio binomio cinquecentesco, accensione a miccia e picca, si sarebbe sostituita nel Settecento l'endiadi moschetto con accensione a pietra focaia e baionetta a ghiera, che risolveva in certo senso la dialettica fra picchieri e tiratori unificandoli in una nuova figura di "picchiere tiratore" a funzione alternata.

Se il nuovo meccanismo d'accensione e la cartuccia accrescevano la celerità di tiro, la generale riduzione dei calibri (corrispettivo dell'alleggerimento dell'arma, viste le tecniche del tempo) permise ai soldati di portar con sé a parità di peso un maggior numero di proiettili e quindi accrebbe l'autonomia dei fucilieri. La gittata dell'arma rimase invece più o meno la medesima: in teoria sui duecento metri, in pratica sui settanta-novanta, non solo perché oltre quel limite la palla arrivava spenta, ma anche perché era praticamente impossibile colpire con tollerabile precisione un bersaglio anche grosso situato oltre il centinaio di metri. Bisognerà quindi tener presenti costantemente le gittate "utili" delle armi da fuoco, senza attribuire grande importanza a quelle teoriche, sempre pensate "al meglio" ma non attendibili a concreto livello tattico. L'unico punto debole del moschetto settecentesco era la bacchetta di legno che serviva a comprimere bene la palla sulla polvere prima dello sparo: dato il materiale di cui era fatta, essa tendeva a deformarsi con l'uso, a gonfiarsi con l'umidità, a spezzarsi. Si rimediò, da parte prima di Leopoldo di Anhalt-Dessau e poi di Federico Il, con l'adozione della bacchetta di ferro.

Anche la canna impegnò a lungo i tecnici. All'inizio, essa era costituita da una semplice striscia di metallo che, arrotolata intorno a un cilindro, veniva poi saldata; oppure, meno comunemente, da un certo numero di strisce più corte lavorate allo stesso modo e indi saldate fra loro. La calibratura veniva perfezionata successivamente, mediante un meccanismo che nel Settecento utilizzava la forza rnotrice idraulica. Nel medesimo secolo fu messo definitivamente a punto un ulteriore accorgimento, la rigatura intema a "spirale" che, secondo un principio già dei resto scoperto a metà Cinquecento da August Kuttner, conferiva al proiettile una sorta di movimento rotatorio, che rendeva la traiettoria molto più precisa. Ma, a impedire inutili sprechi di polvere e d'energia e rendere il colpo più efficace, fu importante anche l'adeguamento dei calibri delle palle a quelli delle canne, per quanto ciò - eliminando lo scarto fra le due, e quindi il "gioco" della palla rispetto alla canna - riducesse forse di un poco la celerità di caricamento: difatti il proiettile, di diametro pressoché uguale a quello della luce della canna, si doveva in pratica cacciare a forza dentro di essa. Ma l'automatizzazione dei movimenti ottenibile con l'addestramento, la bacchetta di ferro e la cartuccia preparata permisero di recuperare i tempi tecnici perduti. Dal Nuovo Mondo giunse presto anche un fucile di nuovo tipo - inventato a sua volta per la caccia - dotato d'una gittata utile tripla di quelli precedenti. Infine il miglioramento delle polveri da sparo, riducendone la fumogenità, eliminò un altro problema che si creava regolarmente sui campi di battaglia dopo le prime ripetute scariche di fucileria.

Differenziatosi a sua volta dalle rozze armi da fuoco trecentesche, il cannone sostituì gradualmente, fra Quattro e Cinquecento, la vecchia e in fondo non inefficace artiglieria a leva. Fino dal Quattrocento, la fusione dei cannoni (in ferro, in bronzo, più raramente in ottone che fu tuttavia scartato ben presto in quanto si deformava eccessivamente sotto l'azione del calore) fu uno dei problemi che maggiormente preoccupavano gli specialisti: ed è significativo che fosse la secolare esperienza dei fonditori di campane ad aprire la strada a quelli di cannoni, com'è importante il fatto che, per tutto il Cinquecento, fondere un cannone o fondere una bella statua costituisse un arduo problema tecnico (si pensi alle pagine relative alla fusione del Perseo nell'autobiografia di Benvenuto Cellini) e al tempo stesso un impegnativo lavoro d'arte. Non a caso, abbiamo cannoni cinquecenteschi preziosamente sbalzati e cesellati.

