La dissoluzione dell’impero ottomano e la modernizzazione della Turchia

 

[Ira M.Lapidus, Storia delle società islamiche, Torino, Einaudi, 1995-2000, vol. III, pp. 49-65]

 

La dissoluzione dell’impero ottomano costituisce uno dei più complessi casi di transizione dalle società imperiali del XVIII secolo ai moderni stati nazionali. Il regime ottomano aveva la sovranità su un vasto territorio, comprendente i Balcani, la Turchia, il Medio Oriente arabo, l’Egitto e il Nordafrica; la sua influenza si estendeva all’Asia interna, al Mar Rosso e al Sahara. Quantunque nei secoli XVII e XVIII avesse attraversato un periodo di decentramento e avesse cominciato a cedere terreno ai suoi rivali politici e commerciali europei, l’impero aveva conservato la sua legittimazione politica e la sua struttura istituzionale fondamentale. Nel XIX secolo gli Ottomani restaurarono sostanzialmente il potere dello stato centrale, consolidarono il controllo delle province e introdussero delle riforme economiche, sociali e culturali che, nelle loro speranze, li avrebbero messi in grado di competere validamente nel mondo moderno.

Mentre gli Ottomani lottavano per riformare lo stato e la società, l’impero veniva lentamente smembrato. Le potenze europee avevano consolidato i loro vantaggi militari, economici e tecnologici e dal XIX secolo erano diventate più forti del regime ottomano. La sopravvivenza degli Ottomani venne a dipendere sempre più dagli equilibri di potere che prevalevano in Europa. Fino al 1878 gli inglesi e i russi si erano controbilanciati vicendevolmente e in generale avevano protetto lo stato ottomano da ingerenze dirette; sennonché, fra il 1878 e il 1914, la maggior parte dei Balcani divenne indipendente e la Russia, la Gran Bretagna e l’impero austro-ungarico si impossessarono di alcuni territori ottomani. Alla fine della prima guerra mondiale lo smembramento dell’impero ottomano culminò nella creazione di una pletora di nuovi stati in Turchia e nel Medio Oriente arabo. Qui esamineremo innanzitutto quale fu l’impatto esercitato dalle potenze europee, come si dissolse l’impero ottomano e le circostanze politiche che presiedettero alla formazione di un nuovo sistema di stati nazionali mediorientali. Considereremo poi la trasformazione internazionale dell’impero ottomano nel XIX secolo e il successivo sviluppo degli stati turco, egiziano e arabi formatisi alla fine della prima guerra mondiale. Come nel caso della Persia, gli effetti dell’intervento europeo si intrecciarono con il patrimonio istituzionale e culturale ottomano in modo da generare una serie di differenti società mediorientali moderne.

 

1.1. La spartizione dell’impero ottomano.

Alla fine del XVIII secolo l’impero ottomano non era più in grado di difendersi dalla crescente potenza militare dell’Europa, né di impedirne la penetrazione commerciale. La Russia aveva assorbito la Crimea e dominava la regione del Mar Nero, mentre l’Inghilterra, dopo aver contribuito nel 1798 a contrastare vittoriosamente l’invasione napoleonica dell’Egitto, aveva acquisito la supremazia militare e commerciale nel Mediterraneo. La Russia intendeva assorbire i territori ottomani nei Balcani, procurandosi cosi l’accesso al Mediterraneo; l’Inghilterra voleva invece puntellare l’impero ottomano in modo da farne un baluardo contro l’espansione russa e proteggere i suoi interessi commerciali e imperiali nel Mediterraneo, nel Medio Oriente e in India. Pertanto l’impero ottomano era protetto in maniera precaria dall’equilibrio di potere in Europa: la scena era ormai pronta per quella lotta secolare che ebbe per oggetto il «grande malato» d’Europa.

L’equilibrio di potere fu messo alla prova una prima volta nel 1831 dall’invasione della Siria da parte di Muhammad ‘Ali, l’indipendente governatore ottomano dell’Egitto (1805-48). Per reazione, gli Ottomani conclusero il trattato di Unkiar Skelessi (luglio 1833), con cui convennero di chiudere i Dardanelli e il Bosforo alle navi da guerra straniere in cambio dell’appoggio russo. La Gran Bretagna, minacciata dallo spettro di un protettorato russo sugli Ottomani e di un possibile intervento russo nel Mediterraneo, si dichiarò a favore dell’integrità territoriale dell’impero ottomano e della restaurazione del potere ottomano in Siria. Nel 1840 Russia, Gran Bretagna e Austria stabilirono che Muhammad ‘Ali doveva ritirarsi dalla Siria e stipularono una nuova convenzione che regolava il passaggio per gli Stretti, secondo la quale nessuna nave da guerra avrebbe dovuto attraversare il Bosforo e i Dardanelli in tempo di pace. Sia la Russia sia l’Inghilterra sarebbero state tutelate nelle loro sfere d’influenza. Con un accordo supplementare stipulato nel 1841 le potenze consentirono a Muhammad ‘Ali di stabilire un regime ereditario in Egitto. Pertanto la crisi interna dell’impero fece si che i suoi affari fossero regolati dalla concertazione delle potenze europee; l’impero ottomano era divenuto un protettorato europeo e una pedina nel gioco delle grandi potenze.

