Da Enrico Deaglio, La banalità del bene, Feltrinelli, Milano 1994.
“Lei, che cosa avrebbe fatto al mio posto?”
Una di quelle domande pesanti in cui viene richiesta la complicità dell’interlocutore. Un quesito breve che supplica comprensione, fa balenare la fragilità e la debolezza umana, non solo di chi parla, ma soprattutto di chi ascolta. “Avevo paura, sono scappato... Lei che cosa avrebbe fatto al mio posto?” “Nessuno mi vedeva, l’ho fatto... Lei che cosa avrebbe fatto al mio posto?”
Ma il vecchio signore che me la poneva, non cercava comprensione o scusanti. Al contrario, stava cercando di dirmi che tutti, nella maniera più naturale, avrebbero dovuto comportarsi come si era comportato lui.
Era l’autunno del 1989. A fine settembre, su diversi quotidiani italiani, nello spazio accordato alle “notizie brevi”, era stato segnalato che a Gerusalemme era stato insignito di prestigiose onorificenze statali un cittadino italiano, il signor Giorgio Perlasca, di ottant’anni, che nel 1944 a Budapest era riuscito a salvare migliaia di ebrei ungheresi destinati alla deportazione nei campi di concentramento. Poche righe aggiungevano che la sua vicenda era rimasta sconosciuta per quasi mezzo secolo ed era venuta alla luce in seguito alla tenace ricerca condotta da alcuni sopravvissuti; altrettante poche e vaghe righe venivano spese per accennare al contesto dei fatti: il signor Perlasca si era fatto passare per un diplomatico spagnolo e in questa veste era riuscito a portare avanti la sua opera di salvataggio.
Ero seduto nel piccolo salotto di una casa di Padova e davanti avevo il signor Giorgio Perlasca, ottant’anni, pensionato, che mi raccontava la sua vicenda. Era stato un commerciante di carni, bloccato a Budapest dall’8 settembre. Internato insieme ad altri italiani, era riuscito a fuggire e si era trovato nella capitale ungherese nel vortice finale della guerra, solo e senza documenti. Aveva trovato rifugio nella sede diplomatica spagnola e dall’ambasciatore aveva ricevuto un falso passaporto e si era messo al servizio di un programma umanitario di salvataggio degli ebrei, che la Spagna conduceva insieme ad altre legazioni di paesi neutrali e alla Croce Rossa Internazionale. Ma poi era successo che l’ambasciatore aveva improvvisamente lasciato l’Ungheria e lui, che avrebbe dovuto pensare solamente a salvare la pelle, si era autonominato nuovo rappresentante della Spagna di fronte al governo filonazista ungherese. E così, come autorevole rappresentante di una nazione neutrale, aveva assicurato protezione a più di cinquemila ebrei ungheresi, nascondendoli in edifici posti sotto la giurisdizione spagnola, trattando con i nazisti che li volevano deportare, salvandoli dalle bande di fanatici ungheresi che li volevano uccidere...
Un “magnifico impostore”. Che poi, finita la guerra, era tornato a casa e aveva ripreso la vita di sempre, fino a quando qualcuno si era ricordato di lui, e lo aveva rintracciato. Convocato a Budapest, l’anno prima gli avevano conferito l’Ordine della Stella d’Oro, con il parlamento riunito in seduta straordinaria e in piedi ad applaudirlo. A Gerusalemme, aveva piantato un albero nel “Parco dei Giusti”, dove migliaia di piante ricordano i nomi di tutti coloro che aiutarono gli ebrei durante gli anni dell’Olocausto. Il suo era stato messo a dimora in un luogo di prestigio, subito dopo quello piantato in onore di Simoli Wiesenthal, il “cacciatore” dei criminali nazisti.
Perlasca abita in un modesto appartamento alla periferia di Padova. Quando lo andai a trovare per la prima volta, non aveva il telefono. Per comunicare con lui, bisognava passare attraverso la sorella, che abita nel palazzo accanto. Se arrivavano delle chiamate per Giorgio, lei appendeva con una molletta un giornale sul balcone, in modo che, quando Giorgio passava per la passeggiata, avesse un segnale. Allora Giorgio suonava al citofono, la sorella si affacciava egli comunicava chi lo aveva cercato. Adesso ha un telefono, perché lo hanno cercato in molti e l’espediente del giornale. non reggeva al ritmo delle telefonate.