 

I tempi e le difficoltà tecniche relative alla fusione costituivano un importante ostacolo, che si cercò ripetutamente di aggirare. Ad esempio, si tentò l'esperimento di cannoni costituiti da doghe di metallo tenute insieme, come botti, da cerchi di ferro; oppure, come durante la guerra dei Trent'anni cercarono di fare gli svedesi riprendendo un'invenzione a quel che pare svizzera, si costruirono cannoni con un interno di filo di ferro strettamente intrecciato e una copertura esterna in cuoio, che avevano il pregio della leggerezza e che non sembra funzionassero male, ma che furono rapidamente abbandonati forse anzitutto perché si usuravano presto. Il problema restava dunque uno: procurarsi metallo sufficiente alla produzione delle artiglierie e organizzare buoni sistemi di fusione.

Ed ecco quindi imporsi all'attenzione dei governi, degli organizzatori della produzione, dei tecnici, il mondo delle miniere. Un mondo strano, misterioso, per più versi arcaico, legato - come quello, a esso affine, delle carboniere - a una serie di tabù, alle inquietanti mitologie dei sottosuolo e del fuoco infero, alle leggende ctonie. Se il nero carbonaio e il fabbro riarso formano, nel Medioevo, le basi costitutive dello stesso aspetto iconogtafico dei demoni, l'abito a cappuccio e il povero aspetto deforme dei minatori contorti dalle loro malattie - l'artrosi, la gibbosità - fornirà nella tradizione folclorica europea i tratti immaginari dei geni tellurici del contro e dei Nord Europa, nani e gnomi. Ma ora il minatore, il fonditore, il carbonaio, il fabbro venivano costretti dal cannone a uscire dalle brume del folciore. Intanto si andavano facendo più frequenti i manuali relativi alla costruzione delle bocche da fuoco e ai problemi dell'artiglieria, legati del resto a tutta l'ampia letteratura tecnico-scientifica avviata con il Quattrocento e divulgata dalla stampa: tali il Bellefortis di Konrad Keyser, già nel XV secolo; e nel XVI la Pirotechnia di Vannoccio Biringuccio, del 1540, fondamentale per i problemi di fusione, e il De re metallica di Giorgio Agricola, nome latinizzato del medico sassone Georg Bauer, che è dei 1556 e costituisce un fondamentale classico nella tecnologia mineraria.

Il bronzo, forte d'una lunga tradizione nella fusione delle grandi statue e delle campane, fu a lungo preferito per quella dei cannoni al pur meno costoso ferro; con esso era possibile ottenere colate più fluide, e inoltre esso si corrodeva e scoppiava meno facilmente. La colata fluida era importante perché riduceva il pericolo d'imperfezioni di fusione suscettibili di determinare lo scoppio dell'ordigno. Il bronzo da cannone era costituito da un 77% di rame, cui si aggiungevano stagno e ottone; era, dunque, un bronzo del quale è difficile determinare la percentuale di rame (che a sua volta entra come metallo costitutivo dell'altra lega usata, l'ottone) e nel quale, accanto allo stagno, era presente in modesta percentuale anche lo zinco.

I sistemi e gli strumenti delle fonderie preindustriali non permettevano colate di masse importanti di metallo fuso, per quanto già alla fine del Medioevo lo Stückofen in uso in Stiria e in Renania si fosse sviluppato nel "forno a vento". La disponibilità di getti modesti obbligava a fondere cannoni di non grandi dimensioni.

