[Bernard Lewis, La costruzione del Medio Oriente, Laterza, Bari 1998, pag. 39.]
Durante il diciottesimo secolo la più grave minaccia territoriale per il Medio Oriente veniva da nord, dove l’impero militare della Russia avanzava risolutamente verso il Mar Nero e il Caucaso. L’inghilterra e la Francia, ormai potenze asiatiche oltre che europee, erano i principali rivali commerciali, in concorrenza sui mercati dell’Egitto, del Levante e della Persia.
Nel 1798 l’invasione dell’Egitto da parte di un corpo di spedizione francese al comando del generale Napoleone Bonaparte dischiuse una fase nuova nella storia dell’impatto occidentale.
L’evento è stato interpretato da autori tanto occidentali quanto mediorientali come uno spartiacque nella storia: la prima incursione armata del moderno Occidente nel Medio Oriente, il primo trauma subito dalla presunzione islamica, il primo impulso alle riforme e all’occidentalizzazione. Sotto tutti questi punti di vista la spedizione napoleonica in Egitto era stata in una certa misura preceduta dalle sconfitte turche sul fronte settentrionale, e dal modo in cui i turchi avevano cercato di farvi fronte. La sua importanza rimane tuttavia notevole. Ai musulmani Napoleone dimostrò quanto fosse facile per un esercito europeo moderno invadere, conquistare e governare uno dei paesi al centro del mondo islamico; al governo britannico, quanto fosse facile per una potenza ostile interrompere le comunicazioni terrestri con l’India. Entrambe le parti, ciascuna a modo suo, impararono la lezione, trassero conclusioni e presero provvedimenti. La spedizione francese pose urgentemente i paesi arabi di fronte ai problemi dell’impatto e della reazione; nello stesso tempo segnò l’inizio di un secolo e mezzo di ingerenza diretta franco-britannica negli affari interni di quei paesi.
La minaccia proveniente dal nord era tutt’altro che scomparsa. Alla fine del diciottesimo secolo i russi erano ormai padroni delle sponde settentrionali e orientali del Mar Nero, che non era più un lago musulmano. Nel 1800 si annettevano la Georgia, nel 1806 conquistavano Baku e nei primi decenni del diciannovesimo secolo toglievano alla Persia e a una serie di sovrani locali le province attualmente riunite nelle repubbliche ex sovietiche dell’Armenia e dell’Azerbaigian.
Gli anni cinquanta e sessanta del diciannovesimo secolo furono per il Medio Oriente un periodo di rapido e significativo sviluppo. La guerra di Crimea portò con sé i consueti effetti catalitici di ogni conflitto di prima grandezza, determinando trasformazioni veloci e improvvise, accompagnate da una nuova intensità nelle sensazioni e nelle esperienze. L’alleanza con la Gran Bretagna e con la Francia e l’arrivo di truppe britanniche e francesi in Turchia portarono a un livello mai raggiunto in passato i contatti con l’Occidente.
Bloccati nell’oriente più prossimo dalla guerra di Crimea, i russi rivolsero la propria attenzione verso l’Asia centrale dove, negli anni sessanta e settanta, soggiogarono i Khanati di Khokand, Bukhara e Khiva. L’annessione dell’area compresa tra il Caspio e l’Oxus o Amu Darya negli anni ottanta consolidò la loro posizione in Asia centrale e lungo la frontiera nordorientale della Persia. Un problema di natura diversa cominciava frattanto a manifestarsi nell’Europa ottomana, dove lo svilupparsi di movimenti nazionalisti faceva pendere sui turchi sia la minaccia di nuove perdite territoriali, sia quella del contagio da parte di idee pericolose.
Nei paesi arabi l’ingerenza e l’influenza dell’Occidente attraversarono fasi diverse. Nella prima metà del secolo diciannovesimo gli occidentali si interessavano soprattutto al commercio e al-le vie di comunicazione. Vero è che ci fu anche qualche intrusione territoriale, nel Golfo Persico, ad esempio, e nell’Arabia meridionale dove nel 1839 il governo britannico si impadronì di Aden; ma queste iniziative erano limitate alla periferia più remota e avevano come scopo soprattutto la sicurezza delle rotte marittime, Gli interessi della Gran Bretagna, che era ormai la potenza occidentale più impegnata nel Medio Oriente, venivano garantiti dalla sua celebre politica di «preservare l’integrità e l’indipendenza dell’impero ottomano». Sembrava ragionevole dare per scontato che l’impero ottomano, in quanto potenza regionale dominante e profondamente radicata, si sarebbe allineato con chi aveva interessi puramente economici e strategici, contro un nemico potenziale dalle mire espansionistiche e perturbatrici. Questa politica britannica fu abbandonata soltanto con estrema riluttanza e con molti ripensamenti nostalgici. In un certo senso, negli ultimi tempi la politica mediorientale della Gran Bretagna prima, e poi quella degli Stati Uniti, non sono state altro che una serie di tentativi inconcludenti per scoprire o, in mancanza di meglio, creare una potenza mediorientale da proteggere, i cui governanti tutelassero in cambio gli interessi vitali dei protettori. Si potrà notare che, a questo gioco della protezione, britannici e ottomani ci sapevano fare un po’ meglio di qualunque altro successivo interprete dei ruoli di protettore e protetto.