L’equilibrio di potere in Europa e la capacità di sopravvivenza dell’impero ottomano furono messi nuovamente alla prova durante la guerra di Crimea (1854-56). Provocate dalla pretesa russa di esercitare la propria influenza a Gerusalemme e una sorta di protettorato su tutti i sudditi cristiani degli Ottomani, forze inglesi, francesi e ottomane entrarono nel Mar Nero e nel 1855 conquistarono Sebastopoli. Con il trattato di Parigi del 1856 i russi si impegnarono a smantellare le loro forze navali stanziate nel Mar Nero, ma furono compensati da un’intesa che fece della Romania una provincia autonoma sotto la sovranità ottomana.

La crisi successiva fu causata nel 1876 dalla rivolta della Bosnia e dell’Erzegovina contro la dominazione ottomana. Nei Balcani la resistenza nazionalista contro gli Ottomani era iniziata con la rivolta serba del 1804-13; fra il 1821 e il 1829 la Grecia si era conquistata l’indipendenza; e anche serbi, romeni e bulgari rivendicavano l’autonomia. Le campagne dei Balcani per l’indipendenza culminarono nel 1876 con l’intervento della Russia: il trattato di Santo Stefano (1877) obbligò gli Ottomani a concedere l’indipendenza a Bulgaria, Serbia, Romania e Montenegro. Gli enormi vantaggi ottenuti dai russi indussero le altre potenze europee a convocare un Congresso degli stati europei, che si svolse a Berlino nel 1878 e sancì una nuova sistemazione: la Bessarabia fu ceduta dagli Ottomani alla Russia, ma per compensare questi guadagni l’Austria occupò «temporaneamente» la Bosnia e l’Erzegovina, mentre la Gran Bretagna ebbe la possibilità di utilizzare Cipro come base di operazioni. Il territorio della Bulgaria subì una drastica riduzione e vi fu restaurata la sovranità ottomana. Poi, nel 1882, per proteggere i suoi interessi legati al canale di Suez e al debito pubblico egiziano nei confronti degli inglesi e di altri creditori europei, l’Inghilterra occupò l’Egitto. Per preservare l’equilibrio del potere in Europa, la Gran Bretagna era passata dalla politica di difesa dell’integrità territoriale dell’impero ottomano alla scelta della spartizione. Da allora in poi la questione orientale sarebbe stata sempre affrontata smembrando ulteriormente lo stato ottomano.

Fra il 1878 e il 1908 furono soltanto le rivalità fra le potenze europee a impedire la spartizione dell’impero ottomano. La Gran Bretagna conservò le posizioni acquisite a Cipro e in Egitto, mentre la Germania stabili la propria influenza investendo nelle ferrovie degli Ottomani e fornendo loro consiglieri e tecnici militari. Le rivalità più esplosive avevano però per oggetto i Balcani: l’Austria fece in modo di affermare il suo ascendente diplomatico sulla Serbia e di stabilire buone relazioni con la Romania e la Grecia, mentre la Russia rimase la protettrice della Bulgaria. Serbia, Grecia e Bulgaria, per parte loro, si contendevano il controllo della Macedonia.

Nel 1908 una crisi politica interna allo stato ottomano sconvolse l’equilibrio dei poteri. Approfittando delle difficoltà dell’impero ottomano, l’Austria si annetté la Bosnia e l’Erzegovina; la Serbia, sostenuta dalla Russia, protestò contro l’annessione austriaca, ma la Germania appoggiò incondizionatamente l’Austria. I serbi e i russi furono costretti a fare marcia indietro, ma la crisi riacutizzò il conflitto fra Austria e Russia e spinse gli stati balcanici ad allearsi fra loro: nel 1912 la Serbia, poi la Grecia e infine il Montenegro conclusero con la Bulgaria dei trattati che apparentemente miravano a tenere a freno l’Austria, ma contenevano delle clausole segrete che prevedevano di attaccare l’impero ottomano. Nell’ottobre del 1912 gli eserciti balcanici congiunti sconfissero gli Ottomani e ne occuparono i territori europei residui, con l’eccezione di una piccola striscia attorno alla città di Istanbul. Poi, nel 1913, gli stati balcanici entrarono in guerra fra loro per motivi di spartizione, il che consenti agli Ottomani di rioccupare una piccola parte della Tracia. Nel giro di un anno la rivalità fra Austria e Serbia scatenò un conflitto generale in Europa.

La prima guerra mondiale completò il processo di smembramento. Nel dicembre del 1914 gli Ottomani entrarono in guerra a fianco della Germania e dell’Austria. L’aiuto militare ed economico fornito dalla Germania, il tradizionale timore ottomano della Russia, probabilmente l’ambizione di rientrare in possesso delle province perdute, spinse gli Ottomani a unirsi agli imperi centrali. Per reazione, inglesi, francesi, russi e italiani si accordarono per spartirsi le province ottomane. L’accordo Sykes-Picot (1916) stabilì che la Francia avrebbe esteso la sua sfera d’influenza sul Libano, la Turchia sudoccidentale, la Siria settentrionale e l’Iraq settentrionale, mentre l’Inghilterra avrebbe avuto il resto dell’Iraq, la sponda araba del Golfo Persico e la Transgiordania; per la Palestina fu previsto un regime internazionale; la Russia avrebbe ottenuto Istanbul e alcune zone dell’Anatolia orientale, la cui parte meridionale fu promessa all’Italia. Per realizzare la sua ambiziosa aspirazione alla supremazia in Medio Oriente, l’Inghilterra concluse altri accordi, spesso contraddittori: in cambio dell’aiuto degli arabi contro i potentati ottomani, gli inglesi promisero allo sceriffo della Mecca Husayn che l’Inghilterra avrebbe riconosciuto uno stato arabo indipendente, con alcune riserve concernenti il Libano e gli interessi inglesi e francesi; nel 1917 la dichiarazione Balfour proclamò invece che la Gran Bretagna avrebbe favorito la formazione di un focolare nazionale ebraico in Palestina.