Fu probabilmente questa esigenza, unita alla scarsa efficacia e alla modesta penetrazione delle palle di pietra, che fece ben presto cadere in disuso le grandi petriere, vale a dire le enormi bombarde quattrocentesche lunghe cìnque-sei metri, dal calibro di trenta-cinquanta centimetri e anche più, che scagliavano le palle di pietra. Esse potevano sparare soltanto poche volte al giorno, in genere non più di uno due colpi all'ora: ma capitava loro spesso di scoppiare al decimo colpo o giù di lì, il che voleva dire che una grossa e costosa bombarda non durava oltre la mezza giomata di tiri continui. Sul modello messo a punto dai francesi che, all'atto della loro discesa in Italia nel 1494, godevano fama di disporre di un parco d'artiglieria ideale, si cominciarono a usare palle di ferro fuso meno voluminose, ingombranti e pesanti di quelle di pietra, che oltretutto si ottenevano rapidamente e che erano dotate di una notevole forza di penetrazione. Le minori dimensioni dei diametro di quelle palle, consentendo la riduzione dei calibro delle armi, ne permettevano una proporzionale riduzione di lunghezza: difatti, lunghezza e calibro erano nelle cognizioni di allora strettamente connessi. Anzi, i principali problemi tecnici del tempo erano proprio quelli deten-ninati dal rapporto, nei pezzi d'artiglieria, fra lunghezza, calibro e spessore nonché da quello fra quantità di polvere immessa nella carica e potenza di sparo, quindi gittata. La paura che il pezzo scoppiasse induceva in genere a preparare cariche deboli, col risultato d'un colpo inefficace. Il che poi non rimediava granché la situazione, visto che, dopo qualche decina di tiri, il cannone quattro cinquecentesco scoppiava in ogni modo. Chi sosteneva polemicamente che le bocche da fuoco erano più pericolose per chi le usava che non per coloro contro i quali venivano usate era quindi, in un certo senso, nel giusto.

 

(..)

Un altro grosso problema era l'impiccio che le bocche da fuoco causavano durante le marce; venivano trascinate da grossi cani tirati da buoi, ma si rovesciavano o s'impantanavano facilmente e ritardavano le truppe. Anche le difficoltà dì trasferimento contribuirono al fatto che, in linea generale, fu più l'artiglieria da fortezza a venire sviluppata che non quella da campo.

(..)

La balistica s'incontrava con la matematica. Si studiavano i problemi relativi all'alzo dell'arma, quindi alla parabola del tiro e all'angolo di caduta dei proiettile. Le palle di ferro fuso messe a punto dagli artiglieri francesi, pesanti venti-venticinque chili e con un diametro d'una decina di centimetri, restarono a lungo in uso. Sul piano dell'artiglieria ossidionale un certo successo fu ottenuto nel Cinquecento dall'introduzione dei mortaio di ferro non fuso bensì forgiato, che lanciava proiettili esplosivi.

La produzione dei cannoni, e in genere l'artiglieria, era ancora legata comunque a un equilibrio produttivo e tecnologico di tipo artigianale, il che comportava vari problemi per eserciti non ancora provvisti di servizi unitari di approvvigionamento d'armi e munizioni. Per lungo tempo, avere una buona artiglieria significò essenzialmente essere riusciti ad assicurarsi i servigi di buoni mastri artigiani.

 

(..)

Un grosso problema era costituito dall'estrema varietà di tipi e di calibri (intendendo con quest'ultimo termine il diametro dell'anima della canna), che si ripercuoteva sui calibri dei proiettili, sulle dimensioni degli affusti e via discorrendo. Verso la metà del Cinquecento, si era in ogni caso già pervenuti a una certa standardizzazione: le artiglierie di Enrico Il di Francia si erano organizzate su sei calibri-base, tre da assedio ("cannone dei re", "colubrina grande", "colubrina bastarda") e tre da campagna ("colubrina media", "falconetto", "falcone"). Per dare un'idea, il falcone, che era il pezzo più piccolo, pesava sui tre quintali e mezzo, aveva un calibro di 63,5 millimetri, raggiungeva una gittata di quasi trecento metri ad alzo zero e di quasi milleduecento ad alzo 100, poteva esprimere una cadenza teorica di tiro di cinque colpi all'ora. A partire dalla fine del Cinquecento, i progressi erano ormai notevoli. Si erano affermati quattro modelli di base: i] cannone "pesante" (palla di almeno venticinque chili, gittata massima un chilometro e mezzo); il cannone "medio" (quindici chili, milleduecento metri), la colubrina pesante (otto chili, duemilatrecento metri); la colubrina leggera (quattro chili, duemilatrecento metri). Se i cannoni spiegavano la loro potenza distruttiva negli assedi, le colubrine con la loro lunga gittata rendevano buoni servizi nelle battaglie campali. Ma v'erano naturalmente anche tipi più piccoli e variamente differenziati, a seconda dei vari impieghi tattici.