“Lei che cosa avrebbe fatto, al mio posto?”. Sarebbe bello poter rispondere: “La stessa cosa.” Farebbe parte dell’idea che gli italiani hanno di sé: “brava gente”, umani di una umanità che non ha bisogno neppure di essere elaborata dal cervello, ma che viene dalle viscere e scatta, a dispetto degli ordini, delle divise e delle ideologie, alla sola vista di un umiliazione o di un sopruso subito dagli altri; dotati di innata teatralità e di intuizione psicologica. Vengono in mente il Vittorio De Sica del Generale Della Rovere, che sostiene una parte non sua solo per non darla vinta ai tedeschi e per il piacere del teatro accetta di essere fucilato; oppure gli Alberto Sordi e Vittorio Gassman, sgangherati e imboscati soldatini della grande guerra, che se ne vanno alla morte per amicizia e per non tradire i commilitoni.
Ma la vicenda di Giorgio Perlasca è più grande. Molti sono stati, durante la guerra, gli italiani che hanno aiutato o “ritardato o deviato il corso degli eventi”, rifiutandosi di commettere brutalità, oppure anche solo nascondendo una pratica o facendo una telefonata di avvertimento. Ma quello che fece Perlasca è unico e clamoroso. Non aveva una funzione, ma se la creò. La sua azione non si esaurì in un solo gesto, ma durò mesi e venne portata a termine ton grandi doti di organizzazione che. produssero risultati insperati, nelle condizioni più rischiose. Ma pèr far parte dei modelli vigenti dell’eroismo, gli mancavano molte qualità. Troppa modestia, troppa Spagna franchista, poche attitudini a scalare il palcoscenico.
Sullo scaffale del salotto di casa Perlasca, tra diversi libri di storia e testi sulla Spagna e un piccolo archivio personale, erano deposti riconoscimenti e attestati. La cittadinanza onoraria di Israele, l’Ordine della Stella d’Oro consegnatagli dal governo ungherese, astucci con diverse medaglie arrivategli da diverse parti del mondo. In un vasetto era ospitata una rosa di stoffa bagnata in una vernice dorata. Sul gambo, un biglietto da visita.
“Non ho mai capito bene che cosa sia,” mi disse Perlasca. “Successe a Gerusalemme, quando venni premiato. Durante la cerimonia mi venne incontro una signora, con questa rosa. Me la donò e poi scappo via” La rosa dorata di stoffa era accompagnata da un biglietto da visita. C’era scritto, in inglese “Lei ha salvato due membri della mia famiglia e con loro la ha fiducia nel genere umano. Fiducia che andava svanendo.” In seguito visionando un filmato della premiazione di Perlasca a Gerusalemme ho rivisto la scena Perlasca che viene abbracciato da maturi signori. Due di loro mostrano all’obbiettivo della telecamera i certificati di protezione rilasciati dal falso console in virtù dei quali si sono salvati. Lo riabbracciano. Perlasca li abbraccia senza sapere minimamente chi siano. Poi una donna gli si avvicina gli consegna la rosa e si allontana velocemente Nella scene successive si vede Perlasca che continua a tenere in mano la rosa perché non sa dove metterla.
C’era ancora il bigliettino attaccato: firmato Madame Moshe Dak, Jerusalem 92621, più un altro indirizzo, illeggibile. Abbiamo cercato sulla guida del telefono, ma non siamo arrivati a capo di nulla.
Dunque, signor Perlasca: perché lo fece?
“Perché non potevo sopportare la vista di persone marchiate come degli animali. Perché non potevo sopportare di veder uccidere dei bambini. Credo che sia stato questo, non credo di essere stato un eroe. Alla fin dei conti, io ho avuto un’occasione e l’ho usata. Da noi c’è un proverbio, che dice: l’occasione fa l’uomo ladro. Ebbene, di me ha fatto un’altra cosa. Improvvisamente mi sono ritrovato ad essere un diplomatico, con tante persone che dipendevano da me. Che cosa avrei dovuto fare, secondo lei? Piuttosto, penso che essere un falso diplomatico mi abbia aiutato, perché ho potuto fare delle cose che un diplomatico vero non farebbe. Eh... I diplomatici sono persone strane. Non è che siano proprio liberi di fare quello che vogliono. C’è l’etichetta, ci sono le formalità, le gerarchie, qualcuno a cui rispondere, la propria carriera. Tante cose, tanti vincoli che io non avevo.”
