3. Per una tipologia dei “Giusti” nell’Impero Ottomano di fronte al genocidio degli Armeni

 

di Raymond Kevorkian

Directeur de recherche presso l’Università Paris III, Sorbonne nouvelle

PADOVA, 30 novembre, 1 e 2 dicembre

 

Esaminando il caso di una quindicina di uomini che potrebbero essere definiti “giusti”, ci siamo confrontati con una logica che si avvicina più a un giudizio morale o etico che alla Storia. Resta il fatto che il metodo storico e le fonti d’archivio possono aiutare a precisare il ruolo di questi individui durante il genocidio degli Armeni. Si può pensare tuttavia che tutti questi individui, che in un modo o in un altro si distinguono dai loro concittadini, non hanno avuto lo stesso comportamento né motivazioni simili. È importante dunque cercare di mettere in evidenza alcuni profili tipici nell’ambito di questo insieme. Oltre a questi criteri etici e oggettivi, non si possono comunque ignorare la funzione o la posizione sociale occupate da questi “giusti”, poiché esse condizionano in un certo senso il grado di coraggio di cui essi diedero prova. È dunque riferendoci da una parte al loro comportamento etico, e dall’altra tenendo conto del contesto in cui essi hanno agito, che tenteremo qui di elaborare una tipologia dei “giusti” ottomani.

Notiamo d’altronde che occupandosi della condotta di questi “giusti” durante il genocidio degli Armeni, si resta colpiti dal contrasto che esiste tra loro e una frangia non trascurabile della società ottomana – comunque ci asterremo dal parlare di responsabilità collettiva. Esaminando da vicino il comportamento dei giusti, non si può fare a meno in effetti di osservare l’estremo opposto, cioè lo Stato e la sua amministrazione che perpetrarono questo crimine contro l’umanità.

Infine, per delineare i contorni della questione che ci interessa, bisogna distinguere – per quanto questa suddivisione possa essere arbitraria – i “giusti” sudditi ottomani, direttamente sottoposti all’autorità di un regime abituato ad attività segrete e violente, dai “giusti” cittadini stranieri che vivevano in Turchia – in questo caso provenienti dai Paesi alleati dell’Impero Ottomano (missionari o civili tedeschi soprattutto) o da nazioni neutrali (come gli Stati Uniti d’America o la Svizzera). In virtù del suo status di “intoccabile”, la seconda categoria aveva evidentemente una maggiore libertà di comportamento ed era meno dipendente dal Comitato dei Giovani Turchi. Questi cittadini stranieri che lavoravano nell’Impero Ottomano, in maggioranza missionari protestanti o più raramente cattolici, a volte diplomatici, erano in un certo senso dei “giusti” potenziali o perfino professionali. Dunque non c’è nulla di sorprendente nel fatto che la grande maggioranza dei Giusti che agì durante il genocidio degli Armeni provenisse proprio da quest’ambito. Di questa categoria - simboleggiata dal Pastore Iohannes Lepsius o dall’ufficiale dei Servizi Sanitari tedeschi Armin Wegner – si può facilmente stilare un elenco quasi esaustivo grazie soprattutto agli archivi consolari (più che a quelli diplomatici) e missionari.

Infine, si possono classificare in una terza categoria le personalità occidentali provenienti da circoli politici o civili, come Lord Bryce in Inghilterra, Anatole France nell’Héxagone o Angelo Maria Dolci, legato apostolico a Costantinopoli, la cui attività all’interno o all’estero mirava a salvare dallo sterminio quanti più Armeni fosse possibile o a far conoscere all’opinione pubblica questi crimini contro l’umanità.

Molti casi sono già conosciuti e sono stati messi in evidenza specialmente da Piero Kucukian e i suoi amici. Tuttavia ci è sembrato che fosse più interessante ai fini della nostra ricerca trattare il caso del primo gruppo - che definiremo, per maggiore comodità, ottomano - in quanto, come abbiamo già sottolineato, esso si è trovato ad affrontare un apparato di Stato repressivo, per di più in tempo di guerra.