 

(..)

Tra la fine del Seicento e i primi anni del Settecento la standardizzazione compi ulteriori progressi. L’artiglieria da assedio sparava ormai dei proiettili fra le trentasei e le sessanta libbre; quella da campagna, palle dalle tre alle ventiquattro libbre. I due principali inconvenienti delle bocche da fuoco derivavano dal fatto che esse risultavano ancora troppo ingombranti e richiedevano un massiccio impiego di uomini e mezzi sia per lo spostamento sia per la manutenzione. Tutto ciò creava una serie di disservizi sul piano militare, anche perché gli artiglieri erano tecnici, operai, manovali, non soldati. Solo il Marlborough parve valutare nella sua esatta portata la necessità di collegare più razionalmente, anche sul piano logistico-organizzativo, esercito e artiglieria. Intanto, l'impiego dei cannoni si andava facendo tatticamente più flessibile: ad esempio gli inglesi assegnavano una modesta unità d'artiglieria - un paio di cannoni leggeri - a ciascun reggimento di fanteria, in modo da assicurargli un minimo indispensabile di fuoco di copertura; misura questa che fu ben presto imitata da imperiali e da olandesi. Intanto, nel i 673, Menno van Coehoom inventava il mortaio.

Anche riguardo all'artiglieria l'esperienza di Gustavo Adolfo fu rivoluzionaria. Egli difatti si dedicò senza posa a risolvere il suo impedimento più grave: l'immobilità tattica. La risposta fu fornita dalla scoperta che la gittata dei cannone non è necessariamente legata alla lunghezza dell'anima; anzi le lunghezze allora in uso potevano essere dimezzate, e il peso in proporzione, senza diminuire l'efficacia. Questa scoperta e molti altri miglioramenti nei metodi di fusione, introdotti dall'esperto tecnologo di metallurgia Louis de Geer, un grande industriale che dominò la vita economica dell'Europa occidentale nella prima metà dei Seicento, resero possibile l'introduzione dell'artiglieria campale. Questi nuovi cannoni potevano essere spostati - anche dagli stessi artiglieri, se necessario - sul campo di battaglia; erano dotati di doppio munizionamento, a palla e a scatole di mitraglia contro bersagli animati di fanteria, secondo le circostanze, e avevano acquisito una cadenza di fuoco, contro i due oppure i tre colpi all'ora delle precedenti artiglierie, capace di confrontarsi senza troppo sfigurare con quella degli stessi moschettieri.

 

Le artiglierie seicentesche erano infatti ancora trasportate su carri separatamente dagli affusti: l'affustamento si eseguiva sul posto, per mezzo di paranchi, e si trattava d'una faccenda lunga, faticosa e non scevra di rischi. Finalmente, grazie agli affusti mobili e alla razionalizzazione imposta ai pezzi d'artiglieria da un grande tecnico settecentesco, Jean-Baptiste de Gribeauval, si giunse a livelli di perfezionamento che ressero fino alle innovativi campagne napoleoniche.