A guardare le poche fotografie che gli rimangono di quel periodo, il ruolo del diplomatico Perlasca certamente lo poteva sostenere. Trentaquattro anni, molto alto, portamento elegante. Decisamente un bell’uomo con i capelli chiari e gli occhi azzurri. Parlava correntemente lo spagnolo, si faceva intendere a sufficienza in tedesco e in ungherese. Era un uomo di mondo, dalle molte conoscenze e frequentazioni. E, come dice la moglie Nerina: “Diciamo pure che Giorgio era un gran bell’uomo, di quelli che piacciono alle donne”. (Lui guarda il soffitto e sorride).
E che tipo era, signor Perlasca? Per caso, non era anche lei ebreo e per questo motivo si adoperò tanto?
“No, io sono nato da una famiglia cattolica, a Como, secondo di cinque fratelli. Mio padre era laureato in legge, funzionario regio in diversi comuni del padovano. Mio nonno era stato un giudice militare. L’educazione che ho ricevuto in famiglia diceva le cose semplici, che tutti gli uomini erano da considerarsi uguali.” Ci pensa un attimo. “Più o meno uguali, perché io francamente non vedo che cosa mi unifichi a uno stupratore di donne o ad uno che fa di mestiere lo sfruttatore di donne...”
La famiglia Perlasca da Como si trasferì a Trieste e il ragazzo fu entusiasta aderente al fascismo, versione dannunziana. Per D’Annunzio litigò pesantemente con un professore che aveva condannato l’impresa di Fiume. “Mi costò cara, venni espulso per un anno dà tutte le scuole del Rego. A dire il vero, non ero il tipo dello sgobbone e infatti non finii neppure l’istituto tecnico. Ero uno a cui piaceva divertirsi, stare con gli amici, giocare al pallone. Un ragazzo come tanti, leggevo SaIgari e sognavo avventure.”
Se ne andò volontario in Abissinia, “Camicie Nere della 28 Ottobre”. Nel dicembre del 1936 partì volontario per la Spagna, artigliere. “Perché lo feci? Le motivazioni politiche erano che anch’io volevo impedire che il Mediterraneo diventasse un lago comunista. Ma ci fu anche un altro aspetto. Se non fossi andato in Spagna, avrei dovuto cominciare a lavorare, allo zuccherificio di Pontelungo. E l’idea di stare in un ufficio, proprio non mi piaceva. Così partii per la Spagna, uno dei settantamila volontari, e ci rimasi fino alla fine. La Spagna mi è rimasta nel cuore. Degli spagnoli, ancora oggi, amo tutto: il loro idealismo furioso, la loro fierezza, il loro senso della tradizione, la lingua. La imparai subito. A Budapest mi dicevano che parlavo un castigliano perfetto, con un leggero accento gallego.”
Perlasca prese uno degli astucci con una medaglia. “Vede questa? Una medaglia che mi ha dato l’Anpi di Padova. Io l’ho presa volentieri perché conosco i membri dell’associazione e sono brave persone. Ma la cosa buffa, però, è che io non sono un antifascista. Ho smesso di essere fascista, ma non sono diventato dopo la guerra un antifascista. La mia storia è diversa. A me, per esempio, diedero molto fastidio le leggi razziali. E non ero il solo: mi ricordo quanto se ne parlava al ritorno dalla Spagna. Non capivo le discriminazioni nei confronti degli ebrei. Tanti ebrei erano miei .amici, a Padova, a Trieste, a Fiume. In Spagna il comandante di una batteria del mio reggimento di artiglieria era un ebreo, di Roma, si chiamava Vita Finzi. Qui, a Padova era un sottoscrittore per il fascismo uno degli uomini più ricchi della città, il barone Treves de’ Bonfili. Franco, come tutti sanno, non era un antisemita. Questo era il mio atteggiamento. E poi non mi piacque l’alleanza con la Germania di Hitler, e non fui d’accordo con un’altra guerra. Di Mussolini avevo avuto stima, ma in quegli anni la persi.”