Alti funzionari e funzionari locali

Gli alti funzionari costituiscono, con alcuni Belediye reisi (sindaci), un primo gruppo di “giusti” la cui attività principale è consistita nel rifiutare di eseguire gli ordini di sterminio. Curiosamente, è dalle fila dei funzionari di Stato, cioè di coloro che avrebbero dovuto perpetrare il crimine, che proviene la maggioranza dei “giusti”. Ciò fu tanto più meritevole in quanto questi prefetti e sottoprefetti erano sotto la stretta sorveglianza del Comitato dei Giovani Turchi e dei suoi ispettori delegati e rischiavano così di vedersi sottrarre i loro incarichi, o perfino di perdere la vita.

In questa categoria, il caso di Mustafa agha Aziz ogloul, sindaco (belediye reisi) di Malatia, è esemplare per più di un motivo. Nato da una famiglia originaria di Bagdad, stabilitasi nella regione da molte generazioni, Mustafa agha aveva agevolato, prima della guerra, la creazione nella sua città di istituzioni umanitarie tedesche destinate alle persone non vedenti ottomane. Alla vigilia della prima guerra mondiale, la città contava 60.000 abitanti, un terzo dei quali Armeni. Durante il genocidio armeno, Malatia è diventata, nel corso di alcuni mesi, da giugno a settembre del 1915, il principale centro di transito dei convogli di deportati venuti dal nord e dall’ovest. Il sindaco si è dunque trovato al centro di un meccanismo criminale contro cui ha preso rapidamente dei provvedimenti e si è adoperato per attenuare gli effetti delle disposizioni applicate sul posto dal sottoprefetto (mutessarif) nominato da Costantinopoli. Conosciamo molti elementi relativi al suo comportamento grazie al diario del Pastore tedesco Hans Bauernfeind che dirigeva ad interim l’istituzione per non vedenti di Malatia, nota sotto il nome di “Bethesda”. Bauernfeind ci viene descritto come una persona che aveva grosse difficoltà a distinguere, in quell’epoca di guerra e confusione, vittime e assassini. Lacerato tra lealtà politica e umanesimo cristiano, si schierò spesso dalla parte della fedeltà all’alleanza turco-tedesca. La sua fede cieca nell’autorità e la sua mancanza di coraggio civile gli impedivano di agire come faceva invece Mustafa Agha che “dava asilo a volte fino a quaranta armeni”2. Eccetto coloro che si erano convertiti all’islamismo, tutti gli Armeni di Malatia furono deportati a partire dall’11 agosto 1915, lo stesso giorno della partenza dei missionari stranieri dalla città3. Cosicché, Bethesda rimaneva il solo rifugio possibile e “il numero dei nostri protetti superò rapidamente i duecento, per salire fino a duecento quaranta persone [grazie a] Mustafa Agha [che] ci aveva prestato trenta tende che avevamo montato nel nostro giardino – così d’estate avevamo un po’ più di spazio”. Il comportamento di Mustafa agha non andava a genio ai Giovani Turchi locali e il Pastore Ernst Christoffel confessa che “il suo nome figurava ancor prima dei nostri sulla lista di coloro che dovevano essere assassinati prima del massacro generale. Il nostro tranquillo sviluppo prima della guerra mondiale sarebbe stato impensabile senza il suo incoraggiamento. Ed eravamo sempre certi che era per grazia di Dio che la nostra missione era piena di simili amici ”. Il direttore della missione aggiunge che il sindaco era minacciato perché era nel numero “delle personalità turche influenti, conosciute per il loro impegno in favore della pace tra le nazioni”4.