La fusione delle bocche da fuoco si mantenne molto a lungo fedele al sistema delle tre forme coordinate d'argilla: estemo del cannone, culatta, anima. Dopo la cottura delle forme e la loro sistemazione in una fossa si colava il metallo fuso, indi - non diversamente da quanto si faceva con le statue e le campane - si spezzavano le forme e si rifiniva il prodotto con la lima. In questo modo, per ogni cannone era necessario predisporre uno stampo di fusione che sarebbe poi servito una sola volta: era perciò praticamente impossibile produrre due armi uguali, con il risultato, fra l'altro, che i proiettili disponibili si adattavano alle varie bocche da fuoco sempre in modo piuttosto approssimativo. Fondere un cannone era certo un'opera d'arte, ma l'aspetto propriamente tecnologico rimaneva risolto in modo molto insoddisfacente. La parte più delicata dell'intera lavorazione era la fusione e la rifinitura dell'interno della canna. Solo verso il 1720 in Germania, e un venticinquennio circa più tardi in Olanda, si riuscì a fondere un cannone in un'unica colata, ottenendo un blocco pieno nel quale poi, mediante perforazione, si scavava l'anima. Il sistema fu perfezionato in Inghilterra grazie all'alesatrice orizzontale inventata nel 1775 da John Wilkinson e chiamata appunto "trapano di Wilkinson". Altri progressi specifici si ottenevano sovente anche grazie al contributo di artiglieri professionisti che, nella pratica, elaboravano sistemi atti a ridurre questo o quel difetto o a migliorare questo o quell'aspetto delle prestazioni dell'arma.

 

(..)

Il crescere d'importanza dell'artiglieria aveva beninteso determinato un parallelo crescere d'interesse dei sovrani per tutto quanto la riguardasse. I re d'Inghilterra, ad esempio, protessero ma anche patrocinarono e controllarono direttamente le fucine, e difatti nel Cinquecento era quasi soltanto là che si producevano bocche da fuoco in ghisa. Tuttavia fu solo nel XVIII secolo, dopo che i forni a coke ebbero consentito la fusione di un materiale più resistente, che si poté abbandonare definitivamente il bronzo. La dignità del cannone si affermava nella stessa misura. Superato il pregiudizio nobiliare nei confronti delle armi da lancio, ormai il cannone entrava nelle panoplie regie e, come del resto la granata, nell'emblematica militare; il suo tonare veniva preso a simbolo della terribilità del potere assoluto, e il Giove di Versailles, che sui suoi pezzi d'artiglieria faceva incidere il motto ultima ratio regis, ben se ne rendeva conto. Vero è che una certa tradizione plebea sarebbe rimasta fra gli artiglieri, notoriamente dei soldati-artigiani giunti tardi a essere considerati dei combattenti veri e propri. Un ruolo di primo piano, nella Rivoluzione francese e nell'impero napoleonico, spetta appunto agli artiglieri, i più "a sinistra" nelle armate giacobine: "Vive le son du canon", come canta la Carmagnole celebrando i canoniers che avrebbero sventato i piani "criminosi" di madame Veto. Si potrebbe ribattere che anche il celebre leggendario capo dell'insurrezione vandeana, il signor De Charrette, si abbandonava (e ciò non stupirebbe, in un ex ufficiale) alla lode dei cannone, se nella canzone Monsieur de Charrette gli si fa dire ai suoi chouans che "le canon / fait mieux danser que le son du violon". Peccato soltanto che la bella e famosa canzone, a lungo creduta un autentico documento della resistenza realista, sia invece un falso composto per intero, parole e musica, nel 1853, dal romanziere Paul Feval.

Il lievitare della domanda di metallo per l'artiglieria - che, insieme con quella di strumenti da lavoro parallela all'ascesa demografica e allo sviluppo manifatturiero sei-settecenteschi, provocò un forte e continuo aumento del prezzo dei ferro - era determinato dal suo impiego non solo per i cannoni, bensì anche per i proiettili: tanto più che questi ultimi, diversamente da quanto era a lungo accaduto prima, non erano più facilmente recuperabili e riutilizzabili almeno come metallo da fondere di nuovo. L'incremento dell'artiglieria navale, per esempio, determinava l'impiego di proiettili che si perdevano definitivamente nelle acque. Per il ferro fuso il primato, rimasto fino alla guerra dei Trent'anni all'Inghilterra, passò poi all'industria svedese la quale disponeva di riserve immense di foreste e quindi di carbone di legna.

 

Altrove fu invece lo sfruttamento dei giacimenti di carbon fossile a permettere l'incremento dell'industria delle armi: celebre il caso di Liegi.

