di Yves Ternon
PADOVA, 30 novembre, 1 e 2 dicembre
Intervento al convegno “Si può sempre dire un sì o un no: I Giusti contro i Genocidi degli Armeni e degli Ebrei”
Uno Stato che perpetra un genocidio rifiuta sempre di riconoscerne l’evidenza. Il crimine è concepito, preparato ed eseguito in segreto e le prove sono spesso distrutte, affinché non si possa affermare né l’intenzione di sterminare, né la realtà di questo sterminio. Le cose stanno così per quanto riguarda i genocidi perpetrati nel XX° secolo. Tuttavia, questi Stati criminali non sono mai sopravvissuti ai loro misfatti; sono scomparsi come sistemi politici e i governi che sono venuti in seguito si sono sforzati o di stabilire le responsabilità dei loro predecessori o, al contrario, di cancellarle.
È così che alla fine della seconda guerra mondiale, i governi della Germania occidentale hanno collaborato con gli storici loro alleati per stabilire la verità storica e che gli storici tedeschi, grazie ai documenti di cui disponevano, sono stati in prima linea nella ricerca delle circostanze della Shoah. In Turchia, al contrario, dopo la prima guerra mondiale, la Repubblica di Kemal raccolse una parte dell’eredità dei Giovani Turchi e mantenne inalterata la versione menzognera dei fatti - che era già stata inizialmente elaborata - sulla sparizione degli Armeni dell’Impero Ottomano.
Se ci si attenesse a questa semplice analisi, si potrebbe concludere che solo il genocidio degli Armeni è oggetto di negazione, dal momento che lo Stato tedesco, contrariamente a quello turco, è in grado di accettare il proprio passato. In realtà, entrambi i genocidi sono oggetto di negazione. Sebbene quest’ultima sia di natura diversa nei due casi, essa utilizza però i medesimi strumenti dialettici. Tuttavia, è più facile capire il fenomeno negazionista se lo si affronta studiando la negazione della Shoah.
Colui che studia il negazionismo penetra in un universo ambiguo in cui il vero e il falso si confondono, il significato delle parole viene trasformato se non addirittura capovolto, la dimostrazione logica non è mai accettata da un interlocutore il cui unico scopo è di non riconoscere mai la verità. Le condizioni della negazione sono tuttavia radicalmente diverse a seconda dei mezzi di cui il negatore dispone. Ed è proprio questa la differenza principale tra la negazione della Shoah e quella del genocidio armeno.
A priori sembra assurdo tentare di rimettere in causa una verità così certa come quella dello sterminio degli Ebrei in Europa da parte dei nazisti. Gli Alleati sequestrarono tonnellate di documenti. Furono istruiti dei processi durante i quali gli imputati confessarono la loro partecipazione a un’impresa criminale che aveva coinvolto migliaia di persone. Nel corso degli anni giudici e storici hanno ricostruito le vicende dei carnefici e delle vittime. Si conoscono i luoghi e le date della condanna a morte delle vittime, le quali sono elencate con precisione. Nessuno dubita che a partire dall’estate del 1941 i nazisti avessero deciso di far sparire dalla faccia della Terra, e in primo luogo dalla maggior parte del territorio europeo, chiunque fosse da loro considerato ebreo. Questa verità è stata stabilita con una tale certezza, che gli storici ai quali essa reca disturbo non hanno altra risorsa che tentare di relativizzarla o di banalizzarla, poiché non possono negarla. Questi tentativi nascono dal riconoscimento della realtà dello sterminio e, con artifici retorici, si sforzano di dimostrare che questa sciagura non fu un fatto isolato, che nella stessa epoca c’erano altre sofferenze, oppure che questo crimine è stato preceduto altrove da altri crimini dello stesso genere, in modo da ridurne la portata. Iniziati negli anni Settanta, questi