1. “Si può sempre dire un sì o un no: i Giusti e i genocidi degli armeni e degli ebrei”

 

di Gabriele Nissim

PADOVA, 30 novembre, 1 e 2 dicembre

Relazione introduttiva al convegno

 

Mi sono chiesto, quando ho iniziato le mie riflessioni sui “Giusti”, se abbia senso ricordare il bene accanto al male, se non si corra il rischio, quando si valorizzano le testimonianze degli uomini che seppero dire di no nei tempi oscuri, di sminuire allo stesso tempo le responsabilità dei regimi totalitari del nostro secolo mettendo in secondo piano le sconfitte dell’umanità.

La figure di Oskar Schindler , di Dimiter Peshev, di Naim Bey, di Beatrice Ronher, di uomini e donne che andarono in soccorso dei perseguitati ebrei ed armeni, non ci danno un’immagine distorta dei genocidi del nostro secolo? Non rischiamo di fare un discorso troppo rassicurante sui buoni sentimenti? Molti hanno accusato il film di Benigni La vita è bella di aver banalizzato la tragicità del lager in nome dell’amore universale di un padre verso il figlio.

Quando si pensa per esempio al genocidio armeno, non ancora riconosciuto dalla comunità internazionale e a tutt’oggi negato dalle autorità della Turchia, il paese che ne fu responsabile all’inizio del secolo, si è tentati di considerare inutile il progetto di Pietro Kuciukian di portare ad Erevan le ceneri dei pochi uomini che si schierarono dalla parte delle vittime di quel genocidio.

Quando nella ex-Iugoslavia nessun gruppo dirigente nazionale ha ancora riconosciuto la propria responsabilità nella pulizia etnica, non è velleitario immaginare, come fa la scrittrice Svetlana Broz , ad un giardino a Sarajevo degli uomini buoni nei tempi malvagi?

Quello che mi sono chiesto, in sostanza, è se non esista una priorità della memoria del male, in particolare nei casi in cui la società che lo ha prodotto non ha riconosciuto le proprie responsabilità e i sopravvissuti non sono stati ascoltati.

La pensava in questo modo lo scrittore russo Varlam Salamov, che dopo avere passato diciassette anni nel gulag, scriveva:

 

«Il principio della mia epoca e della mia personale esistenza, di tutta la mia vita -ciò che ho tratto dalla mia personale esperienza, la regola che ho desunto - può essere espresso in poche parole . Prima di tutto bisogna restituire lo schiaffo e solo in un secondo tempo l’elemosina: ricordare il male prima del bene. Ricordare tutto il bene ricevuto per cent’anni e tutto il male per duecento . E’ in questo che mi distinguo da tutti gli umanisti russi del XIX e del XX secolo»[1].

 

Salamov descrive molto bene in un racconto bellissimo, La resurrezione del lance, la sua visione della memoria[2]. Egli immagina che un prigioniero spedisca a Mosca dall’estremo nord un ramo di lance rinsecchito. Il suo è un tentativo disperato di comunicare al mondo quella desolata condizione umana.

Ed ecco che accade un miracolo. La donna che lo riceve lo mette nell’acqua tiepida, e dopo tre giorni e tre notti il ramo ricomincia a germogliare è ad emettere l’inconfondibile odore della resina.

Quell’odore era l’unico profumo di vita che respiravano i prigionieri in un luogo come la Kolyma, dove non si sentiva il canto degli uccelli e dove i fiori avevano vita breve per il freddo glaciale; era l’unico segno di resistenza della natura in quell’inferno.

Ora quell’inebriante profumo di resina inondava l’appartamento e trasmetteva nel mondo dei vivi il messaggio di milioni di uomini dei gulag e del loro disperato tentativo di sopravvivere.

La resurrezione del lance da un ramo secco era il sogno impossibile del prigioniero. Era il desiderio che dall’altra parte del mondo si ricordasse quanto di orribile vi era accaduto, che le nuove generazioni portassero. con sé il dovere della memoria dei gulag, che si potesse dire finalmente che la Russia era cambiata, che era finita l’era della malvagità e dell’indifferenza.