Hans Bauernfeind visse situazioni analoghe con Mustafa agha. Il sindaco fu sempre il primo, e il solo, ad aiutare i missionari tedeschi a prendere dei provvedimenti contro questi fatti, soprattutto all’inizio delle persecuzioni armene, e a sforzarsi di informarli di ciò che era accaduto in città. Ma si scontrò ancora una volta con il loro scetticismo. Però, a differenza di Christoffel, e fino alla sua partenza nell’agosto del 1915, Bauernfeind non fu mai in grado di riconoscere quanto le presunte profezie di Cassandra del sindaco si avvicinassero alla triste realtà. Peggio ancora, più le informazioni e le valutazioni del sindaco erano conformi alla realtà – nel pieno dei preparativi delle deportazioni e dell’annientamento generale degli Armeni -, più Bauernfeind definiva semplicemente il sindaco un malato di mente.

D’altra parte, Bauernfeind criticava l’atteggiamento umanitario del sindaco. A suo avviso egli era “[…] completamente sotto l’influenza armena e si era schierato dalla loro parte” (diario, 9 giugno 1915), mentre “a causa della sua simpatia per i cristiani, egli è odiato come un giavur [infedele] ed è costantemente in pericolo” (diario, 7 luglio 1915). Questo sindaco integro, che vedeva chiaramente quale catastrofe si annunciava per il popolo armeno, non capiva l’atteggiamento passivo dei missionari tedeschi. I suoi discorsi, come: “Tutti gli Armeni si aspettano da voi la liberazione” (diario, 9 luglio 1915) incontravano l’incomprensione di Bauernfeind.

Nel suo diario (p. 29), il direttore ad interim riferisce anche che “Mustafa agha ha inoltre sostenuto di sapere per certo che recentemente i [membri] di un battaglione di lavoratori armeni, che lavoravano alla rete stradale a Tchiftlik, tra qui e Tchoghlou, sull’Eufrate, erano stati arrestati, poi fucilati e gettati in acqua dai prigionieri [comuni] liberati”5. Nelle pagine dedicate al 7 luglio 1915, egli aggiunge: “Verso le dieci e mezza, Mustafa agha, il sindaco, è arrivato improvvisamente. Ci ha informato dei fatti seguenti: egli ritiene che il numero degli Armeni uccisi in questi ultimi quindici giorni supererebbe le duemila persone. Sarebbero stati sepolti per la maggior parte a Indära – non più qui, su questo versante, per paura di noi -, circa cento cinquanta a Tach tépé [e] duecento cinquanta dalle parti di Kundebeg. Il sostituto del mutessarif, il kaïmakam di Arha, sarebbe il principale responsabile e sotto la sua amministrazione ne sarebbe già stato ucciso un certo numero, nell’edificio della prefettura, a frustate […]”6. Sempre scettico, il Pastore sottolinea: “Ieri mattina ho fatto venire Mustafa agha […]. È nuovamente emersa la sua mancanza di qualsiasi capacità di giudizio. Egli sostiene che Malatia sia una trappola mortale; che li si faccia venire da tutte le parti per assassinarli; che nessuno arrivi a Ourfa, ecc.”7 e: “Nel corso della conversazione, emerse chiaramente che aveva quasi completamente perso la ragione e che non si poteva più prenderlo sul serio. Le sue idee fisse erano […] che nemmeno un solo Armeno avrebbe potuto raggiungere Ourfa, che tutti e tutte, uomini, donne e bambini sarebbero stati uccisi durante il viaggio, che i dintorni sarebbero stati coperti di cadaveri”. Ma Mustafa agha non si limitava a informare i missionari, si adoperava lui stesso per salvare la vita di molti Armeni. Dopo il ritorno di Christoffel, egli lo sostenne con tutte le sue forze per salvare Bethesda e gli fornì un aiuto materiale.

Mustafa agha fu assassinato nel 1921 per mano di uno dei suoi figli a causa del suo impegno in favore dei “Giavur”. Tra tutti questi elementi che rivelano la benevolenza del sindaco di Malatia, l’unico dettaglio un po’ negativo riguarda il fatto che il cavallo “del vescovo cattolico, ucciso durante la notte, è stato dato in dono a Mustafa agha: egli l’ha montato oggi stesso”8.