dibattiti divennero sempre più accesi: alcuni storici cominciarono a interrogarsi sulle intenzioni dei loro colleghi che procedevano ad analisi comparative. Facendo riferimento ad altri crimini di massa, costoro volevano soltanto capire meglio ciò che era stato quest’evento difficilmente concepibile – la Shoah – o cercavano al contrario di diminuirne l’importanza e di annullarne la peculiarità? Questo dubbio legittimo provocò, per contraccolpo, altri eccessi. Si parlò di “unica unicità” della Shoah, si denunciarono le manovre che miravano a rifiutarne la peculiarità, si rinchiuse l’avvenimento in uno spazio inaccessibile, privando così gli storici del metodo comparativo, strumento nondimeno necessario all’intelligibilità di questa catastrofe assoluta. Malgrado ciò, a poco a poco le persone di buona fede raggiunsero un accordo. Come nella precedente controversia tra intetionnalistes e fonctionnalistes (i sostenitori dell’intenzionalità e quelli del funzionalismo), la maggior parte dei ricercatori che si erano dedicati allo studio dei crimini di massa riconobbe che c’erano stati – prima e dopo il nazismo – altri genocidi, ma che erano stati poco numerosi, e che la difficoltà consisteva nel designare genocidio il reato in questione, tenendo conto delle ambiguità introdotte dalla Convenzione del 9 dicembre 1948 sulla prevenzione e repressione del crimine di genocidio. In molti casi, come per esempio per i massacri perpetrati in Cambogia tra il 1975 e il 1978, per la carestia provocata in Ucraina negli anni 1932-1933 e anche per l’eccidio degli Zingari ad opera dei nazisti, la discussione resta aperta e alcuni si rifiutano di considerarli dei genocidi, senza peraltro essere sospettati di negazionismo, poiché le loro argomentazioni sono coerenti. Oggi, la grande maggioranza degli storici riconosce che, per il XX° secolo, devono essere designati genocidi, insieme a quello degli Ebrei, anche quelli degli Armeni del 1915-1916 e dei Tutsi del Ruanda del 1994.
Questo accordo su un numero minimo di genocidi lascia tuttavia in sospeso la questione della peculiarità della Shoah. Se ognuno di questi genocidi fu unico e particolare, cioè se ciascuno presenta più differenze che analogie rispetto agli altri, è ovvio che gli elementi che rendono singolare la Shoah si riscontrano tutti insieme soltanto in questo caso specifico: i nazisti hanno tentato di uccidere tutti gli Ebrei, fino all’ultimo, senza eccezioni; si sono accaniti sui bambini e la loro operazione assumeva una dimensione planetaria. Questa constatazione non diminuisce affatto la gravità degli altri genocidi o crimini contro l’umanità. A rischio di screditare i lavori comparativi, qualsiasi idea di un ordine gerarchico delle sciagure o delle vittime deve essere esclusa. L’unico scopo perseguito dagli storici che si servono onestamente del metodo comparativo, è quello di arrivare a una migliore comprensione di ognuna di queste tragedie attraverso l’esame dei moventi dei criminali e dei mezzi che essi hanno impiegato per raggiungere i loro scopi.
Ma non è sempre così. Il dibattito degenera a volte in dispute perverse e si è indotti a dubitare dell’interesse di certe controversie e ad interrogarsi sui secondi fini di coloro che le sollevano. Ma queste controversie rimangono nel campo della Storia. Coloro che le provocano non manipolano i fatti, non fabbricano dei falsi, si accontentano di interpretazioni rischiose. Essi riconoscono che i nazisti hanno pianificato e perpetrato lo sterminio di 5-6 milioni di persone con il pretesto che erano ebree, in circostanze che sono state accertate: massacri sul posto o in campi di concentramento con camere a gas. Questa verità – essi lo sanno bene – non è contestabile. Rifiutarla vorrebbe dire negarla.