La seconda metà del diciannovesimo secolo determinò trasformazioni importanti. La rapida modernizzazione delle vie di comunicazione, l’incremento degli interessi economici e finanziari diretti dell’Occidente nella regione e, a partire dagli anni ottanta, l’estendersi dell’influenza tedesca in Turchia, indussero la Gran Bretagna a modificare la propria politica. L’occupazione dell’Egitto intrapresa nel 1882 con obiettivi limitati e per un tempo determinato si trasformò in permanente e venne estesa al Sudan. Nel 1918 l’impero ottomano, che da quattro secoli dominava i paesi arabi, fu sconfitto e distrutto: con le sue macerie si mise insieme una serie di strutture politiche nuove e inconsuete.
Dal 1918 al 1945 le potenze dominanti nell’Oriente arabo sono state la Gran Bretagna e la Francia, di volta in volta rivali o irrequiete alleate. Aden, la Palestina e il Sudan hanno conosciuto una dominazione diretta, tramite regimi di tipo coloniale; altrove il controllo, ammesso che sia questa la parola giusta, veniva esercitato in forma indiretta, per mezzo di governi locali che, in qualche caso sotto mandato, in altri in condizioni di indipendenza formale, godevano di una misura variabile e indeterminata di responsabilità nella gestione dei propri affari. Questi metodi sono scomparsi negli anni seguiti alla seconda guerra mondiale, quando tutti i paesi del Medio Oriente arabo sono pervenuti alla piena indipendenza politica e hanno trovato dirigenti e capi nuovi che la esercitassero per loro conto.
Il secolo e mezzo di predominio franco-britannico nel Medio Oriente, dal possente conflitto fra Nelson e Napoleone fino alla vana collaborazione di Eden e Mollet nella fallita spedizione di Suez nel 1956, e il periodo un po’ più lungo degli influssi occidentalizzanti in Turchia, hanno determinato trasformazioni immense e irreversibili a ogni livello della vita sociale. Queste trasformazioni non vanno attribuite tutte all’opera di governanti o burattinai occidentali, la maggior parte dei quali tendevano, nella propria azione politica, a comportarsi in maniera cautamente conservatrice. Al contrario, qualcuna delle trasformazioni più decisive è stata voluta da occidentalizzatori mediorientali energici e inflessibili, statisti pronti ad acquisire gli strumenti occidentali del potere e a impararne l’impiego, mercanti ansiosi di utilizzare tecniche occidentali per far fortuna, letterati e uomini d’azione affascinati dal vigore del sapere e delle idee dell’Occidente. I processi di trasformazione si rispecchiano simbolicamente nella progressiva accettazione del modo di vestire dell’Occidente. Una sola volta nella storia i musulmani avevano abbandonato le loro tradizioni per fare proprio un modo di vestire straniero: quando gli emiri mamelucchi d’Egitto, per ordine del sultano, cominciarono verso la fine del tredicesimo secolo a indossare abiti e accessori di foggia mongola e a farsi crescere i capelli alla mongola. Fu senza dubbio un’analoga forma di magia simpatica a ispirare nel diciannovesimo secolo la scelta di indossare pantaloni, giacchette e marsine: prima nell’esercito, per ordine superiore; poi nella pubblica amministrazione, di nuovo per ordine superiore; e infine tra i ceti urbani colti non dipendenti dallo Stato, per una specie di osmosi sociale. Lo stile mongolo era stato abbandonato all’inizio del quattordicesimo secolo, forse perché i mongoli stessi si stavano convertendo all’Islam. Le giacche e i calzoni d’Europa sono invece rimasti, diventando segno esteriore e simbolo di istruzione e modernità. Si assiste ai nostri giorni allo sgretolarsi dell’ultimo bastione del tradizionalismo islamico: la scomparsa del turbante e del fez, sostituiti da copricapo occidentali con tesa, punta o visiera. I soldati dell’Iran rivoluzionario e islamico indossano ancora uniformi di stile occidentale, e perfino i diplomatici della repubblica islamica — a differenza di quelli delle monarchie dell’Arabia — portano ancora abiti occidentali, eccezion fatta per la cravatta, a simboleggiare il loro rifiuto delle usanze e delle costrizioni occidentali.
L’inizio fu puramente militare: la semplice volontà di sopravvivenza in un mondo dominato da un’Europa in fase di espansione e conquista. C’era bisogno di eserciti organizzati all’europea: una semplice questione, sembrava, di addestramento e di equipaggiamento, da risolvere prendendo in prestito un po’ di istruttori e stanziando fondi per le forniture necessarie. Il compito di gestire gli eserciti di tipo nuovo comportò tuttavia inevitabilmente la costruzione di scuole per i relativi ufficiali e la riforma dell’istruzione, la formazione di uffici amministrativi che ne garantissero il funzionamento e la riforma dei sistemi di governo, la creazione e l’amministrazione da parte dello Stato dei servizi e delle fabbriche per le forniture necessarie e, con molto ritardo, la riforma dell’economia.