Il Mutessarif Ali Souad bey, che la maggior parte delle fonti ci presenta come un uomo educato e benevolo, costituisce un secondo esempio di alto funzionario ottomano che ha contribuito a salvare degli Armeni. Sottoprefetto di Deir-Zor, era responsabile della regione dell’Eufrate in cui si trovavano i campi di concentramento più importanti: Meskéné, che accolse fino a 100.000 persone fino all’autunno del 1916 – vi si contarono circa 80.000 morti; Dipsi, che rimase in funzione dal novembre del 1915 all’aprile del 1916 – 30.000 morti; Rakka/Sébka, che rimase in funzione dall’autunno del 1915 all’autunno del 1916 e infine quello di Deir-Zor/Marat che venne aperto nel novembre del 1915 – 192.750 persone vi furono sterminate a partire dal luglio del 1916. Bisogna dire che dal mese di febbraio del 1916, tutti i campi situati sul fronte dell’Eufrate venivano metodicamente svuotati dei loro ultimi occupanti, i quali erano spediti verso Zor, in pieno deserto siriano. In queste condizioni, Ali Souad bey incontrò considerevoli problemi di tipo gestionale.

Ufficialmente, questi deportati erano “gestiti” dalla Sotto-Direzione dei deportati di Alep, detta Sevkiyat Müdürü. In una nota dell’ambasciatore austriaco datata 31 novembre 1915, Abdulahad Nouri bey, direttore di quest’organismo, rivela al diplomatico il ruolo effettivo attribuito a questa istituzione: “Il suo compito consisterà nell’occuparsi della deportazione di tutti gli Armeni verso la Mesopotamia […]. Da tutti i luoghi della Turchia, gli Armeni devono essere mandati nel sangiaccato di Zor e in Mesopotamia. Ciò dipende da una decisione irrevocabile del Comitato Unione e Progresso”9. Tuttavia di fatto era l’amministrazione locale, cioè i prefetti e sottoprefetti come Ali Souad, che ne aveva l’incarico. Abitualmente, gli alti funzionari non si preoccupavano degli approvvigionamenti, e si concentravano piuttosto sulla spedizione dei convogli o sulla loro eliminazione negli angoli più remoti. Or dunque, Deir-Zor rappresentava una specie di meta finale per i deportati. Di conseguenza, in teoria il suo sottoprefetto doveva “ripulire” regolarmente la città per far posto ai nuovi convogli che arrivavano ogni settimana. Durante i mesi di febbraio, marzo, aprile, e soprattutto nel maggio e giugno del 1916, il fronte dell’Eufrate fu invaso dai convogli dei superstiti dei campi settentrionali. Negli Archivi ottomani è registrato l’arrivo a Zor di 4.620 deportati il 7, 8, 11 e 12 febbraio 1916. Ciò dimostra fino a che punto Ali Souad fosse sotto pressione. Ma al di là degli aspetti materiali, questo rapido aumento del numero dei deportati internati a Zor attirò l’attenzione della Sotto-Direzione dei deportati che aveva sede ad Alep ed egli ricevette a più riprese degli ordini rigorosi che gli intimavano di agire. Le testimonianze dei sopravvissuti – meno di 5.000 Armeni su 200.000 scamparono alla carneficina di Zor e dintorni – attestano gli sforzi che egli intraprese per salvare i deportati, soprattutto creando un orfanotrofio improvvisato per duemila bambini i cui genitori erano già stati sterminati, e tentando di integrare nella vita del paese molti deportati, invitandoli ad esercitare i loro mestieri o qualsiasi altra attività utile. Un ispettore civile, latore di un ordine di massacro, arrivò allora a Deir-Zor. A causa del suo rifiuto di eseguire gli ordini, Ali Souad fu radiato dai quadri dell’amministrazione ottomana e sostituito, all’inizio di luglio del 1916, da un certo Salih Zéki, che aveva già sterminato gli Armeni di Everek alcuni mesi prima e che si apprestava a condurre a termine il compito affidatogli dal Comitato dei Giovani Turchi.