Nel 1918 gli alleati europei avevano ormai sconfitto Germania, Austria e impero ottomano; l’Inghilterra conquistava Palestina, Siria e Iraq, mentre gli alleati assumevano il controllo di Istanbul e degli Stretti. Inghilterra e Francia concordarono di suddividere il Medio Oriente in una serie di stati, attribuendo Libano e Siria alla sfera d’influenza francese, Palestina, Giordania e Iraq a quella inglese. All’Italia fu concessa l’Anatolia sudoccidentale, mentre alla Grecia fu consentito di occupare la Tracia, Smirne e le isole egee. L’Armenia sarebbe divenuta uno stato indipendente; il Kurdistan, una provincia autonoma; Istanbul e gli Stretti furono occupati congiuntamente dagli alleati. Cosi fra i1912 e il 1920 gli Ottomani persero tutti i possedimenti balcanici del loro impero; nuovi stati furono organizzati in Libano, Siria, Palestina, Transgiordania e Iraq; l’Egitto, sotto il protettorato britannico, si affrancò completamente dalla sovranità ottomana. Il processo politico, avviato oltre due secoli prima, volto a ridimensionare e smembrare l’impero ottomano si era concluso con la formazione di un nuovo sistema di stati nazionali.

1.2. Le riforme ottomane.

Se le potenze europee divisero l’impero ottomano in una serie di stati nazionali, fu l’interazione dell’influenza europea con il retaggio storico delle varie società mediorientali a plasmare l’organizzazione istituzionale e l’identità ideologica di quegli stati. Nell’impero ottomano di fine Ottocento, e nella formazione della Turchia moderna, l’accento cadde soprattutto sulla continuità delle forme istituzionali e culturali storiche. Nonostante l’enorme influenza delle potenze europee, il loro impatto sull’evoluzione interna della società tardo ottomana e di quella turca emergente fu mediato dalle élite ottomane e turche. A differenza degli altri imperi musulmani, gli Ottomani conservarono la loro sovranità e riuscirono a realizzare il loro programma di modernizzazione e riforma.

Già nel XVII secolo gli Ottomani andavano dibattendo il problema della restaurazione dell’integrità politica e dell’efficienza militare del regime. Emersero due posizioni di fondo: i fautori della restaurazione caldeggiavano il ritorno alle leggi (kanun) di Solimano il Magnifico e si opponevano a qualsiasi cambiamento che minacciasse di dare agli europei e ai cristiani, o alle loro concezioni e alle loro tecniche, la supremazia sui musulmani. I modernisti erano invece favorevoli all’adozione dei metodi europei nei campi dell’addestramento militare, dell’organizzazione e dell’amministrazione, e all’introduzione dei cambiamenti civili, economici e pedagogici indispensabili all’esistenza di uno stato moderno. Durante tutto il secolo XVIII e gran parte del XIX questi due punti di vista si confrontarono energicamente, ma finì col prevalere quello favorevole alla modernizzazione basata sul modello europeo.

Fin dal XVIII secolo si erano impiegati consiglieri militari europei per l’addestramento degli ufficiali dell’esercito e si era istituita una stamperia per pubblicare traduzioni di opere europee di natura tecnica, militare e geografica. Selim III (1789-1807) adottò il primo programma organico di riforme, denominato Nizam-iJedid («nuova organizzazione»), che prevedeva la formazione di un esercito moderno, l’aumento della tassazione e l’istituzione di scuole tecniche destinate a formare i quadri del nuovo regime. Il programma fu però bloccato dall’opposizione degli ulama e dei giannizzeri, e Selim fu deposto nel 1807.

Nei decenni successivi l’avanzata russa nel Caucaso, l’ascesa al potere di Muhammad ‘Ali in Egitto e la guerra d’indipendenza greca riproposero con urgenza il problema delle riforme, il cui programma fu riesumato durante il regno di Mahmud II (1808-39). Se l’esordio del programma di riforme militari, amministrative e scolastiche di Mahmud si basava sulla concezione proposta originariamente da Selim III, in realtà gli interventi volti a potenziare le capacità militari, razionalizzare l’amministrazione, subordinare le province, riscuotere le entrate e istituire scuole furono guidati da un forte orientamento occidentale e da una concezione più radicale dello stato accentrato, governato da un monarca assoluto. Le riforme erano intese a far rinascere l’autorità assoluta dei sovrani ottomani, appoggiati da nuove élite efficienti sul piano tecnico e assolutamente fedeli al regime. La resistenza dei conservatori fu travolta; nel 1826 l’intero corpo dei giannizzeri fu sciolto e i possessi feudali parzialmente aboliti; gli ulama furono indeboliti dall’assorbimento di un gran numero di dotazioni religiose, di tribunali e di scuole nei nuovi ministeri controllati dallo stato; l’ordine religioso dei bektashi, associato ai giannizzeri, fu sciolto. Alle riforme, da allora in poi, vi sarebbe stata scarsa opposizione e, da parte degli ulama d’alto rango, addirittura un notevole appoggio.