Così, Perlasca, già veterano di Abissinia e di Spagna si ritrovò nel settembre 1939 un “richiamato alle armi” piuttosto scomodo. Addetto all’”istruzione teorica e storica” del XX reggimento di artiglieria di Padova, cominciò a mostrarsi “fuori linea”, intemperante come lo era stato anni prima a scuola, tanto che i suoi superiori pensarono bene di toglierselo di torno. “Dopo due mesi mi mandarono in licenza agricola illimitata. D’altra parte ne avevo diritto. Di guerre ne avevo già fatte due.”
Un percorso insolito, quasi privato, quello del giovane Perlasca di fronte alle leggi razziali. Semplicemente non le condivideva, le considerava inique. Per lui, gli ebrei italiani erano semplicemente degli italiani che professavano un’altra religione. Era una convinzione sua, non ebbe dei maestri che lo guidassero, perché il “Manifesto della Razza”, quando comparve su tutti i giornali a firma di autorevoli professori che spiegarono agli italiani che essi appartenevano alla “razza ariana”, mentre la “razza ebraica”, inferiore, nulla aveva da spartire con la comunità nazionale, stupì molti, ma suscitò pochissime proteste pubbliche. Eppure fino ad allora il fascismo non aveva dato segni particolari di antisemitismo e gli ebrei italiani — 42.000 in tutto, una delle più piccole percentuali in Europa — si erano comportati nei confronti del fascismo come tutti gli altri. Alcuni aderendo, altri — pochi — opponendosi, la maggioranza prendendo la tessera del partito solo quando questo era diventato necessario.
Il popolo italiano, poi, si era sempre dimostrato immune dall’antisemitismo. Tra i numerosissimi aneddoti, uno è fulminante per la sua naturalezza e ingenuità. Raccontò Arturo Carlo Jemolo che un suo amico ebreo, mandato al confino in un paese del sud Italia per attività antifasciste, suscitò la curiosità locale perché non assisteva mai alla messa. La donna che gli dava ospitalità gli chiese perché e lui rispose che era ebreo. Al che lei rispose, stupefatta: “Macché ebreo! Lei è bianco come me.”
Eppure le improvvise leggi razziali presero immediatamente a macinare progressiva discriminazione. Attraverso decreti sfornati a getto continuo, gli ebrei stranieri vennero espulsi e gli ebrei italiani furono banditi dalle scuole, dall’esercito, dalle professioni. Vennero impediti i matrimoni misti, vennero confiscate parti sempre più grandi del patrimonio. Fu una persecuzione aggressiva, nutrita di decreti burocratici e di attacchi sempre più violenti sui giornali che condusse gli ebrei italiani ad essere persone prive di diritti quando, a partire dal settembre 1943 cominciò la loro deportazione verso i campi di concentramento.
Non si oppose la Chiesa cattolica né la monarchia, rarissimi casi di protesta individuale vi furono nel mondo della scuola, della magistratura, dell’università, dei giornali. Persino nel mondo dell’antifascismo, non venne compresa la portata di quello stillicidio di persecuzione e tra gli ebrei italiani solo cinquemila furono quelli che; avvertito il pericolo, riuscirono a lasciare il paese: molti verso la Svizzera, molti con i piroscafi del Lloyd Triestino per ogni tipo di destinazione.
Il disagio che invece ebbe il nostro reduce dalla Spagna non fu solitario, ma gli storici hanno finora dato solo cenni fugaci di “casi di coscienza” tra tesserati fascisti e di dimissioni daI partito, bollate da Mussolini sotto il nome di “pietismo”. Finita la guerra, la “vulgata” della storia italiana prese i binari della retorica e della reticenza. Risultò difficile raccontare di una opposizione alle leggi razziali che in realtà non c’era stata. E di quello che fecero i vinti, o gli anonimi, o gli isolati, non ci fu particolare interesse a mantenere traccia.