Il miracolo del lance non era soltanto la trasmissione della memoria di quel male nascosto, rimosso, occultato dalle coscienze, ma la possibilità di un nuovo inizio.

Anche una vittima del lager come la scrittrice Etty Hillesum pensava che all’interno dei campi bisognasse salvare fino all’ultimo ogni frammento di dignità umana. Si sforzava di evitare ogni sentimento di odio nei confronti del popolo tedesco, immaginando per un uomo decente di quel paese il primo albero del giardino dei giusti che si sarebbe costruito accanto al museo di Yad Vashem a Gerusalemme.

Nel 1941 scriveva nel suo diario:

 

«Ed ecco che improvvisamente, qualche settimana fa, è spuntato il pensiero liberatorio, simile ad un esitante e giovanissimo stelo in un deserto di erbacce: se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero. Questo non significa che uno sia indulgente nei confronti di determinate tendenze, si deve ben prendere posizione, sdegnarsi per certe cose in certi momenti, provare a capire, ma quell’odio generalizzato è la cosa peggiore che ci sia. E’ una malattia dell’anima»[3]

 

Pur sapendo che il suo popolo andava irrimediabilmente verso la catastrofe, e che anche per lei si avvicinava la fine, desiderava consegnare al mondo una testimonianza di amore.

 

“So che seguirà un periodo diverso, un periodo di umanesimo — scriveva – Vorrei tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che ho dentro di me. L’unico modo che abbiamo di preparare questi tempi nuovi è di prepararli fin d’ora in noi stessi.”

 

Etty Hillesum aveva intuito prima di altri il valore che nella memoria delle generazioni future potevano avere gli atti di resistenza al male. Anche se tutto andava storto, anche se non c’era la possibilità di opporsi alla tendenza generale, i piccoli atti di umanità avrebbero potuto rivivere come esempio, come traccia per la ricostruzione di un mondo nuovo. Quelle piccole isole di dignità umana avrebbero avuto l’effetto di salvare l’idea stessa della condizione umana se un giorno fossero state raccolte e raccontate.

In questo modo viene capovolta l’idea della morte di Dio nei campi di concentramento. La questione non è la mancanza di un intervento divino in soccorso degli ebrei, ma se l’uomo in quelle circostanze sia stato capace di aiutare Dio.

 

«Una cosa — dice la Hillesum – diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, ed in questo modo noi aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi ed anche l’unica cosa che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo riuscire a disseppellirti dai cuori degli altri uomini».[4]

 

La filosofa Hannah Arendt si è avvicinata molto a questo concetto attribuendo allo storico il compito che la Hillesum aveva cercato di vivere disperatamente sul campo, di disseppellire il bene nei tempi oscuri; come un pescatore di perle che riporta dagli abissi esempi e testimonianze di dignità umana e li riscatta dall’oblio della pseudodivinità dell’epoca moderna chiamata Storia.

 

“Catone il Vecchio - ricorda la Arendt - ha detto una frase singolare che compendia nel modo più adeguato il principio politico che è implicito in tale opera di riscatto: La causa dei vincitori piacque agli dei, ma quella dei vinti a Catone[5].”

 

Questi uomini, a meno di casi eccezionali, sono in fondo dei vinti nelle vicende dei genocidi del nostro secolo, perché le loro azioni esemplari non sono riuscite a ribaltare il “male politico” di cui sono stati contemporanei, anche se hanno testimoniato una capacità di resistenza morale o hanno permesso il salvataggio di alcune vite umane.

Sono dei vinti se li si giudica dal punto di vista dell’esito finale, dal punto di vista di quella Storia andata male; sono invece dei potenziali vincitori se non sono rinchiusi nella gabbia del loro tempo, ma diventano un esempio morale per le nuove generazioni e le loro vicende, finalmente raccolte e raccontate, entrano a far parte della coscienza del mondo.

Ciò che non si è realizzato compiutamente nel loro tempo, può finalmente brillare di luce piena nell’epoca successiva.

Il lungo viaggio del ramo rinsecchito del lance di Salamov dalla Kolyma a Mosca, anche se è una metafora sulla necessità della memoria del male, ha in realtà una stretta correlazione con le ipotesi della Hillesum e della Arendt.