La prima fase delle riforme fu seguita, fra il 1839 e il 1876, dal periodo della riorganizzazione, durante il quale il programma delle tanzimat (le riforme) fu esteso dalla sfera militare e amministrativa agli affari economici, sociali e religiosi. Poiché gli Ottomani avevano compreso che per sostenere uno stato accentrato era necessario apportare radicali cambiamenti alla società, si costruirono fabbriche per produrre stoffe, carta e armi; si incoraggiò l’estrazione di carbone, ferro, piombo e rame e, per stimolare l’agricoltura, lo stato intraprese dei programmi di bonifica e reinsediamento di coloni. La modernizzazione tecnica comprese anche la creazione di un sistema postale (1834), telegrafico (1855), l’impiego di navi a vapore e l’avvio delle costruzioni ferroviarie nel 1866. Nel 1838 erano stati aboliti i monopoli statali e si era stimolato il commercio internazionale riducendo i dazi. Benché le riforme del commercio e del sistema bancario avessero consentito a mercanti e investitori europei di conseguire una posizione dominante nell’economia ottomana, si affermò il principio che un’economia più produttiva era essenziale alle finanze dello stato.

Anche nel campo giudiziario si attuarono importanti riforme: si promulgarono nuovi codici per soddisfare le esigenze delle nuove realtà amministrativa ed economica e per rispondere alle pressioni politiche esercitate dai sudditi ottomani e dalle potenze straniere. Per integrare i principi giuridici della shari’a si crearono tribunali e codici legali di tipo occidentale sin dal 1840, con la promulgazione di nuove norme commerciali e penali che regolavano il possesso della terra e il commercio; le leggi del 1858 sancirono la proprietà privata dalla terra. Nel 1870 il governo ottomano promulgò un nuovo codice, il Mejelle, che si atteneva sostanzialmente alla shari'a, ma presentava delle vistose deviazioni dalla tradizione in quanto apportava delle modifiche all’autorità personale del sultano ed era applicato dai tribunali statali anziché da quelli istituiti nell’ambito della shari’a. La legislazione sulla famiglia del 1917, che adottava il sistema europeo di diritto privato, ruppe completamente col passato musulmano.

Sebbene la riforma scolastica musulmana fosse iniziata con l’istituzione di scuole professionali, si creò un nuovo sistema comprendente scuole elementari e secondarie per preparare gli studenti all’istruzione tecnica superiore. Fin verso la metà del secolo l’istruzione primaria e secondaria ebbe contenuti religiosi, ma nel 1847 il ministero della Pubblica istruzione provvide a organizzare un ordine di scuole medie (rushdiye) e l’esercito creò un sistema parallelo di scuole secondarie. Dopo la guerra di Crimea il ministero della Pubblica istruzione e l’esercito avviarono degli esperimenti nel campo dell’istruzione elementare, introducendovi l’aritmetica, la geografia e la storia ottomana. Nel 1870 si fecero i primi sforzi per creare un’università che integrasse fra loro gli studi professionali, umanistici e religiosi; ma il programma rimase in buona parte sulla carta.

Ampie riforme furono apportate anche al governo delle popolazioni non musulmane. Mentre i cristiani e gli ebrei costituivano delle comunità religiose autonome che amministravano le proprie leggi civili, le rivolte nazionalistiche resero indispensabile integrare ulteriormente le popolazioni cristiane e ottenerne la fedeltà al regime ottomano. La prima risposta ottomana a queste urgenze fu lo Hatt-iSherif (rescritto sultaniale)

di Gùlhane (1839), un’enunciazione di principi di governo che riconosceva il diritto alla vita, alla proprietà e all’onore e l’uguaglianza di tutti i gruppi religiosi di fronte alla legge. Nel 1856 lo Hatt-i Humayun (rescritto imperiale) prometteva l’uguaglianza ai non musulmani e garantiva loro il diritto ad arruolarsi nell’esercito. Nel 1867 i cristiani cominciarono a ricevere incarichi nei consigli di stato.

Anche le comunità non musulmane furono riorganizzate in modo da trasferire il potere dal clero ai laici. Nel 1850 il governo del millet protestante appena costituito fu affidato a un’assemblea di membri laici anziché al clero. Nel 1863 agli armeni gregoriani fu accordato il diritto di formare un’assemblea nazionale a maggioranza laica e di eleggere i patriarchi e i consigli. Lo stato ottomano costrinse il clero greco a dar vita a un’assemblea laica e poi separò la chiesa bulgara da quella greca ortodossa. La riorganizzazione delle comunità cristiane sotto la guida laica aveva per fine l’integrazione delle popolazioni musulmane e di altre fedi religiose nella nazione ottomana: le differenze religiose non dovevano più costituire un ostacolo alla fedeltà allo stato ottomano.

Trascendendo lo statalismo delle prime riforme, le tanzimat portarono a modificare lo stesso concetto di società ottomana. Esso ripudiò l’autonomia di funzionamento delle istituzioni scolastiche e giudiziarie islamiche e mise addirittura in discussione l’idea della supremazia musulmana. Per favorire la costruzione di uno stato forte e l’integrazione delle sue numerose componenti religiose ed etniche, le autorità ottomane andarono manomettendo le strutture fondamentali della società musulmana e sostituendo i tradizionali sistemi scolastico, giuridico e religioso con organizzazioni secolari. La restaurazione dell’impero cominciava ad avere conseguenze rivoluzionarie.