La negazione della Shoah ha avuto inizio piuttosto tardi. Si osserva in effetti una soluzione di continuità tra la perpetrazione del crimine – in segreto, certo, ma coinvolgendo comunque migliaia di persone consapevoli di partecipare ad un omicidio collettivo – e la negazione di tale crimine. Le persone che hanno ucciso e quelle che hanno negato non sono le stesse. La negazione della Shoah – ed è una delle sue peculiarità – non è opera degli assassini. I nazisti che hanno partecipato al genocidio degli Ebrei, nel momento in cui sono stati incriminati, hanno riconosciuto le loro azioni e, per discolparsi, si sono trincerati dietro il paravento dell’obbedienza agli ordini, ma non hanno contestato né l’esistenza né le circostanze di questo crimine. Perciò le rivelazioni non contestate sull’ampiezza dei crimini nazisti hanno avuto come conseguenza quella di condannare per sempre questo regime nella memoria dell’umanità e di proibire la manifestazione esplicita dell’antisemitismo; ciò ha causato frustrazioni profonde in coloro che avevano bisogno di quest’odio per preservare la propria identità. Per riabilitare il nazismo e dare nuovamente libero sfogo al loro antisemitismo, questi nostalgici del nazismo hanno messo a punto – in tutto il mondo e in modo relativamente coordinato – un progetto di un cinismo dissennato, iniziato negli anni Cinquanta e sviluppatosi poi negli anni Settanta. A questi gruppuscoli neonazisti si unì allora una piccola setta della sinistra estremista, spinta però da altri moventi. Delusi dalla loro ideologia, questi estremisti di sinistra esprimevano il loro scetticismo nei confronti di qualsiasi verità certa. Questi mistificatori cominciarono a passare al vaglio - servendosi di una critica falsamente scientifica - la documentazione accumulata sui crimini nazisti, in particolare le testimonianze delle vittime che, complice l’emozione, contenevano alcuni errori. Si precipitarono con avidità su ogni minima imprecisione e assemblarono i fatti in modo azzardato. Iniziarono a porre delle domande sul numero delle vittime ebree e sulle circostanze della loro sparizione. Pretesero di parlare in nome della Storia e reclamarono il diritto a un dibattito paritario. Senza possedere il minimo argomento valido, senza prove documentarie, essi costruirono false teorie che presentarono come una revisione della storia ufficiale del genocidio degli Ebrei, revisione che, procedendo per gradi, conduceva alla fine a questa constatazione: non ci sono mai state vittime ebree dei nazisti; non c’è stato l’olocausto, quest’orrore non è mai esistito; si tratta in realtà di un complotto ordito dagli Ebrei per screditare i nazisti e per interpretare il ruolo delle vittime; gli Ebrei sono responsabili della più grande menzogna della Storia. Capovolgendo completamente la realtà, i “revisionisti” spiegavano tutta la storia del XX° secolo come un complotto ebraico che cominciava con i “Protocolli dei savi di Sion” e proseguiva con la creazione dello Stato di Israele.
Questa versione dei fatti è al tempo stesso un’impostura e un’infamia che non insulta soltanto la memoria delle vittime ma ferisce i sopravvissuti e offende l’umanità intera. Essa dimostra che i nazisti hanno degli eredi i quali non hanno tratto alcun insegnamento dal passato e non hanno alcuna vergogna né alcun rimorso, che il loro odio è sempre vivo e che essi sono pronti a perpetrare gli stessi crimini. Per opporsi a questi “assassini della memoria”, non era sufficiente denunciare l’assurdità delle loro affermazioni. Se era inutile e inopportuno parlare con loro, bisognava almeno spiegare le loro manipolazioni, e in primo luogo spogliarli della veste di eruditi che avevano indossato definendosi revisionisti. Gli studiosi che si sono occupati di questa patologia della storia li hanno sopraffatti chiamando “negazionismo” il procedimento tipico di questa menzogna e designando “negazionisti” coloro che vi avevano fatto ricorso. I negazionisti negano tutto in blocco: l’intenzione criminale, il piano di sterminio, le uccisioni. Essendo stato provato, sia dagli storici sia dai tribunali, che essi sono colpevoli di impostura, dovrebbero essere respinti dalla comunità scientifica. Tuttavia, essi riescono ancora a infiltrarsi nelle università e nei media, a reclamare - in nome della libertà di espressione - il diritto alla parola, a seminare il dubbio proclamando un legittimo scetticismo: la storia non è una scienza esatta; non esiste una verità assoluta; è vietato vietare, ecc…
Le cause che devono essere necessariamente intentate contro di loro dalle organizzazioni che difendono le vittime e che lottano contro il razzismo e l’antisemitismo rappresentano, per questi mistificatori, altrettante occasioni per divulgare le loro tesi attraverso i media e per presentarsi come dei martiri. Con la diffusione del web, essi beneficiano di un anonimato protettivo: invadono la rete, neutralizzano le parole chiave e viziano l’informazione trasformando il NET in una fogna in cui riversano tutto il loro fango. Se un navigatore di internet vuole informarsi su “olocausto” o “camere a gas”, si imbatte più spesso in siti negazionisti che non in siti che comunicano informazioni autentiche. Il negazionismo è diventato, nel corso degli anni, un flagello tanto più difficile da combattere quanto più i mezzi che esso impiega sfuggono a ogni razionalità e quanto più esso fa presa su persone così ignoranti dei fatti da accettare come verità delle falsificazioni grossolane. Ecco perché coloro che lottano contro questo nemico inafferrabile e continuamente rinvigorito non si fidano degli studi comparativi e perché li percepiscono come un’altra maschera, più ingannevole, della negazione. Così, con la loro perversità, i negazionisti sono riusciti a seminare il dubbio anche tra quegli storici che cercano soltanto la verità.