Il lance può risorgere soltanto se viene raccolto ed entra con la sua presenza nella nuova storia che gli uomini intraprendono. Per Salamov non deve essere soltanto il messaggero di un racconto di morte; deve diventare un anelito a ricordare per non ripetere mai più quegli orrori. Solo così si potrà risentire il profumo della resina, ultimo baluardo di resistenza del prigioniero nel gulag.

Il messaggio lanciato dalla Hillesum e da quanti cercarono di salvare la dignità umana ai tempi della Shoah e degli altri genocidi, può ritrovare vita solo se si trasforma in un esempio da prendere come punto di riferimento nel tempo presente. Siamo noi contemporanei che determiniamo l’orizzonte dello sguardo del “Giusto”. Lo collochiamo esclusivamente nel passato se facciamo di lui un’icona da ammirare in lontananza. Lo facciamo rivivere se ci permette di scoprire altri giusti in circostanze ed in luoghi diversi. Un giusto per gli ebrei deve avere lo stesso significato di un giusto per gli armeni, di un giusto all’interno del gulag o di un giusto in Bosnia.

Renderemo il suo sguardo passivo e rivolto all’indietro se confineremo la sua storia in un tempo che non ci appartiene più, mentre lo faremo guardare in avanti se ci porremo delle domande sulla nostra responsabilità individuale, se reagiremo di fronte ad ogni espressione di male radicale, ad ogni accenno di disumanizzazione degli esseri umani.

I giusti ci hanno lasciato in eredità il loro comportamento nei tempi oscuri, ma senza un testamento che ci possa orientare nel presente. Dobbiamo decidere da soli.

E’ quanto ha osservato il poeta Rene Chair in un aforisma che rende molto bene la situazione in cui ci troviamo:

“La nostra eredità non è preceduta da alcun testamento.”

IL GIARDINO DEI GIUSTI DI YAD VASHEM

Fino ad oggi l’esperienza di Yad Vashem, il museo dell’Olocausto di Gerusalemme, è stata l’unica che accanto alla memoria delle vittime di un genocidio abbia voluto ricordare i protagonisti del Bene, quanti cioè a rischio della propria vita si sono prodigati per la salvezza dei perseguitati.

E’ cosi sorto un giardino simbolico dedicato ai non ebrei che hanno cercato di porre un argine personale alla barbarie antisemita. Li hanno chiamati, con un riferimento biblico, “Giusti tra le nazioni”, ma è una definizione forse troppo eroica ed altisonante che non rende lo spirito particolare della prima istituzione che ha voluto valorizzare le azioni degli uomini comuni durante la Shoah.

Un giusto non è un uomo buono, un uomo puro, un santo; è semplicemente un uomo che ha cercato di interrompere in un punto qualsiasi della catena di un genocidio l’annientamento di un essere umano.

I membri della commissione, che decidevano volta per volta chi ricordare piantando un albero, si sono comportati esattamente come i pescatori di perle ipotizzati dalla Arendt. Hanno riportato alla luce storie nascoste di umanità che il peso della catastrofe terribile del mondo ebraico avrebbe probabilmente relegato nell’oblio.

Con il passare del tempo la lunga ricerca delle perle nascoste negli abissi della storia ha prodotto alcuni risultati inaspettati, veri e propri miracoli, la cui valenza ancona oggi non è stata sufficientemente elaborata. Ha permesso di rivolgersi con occhio diverso agli spettatori passivi della Shoah, agli stessi sopravvissuti, ma anche alle nuove generazioni dei paesi che si sono ritrovati con il marchio della responsabilità del passato.

Per quanto riguarda gli spettatori, le migliaia di vicende raccontate dagli alberi hanno fortemente incrinato l’idea di una ineluttabilità degli eventi e della impotenza degli uomini di fronte alla persecuzione di altri uomini. Quelle storie hanno dimostrato che non era impossibile capire e che in molte circostanze c’era la possibilità di incrinare in qualche modo la macchina dello sterminio. Chi ha preso pubblicamente posizione contro il genocidio nazista, come il metropolita Stefan, primate della chiesa ortodossa di Sofia, ha posto sotto tutt’altra luce il capo della chiesa di Roma, papa Pio XII, che non ha avuto il coraggio di fare altrettanto.