Giorgio Perlasca è un bel vecchio eretto. Magro e alto, ha un portamento distaccato e quando cammina ondeggia lievemente, perché trascina una gamba, ricordo di un ictus di quattro anni fa. Ha gli occhi azzurri, ancora tali, i capelli bianchi tagliati molto corti. Conversa con piacere, è interessato a sapere degli altri, conosce le gentilezze, i silenzi e le galanterie del vecchio “charmeur”. È preciso nel raccontare, rispettoso per quanto riguarda i giudizi sugli altri. Preferisce scrivere una lettera piuttosto che telefonare e se deve viaggiare, il suo mezzo è il treno, sapendo ben individuare quali sono quelli buoni. Per il resto ha la vita più tranquilla che si possa immaginare: letture di libri di storia, una passeggiata al mattino fino al bar “per vedere quelli che giocano alle carte”, qualche sigaretta fumata seminascosto alla moglie, molto tempo a giocare con il nipotino Riccardo.
“È strano che tutto questo mi succeda proprio adesso... È strano perché io, quando tornai, la storia provai a raccontar:la, ma sembrava che nessuno mi credesse. Probabilmente non interessava, o forse sembrava troppo enorme. Pensi che nemmeno mia moglie mi credeva. Sa quale fu l’unico legame in quegli anni con gli avvenimenti di Budapest? Un mio conoscente italiano cui avevo chiesto l’automobile in prestito negli ultimi giorni dell’assedio. Venne mitragliata e andò perduta e venne fino a Trieste per farsi rimborsare... D’altra parte, era nei patti. A quel tempo, dopo la guerra, io vivevo a Trieste e divenni membro del direttivo dell’”Uomo Qualunque”, e anche partecipante della Giunta d’Intesa per Trieste dei partiti politici italiani. Andai anche a Roma, come membro di una delegazione che chiedeva che fosse assegnata ai cantieri di Trieste la ristrutturazione della motonave Biancamano. Ho raccontato a diverse persone quello che avevo fatto. Ne ho parlato a De Gasperi, a Pella, al presidente dei liberali triestini Forti. Avevo scritto un diario e lo consegnai al “Messaggero Veneto”. Non ne fecero nulla, tanto che nel 1952 andai a riprendermelo. No, sembrava che nessuno fosse interessato. Da Budapest non sentii più nessuno e io mi dedicai a cercare di sbarcare il lunario. E non ho vergogna a ricordare che tante volte ho avuto il problema di mettere insieme il pranzo con la cena.
Così successe che, piano piano, me ne dimenticai anch’io. Ci pensavo spesso, naturalmente, ma cominciavo a dubitare. Mi dicevo: ma è veramente vero quello che mi ricordo? È vero quello che è successo agli ebrei di Budapest? È vero quello che ho fatto in quei mesi? Mi è capitato diverse volte di avere dei dubbi. Allora mi fermavo e mi dicevo: Giorgio, proviamo a rimettere Insieme le date e le circostanze. Mi mettevo a ragionare e tutto tornava: le date, i luoghi, le persone. Non mi sbagliavo. Era veramente successo.”
A Perlasca, che era stato un salvatore, successe quello che capitò alle vittime. Come ha sempre ricordato Primo Levi, l’idea di non essere creduti fu comune a molti prigionieri dei lager. Scriveva, ne I sommersi e i salvati: “Quasi tutti i reduci, a voce o nelle loro memorie scritte, ricordano un sogno che ricorreva spesso nelle notti di prigionia, vario nei particolari, ma unico nella sostanza: di essere tornati a casa, di raccontare con passione e sollievo le loro sofferenze passate rivolgendosi a una persona cara, e di non essere creduti, anzi, neppure ascoltati. Nella forma più tipica (e più crudele), l’interlocutore si voltava e se ne andava in silenzio”. Primo Levi riuscì a pubblicare Se questo è un uomo tredici anni dopo la fine della guerra. Appena tre anni prima era uscito in Italia, da Feltrinelli, il primo libro che raccontava dei crimini nazisti, Il flagello della svastica di Lord Russell. La memoria fu lenta, difficile. Finita la guerra, tornarono, per mesi e mesi, i militari italiani deportati nei lager nazisti dopo l’8 settembre. Furono seicentomila, e a loro era stato offerto di tornare liberi indossando le divise della Wehrmacht o della Repubblica di Salò. Solo una infima parte aveva accettato, ma le loro storie non vennero raccontate. “Animali strani”, vennero considerati, che il dopoguerra non sapeva bene come classificare e ancora oggi quella vicenda collettiva non trova spazio nei libri di storia.