Tuttavia, non si può limitare lo studio dei genocidi contemporanei al solo caso della Shoah. È prendendo in esame la negazione del genocidio armeno che si apre in tutta la sua ampiezza il “ventaglio” del negazionismo. Le situazioni e gli autori sono radicalmente diversi. Pur osservando un certo numero di similitudini tra i due genocidi – la pianificazione, il ruolo del mito, la congiuntura di una guerra mondiale – la loro negazione si inquadra però in prospettive opposte.
Coloro che negano il genocidio armeno perseguono lo stesso scopo degli assassini - la preservazione dei benefici del crimine - e ne condividono l’ideologia nazionalista. Ma, per poter negare, essi possiedono un dossier che si sono procurati in maniera diversa dai negatori della Shoah, perché lo hanno costruito fin dall’inizio, contemporaneamente al loro progetto di sterminio, e perché hanno una lunga pratica di dissimulazione e di menzogna. Essi non cercano la provocazione, ma si presentano come vittime. Riconoscono una parte dei fatti: non negano l’esistenza di migliaia di morti, ma si accontentano di ridurne il numero e di spiegare l’avvenimento annullando la loro responsabilità. Se in Francia alcuni negazionisti della Shoah hanno potuto divulgare le loro enormi menzogne all’interno di università come quella di Lyon III, si capisce come l’università francese sia vulnerabile di fronte a falsità sul genocidio armeno ben più sottili e di conseguenza più efficaci.
Tuttavia, si possono accusare di “negazionismo” e chiamare “negazionisti” coloro che ricorrono a questa negazione? Estendendo l’uso di questi termini a forme apparentemente degradate della negazione del genocidio, non si rischia di sminuire l’abiezione dei negazionisti della Shoah e di ostacolare la difficile lotta che gli storici combattono contro questa menzogna estrema?
Intendo rispondere a queste domande. Per sostenere la mia spiegazione, vorrei tornare ai metodi tipici delle negazioni della Shoah e del genocidio armeno – si tratta di una dimostrazione che si potrebbe facilmente estendere alla negazione dei genocidi ruandese e cambogiano, ma non è il caso di farlo in questa sede.
10.2. Analisi del fenomeno negazionista
La negazione di un genocidio obbedisce in effetti a regole generali più o meno elaborate a seconda dell’identità del negatore, ma tuttavia necessarie alla formulazione della menzogna. Questi meccanismi tipici della negazione sono al tempo stesso razionali e irrazionali: sofismi, sillogismi, logica dell’assurdo. Essendo ogni genocidio un evento particolare ed essendo inscritto in un preciso contesto storico, la verità è, a seconda dei casi, più o meno facile da manipolare. I metodi negazionisti si adattano dunque ad ogni singolo caso. Per smontare queste costruzioni e isolarne le cause, è bene esaminarne in primo luogo le regole generali.
La negazione di un genocidio è ordita insieme al crimine. Durante tutte le fasi della perpetrazione, questa negazione preoccupa l’omicida. In preda a una nevrosi ossessiva che lo spinge a sterminare un gruppo, la sua vigilanza si fa più acuta. Essendo astuto, egli è attento a dissimulare e si preoccupa prima di tutto dell’apparenza dietro la quale nasconde il suo crimine. Il genocidio diventa, nel XX° secolo, l’esecuzione di un piano concertato in segreto dallo zoccolo duro di un partito che controlla uno Stato.