Le riforme dello stato si rivelarono rivoluzionarie perché determinarono la nascita di una nuova élite impegnata a portare avanti il cambiamento. Pur non essendo penetrate profondamente nella società ottomana, né avendo influenzato il grosso della popolazione — le cui vite, credenze e affiliazioni rimasero legate all’Islam —, le tanzimat determinarono però la formazione di una «nuova classe». Con la distruzione del corpo dei giannizzeri, con l’indebolimento degli ulama e con l’adozione dei programmi di riforma, il potere politico della società ottomana passò ai memur (burocrati) e, all’interno di quell’élite, all’elemento occidentalizzato e occidentalizzante: gli addetti ai servizi di traduzione e i dipendenti del ministero della Guerra, che si erano formati in scuole laiche e avevano viaggiato in Europa. Questo gruppo di burocrati era capeggiato da Mustafà Reshid Pascià (1800-58), figlio di un amministratore di waqf, che iniziò la sua carriera nelle scuole religiose per poi entrare nella riorganizzata amministrazione di Mahmud Il e diventare gran visir; e dai suoi protetti, Mehmet ‘Ali Pascià (1815-71), figlio di un bottegaio di Istanbul, e Mehmed Fuad Pascià (1815 -69), un ex studente di medicina.

Dopo il 1860 le tanzimat cominciarono a incontrare anche una certa opposizione. Mentre la « nuova classe » si insediava nelle cariche pubbliche, i licenziati delle scuole medie e professionali, i burocrati di livello intermedio e i figli delle famiglie povere, trovandosi la carriera sbarrata dalla generazione precedente, arroccata sulle proprie posizioni, si dedicarono alle lettere, divenendo poeti, scrittori, giornalisti e redattori di giornali d’opposizione. Animati dal risentimento contro l’apparato dei vecchi burocrati, essi cercarono alleati fra gli ufficiali di basso rango, gli ulama liberali e gli studenti di teologia contrari alle tanzimat ma interessati a un programma di riforme differente.

Negli anni ‘60 dell’Ottocento questa nuova intellighenzia fu rappresentata dalla società dei Giovani Ottomani. Proclamando di voler fondere la tradizione ottomana con le riforme, i Giovani Ottomani come Namik Kemal (1840-88), Ibrahim Shinasi (1826-71) e Ziya Pascià (1825-1880) erano impegnati a un tempo a salvaguardare la continuità del regime ottomano, a rivitalizzare l’Islam e ad attuare un programma di modernizzazione secondo criteri europei. Abbagliati dal successo dell’Inghilterra, i Giovani Ottomani erano favorevoli innanzitutto a un regime costituzionale. Essi ritenevano che in ultima analisi il valore dell’impero andasse misurato in base al contributo che esso dava ai diritti naturali dei cittadini, alla sicurezza della vita e della proprietà, alla giustizia e alla conciliazione di cristiani e musulmani; secondo il loro punto di vista l’impero non poteva sopravvivere senza radicarsi fra le masse. Inoltre il regime costituzionale era l’espressione naturale dei valori politici e morali che essi ritenevano insiti sia nella cultura islamica sia in quella europea. Pertanto gli intellettuali dei Giovani Ottomani erano, di fatto anche se non di nome, musulmani modernisti: infatti ritenevano che l’Islam, se correttamente inteso, fosse compatibile con l’organizzazione moderna della società e con il governo costituzionale; sottolineavano gli aspetti del retaggio islamico che incoraggiavano la diffusione del sapere scientifico e tecnico, il valore della ragione rispetto alla fede cieca e l’importanza di lottare concretamente per il miglioramento individuale e sociale. Insieme alla fedeltà all’Islam, i Giovani Ottomani caldeggiavano l’impiego di una versione semplificata della lingua turca, per colmare il divario che divideva l’élite ottomana dalla massa dei sudditi, una riforma che deve essere apparsa particolarmente allettante a un’intellighenzia in ascesa. Essi cercavano dunque di conciliare l’identità musulmano-ottomana con le esigenze tecniche, politiche e morali della modernizzazione.

Pur criticando il programma delle tanzimat per la sua insensibilità religiosa e sociale, essi erano per altro favorevoli a una società ottomana modernizzata.

Nel 1876, approfittando della sconfitta subita dal regime ottomano ad opera della Russia, i costituzionalisti organizzarono un colpo di stato e portarono al potere ‘Abd al-Hamid II (1876-1908), il quale fu costretto ad accettare una costituzione che limitava i poteri del sultano, istituiva un governo rappresentativo, decentrava l’amministrazione e stabiliva l’uguaglianza per tutti i gruppi religiosi. ‘Abd al-Hamid non era però disposto ad abbandonare una tradizione di sovranità ottomana vecchia di cinque secoli e, cambiando le carte in tavola, sospese il parlamento e introdusse un regime autoritario improntato a un conservatorismo di stampo clericale.

Il periodo dei Giovani Ottomani degli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso fu seguito da una reazione e dal predominio di un regime autoritario e dittatoriale avverso ai principi costituzionali e modernisti dei Giovani Ottomani, che si reggeva sul potere assoluto del sultano, sulla burocrazia e sulla polizia. Il sultano era considerato il capo dell’Islam e pretendeva di esercitare la sua autorità sui musulmani di tutto il mondo. Tuttavia il nuovo regime combinò la conservazione islamica con la continuazione delle riforme tecniche; vennero introdotte nuove scuole e nuove leggi, furono adottate nuove tecniche militari e prosegui l’opera di costruzione delle ferrovie.

La generazione dell’intellighenzia turca cresciuta negli anni ‘80 e ‘90 del secolo scorso si formò contrapponendosi al regime conservatore. Il persistente sviluppo economico e la diffusione dell’istruzione andavano ingrossando i ranghi dell‘intellighenzia; il personale tecnico impiegato nell’industria, nelle ferrovie e nel sistema delle comunicazioni telegrafiche andava aumentando; fra le famiglie povere e medie si sviluppava una certa mobilità professionale; le possibilità di comunicazione si accrescevano nonostante i controlli e la censura dello stato; la stampa diffondeva idee sulla scienza e sulla politica e divulgava gli atteggiamenti occidentali; gli studenti che ritornavano nei luoghi d’origine con una visione del mondo più aperta contribuivano a diffondere le idee dalla capitale nelle province.