Degli ebrei italiani deportati si seppe, naturalmente. Ma con cautela. E non tutto. L’Italia fu pronta ad autoassolversi per la loro sorte, vantando piuttosto la rete di umanità popolare che aveva dato a tantissimi di loro un nascondiglio e un’assistenza: i crimini vennero addebitati al dominio tedesco. Ma pochi, ancora oggi, sanno, per esempio, che la legislazione razziale non venne immediatamente abrogata all’indomani della caduta del fascismo, come ci si sarebbe aspettati. Per ragioni di prudenza nei confronti dell’ex alleato tedesco, il maresciallo Badoglio aspettò sette mesi prima di cancellare le più infami norme discriminatorie. E pochi ancora oggi sanno che dietro gli 8566 ebrei che vennero deportati dall’Italia, ci fu, purtroppo, la collaborazione attiva della burocrazia italiana o la delazione. Solo ora, ne Il libro della memoria, un volume che turba per la mole, le cartine e i numeri, si può leggere quello che successe. Lo ha scritto Liliana Picciotto Fargion, dedicando dieci anni della propria vita a ritrovare i sopravvissuti e chiunque fosse in grado di fornire notizie. Le storie, le circostanze e i nomi occupano 538 pagine in ordine alfabetico. Un elenco di poche righe per ognuno, che comincia con Abeasis Alberto, detenuto a Fossoli campo, deportato da Verona e liberato a Bergen Belsen e finisce con Vilma (cognome ignoto), detenuta prima alla caserma di Fiume, poi al carcere di Trieste, deportata ad Auschwitz e deceduta in luogo e data ignoti. Un lavoro di documentazione arrivato quasi fuori tempo massimo; ancora qualche anno e le fonti non sarebbero state più in vita.
Nessuno dei responsabili italiani della deportazione venne punito. Per tacita legge di compensazione si tacque anche sui salvatori. Il muro che si trovò di fronte Perlasca quando tornò a casa fu fatto di questi materiali. Tanta voglia di rimozione e poca voglia di fare paragoni. Se un uomo solo — modesto, senza una solida rappresentanza politica — era riuscito in quell’impresa, perché allora altri non fecero come lui?
E poi la sua storia si era svolta in Ungheria, lontano dai fatti nostri, in un paese in cui dopo la guerra la storia venne messa rapidamente a tacere e i ricordi soffocati.
La persecuzione degli ebrei ungheresi è ancora oggi pochissimo conosciuta. Eppure avvenne sotto gli occhi del mondo. Lo sterminio organizzato durò otto mesi, dal marzo del 1944 al gennaio del 1945, quando già Hitler aveva perso la guerra, nel corso dell’avanzata contemporanea dell’Armata Rossa da est e degli anglo-americani da ovest. Fu uno sterminio annunciato, previsto e seguito in tutte le sue fasi dalle diplomazie e spesso anche, giorno dopo giorno, dalla stampa internazionale. Fu anche l’unico olocausto a rimanere interrotto a causa della precipitosa ritirata dell’esercito nazista; questo fece sì che Budapest rimanesse l’unica città dell’Europa centrale a non vedere i suoi ebrei completamente sterminati. Se decine di migliaia sopravvissero, lo si dovette al salvataggio compiuto da un piccolo gruppo di diplomatici di paesi neutrali rimasto nella capitale nelle settimane finali dell’assedio.
Di tutta questa storia, il mondo ha sempre saputo pochissimo, tranne un nome, quello di Raul Wallenberg, il diplomatico svedese inviato del re di Svezia con il compito di portare in salvo, con ampi mezzi finanziari, il più grande numero possibile di ebrei ungheresi. Ma più ancora che per la sua opera, il nome di Wallenberg divenne noto soprattutto perché egli sparì nei giorni dell’entrata a Budapest dell’esercito sovietico e sulla sua sorte continua ancora oggi, dopo mezzo secolo, un’incertezza che Mosca non ha completamente eliminato. Da due anni però si conosce un altro Wallenberg nello sconosciuto commerciante italiano Giorgio Perlasca.