La strategia della negazione o è elaborata contestualmente dal partito o dallo Stato in questione, oppure a cose fatte e gradualmente, allorché l’accusa è già stata formulata a partire dalle prove – documenti e testimoni – lasciate dai criminali. Accade anche che costoro confessino il loro misfatto mentre altri, che non l’hanno commesso, ne neghino l’esistenza. Il negazionista formula in maniera diversa il suo rifiuto a seconda che egli respinga la realtà dell’omicidio o che invece declini la propria responsabilità. Se rifiuta la verità, pone fine a qualsiasi discorso: “non è successo nulla”. Questo è il caso esemplare di coloro che negano la Shoah, la cui sola strategia consiste nel negare tutto, in blocco. Per quanto riguarda il genocidio armeno, al contrario, il discorso sulla negazione è abilmente introdotto da un accordo minimo su un avvenimento: “ci sono stati effettivamente dei morti”. La serie delle domande e delle risposte verte allora sulla categoria giuridica – “era un omicidio?” -, su come qualificare il reato – “quest’omicidio può essere classificato come genocidio?” -, e sull’identità del colpevole. Questi tre elementi si confondono nella negazione.
Qualunque sia la strategia adottata, si possono isolare nella spirale negazionista quattro procedimenti discorsivi strettamente legati fra loro, attorno ai quali si organizza il ragionamento: la razionalizzazione, la riduzione, l’accusa e il capovolgimento della realtà. La razionalizzazione è lo stratagemma abituale dei professori universitari, che sono i negazionisti più scaltri. Questo tipo di negazionista tratta i suoi avversari con arroganza, disprezzo e condiscendenza, sia se è realmente uno specialista del periodo storico in questione, sia se si arroga una competenza in materia che invece non possiede. In nome della libertà di espressione, egli apre un dibattito sulla relatività di qualsiasi verità storica. Egli constata che esistono due versioni dei fatti: quella che afferma il genocidio e quella che esprime un dubbio al riguardo e conclude che oggettivamente questo dubbio non viene fugato dai documenti presentati e che occorre quindi continuare l’istruzione della pratica. Continua la sua dimostrazione con una critica delle fonti, trovandosi così in una posizione di vantaggio. Fa lezione, si presenta come professionista avveduto che nessuno può ingannare. Denuncia l’incompetenza di coloro che si accontentano di verità approssimative. Esige una dimostrazione “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Ogni documento, spiega, richiede un’interpretazione, che però è stata a volte frettolosa. Alcuni testimoni hanno spesso esagerato le cifre e i fatti o hanno potuto sbagliarsi sulle date. Durante i processi alcuni imputati hanno fatto cadere la responsabilità su altri che sono ormai morti o fuggiti. Così, egli conclude sostenendo che nella produzione di una prova non c’è mai, da una parte, una verità evidente né, dall’altra, una menzogna assoluta.
Il negazionista analizza la versione della vittima per scoprire una pecca, una testimonianza che non è stata controllata a sufficienza, un’affermazione che presenta una contraddizione, un documento inaccettabile perché non autenticato o perché contiene qualche errore. Questo documento è allora denunciato come un falso. Per mezzo di un ragionamento analogico, è tutta l’accusa a diventare sospetta. La revisione di ogni fonte è condotta seguendo un’apparente etica della discussione, nella piena libertà di pensiero. Egli prosegue la sua dimostrazione chiedendo, affinché possa rivedere il suo verdetto, dei documenti che mancano nell’incartamento: un ordine di esecuzione debitamente firmato da coloro che hanno programmato il “cosiddetto genocidio”, l’esistenza dei cadaveri, gli ordini di trasferimento, l’arma del delitto, tutte prove che sono sparite o che non sono mai esistite, come egli ben sa. Egli aggiunge che le testimonianze sono solo dicerie e che le confessioni sono state estorte con la forza.
Questa razionalizzazione è accompagnata da una manipolazione delle cifre che mira a ridurre l’importanza dello sterminio del gruppo. Il negazionista si abbandona a contorsioni statistiche sia riguardo al numero iniziale dei membri di questo gruppo, sia riguardo a quello delle vittime. Egli diminuisce questo numero e gli contrappone quello delle vittime di guerra appartenenti al gruppo degli assassini. Questa riduzione gli permette di passare alla terza fase: la relativizzazione. L’avvenimento viene così banalizzato, sommerso nel contesto di una situazione di violenza estrema - guerra o rivoluzione che sia - nel corso della quale i morti sono sempre numerosi e gli eccessi abituali. È per questo motivo che gli storici che banalizzano e/o relativizzano il genocidio degli Ebrei rimangono sospetti – pur senza poter dimostrare veramente che essi sono colpevoli di negazionismo - poiché mutuano dal negazionismo uno dei suoi metodi, senza tuttavia negare la realtà di tale genocidio.