Per quanto riguarda i sopravvissuti, le storie dei “giusti” hanno permesso a molti di loro di ritrovare la speranza nell’umanità dopo il trauma subito. Una vittima per ricominciare non ha solo bisogno di elaborare il lutto, di raccontare il Male subito, di rivendicare giustizia per i morti, ha anche il desiderio di ritrovare la fiducia nel mondo.

Lo aveva intuito Etty Hillesum nel campo di Westerbook, quando aveva osservato che sarebbe bastato, a lei come a qualsiasi altro internato, sapere che esisteva anche una sola persona degna di essere chiamata tale tra i tedeschi, per continuare a credere negli uomini.

Un solo uomo “buono” è sufficiente per tenere accesa la speranza.

L’ha scoperto di recente anche Svetlana Broz a Sarajevo con la stesura del suo libro. Alcune vittime della pulizia etnica sentivano il bisogno di raccontarle piccole storie di convivenza, in contrapposizione all’odio accumulato. Sarebbe stato troppo difficile ricominciare a vivere con l’idea che i gruppi etnici del proprio paese fossero irrimediabilmente nemici.

Per molti ebrei e per i loro figli è stato possibile ritornare nei paesi che li avevano perseguitati e traditi, solo dopo aver saputo di uomini che si erano comportati diversamente. I giusti sono diventati così il tramite di un riavvicinamento tra le vittime della violenza ed i popoli che li hanno perseguitati. Oskar Schindler non ha solo salvato 1600 ebrei nella sua fabbrica, è diventato anche un ponte di riconciliazione tra ebrei e tedeschi.

I giusti hanno anche un ruolo di purificazione morale nei confronti del paese responsabile del male radicale. Sono il tramite attraverso cui una nazione può rielaborare il proprio passato e ritrovare l’onore perduto. Non è un caso che oggi molti giovani tedeschi si sentano discendenti di Willy Brandt, di Thomas Mann, del sergente Anton Schmidt, di Oskar Schindler, e non di Hitler o di Eichmann. Identificandosi in un’altra Germania, condannano la politica dei loro padri ed immaginano che al loro posto avrebbero potuto andare in soccorso degli ebrei.

 

Alla commissione di Yad Vashem ebbero una grande intuizione quando decisero le caratteristiche del giardino dei giusti. Misero sullo stesso piano chi aveva cercato di salvare anche un solo ebreo con chi aveva compiuto azioni più rilevanti quantitativamente e politicamente. L’orologiaio di Varsavia che aveva nascosto nella sua bottega un operaio ebreo meritava nel giardino di Yad Vashem lo stesso albero di chi aveva protetto migliaia di ebrei a Budapest, come avevano fatto il diplomatico svedese Raul Wallemberg e l’italiano Giorgio Perlasca. Tutti avevano mostrato lo stesso cuore nelle diverse circostanze in cui si erano trovati.

C’era in questo approccio l’idea del Talmud, che in qualsiasi vita si racchiuda l’universo e che per questo la salvezza di un solo essere sia già la salvezza del mondo intero. Ma ne scaturiva anche un altro messaggio: che di fronte ad un male estremo qualsiasi gesto di opposizione, di solidarietà alle vittime, di aiuto verso l’altro, non sia mai inutile, anche se apparentemente non riesce ad arrestare la macchina dello sterminio.

Un’azione di resistenza, dunque, si può compiere al livello più alto della politica come nella vita quotidiana di qualsiasi essere umano. Tutti hanno la possibilità di scegliere.

Fu il giudice Moshe Bejski, presidente della commissione a Yad Vashem per più di trent’anni, a battersi perché l’attribuzione del titolo di giusto non partisse mai da una definizione astratta, in base ad una impostazione eroica, dogmatica o condizionata da un’ideologia politica

Non importava se un salvatore avesse continuato a credere nel nazismo o nel fascismo e a stare dalla parte de governo, se avesse mostrato una coerenza morale, e nemmeno se avesse messo a repentaglio la propria vita. Bejski riteneva importante riconoscere prima di tutto quel piccolo, indistinto moto dell’anima che lo aveva spinto ad agire in solitudine contro le opinioni consolidate dell’ambiente circostante e che gli aveva fatto capire di non poter convivere con un assassino nella propria coscienza.