Abbiamo appena esposto il caso di due individui esemplari per varie ragioni, che si confrontarono direttamente con la politica sterminatrice del potere dei Giovani Turchi e che tentarono di opporvisi concretamente. Ma esiste anche un’altra categoria di funzionari che si comportarono da “giusti”, nel senso che preferirono essere destituiti dai loro incarichi, piuttosto che eseguire gli ordini di sterminio.

Il primo, Djelal bey - da non confondere con il suo omonimo che fu prefetto di Alep dal 1911 al 1915 -, direttore di Scienze Politiche a Costantinopoli (Mulkiye) nel 1895, all’epoca in cui furono perpetrati i massacri degli Armeni salvò parecchie persone dalla morte. In seguito, fu prefetto di Erzeroum (1908-1912), città in cui lasciò il ricordo di un uomo integro e leale.

Al momento della dichiarazione di guerra, era prefetto di Konia, ma “fu obbligato ad abbandonare il suo posto in seguito al rifiuto di eseguire l’ordine di deportazione. Restò in aspettativa fino alla sua nomina nel vilâyet di Adana” [nel 1919]10. Si tratta forse dell’unico membro del partito dei Giovani Turchi che si fosse rifiutato di partecipare allo sterminio degli Armeni, la cui carriera fu rilanciata proprio dopo l’Armistizio, quando le forze inglesi e francesi assunsero il controllo della capitale ottomana. Anche Réchid pacha, prefetto di Castamouni, fu destituito dalle sue funzioni, su richiesta del responsabile delegato del Comitato dei Giovani Turchi, per aver rifiutato di ordinare il massacro degli Armeni del suo vilâyet11. Per questa ragione egli fu nominato a capo del vilâyet di Adana allorché le truppe francesi presero possesso della Cilicia nel 1919.

Ma è incontestabilmente Hassan Mazhar la figura più emblematica tra i prefetti dell’Impero Ottomano. Prefetto di Angora/Ankara nel 1915, fu destituito per aver rifiutato gli ordini di massacro ricevuti dal Dott. Atif, delegato del Comitato Unione e Progresso a Malatia12. Noto come uno dei rari alti funzionari non coinvolto nello sterminio degli Armeni, fu nominato a capo della commissione d’inchiesta istituita il 23 novembre 1918 - dopo la firma dell’armistizio e la fuga dei principali criminali dei Giovani Turchi - per istruire la pratica a carico delle persone coinvolte nello sterminio degli Armeni. Investita di un grande potere, la Commissione “Mazhar” – così è chiamata solitamente – eseguì un eccellente lavoro di istruzione delle pratiche, ascoltando molti testimoni appartenenti a tutti i livelli della gerarchia dello Stato e raccogliendo istruzioni segrete e ordini riguardanti i massacri, che erano stati conservati da alcuni alti funzionari per provare che essi avevano soltanto obbedito. Mazhar stesso ebbe un ruolo determinante e istruì, nonostante pressioni di ogni genere, le pratiche di più di centotrenta criminali, che furono consegnati al procuratore della corte marziale nella seconda metà del gennaio 1919. In questo modo egli ha contribuito con costanza e determinazione a far emergere i crimini contro l’umanità commessi dai principali dirigenti dei Giovani Turchi. Grazie al suo operato - malgrado la mala fede degli incriminati ancora presenti a Costantinopoli e il fatto che il processo non giunse mai a termine - il processo degli Unionisti fornì rivelazioni essenziali e rese noti dei documenti che probabilmente sarebbero rimasti segreti fino ai nostri giorni. Il dossier Mazhar, che noi sappiamo essere conservato negli Archivi turchi - a differenza dei “documenti” del Comitato dei Giovani Turchi, in buona parte distrutti al momento della fuga dei suoi dirigenti - potrebbe costituire del resto una base seria di ricerca se le autorità turche accettassero di renderlo pubblico o almeno di metterlo effettivamente a disposizione degli studiosi senza restrizioni o impedimenti burocratici. Il Servizio Informazioni Militare della Marina francese, di cui molti membri seguivano da vicino il processo degli Unionisti, ci riferisce per esempio, nel resoconto della quarta seduta, nel maggio del 1919: “Tra i documenti che erano stati sequestrati negli archivi del Comitato e che si trovano nel dossier della corte, ci sono delle carte geografiche delle province dell’Anatolia che indicano in dettaglio il piano dei massacri. Le località in cui la popolazione armena era più numerosa, così come quelle in cui c’erano delle miniere sfruttate dagli Armeni, sono segnate in modo tale da mostrare la necessità di massacri più accaniti che altrove. Sono ugualmente indicate le strade che i convogli dei deportati dovevano seguire”13.