A Parigi, giornalisti scrittori, editori e agitatori politici in esilio dettero vita, nel 1889, alla Società ottomana per l’unione e il progresso: i «Giovani Turchi», come venivano denominati, si mantenevano fedeli alla dinastia ottomana, ma svolgevano attività politica a favore della restaurazione di un regime parlamentare costituzionale. Al loro interno i Giovani Turchi erano divisi in due gruppi: uno, guidato da Ahmad Riza era favorevole a un sultano torte, all’accentramento del potere e al predominio dell’elemento etnico turco-musulmano della popolazione ottomana; l’altro, guidato dal principe Sabaheddin, privilegiava le forme di decentramento del governo ottomano, attribuiva minore importanza alle popolazioni turche e islamiche dell’impero e favoriva una società federale che concedesse autonomia ai cristiani e alle altre minoranze.

All’interno dell’impero, ufficiali, burocrati e medici, esclusi dal potere e frustrati inoltre dall’inefficienza del governo e dalle sconfitte subite per mano delle potenze europee e balcaniche, presero a formare delle cellule rivoluzionarie a Damasco, Salonicco e altrove. Mentre queste cellule proliferavano, nel 1905 Mustafa Kemal, un ufficiale dell’esercito ottomano che sarebbe divenuto presidente della Turchia, fondò la Società patria e libertà, e un congresso di Giovani Turchi tenuto nel 1907 creò il Comitato per l’unione e il progresso (CUP). Nel 1908 la cellula del CUP di Monastir si ammutinò e costrinse il sultano a reintrodurre la costituzione del 1876. Gli autori del colpo di stato militare istituirono un governo parlamentare di facciata, ma in realtà questo era diretto dal CUP e dall’esercito e si rivelò autoritario e fortemente accentrato. Fra il 1908 e il 1912 una lotta a tre — esercito, liberali del CUP e musulmani conservatori — per il potere vide prevalere l’esercito. Fra i 1912 e il 1918 il CUP governò per mezzo di decreti.

Reagendo con forza all’impronta islamica del regno di ‘Abd al Hamid, il CUP si caratterizzò in senso decisamente laico: fra il 1913 e il 1918 adottò un rigido programma di laicizzazione delle scuole, dei tribunali, dei codici legali e approvò le prime misure di emancipazione delle donne. Nel 1916 il governo del CUP ridusse i poteri dello shaykh al Islam, trasferi al ministero della Giustizia la giurisdizione dei tribunali islamici e al ministero della Pubblica istruzione il controllo sui collegi musulmani; nel 1917 fu promulgato un nuovo codice familiare fondato su principi europei. Mentre il regime di ‘Abd al-Hamid era stato puntellato con i richiami all’Islam, l’opposizione rappresentata dall’intellighenzia si spostò dalla posizione dei Giovani Ottomani, che costituiva una sintesi d’Islam e costituzionalismo, su una linea di più marcato laicismo. La lotta per il potere in atto fra le varie componenti dell’élite ottomana di governo e l’intellighenzia aveva portato a una radicalizzazione del programma di riforma in senso laico.

Il programma del CUP era ottomano e laico, ma andava altresì accentuando l’orientamento turco. Fra il 1908 e il 1918 l’idea della riforma ottomana fu superata da una nuova concezione: i capi del CUP cominciarono a pensare all’impero ottomano in termini di nazionalità turca. Per oltre un secolo i cristiani avevano perseguito obiettivi nazionali e chiesto che le popolazioni accomunate da una stessa tradizione etnica, linguistica e religiosa avessero un loro stato. Alla fine del XIX secolo esistevano varie nazioni cristiane — Grecia, Serbia, Romania, Bulgaria e Montenegro — in quelli che un tempo erano stati domini dell’impero ottomano; di li a poco anche l’Albania si sarebbe ribellata e gli armeni stavano già rivendicando l’autonomia territoriale. Se per i cristiani era facile, emulando apertamente le nazioni cattoliche dell’Occidente, darsi un’identità nazionale contrapposta alla dominazione musulmana e ottomana, per i musulmani era invece difficile districare il nazionalismo dall’intreccio di Islam e impero ottomano, dato che non esisteva una distinzione già pronta fra gli interessi musulmani e l’autorità ottomana. Per di più le popolazioni che oggi chiamiamo turche non percepivano se stesse come un gruppo etnico: si sentivano musulmane o suddite del sultano. La parola «turco» significava soltanto contadino, nomade, bifolco: una persona priva di educazione.

Sennonché l’idea di una nazione turca cominciò a prender corpo nell’epoca tardo ottomana. La fedeltà all’Islam e all’impero ottomano fini con l’essere considerata una sorta di patriottismo designato dalla parola watan (madrepatria). A ispirare un sentimento di unità politica contribuirono anche le identificazioni panislamiche. Il lessico musulmano e ottomano poteva dunque esprimere un concetto politico affine, ma non identico, all’ideale nazionale. Cominciò anche ad affiorare una coscienza culturale turca: gli scrittori legati ai Giovani Ottomani erano interessati alla riforma della lingua turca e ritenevano che lo stile turco-ottomano colto andasse adattato a un uso di massa. Negli anni ‘90 dell’Ottocento, stimolati dagli studiosi europei della lingua e della cultura turche e dagli intellettuali della Crimea e dell’Asia interna, che si erano rifugiati a Istanbul o vi studiavano, gli Ottomani cominciarono a familiarizzare con l’idea del «popolo turco».