E quel moto dell’anima, come rifletteva Hannah Arendt, testimoniava la sua capacità di pensare per proprio conto in una situazione dove era diventata legge dello Stato sterminare un popolo intero e il nuovo senso comune faceva ritenere che l’eliminazione degli ebrei fosse la premessa necessaria per la costruzione di un mondo più buono e felice.

Mentre in Israele molti credevano che la commissione dei giusti avesse esaurito il proprio compito dopo avere vagliato alcune centinaia di casi, Bejski si impegnò affinché quel lavoro di ricerca avesse un futuro assicurato senza vincoli. Fino a quando ci fosse stata la possibilità di aggiungere anche un solo nuovo racconto nel giardino dei giusti ritenne che il lavoro dei pescatori di perle dovesse continuare.

La riflessione sui giusti doveva oltrepassare la memoria ebraica e diventare un patrimonio universale dell’umanità.

E’ un peccato che oggi Moshe Bejski non possa incontrare un uomo, recentemente scomparso, che come lui ha cercato di raccogliere le storie di dignità umana dall’interno di un altro pianeta del male.

Si tratta dello scrittore di racconti per bambini Lev Razgon, che in diciassette anni di permanenza nel gulag non ha potuto avvalersi, a differenza di Bejski, di una commissione di inchiesta per documentare le vicende dei giusti, ma ha dovuto usare come strumento di lavoro unicamente la propria autonoma capacità di giudizio e una formidabile memoria.

Ha fatto tutto da solo: ecco la sua grandezza.

Se per Moshe Bejski un giusto nell’inferno nazista era un gentile che aveva salvato un ebreo, per Lev Razgon era impossibile immaginare qualcuno fuori dal gulag che aiutasse un detenuto. Soltanto una vittima aveva la possibilità di aiutarne un’altra e di porre un argine a quel clima di corruzione umana che spingeva ogni perseguitato a diventare carceriere di un altro perseguitato. Questa possibilità era tuttavia molto rara, perché il clima del gulag annientava normalmente qualsiasi sentimento di solidarietà tra i prigionieri. Tutto si giocava sulla capacità che un detenuto aveva di preservare la propria dignità di uomo in quelle condizioni estreme.

Il detto biblico secondo cui chi salva una vita salva il mondo intero è stato ribaltato da Razgon: nel gulag soltanto chi salvava se stesso come uomo salvava il mondo intero e forse aveva la possibilità, ma mai la certezza , di venire in soccorso dell’altro.

Ogni detenuto apprendeva presto una legge spietata : se voleva sopravvivere doveva prestarsi ai ricatti dei carcerieri, al meccanismo perverso della delazione, alla crudele e terribile concorrenza con i compagni. Ogni giorno di un tempo infinito (che poteva durare anche due o tre decenni), se aveva la forza di rimanere in vita, un prigioniero si trovava nella condizione di scegliere tra la difesa del proprio corpo e la vendita della propria anima. Quando resisteva sapeva per certo che la sua esistenza era in bilico e sarebbe diventata un inferno.

Ebbene, Razgon ci ha lasciato con le sue memorie[6] decine di storie di personaggi che hanno cercato di rimanere in qualche modo umani nel gulag, e che non si sono prestati a vendere la propria dignità e a sopravvivere a scapito di altri prigionieri.

Ci ha raccontato la storia dei due giovanissimi fratelli cecoslovacchi Boris e Gleb che non parlavano mai con nessuno per evitare di farsi condizionare dall’ambiente del gulag e cercavano di sopravvivere aiutandosi a vicenda ed immaginando di trovarsi ancora nel loro paese natale; di ha raccontato la vicenda incredibile del principe afgano che rimaneva legato disperatamente alla sua sfortunata storia «amore con la moglie di un funzionario sovietico per sfuggire alla disperazione della sua condizione di prigioniero; ci ha raccontato i consigli del comunista austriaco, che poco prima di essere fucilato gli aveva spiegato che per resistere e non farsi prendere da un sconforto senza speranza non doveva più pensare di avere a che fare con uomini della sua stessa fede. Doveva capire, anche se era ancora un comunista, che i suoi carcerieri erano usuali ai peggiori fascisti, nemici del genere umano.