Il negazionista termina la sua arringa in favore dell’innocenza dell’imputato accusando le vittime. È il colmo! Egli dice che le presunte vittime sono colpevoli durante ogni fase dell’avvenimento incriminato: prima, esse hanno obbligato colui che è accusato ingiustamente a difendersi da una rivolta; durante, hanno creato le condizioni di una guerra civile; dopo, hanno perpetrato dei massacri. Proprio questo è l’argomento più cinico della negazione: trasformare la vittima in carnefice. Si tratta di un capovolgimento della realtà che i negazionisti della Shoah non possono mettere in atto dal momento che essi negano l’esistenza di vittime ebree. Tuttavia essi spingono oltre la menzogna, esponendo una teoria del complotto che permette loro di rovesciare il discorso accusando le vittime di impostura. Coloro che negano il genocidio armeno, pur riconoscendo che ci sono stati dei morti, rifiutano di assumersene la responsabilità e organizzano il racconto in modo diverso: le persone scomparse in realtà sono state trasferite; alcune sono morte durante questo spostamento o nei luoghi di accoglienza, più spesso di morte naturale a causa delle condizioni difficili del tempo di guerra; il numero dei morti è minore di quanto si sia detto; le prove del crimine che sono state presentate sono state fabbricate dalla propaganda; i cadaveri fotografati sono quelli dei “nostri”, ecc…. L’accusa che è stata mossa contro il governo ottomano non era che un’impostura: l’opinione pubblica è stata credula ed è stata ingannata.
Poco importano le contraddizioni contenute in questi discorsi della negazione. Lungi dall’essere senza difetti, il ragionamento è incoerente. Si può riassumerlo così: “tutto ciò non è mai accaduto; non era così grave; se lo sono cercato; se lo sono meritato; se c’è stato un genocidio, noi ne siamo le vittime, ma abbiamo il pudore di non parlarne”. Ma i negazionisti non sono turbati dall’incoerenza dei loro ragionamenti. Essa aumenta la discordia che vogliono diffondere per accrescere la confusione.
Se la negazione della Shoah e quella del genocidio armeno non assumono le stesse forme, esse hanno tuttavia gli stessi effetti devastanti. Entrambe feriscono una comunità, mutilano il ricordo e interrompono il processo di cicatrizzazione delle ferite: di generazione in generazione, la sofferenza si rinnova, sempre più viva. Dopo la distruzione fisica di un gruppo e della sua cultura, rimane solo la memoria. Se questa viene soffocata, le vittime scompaiono ancora una volta. Il negazionismo cancella la Storia: il fatto non ha mai avuto luogo; colui che lo descrive non vi ha mai assistito.