In contrapposizione a Hassan Mazhar, possiamo ricordare il caso del vali di Kharpout (Mamuret ul-Aziz), Sabit bey, di cui il console americano locale, Leslie A. Davis, ci delinea un ritratto ambivalente. Originario del Dersim, Sabit bey “era estremamente ignorante e del tutto incolto […]. Aveva trascorso tutta la sua vita tra i Curdi del Dersim”. Egli eseguì gli ordini di deportazione e di massacro degli Armeni del suo vilâyet, ma senza dimostrare uno zelo particolare. Secondo il console americano, “egli mi spiegava sempre che era obbligato ad eseguire gli ordini [e] è possibilissimo che il suo desiderio personale non fosse stato quello di far soffrire le persone e che egli fosse stato soltanto un esecutore suo malgrado […]. In ogni caso, credo che fosse più umano di molti altri”. Queste poche righe rivelano tutta l’ambivalenza di certi alti funzionari ottomani e sollevano la questione della responsabilità personale. Pur essendo difficile classificare tra i “giusti” questo tipo di individui, questo genere di testimonianze ci ricorda che uno stesso uomo ha potuto far perire decine di migliaia di Armeni e contemporaneamente “chiudere gli occhi” di fronte a migliaia di altri che riuscirono a fuggire, come sottolinea Leslie Davis14. Potremmo aggiungere, per completare il nostro studio sul comportamento degli alti funzionari locali, che certi prefetti o sottoprefetti hanno salvato alcuni Armeni o hanno loro risparmiato la deportazione in cambio di somme enormi, mentre altri incassavano queste somme mandando comunque a morte i “donatori”. La sfumatura tra questi due tipi di comportamento non è trascurabile. Con l’esperienza, alcune famiglie in grado di pagare per salvarsi la vita, avevano del resto trovato una specie di difesa contro questi comportamenti cinici usando delle cambiali che erano firmate dagli interessati ogni mese. Questo sistema di assegni mensili, o gioco del gatto e del topo, permise a certuni di sopravvivere per più di un anno, o almeno fino all’esaurimento dei loro beni.

Essendo più o meno affini ai “giusti”, è necessario infine sottolineare il caso di quei musulmani che accettarono per esempio di adottare uno o più bambini di famiglie armene. Anche qui però, bisogna fare una distinzione nel comportamento di queste persone, sottolineando prima di tutto che, sebbene queste pratiche fossero ufficialmente vietate, era risaputo che i notabili locali trasgredivano impunemente gli ordini. Se alcune famiglie musulmane adottarono dei bambini armeni per pura carità umana, senza alcuna contropartita, molti altri ottennero invece in cambio delle proprietà o un qualsiasi altro compenso da parte dei deportati; in alcuni casi i bambini furono trattati molto bene, come se fossero di famiglia, mentre in altri essi furono letteralmente ridotti in schiavitù: emerge frequentemente dalle testimonianze dei sopravvissuti, che i maschi dovevano fare i pastori e le femmine le domestiche, prima di essere vendute o date in moglie a uno dei figli della casa. È da notare a questo riguardo che parecchie decine di migliaia di bambini armeni furono convertiti all’islamismo durante questi avvenimenti, senza alcun pregiudizio razziale nei loro confronti.