Tuttavia, dal momento che il ferro prodotto nei forni a vento non era adatto alla forgia, i grandi centri di produzione d'artiglieria non furono mai tali anche per le armi bianche, le quali rimasero fedeli alle tradizioni di alta produzione artigiana viva nella Germania renana, nell'Italia settentrionale, nella penisola iberica: gli spadai, pur attenti alle innovazioni (basti pensare alle molte e radicali modifiche subite fra Cinque e Settecento da quella che rimaneva pur sempre l'arma aristocratica e tradizionale per eccellenza), si manterranno nondimeno gelosi, nei secoli, dei loro segreti corporativi, e non disdegneranno a loro volta - eredi dei fabbri medievali, quegli artisti-sciamani ~ di spargere attorno alla loro arte l'ala del mistero. Così canta, in una vecchia ballata, un toscano geloso della sua bella: "ma io ci ho la spada, che taglieria il ferro, / l'acciaro taglieria, se bisognasse: è stata temperata nello 'nfemo / da que' maestri che ne sanno l'arte". Ancora il fuoco e l'acqua, il ferro e il sottosuolo; ancora la mitologia ctonia delle armi, nota dal tempo di Efesto e di Achille temprato nelle acque stigie.

Lo sviluppo dell'industria bellica procedeva naturalmente di pari passo con altre attività: ad esempio quella della costruzione di strumenti di precisione. Essi avevano da principio poco a che fare con la guerra: ma la crescente importanza degli scontri sul mare abituò presto all'idea che tutto quel che atteneva alla navigazione si dovesse in un modo o nell'altro collegare anche ai conflitti; per cui, progettazione di strumenti nautici e cartografia interessarono sempre più le flotte da guerra. Stesso discorso vale per gli strumenti d'avvistamento come il cannocchiale e per quelli relativi all'arte delle costruzioni da quando le fortificazioni assunsero tanto rilievo nel mondo della guerra moderna. E infine, nella misura in cui artiglieria e balistica abbandonavano il vecchio campo artigiano per entrare in quello matematico, importanza sempre maggiore acquistavano i congegni di puntamento. La livella da cannoniere era stata rigorosamente perfezionata già ai primi del Seicento.

Le antiche fonti di materia prima, miniere e foreste, divennero sempre più determinanti anche nello sviluppo dei conflitti. Ma, se la necessità di rimanere vicino alle aree di produzione della materia prima e una serie di considerazioni prudenziali sconsigliavano, per esempio, rimpianto di fonderie nei centri urbani, un diverso discorso va fatto per i cantieri navali che per loro natura non potevano se non sorgere nelle grandi città portuali. Il cantiere costituiva un centro importante d'assorbimento di manodopera, quindi un grosso incentivo all'urbanesimo: era - non meno delle guarigioni di fortezza - un centro di consumo di prodotti vari, di derrate alimentari e così via; era infine un importante luogo d'incontro e di scambio di quattro differenti dimensioni umane, quelle cioè, rispettivamente, del tecnico, dell'operaio, del soldato e del marinaio. Quando l'uso crescente del carbon fossile come fonte d'energia e di riscaldamento e quello della pietra, della calce e dei mattoni come materiale edilizio ridussero almeno in una qualche misura il consumo dei legname, il cantiere rimase il maggior centro di domanda di esso. E di legname pregiato, poi: le navi avevano bisogno di tavole di querce e di alberi di pino. Il Derry e il Williams hanno calcolato che una nave come il Souvereign of the Seas di miliecinquecento tonnellate, fatta costruire a metà xvii secolo da Carlo I d'Inghilterra, richiese l'abbattimento di "duemila querci, in venti ettari di bosco, che non avrebbero dato un secondo taglio almeno per un secolo". Il codice forestale del Colbert, nel 1669 (ma fu completato da alcuni provvedimenti del I 700), sottoponeva alle necessità della marina le foreste private più prossime alle coste e ai fiumi: provvedimento, quest'ultimo, reso necessario dalle difficoltà di trasporto dei grossi tronchi per via terrestre. Un non meno duro sfruttamento delle risorse forestali fu avviato circa nello stesso periodo in Inghilterra: ed è inutile sottolineare la contemporaneità fra questo intenso taglio dei boschi europei e i decenni che per Francia, Inghilterra e Olanda furono quelli della corsa al potenziale navale. Questo dette l'avvio anche a grosse correnti d'importazione di legname: dalla Scandinavia, ma anche dal Piemonte (pini), e dalla Romagna, dalla Toscana, dall'Alto Adriatico (querce).