Razgon, come Primo Levi ad Auschwitz, era consapevole che proprio questi uomini sarebbero stati i primi a morire senza lasciare traccia in quel mondo a parte dove alla fine «sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della zona grigia, le spie»[7]. Ecco perché si affannava a trattenerli nella sua poderosa memoria, sperando di riuscire, un giorno, a raccontare il loro esempio.

Gli alberi dei giusti del gulag resistevano prima di tutto nella sua mente di prigioniero, nell’attesa di trovare finalmente un luogo dove essere saldamente piantati.

 

Lev Razgon aveva invece un moto di indignazione verso tutte quelle vittime che una volta uscite dal gulag vivevano senza ricordare, disposte ad accettare il silenzio del potere sui crimini commessi pur di ritrovare antichi privilegi.

Razgon se la prese in particolare con un noto epidemiologo che dopo essere stato umiliato nel gulag, quando finalmente il regime sovietico lo liberò, pensò che fosse giusto tacere per il bene della sua carriera. Razgon aveva intuito come la battaglia per la difesa della dignità umana si spostava dall’interno del gulag alla società, dal luogo del male alla memoria delle future generazioni. La cosa peggiore che poteva capitare ad una vittima era la rimozione del crimine che aveva subito. Ritornare a vivere come se nulla fosse accaduto equivaleva alla morte dell’anima.

E’ questo il motivo che ha spinto l’armeno Pietro Kuciukian a far dedicare il muro eretto ad Erevan accanto al monumento del genocidio agli uomini giusti che presero posizione contro lo sterminio del suo popolo. La loro azione sembra doversi protrarre anche nel nostro tempo, in cui la battaglia per la memoria di quegli avvenimenti non è stata ancora vinta.

L’armeno, a differenza dell’ebreo, non ha mai visto né un processo di Norimberga, né un processo Eichmann, né una assunzione di responsabilità da parte dello Stato che ne è stato responsabile. Vive in un mondo che ancora oggi dubita di quel genocidio. E come se quello sterminio non avesse avuto un numero rilevante di morti, non fosse frutto di una intenzione politica, non avesse dei carnefici e dei colpevoli e fosse nato esclusivamente nell’immaginazione di un popolo malato di vittimismo.

L’armeno ancora oggi non può parlare ad alta voce perché gli è stato precluso il diritto al racconto della sua storia. Si sente troppo spesso dire che parlare di un genocidio armeno è un’esagerazione e che qualsiasi comparazione con la Shoah è fuori luogo e porta ad una banalizzazione del crimine che ha colpito gli ebrei.

La Turchia è quasi riuscita ad imporre al mondo l’immagine che gli armeni sono morti per effetto di una guerra civile nel momento in cui si sono rivoltati contro l’indipendenza della nazione.

Così l’armeno vive ancora oggi in una condizione di solitudine perché non ha trovato chi ascolti le sue parole.

E’ da questo disagio intollerabile che è nata l’intuizione dì Kuciukian di dedicare un muro alla memoria dei giusti che si protragga oltre il tempo del genocidio, che ricordi non solo gli uomini decenti dell’inizio del secolo, ma quanti oggi non lasciano soli gli armeni nella rivendicazione pubblica del loro destino rimosso e negato.

Il suo grande sogno è quello di rendere un giorno gli onori ad Erevan ad un uomo di governo turco che abbia avuto il coraggio di riconoscere la responsabilità del suo paese neI genocidio del popolo armeno.