Tra i sudditi ottomani si può anche distinguere una categoria di “giusti” appartenenti alla popolazione civile, che hanno compiuto dei gesti coraggiosi a titolo individuale o in gruppo – per esempio un intero villaggio o una tribù. Le popolazioni “zaza del Dersim, regione per la maggior parte di confessione “alévi”, diedero prova di una grande benevolenza nei confronti degli Armeni che si erano rifugiati nelle loro zone montuose per sfuggire alla morte. Le testimonianze dei sopravvissuti abbondano di particolari che attestano questa grande nobiltà d’animo, pagata in alcuni casi con la vita stessa.

La negazione del genocidio degli Armeni sostenuta dai governi turchi successivi, dopo la creazione della Repubblica turca, e la verità ufficiale che è stata imposta dallo Stato a tutta la società, spiegano in gran parte il fatto che soltanto pochi intellettuali o storici abbiano osato trasgredire ciò che è diventato un tabù nazionale. Tuttavia, dobbiamo menzionare in modo particolare lo storico Ahmed Refik [Alt nay] che fu, bisogna sottolinearlo, ufficiale del Servizio Informazioni assegnato allo Stato Maggiore turco durante tutta la prima guerra mondiale e, in questa veste, fu il testimone di numerosi crimini, nonché un osservatore perspicace. Egli pubblicò un’opera in cui denunciò questi crimini e mise in evidenza il ruolo dell’Organismo speciale - creato dal comitato centrale dei Giovani Turchi - nello sterminio degli Armeni ottomani15. Amico personale di Mustafa Kemal, fu invitato da quest’ultimo a rinunciare alla pubblicazione di questo genere di testimonianze. A causa del suo rifiuto, egli fu escluso dall’università e da allora in poi, privato di tutti i suoi incarichi ufficiali, visse emarginato fino alla morte. Per quanto ne sappiamo, è il solo storico turco ad aver accettato il passato criminale del suo Paese e ad aver rivelato i punti essenziali della politica di sterminio del regime dei Giovani Turchi senza mai smentirsi. Evidentemente, questo coraggio morale fa di lui un “giusto” della memoria, che ha rifiutato ante litteram il negazionismo.

NOTE

1 – TESSA HOFMANN et MÉLINÉ PÉHLIVANIAN, Malatia 1915: carrefour des convois de déportés d’après le Journal du missionnaire allemand Hans Bauernfeind in “Revue d’Histoire Arménienne contemporaine”, II, 1998, pp. 245-325.

2 – Ibid., p. 255.

3 – Ibid., p. 256 (diario, p. 109).

4 – Ibid., pp. 260-261.

5 – Ibid., p. 279.

6 – Ibid., p. 283.

7 – Ibid., p. 300.

8 – Ibid., p. 303.

9 – Österreichisches Staatsarchiv, HHSTA PA LX, Interna, dossier 272, n° 397.

10 – Archivi del Ministero degli Affari Esteri (Nantes), Marina, Siria-Libano, Cilicia, Amministrazione, Servizio Informazioni della Marina, dossier 159, rapporto segreto del tenente di vascello Goybet, datato Costantinopoli, 19 dicembre 1919, n° 1451-B-29.

11 – Archivi della Marina (Vincennes), 1BB7-232, Servizio Informazioni della Marina, Costantinopoli, 14 maggio 1919, resoconto del processo degli Unionisti, udienza del mattino del 14 maggio, n° 407.

12 – Ibid.

13 – Ibid., n° 676, datato maggio 1919, ff. 2-3, firmato Capitano Chailly, colonnello Foulon, tenente di vascello Lerévérend.

14 – LESLIE A. DAVIS, La province de la mort: archives américaines concernant le génocide des Arméniens, Bruxelles, 1994, pp. 107-110.

15 – AHMED REFIK, Iki Komite, iki K tal (Deux comités, deux massacres), Istanbul, 1919.