Il centro vivo di questa febbrile attività era l'arsenale: un mondo complesso. Intanto era al tempo stesso per sua natura - come osservava il Colbert - fabbrica e magazzino. Ma era anche una "santabarbara sociale", dato il vasto concentramento di appartenenti ai ceti subalterni che vi si creava. A parte le malsane condizioni di lavoro sotto il profilo igienico, quelle dello sfruttamento erano di per sé quanto mai pesanti. Brest, Rochefort, Tolone, Portsmouth, Plymouth, Karlskrona, Copenhagen erano turbate da continue tensioni che sfociavano in agitazioni anche di estrema entità oppure, come accade a Rochefort nel 1706, in incendi dolosi. Le condizioni dei proletario urbano dell'ancien regime nelle grandi città - si pensi alla ricerca di Jeffry Kaplow sui lavoratori poveri della Parigi prerivoluzionaria - non erano certo, in generale, ideali: ma quelle dei cantieri erano tali che sorge il dubbio che Dante, pensando nell'Inferno all'"arzanà de' Vinìziani", si riferisse anche a immagini di sofferenza e di fatica che non si limitavano al bollire della "tenace pece" della quale esplicitamente fa menzione. I cantieri erano un inferno: a renderli tali, a dispetto dei fatto che i sovrani ne andavano tanto fieri, congiuravano le proibitive condizione igieniche, i sistemi di cessione anticipata dei biglietti di paga a tasso d'interesse elevato, la necessità per le famiglie di marinai e di arsenalotti di ricorrere all'acquisto a credito dei poco loro necessario e quindi di vivere in perpetuo stato di debito e di soggezione rispetto ai creditori, l'impossibilità per i lavoratori d'impedire che le già magre paghe fossero per giunta irregolarmente corrisposte e che si arrivasse a licenziamenti arbitrari. Si parla molto della mendicità dell'ancien régime e quindi dell'organizzazione della carità; ma non sempre si aggiunge con la dovuta chiarezza che parecchi mendicanti si affidavano alla misericordia pubblica o privata non in quanto privi di lavoro, ma in quanto costretti a un lavoro durissimo che non li poneva tuttavia in grado di bastare a se stessi.

 