Gli piacerebbe sentire pronunciare nel parlamento di Ankara le stesse parole che un ungherese di nome Istvan Bibo nel dopo guerra rivolse ai suoi connazionali per le gravissime complicità con la macchina dello sterminio nazista: “E’ tempo di rompere con una pratica che attenua il valore morale dell’accettazione delle nostre responsabilità ... sul lungo periodo la stima che il mondo potrà provare nei nostri confronti, e che metterà sul piatto della bilancia paragonandoci alle altre nazioni,

non dipenderà dalla quantità dei torti che avremo commesso o creato, ma dalla serietà e dalla determinazione con cui avremo stabilito le nostre responsabilità. [8]

Come si deduce dalle esperienze di Moshe Bejski, di Lev Razgon, di Piero Kuciukian, di Svetlana Broz, la definizione del giusto assume caratteristiche diverse in base all’elaborazione della memoria delle vittime nei vari contesti storici. A Gerusalemme si ricorda chi ha salvato la vita di un ebreo, a Mosca chi ha preservato la dignità dell’uomo nel gulag, a Erevan chi ha salvaguardato la memoria del genocidio, a Sarajevo chi non si è prestato alla logica della pulizia etnica.

Il “giusto” è dunque un concetto aperto, determinato non solo dalla situazione specifica, ma anche dal modo in cui è entrato nella coscienza dei sopravvissuti e delle generazioni successive: per questo la comparazione tra le diverse esperienze ci permette di delinearne meglio i caratteri.

Forse un giorno ci sarà un ponte simbolico tra il muro dei giusti di Erevan,, il giardino dei giusti di Yad Vashem ed il giardino degli uomini buoni in tempi malvagi di Sarajevo. Forse un giorno si pianteranno a Gerusalemme alberi anche per gli uomini che hanno lottato contro i gulag e a Mosca, nel memoriale del gulag, si ricorderanno anche coloro che hanno salvato gli ebrei e che si sono schierati dalla parte degli armeni.

ESPERIENZE DI UOMINI “GIUSTI”

Non si può dunque presentare una definizione univoca del concetto di giusto, ma si deve parlare di esperienze di uomini che ritrovandosi sia nel campo dei persecutori che in quello variegato e con mille sfaccettature degli spettatori di un male radicale ma anche in quello dei stesso dei perseguitati , hanno avuto la capacità di mettersi dalla parte delle vittime e di operare in vario modo per la loro salvezza.

Come sostiene il filosofo Lévinas[9], questi uomini, pur in condizioni estreme, sono stati capaci di ascoltare il richiamo del volto dell’altro, e si sono fatti trascinare da quel moto di responsabilità che rappresenta il fondamentale e irrinunciabile attributo dell’esistenza umana.

In questo quadro si possono individuare due possibili percorsi: il primo riguarda coloro che hanno saputo riconoscere il male al momento della sua formazione, quando è stato inventato il nemico da distruggere all’interno di determinati gruppi etnici, sociali o politici e si è creata nelle società una divisione radicale tra “noi” e “loro”.

In questo caso si tratta di persone che rispetto ad un conformismo generale non hanno accettato la demonizzazione dell’altro e hanno saputo in qualche modo intuire le conseguenze terribili delle parole.

In un intervento al Bundestag il 27 gennaio 1998 Yehuda Bauer ha ricordato come l’ideologia attorno a cui si costruì il progetto del genocidio ebraico fu per la prima volta nella storia un atto di pura fantasia[10], perché accusare gli ebrei di essere artefici di una cospirazione mondiale, di essere al contempo rivoluzionari comunisti e capitalisti sfruttatori senza scrupoli, non aveva nessuna attinenza con la realtà. Era infatti più che evidente che, gli ebrei non possedevano né territori, né comandi militari, né controllavano alcuna economia nazionale, che addirittura erano profondamente divisi non solo tra laici, atei e religiosi, ma all’interno della stessa interpretazione della religione. La stessa contrapposizione tra Hutu e Tutsi che ha portato al terribile genocidio in Rwanda non aveva nessuna base etnica, ma è stata praticamente inventata prima dal colonialismo belga e poi dai dirigenti locali dei due gruppi che si sono autoproclamati nemici irriducibili l’uno dell’altro. Ed anche nell’ex Iugoslavia la legittimità della pulizia etnica è stata teorizzata nel 1986 quando alcuni intellettuali di Belgrado, nel Memorandum dell’Accademia delle scienze hanno riletto in modo unilaterale il passato per presentarsi come vittime potenziali dei croati e dei kosovari.