Dopo aver smontato i pezzi della macchina negazionista, per concludere si può ricostruire la storia della negazione del genocidio armeno nella sua specificità. In questo caso, la negazione non riguarda più soltanto alcuni miserabili fanatici, malati di un odio inappagato, bensì tutto uno Stato che metodicamente difende i benefici riposti in un crimine. Questo negazionismo di Stato garantisce la continuità della formulazione della menzogna. Nel febbraio del 1915, il comitato centrale del Comitato Unione e Progresso, insieme a molti dirigenti di questo partito, mette a punto un programma di annientamento degli Armeni dell’Impero Ottomano allo scopo di preservare l’omogeneità etnica del Paese e di evitare un’amputazione territoriale nel caso in cui, al termine della guerra mondiale, fosse stato creato uno Stato armeno indipendente. I Giovani Turchi camuffano questo programma presentandolo come un provvedimento di guerra reso necessario da una rivolta degli Armeni, una sollevazione che essi non riescono a provare - malgrado gli arresti e le torture dei notabili armeni – poiché non è mai esistita. Tuttavia, essi si limitano a questa spiegazione per giustificare la deportazione di tutti gli Armeni dell’Impero. I testimoni constatano subito che questa deportazione è il mezzo dello sterminio e che essa completa gli omicidi di massa osservati sul posto nelle regioni più remote dell’Anatolia. Il governo ottomano promulga alcune leggi che rendono ufficiale la deportazione e la presentano come un semplice trasferimento seguito da un nuovo insediamento dei deportati i cui beni saranno salvaguardati. Ma, ad eccezione dei deportati siriani che Djemal Pacha tiene in vita come eventuale moneta di scambio, la quasi totalità dei deportati armeni è scomparsa nell’autunno del 1916. Le testimonianze sono allora sufficientemente numerose perché l’intenzione criminale dei dirigenti dei Giovani Turchi non lasci alcun dubbio agli alleati dell’Impero Ottomano, così come alle potenze dell’Intesa e agli Stati neutrali. Questa volontà di sterminio è confermata all’epoca dei processi istruiti dai governi ottomani che succedono ai Giovani Turchi dal novembre 1918 e che rivelano alcuni aspetti, tenuti nascosti, di un’organizzazione metodica del crimine. L’unico elemento della negazione che viene mantenuto allora, è la presunta rivolta degli Armeni, ma viene accertata la volontà criminale dei Giovani Turchi. Poi le cose cambiano. Il movimento di Kemal impone le sue condizioni ai vincitori della guerra mondiale che non hanno i mezzi per combatterlo. Nel luglio del 1923, il trattato di Losanna annulla le clausole del trattato di Sèvres che, nell’agosto del 1920, prevedeva delle sanzioni contro i Giovani Turchi criminali. La verità ufficiale accettata allora dalla Turchia diventata indipendente è la stessa del 1915: gli Armeni si sono ribellati; è stato necessario trasferirli; ci sono state delle vittime nel corso di questo spostamento; alcune persone sono morte a causa delle precarie condizioni di viaggio e delle epidemie. Il rifiuto di accollarsi questo crimine rientra dunque nella negazione di qualsiasi intenzione criminale. Tra le due guerre mondiali, la Turchia di Mustafa Kemal riscrive la propria Storia presentando il popolo turco come un modello di virtù, e ciò esclude qualunque ipotesi di un omicidio abietto. Ma la ragione principale di questo rifiuto è la paura di vedere rimesse in causa le frontiere dello Stato turco. Il pericolo armeno era stato eliminato all’epoca delle guerre di riconquista dell’Anatolia del 1919-1922. Per tenere lontano questo pericolo, alla storiografia turca è sufficiente mantenere la versione primitiva: la deportazione degli Armeni è stata resa necessaria dalla loro rivolta. Dopo la seconda guerra mondiale, la questione si ripropone con la nascita di un diritto penale internazionale istituito dal tribunale militare di Norimberga e dalla convenzione del 1948, la quale introduce nel vocabolario giuridico un termine nuovo per designare questo crimine di eccezionale gravità, che associa lo sterminio dei componenti di un gruppo in ragione della loro appartenenza a tale gruppo e il piano concertato per sterminarli: genocidio. Questo crimine non tarda a diventare imprescrittibile e ciò non permette più di relegarlo in un lontano passato per votarlo al perdono e all’oblio. A partire dal 1965, la richiesta che la Turchia riconosca il genocidio armeno, formulata dalle comunità armene della diaspora come dell’Armenia sovietica, diventa più insistente. Il governo turco progetta la negazione del genocidio in funzione degli ostacoli che si presentano. Lo fa con la potenza di uno Stato e mobilita a questo scopo tutti i mezzi di cui dispone: pressioni diplomatiche, ricatti economici, cooperazione delle università turche. Il dossier