Sul finire del secolo la stampa esaltava l’Anatolia come la madrepatria dei turchi e i contadini come la spina dorsale della nazione turca. L’idea nazionale turca veniva propagandata da club letterari come la Società per la patria turca o la Terra Turca: queste organizzazioni svolsero una campagna «nazionale» per semplificare la lingua turca, renderla più accessibile alle masse e instillare nel popolo l’idea della sua appartenenza alla nazione turca. Ziya Gòk Alp (1875-1924) si affermò come il portavoce del nazionalismo turco: invece di rimpiangere il decadente impero ottomano, egli esaltò la cultura popolare turca e chiese che si ritornasse l’Islam in modo da farne l’espressione dell’ethos turco. ‘Abdallah Jevdet (1869-1932) propose un fondamento laico per il nazionalismo turco. L’idea nazionale turca rafforzò le tendenze favorevoli al secolarismo e alla modernità, poiché consenti ai turchi di separarsi dall’Islam senza compromettere la loro identità non occidentale: il concetto di «turco» rese possibile definire una nuova civiltà che incorporava I ‘identità storica del popolo turco senza essere musulmana ed era moderna senza essere occidentale.

Fra il 1908 e il 1918 gli eventi politici misero fine alla possibilità di un impero ottomano multinazionale e multiconfessionale e accrebbero l’importanza dell’idea nazionale turca. Già nel 1908 la maggioranza della popolazione cristiana si era resa indipendente; l’Albania si era ribellata nel 1910 e nel 1912 aveva ottenuto l’autonomia. Le guerre balcaniche avevano poi spogliato l’impero ottomano di quasi tutti i possedimenti europei e durante la prima guerra mondiale la popolazione armena dell’Anatolia orientale era stata decimata dalle privazioni della guerra, dalle deportazioni e dai massacri compiuti dai turchi e dai curdi. Persino fra i musulmani andavano crescendo sentimenti nazionali curdi e arabi, e si verificarono cospirazioni ordite da arabi contro l’impero. Alla fine della prima guerra mondiale, dell’impero ottomano non restava altro che l’Anatolia, con la sua maggioranza turca e le piccole minoranze greche, curde e armene. La realtà della vita politica ottomana aveva ormai finito col corrispondere alla concezione nazionalista di un popolo turco: la guerra aveva reciso il nodo gordiano dell’appartenenza all’impero ottomano separandone la maggior parte delle popolazioni non musulmane e non turche.

Nel 1918 l’impero ottomano era ormai distrutto, ma le élite militari e burocratiche si stavano già impegnando, anziché per un regime ottomano multinazionale e multiconfessionale, per uno stato turco nazionale e laico. Dopo la guerra Mustafa Kemal mise in pratica i principi sviluppati dai Giovani Turchi. Guidata da Kemal, l’élite nazionale riusci a mobilitare le masse turche nella lotta contro l’occupazione straniera e a sostegno dell’idea nazionale. Kemal organizzò il movimento per la Difesa dei diritti dell’Anatolia e della Rumelia, creò una Grande assemblea nazionale ad Ankara (1920), promulgò una nuova costituzione (1921) e istituì un ordinamento repubblicano nella maggior parte dell’Anatolia. Il nuovo regime sconfisse la repubblica armena nel Caucaso, la Francia in Cilicia, i greci nell’Anatolia centrale; nel 1923 le potenze europee convennero, con il trattato di Losanna, di riconoscere l’indipendenza della Turchia nei suoi confini attuali. Fra tutte le regioni a popolazione musulmana del Medio Oriente, la sola Turchia emerse dalla prima guerra mondiale come un paese completamente indipendente. Già dotata di un’intellighenzia nazionale, di quadri dell’esercito, di amministratori ricchi di esperienza, di politici, giuristi, intellettuali e di un movimento nazionale unificato, la Turchia moderna vide la luce con una consistente struttura statale, un’élite unificata e un forte senso della propria identità culturale e politica.

La supremazia delle élite militari e burocratiche ottomane, la loro svolta a favore del nazionalismo e il loro incondizionato potere decisionale nella costruzione della repubblica turca divengono più comprensibili se si riflette sulla storica debolezza di élite nazionali alternative. Innanzitutto, la svolta verso la concezione di uno stato nazionale laico fu propiziata dall’incapacità dei capi religiosi musulmani di esprimere e organizzare un’efficace opposizione politica musulmana. Due eventi, verificatisi nel 1826, si rivelarono decisivi: l’abolizione del corpo dei giannizzeri e l’indebolimento degli ulama. Questi ultimi continuarono ad appoggiare lo stato ottomano, a riconoscerne il potere, il carisma e il fascino di stato guerriero, conquistatore e difensore dell’Islam. Il sultano era considerato ancora il capo religioso dei popoli musulmani; Selim III e Mahmud II costruirono moschee e sepolcri, inoltre presenziavano alle preghiere e alle cerimonie dei sufi e nominavano le guide religiose dei soldati. ‘Abd al-Hamid riesumò l’identificazione del sultano col califfo e fondò la sua autorità sulla pretesa di essere il padishah degli Ottomani e il califfo di tutti i musulmani. Lo stato ottomano riuscì a convincere i musulmani che l’impero, nonostante l’evidente offensiva condotta contro le istituzioni scolastiche e giuridiche musulmane, rappresentava ancora la quintessenza di un regime musulmano.