Ebbene, chi ha saputo riconoscere sul nascere queste costruzioni ideologiche ed immaginarie intervenendo per esempio contro le leggi razziali, contro l’invenzione di nemici etnici e sociali, contro le parole che demonizzano l’altro, rappresenta il primo momento della resistenza nei confronti di un possibile crimine contro l’umanità. Chi lo ha fatto non solo ha capito che era in gioco la dignità dell’uomo, ma è riuscito ad immaginare con straordinaria lucidità le possibili conseguenze della costruzione dell’odio.

Un secondo percorso di resistenza lo possiamo ritrovare invece quando il Male si è già consumato, e i giusti lo scoprono non a partire dalla convinzione, dalla lungimiranza, dall’immaginazione, ma dalla pietà che provoca ascoltare e vedere con i propri occhi la sofferenza del proprio simile. Si tratta molte volte della reazione di uomini che, dopo aver creduto nelle ideologie totalitarie, reagiscono nell’impatto con la cruda realtà. Agiscono per compassione ritrovando all’ultimo momento la capacità di pensare.

L’alto funzionario turco di Aleppo Naim Bey, l’italiano Giorgio Perlasca, il soldato tedesco Schmidt appartengono a questa categoria. Altri uomini come loro sono da scoprire e da raccontare nelle vicende degli genocidi del nostro secolo.

IDEOLOGIA E PIETA’

Una modalità dell’esperienza del giusto è stata quella di chi, perseguendo il sogno di una società perfetta negli esperimenti totalitari del nostro secolo, ha saputo, contro le sue stesse convinzioni ideologiche, riconoscere il male che veniva fatto a quegli esseri umani considerati di ostacolo al sogno di un mondo totalmente nuovo.

Gli uomini che si sono ritrovati a vivere sotto il nazismo o il comunismo hanno infatti condiviso un universo politico con molte somiglianze.

In entrambi i regimi è stata ricercata la ricetta della felicità assoluta. In entrambi si è sancito il diritto di uccidere.

In entrambi c’era un giardiniere che voleva ripulire il giardino dalle erbacce per farne un meraviglioso prato inglese.

Nel primo esperimento le erbacce che impedivano la felicità del genere umano erano gli ebrei. Il giardiniere ha ripulito il giardino dalla presenza di più di cinque milioni di ebrei.

 


 

[1] Varlam Shalamov, I racconti di Kolyma, Einaudi, Torino 1999, pag.1103-1104

 

[2] ibidem;pag.1066

[3] Etty Hillesum, Diario 1941-1943 ,Adelphi, 1985 pag.30

[4] ibidem,pag.169-170

[5] Hannah Arendt, La vita della mente, Il Mulino, Bologna 1987, p. 311

[6] Lev Razgon, La vie sans lendemains, Horai,Paris,1991

[7] Primo Levi, I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi, l995,p.63-64

 

[8] Istvan Bibo, “La question juive en Hongrie après 1944”, in Misère des petits Etats de l’Europe de l’Est, Paris, L’Harmattan, 1986, pp. 250-251

[9] Il legame con altri si stringe soltanto come responsabilità, che questa peraltro sia accettata o rifiutata, che si sappi no come assumerla, che si possa o no fare qualche cosa di concreto per altri. Dire: eccomi. Fare qualche cosa per u altro. Donare. Essere spirito umano significa questo.... io analizzo la relazione interumana come se nella prossimità altri - aldilà dell’immagine che io mi faccio dell’altro uomo -, il suo volto, l’espressivo in altri (e, in questo senso, tutto il corpo umano è, più o meno, volto) fosse ciò che mi ordina di servirlo ... il volto mi chiede e mi ordina ... ~ E. Lévinas Etica e Infinito: dialoghi con Philippe Nemo, Roma, Città nuova, 1984, pp. 108-115

[10] Yehuda Bauer, The Specific and the Universal, in Annual Rapport 1998, The Vidal Sassoon International Centre for the Study of Anti-Semitism, Jerusalem, p. 4.