Il progresso economico e tecnologico è stato a lungo opera soprattutto degli europei. Sono stati loro a costruire strade, ferrovie, ponti e porti, a introdurre le macchine a vapore nel diciannovesimo secolo e il motore a scoppio nel ventesimo, a portare il gas e l’elettricità, il telegrafo e la radio, e i primi embrioni di uno sviluppo industriale. Talvolta venivano per proprio conto come di-pendenti dei rispettivi governi o di compagnie concessionarie, talaltra in qualità di esperti o consulenti al servizio di governi mediorientali o di altri imprenditori. In principio assumevano solo manovalanza locale non specializzata, poi anche artigiani semi-qualificati; alla fine furono in grado di attingere a cospicue riserve locali di capacità tecniche e professionali incarnate negli uomini da cui finirono con l’essere sostituiti.
La più importante iniziativa straniera del ventesimo secolo è stata senza dubbio la scoperta e lo sfruttamento del petrolio, che ha posto redditi enormi a disposizione di quei governi mediorientali che reggevano i paesi in cui erano situati i giacimenti. Già in epoca medievale gli eserciti musulmani avevano ammirato e apprezzato le armi europee, e non c’è mai stata penuria di mercanti europei disposti a fornirle, a un certo prezzo. In una lettera al califfo di Baghdad, Saladino spiegava come i mercanti europei, fornendogli l’armamentario più moderno, stessero contribuendo al-la propria disfatta e alla propria distruzione. Qualche secolo più tardi i cantieri navali, le fonderie di cannoni e altre fabbriche europee di strumenti di guerra hanno contribuito all’avanzata ottomana nel cuore dell’Europa. L’enorme ricchezza derivante dalla vendita del petrolio ha consentito ai governi mediorientali di comprare le più moderne e letali creazioni dell’industria occidentale degli armamenti e — come ha dimostrato Saddam Hussein — di servirsene a proprio piacimento. Acquistando armi occidentali per combattere l’Occidente il dittatore iracheno non faceva altro che seguire una tradizione vecchia di secoli; altrettanto facevano coloro che gliele vendevano.
Insieme con le armi e la tecnologia dell’Europa è arrivato anche un altro notevole prodotto di importazione: le idee europee, destinate a rivelarsi, per il vecchio ordine politico e sociale, almeno altrettanto disgregatrici. Fino al diciottesimo secolo il mondo dell’Islam era rimasto quasi completamente isolato dai contatti intellettuali e culturali con l’Occidente. Il rinascimento e le nuove conoscenze, i movimenti scientifici, tecnologici e culturali dell’Europa cristiana non destarono eco né suscitarono risposte in seno a popoli ai quali apparivano profondamente estranee e del tutto irrilevanti. Perfino l’impatto del commercio e della diplomazia dell’Europa, benché non si potesse del tutto evitare, era ammortizzato e assorbito da una classe intermedia locale di cristiani e, in minor misura, di ebrei che nella loro qualità di mercanti, agenti, mediatori e interpreti proteggevano i loro padroni musulmani dal contagio di un contatto diretto. Negli anni del suo massimo splendore l’impero ottomano era privo di rappresentanze diplomatiche permanenti all’estero. Perfino i suoi rapporti con le ambasciate straniere a Istanbul passavano attraverso il Gran Dragomanno, che di solito era greco. C’erano pochissimi musulmani in grado di leggere una lingua occidentale; salvo poche, trascurabili eccezioni, non c’erano traduzioni di libri occidentali in arabo, persiano o turco. Per citare uno storico ottomano, «frequentare familiarmente pagani e infedeli è vietato alla gente dell’Islam, ed è tutt’altro che desiderabile un rapporto intimo tra due parti che stanno l’una all’altra come le tenebre alla luce».
Tutto ciò fu modificato dalle riforme militari. Invece di un barbaro ignorante il franco diventò maestro della più nobile e decisiva tra le arti, quella della guerra. Il suo linguaggio non era più un «gergo rozzo», come l’aveva definito un autore musulmano, ma la chiave di un sapere essenziale.
L’intenzione dei riformatori militari era stata quella di aprire nella barriera una chiusa, per consentire un flusso limitato e regolato. Lasciarono invece penetrare una piena, un’inondazione travolgente e spumeggiante che si infiltrava e irrompeva per mille crepe, portando con sé la distruzione e i semi di una nuova vita. Era un’ondata che sembrava senza fine, man mano che l’inventiva, apparentemente illimitata, dell’Europa proponeva a ogni generazione idee sempre più numerose e sempre più nuove da assimilare. Durante il diciannovesimo secolo predominarono due tendenze, talvolta in armonia, spesso in contrasto reciproco: il liberalismo radicale della Rivoluzione francese e il riformismo autoritario dell’illuminismo.