degli storici si arricchisce: il genocidio è dimostrato grazie a una documentazione sufficiente a diventare una verità storica incontestabile. Il governo turco trova allora l’appoggio di professori universitari stranieri, turcologi e specialisti di storia ottomana, che formulano una tesi di ripiego: ci sono due versioni di questi avvenimenti, una turca e l’altra armena; ci sono stati dei massacri, ma non si può provare l’intenzione criminale del governo ottomano nel 1915. L’essenziale è così salvaguardato, l’onore è preservato, il beneficio dell’omicidio conservato: senza intenzione non c’è genocidio, né obbrobrio, né rivendicazioni. Nel corso degli anni, questa negazione assume le forme più estreme fino a sfociare nel capovolgimento della realtà: gli Armeni hanno perpetrato –nel 1917 – un genocidio dei Turchi. Nel 1999, vicino alla frontiera turco-armena, è stato eretto un monumento in memoria delle vittime turche di questo genocidio immaginario in risposta al monumento commemorativo del genocidio armeno che si trova a Erevan. Naturalmente, questa posizione negazionista impedisce qualsiasi dialogo tra gli storici che conducono ricerche comparative sul crimine di genocidio - e che non sono tutti armeni, tutt’altro – e gli storici vicini alla Turchia che mantengono la versione menzognera, edulcorandola ma al tempo stesso preservandone il principio di base. Più le prove si accumulano, più le manovre diversive turche si moltiplicano. Quando il governo armeno – l’Armenia è indipendente dal 1991 – o le comunità armene chiedono ai parlamenti o alle municipalità di riconoscere il genocidio, la diplomazia armena si agita, tempesta e minaccia senza tregua. La faccenda si amplifica e giunge all’apice. Così, al vertice del Millenario a New York, nel settembre del 2000, il Presidente turco risponde a una domanda del Presidente armeno, formulata dalla tribuna dell’ONU, dicendo che non c’è mai stato alcun genocidio e che spetta agli storici discuterne. Si intrattiene in seguito con i Presidenti americano e francese per chiedere loro di fare pressioni, il primo sulla Camera dei Rappresentanti, il secondo sul Senato francese, per impedire il voto a favore di un riconoscimento del genocidio armeno che era stato richiesto a questi parlamentari. La situazione sembra senza uscita perché non si capisce come un popolo che ha dentro di sé questa memoria potrebbe abbandonare la sua richiesta e, parallelamente, come un governo turco potrebbe ammettere di aver mentito sfacciatamente al suo popolo per quasi un secolo, travisando un avvenimento di tale importanza. Questo riconoscimento è tuttavia necessario agli Armeni e ai Turchi affinché essi possano vivere fianco a fianco, senza questa insopportabile menzogna che ferisce la memoria dei primi e la dignità dei secondi.
Apparentemente ci sono dunque pochi punti in comune tra la negazione del genocidio armeno e quella del genocidio ebraico. Gli autori non hanno né la stessa identità, né gli stessi moventi, né tanto meno gli stessi mezzi. I loro discorsi sembrano completamente differenti. Effettivamente, l’indignazione legittima suscitata nei media dall’ignominia dei negazionisti della Shoah diventa relativa quando ci si occupa della negazione del genocidio armeno: l’evento è più remoto; non presenta tutti i caratteri abominevoli della Shoah; l’Occidente non è così totalmente coinvolto in questo omicidio lontano e non ha alcuna colpa da espiare; l’università è divisa a questo riguardo; la Turchia è un grande Paese, il baluardo del Medio Oriente contro l’islamismo, ecc…. Tuttavia, la sostanza è la stessa: i due terzi degli Armeni dell’Impero Ottomano sono stati assassinati nel 1915 e nel 1916 come anche sono stati assassinati i due terzi degli Ebrei d’Europa tra il 1941 e il 1944, sebbene le condizioni in cui il crimine è stato concepito e perpetrato non siano le stesse. Se ci si pone dalla parte delle vittime, se si capisce che, finché si mantiene la negazione di un genocidio nessun lutto e nessun perdono possono sussistere, che ogni famiglia armena in diaspora - così come ogni famiglia ebrea in Europa - ha delle persone scomparse da evocare e che ogni manifestazione negazionista è, per queste famiglie, per i membri di queste famiglie, una ferita di cui essi solo possono misurare il dolore, allora si constata che il rifiuto di questa verità prolunga il crimine e che la differenza non è poi così grande tra le due forme di rifiuto, sia che l’avvenimento venga negato, sia che il criminale, colto in flagrante, sia dichiarato innocente. Nessun omicidio o nessuna intenzione criminale: non sono che due sfumature di una stessa volontà di rifiutare la verità. È il rifiuto di questa verità a essere denominato “negazionismo”. Sono coloro che sostengono questo rifiuto a essere chiamati “negazionisti”.