Inoltre molti ulama influenti capivano l’esigenza di conferire all’islam l’efficienza richiesta dal mondo moderno. I portavoce del modernismo islamico continuavano a credere nella validità della loro posizione, ma ritenevano di doverla rivedere per renderla compatibile con i cambiamenti in atto. Da un lato essi si opponevano ai tradizionalisti che non riuscivano a capire l’importanza della nuova civiltà militare, economica e tecnica dell’Occidente; dall’altro, contestavano i fautori del secolarismo che non apprezzavano l’ispirazione religiosa e comunitaria dell’Islam. I modernisti islamici avrebbero voluto convincere i tradizionalisti ad accettare la modernizzazione in quanto era compatibile con l’Islam, e i modernisti ad accettare l’Islam in quanto forza morale. Pertanto il programma delle riforme ottomane veniva presentato in modo da ribadire sia la fedeltà all’Islam sia l’aspirazione ad adattare i valori islamici al mondo moderno.

Per di più gli ulama rimanevano legati al regime ottomano perché erano dipendenti statali e, in quanto tali, ideologicamente portati all’obbedienza e al riconoscimento dell’autorità. Gli ulama più eminenti erano anche amici personali del sultano, dal che traevano vantaggi finanziari, ed erano legati da vincoli familiari alle élite militari e burocratiche. Nei decenni di mezzo del XIX secolo l’unica opposizione religiosa venne da funzionari di basso rango, da studenti di teologia e da sufi delle zone rurali; e alla fine del secolo, quando l’iniziativa passò ai fautori del radicalismo laico, i capi religiosi musulmani non furono in grado di resistere. La tradizione di remissività di fronte all’iniziativa dello stato e l’ambivalente riconoscimento dell’esigenza di riforme moderne resero loro impossibile opporsi alle potenti forze, nazionali e internazionali, che portarono l’impero ottomano alla dissoluzione.

In secondo luogo le élite militari e burocratiche musulmane non dovevano confrontarsi con una borghesia musulmana o con una classe media mercantile: questa circostanza era dovuta in parte al tradizionale predominio dello stato sulla società, e in parte alla penetrazione economica dell’Europa nell’impero ottomano. Il trattato anglo-ottomano del 1838, che portò all’abrogazione dei monopoli ottomani e degli alti dazi, segnò la piena integrazione dell’impero ottomano nell’economia internazionale. L’entrata nei mercati mondiali stimolò la produzione di raccolti destinati al mercato, quali i cereali, la lana, l’uva passa, il tabacco e l’oppio, mentre la produzione di cotone andava calando a causa della concorrenza americana. Già nel 1913 l’agricoltura anatolica produceva il 55 per cento del reddito agricolo dell’impero ottomano e il 48 per cento del prodotto interno lordo; i prodotti agricoli rappresentavano l'80-85 per cento delle esportazioni complessive.

Anche l’industria manifatturiera prosperò. Benché si ritenga comunemente che il trattato commerciale del 1838 sia stato l’inizio di un disastro per le produzioni artigianali turche, in realtà la tessitura e la produzione di tappeti fiorirono nel XIX secolo, in parte per effetto degli investimenti effettuati dà imprese austriache e inglesi nel sistema di produzione a domicilio. Le industrie erano però assai poco sviluppate, ad eccezione delle fabbriche statali che producevano armi, abiti e calzature per i soldati e vendevano le eccedenze al pubblico. Gli sforzi compiuti dagli Ottomani per creare le proprie industrie nei settori cotoniero, tessile, siderurgico e degli armamenti avevano scarse prospettive di successo a causa degli alti costi delle materie prime d’importazione e dei tecnici. Ciò nonostante il prodotto dell’industria ottomana crebbe dell’1,85 per cento all’anno, pari al doppio circa del saggio di crescita del prodotto interno lordo totale. In complesso il coinvolgimento ottomano nell’economia internazionale determinò l’aumento della produzione per l’esportazione ma, in generale, vide anche le industrie e l’artigianato nazionali soccombere di fronte alla concorrenza europea.

Il coinvolgimento nell’economia internazionale portò per di più lo stato ottomano a indebitarsi e a rendersi finanziariamente dipendente. I primi prestiti degli Ottomani furono contratti nel 1854 e da allora in poi lo sviluppo economico dell’impero venne a dipendere dai prestiti europei per la costruzione delle ferrovie, per le attività minerarie e per i servizi pubblici; i capitali esteri finanziarono anche le spese militari e la formazione delle banche ottomane. Nel 1882 lo stato ottomano, nell’impossibilità di pagare gli interessi, fu costretto ad accettare un’amministrazione estera del debito, con la conseguenza che il controllo dell’economia ottomana passò ai banchieri stranieri. Fra il 1880 e il 1914, però, le condizioni economiche dell’impero ottomano migliorarono, grazie all’accentramento del potere statale, alle condizioni di sicurezza create nelle province e agli impulsi forniti all’investimento e al commercio interno da fattori esterni.

Questa economia stimolata e regolata dall’esterno ebbe importanti conseguenze per la struttura sociale dello stato ottomano: favorì la prosperità di greci, armeni, ebrei e di altre minoranze attive nel commercio mondiale, ma la dipendenza dell’impero ottomano dall’economia mondiale non giunse fino al punto di modificare la distribuzione del potere politico al suo interno. Le minoranze etniche non riuscirono a mettere in discussione la supremazia delle élite statali; il controllo della tassazione, i principali investimenti e il potere ideologico e militare rimasero appannaggio dell’apparato ottomano. Alla vigilia della formazione della repubblica turca, soltanto le élite militari e amministrative determinarono il destino del regime.