I due non avrebbero potuto essere più diversi e più uguali: ricco e protetto il primo, con uno status speciale che gli permetteva di trattare con le SS e di offrire denari al posto di vite umane. Uomo solo e in fuga il secondo, che pagava di tasca propria il cibo alla borsa nera per mantenere in vita i suoi protetti. Si incontrarono diverse volte, in quei mesi.
“Alla stazione merci, per esempio,” ricorda Perlasca, “dove andavamo per cercare di strappare qualcuno dai treni. Era bravo, Wallenberg, ci dava l’anima. Lo incontrai anche nella legazione di Spagna negli ultimi giorni dell’assedio. Il 18 gennaio, quando già erano entrati i russi, ebbi notizia certa che Wallenberg era in una casa della via Kiràly. Vi andai, ma mi dissero che era uscito. Credo che sia morto quel giorno, per una bomba o una pallottola vagante. Nel dopoguerra, quando si sollevò il suo caso, feci l’unica cosa che potessi fare. Nel 1952 andai a Milano e sottoscrissi una dichiarazione giurata su quanto sapevo, sulle circostanze dell’ultimo giorno in cui so per certo che era vivo... Mi aspettavo che mi chiamassero, invece nessuno mi ha mai fatto sapere niente.”
“Da quando è stato scoperto,” dice la moglie, “Giorgio è ringiovanito.”
“Diciamo piuttosto che mi hanno scombussolato la vita,” dice lui. “Però, certo che sono stato contento. Ci sono delle soddisfazioni che non potrò dimenticare. In Ungheria non ero più tornato, dai tempi della guerra. Quando mi hanno convocato per la premiazione, sono arrivato a Budapest con il treno. Siamo entrati alla stazione di Budapest e mi sono sporto dal finestrino, volevo rivedere se mi ricordavo i luoghi. Mentre il treno arrivava sul binario, ho visto un sacco di gente sulla banchina. Mi chiedevo: cosa sarà successo? Quando sono sceso, mi sono reso conto che erano lì per me. Mi hanno insignito con l’Ordine della Stella d’Oro con corona e me la sono messa all’occhiello della giacca. Questa è la più alta onorificenza che concedono, in Ungheria. Pensi che ho camminato per strada e sono andato in treno e le persone che la vedevano si toglievano il cappello, mi salutavano battendo i tacchi, e qualcuno facendo il saluto militare.”
“Ora mi capita di incontrare persone che dicono di ricordarmi. Ma a me, purtroppo, non dicono nulla, perché loro erano bambini al tempo. Quelli che conoscevo io, sono tutti morti. Io vedo che loro si dispiacciono perché non mi ricordo di loro. Ma come faccio? Erano dei bambini a quel tempo. E ce n’erano tantissimi.”
Ho rivisto Perlasca diverse volte negli ultimi due anni. Alle onorificenze israeliane e ungheresi, ha aggiunto ora quelle spagnole (curiosamente, la commenda dell’Ordine di Isabella la cattolica, la regina che nel 1492 decretò l’espulsione degli ebrei) e quelle americane, che gli sono state consegnate a Washington e a New York. (“Ormai, quando parto, mio nipote mi chiede: nonno quante medaglie mi porti stavolta?”). In Italia la sua storia è stata raccontata al programma televisivo Mixer e in quella occasione mi è capitato anche di accompagnarlo ad un colloquio privato con il presidente della Repubblica. Eravamo organizzati malissimo, parcheggiammo l’automobile nel posto sbagliato e quindi ci dovemmo fare un bel pezzo a piedi dentro i giardini del Quirinale. Perlasca un po’ era divertito e un po’ seccato. “Mai capitata una cosa del genere. Sia a Budapest sia a Gerusalemme, mi hanno portato con la macchina fin sulla porta.”
Perlasca ebbe un breve colloquio con il presidente Cossiga che lo ringraziò “come uomo e come italiano” per tutto quello che aveva fatto. Uscendo Perlasca disse che aveva paura gli offrissero una croce da cavaliere. “Sa come diceva Vittorio Emanuele Il? Un sigaro e una croce da cavaliere non si negano a nessuno.”
Invece, finora non gliel’hanno offerta. Né la croce da cavaliere, né altro. E questa è una dimenticanza che per Perlasca è un cruccio, oltreché un fatto di cui non riesce a capacitarsi.