Dovrebbe a questo punto apparire chiaro il ruolo dell'organizzazione capitalistica nella guerra e nella vita degli eserciti moderni. In un primo tempo, si trattò di un ruolo puramente finanziario: superate le vecchie forme di servizio militare basate sulla leva feudale o sulla chiamata generale delle armi, le compagnie non avrebbero potuto essere ingaggiate senza l'oro dei grandi mercantì-banchieri dell'Italia quattrocentesca, né svizzeri o lanzichenecchi senza l'intervento dei Fuegger, dei Welser o dei finanzieri di Piacenza e di Lione. Ma, con il progresso tecnologico e le nuove esigenze nel campo militare come in molti altri campi, e soprattutto grazie all'apporto del pensiero mercantilistico, il ruolo degli imprenditori mutò aspetto e si articolò in un complesso insieme di attività che andavano dalla fomitura dei capitali alla produzione delle armi alle commesse rispondenti alle varie necessità relative al vestiario, ai rifornimenti di vettovaglie e d'accessori e via dicendo. La guerra si trasformò a poco a poco in un'attività industriale che dava lavoro a molti e che procurava elevati profitti a una folta élite di avveduti speculatori, spesso in contatto strettissimo e in rapporto d'interessi con esponenti degli stessi ceti dirigenti, anche molto in alto nella scala sociale. Nella "spensierata" Francia della Reggenza, il finanziere John Law poteva riprendere tranquillamente l'antico adagio pecunia nervus belli per affermare che in un conflitto la vittoria spetta sempre a chi ha più danaro, e darsi cinicamente al conto di quanto costasse in termini economici prendere un prigioniero in battaglia oppure perdere un soldato caduto. L'antica terribilità della guerra, il suo elemento sacrale, si riduceva in proporzione all'avanzata e all'affermarsi d'un modus cogitandi sulla base del quale essa altro non era che - parafrasiamo una frase celebre - la continuazione con mezzi diversi della concorrenza economica. Nel ruolo di amministratori del tesoro di guerra dei vari stati noi troviamo, nell'Europa sei settecentesca, economisti e finanzieri abilissimi, che si danno anche alla gestione delle tasse riscosse a vantaggio delle forze armate e alle forniture militari. Il quadro è dappertutto ìl medesimo: dalla Prussia all'Olanda, dalla Francia all'Inghilterra. Durante l'ultimo periodo del regno di Luigi XIV, i fondi destinati ad alimentare le varie parti in conflitto passavano tutti attraverso la calvinista Ginevra; ai primi del Settecento, governo e banchieri privati trovavano conveniente collocare capitali a titolo di prestito in Olanda e in Inghilterra, mentre i finanzieri ebrei dei principati tedeschi del medesimo periodo - cioè i Behrens, i Lehmann, gli Oppenheimer - si davano con sempre maggiore impegno ad appaltare le spese di guerra dei loro signori. Il sistema delle obbligazioni e dei vasti giri di collegamento e di cointeresse fra soci faceva in modo che I'area delle speculazioni si estendesse a macchia d'olio, interessando le stesse corti. L’umanizzazione dei conflitti, che si rileva dalla seconda metà del Seicento sino alla vigilia della Rivoluzione francese, è in rapporto con questo aspetto finanziario della guerra: grosse fonti di affari, le guerre dovevano essere frequenti e magari continue, ma anche regolarmente limitate e non troppo distruttive nei confronti sia degli uomini sia delle risorse dei territori che ne erano interessati. Bisognava mungere e tosare, non scorticare. Anche le potenze minori si occupavano con attenzione, direttamente, di problemi come le forniture di armi: queste erano un grosso investimento da sorvegliare e al tempo stesso una garanzia di libertà.

(..)

Le paci di Utrecht e dì Rastadt del 1713-1714, che liquidarono un grosso contenzioso europeo lasciato in sospeso dai tempi delle paci di Westfalia e che sul momento sembrarono aprire un'era di pace duratura, non intaccarono tuttavia, nella realtà, il fecondo giro d'affari basato sulla guerra: anche perché nel frattempo gli eserciti si erano trasformati o andavano perfezionando la loro trasformazione in istituzioni pubbliche e permanenti, e avevano come tali un'esigenza costante - e in costante aumento - di capitali e di forniture. Si può anzi dire che il sistema degli eserciti permanenti contribuì a ridurre la presenza della guerra come malattia cronica dell'Europa premoderna non solo e non tanto perché stabiliva una sorta di equilibrio basato sulla reciprocità della "dìssuasione preventiva" da attacchi, ma anche e soprattutto nella misura in cui i larghi strati di speculatori - che si arricchivano sulle anni e sulle infrastrutture militari - e di operai e artigiani - che si guadagnavano il loro povero pane quotidiano lavorando per l'esercito e per la marina con attività che magari costituivano un lavoro domiciliare per donne, bambini e anziani (ad esempio le passamanerie e gli accessori per uniformi) - erano assicurati che, guerra o no, il lavoro non sarebbe loro venuto a mancare e con esso profitti e, un gradino o molti gradini sotto, salari.

Sennonché, questa continua e pesante presenza militare nei pubblici bilanci aveva i suoi svantaggi: come certi stress di natura fisica, ben sopportati e addirittura giovevoli per i soggetti sostanzialmente sani, ma deleteri e a lungo andare pericolosi per i portatori di malattie o di imperfezioni gravi. Nella Francia di Luigi XV e del suo successore, che ne doveva raccogliere la pesante eredità, le spese militari erano, accanto a quelle per la maison du roi e per le varie pensioni, tanto pesanti da creare una situazione irreversibile.

[Franco Cardini, Quell'antica festa crudele, Guerra e Cultura della Guerra dal Medioevo alla Rivoluzione Francese, Arnoldo Mondatori Editore, Milano 1995, p. 237]