Ma il terrore non è nichilista 

Equivoci sull'islamismo

di Mario Andrea Rigoni, Corriere della Sera 14 novembre 2004

 

Nessuno ha mai compiuto stragi richiamandosi a Leopardi, Benn o Heidegger

Dal fatale 11 settembre a questa parte, accade continuamente che nei giornali, nei libri, nelle dichiarazioni di politici, filosofi e analisti anche prestigiosi la parola «nichilismo» o «nichilista» sia riferita al terrorismo islamico, e al terrorismo in generale, per indicare una visione del mondo e della società dalla quale esso deriverebbe la propria origine, il proprio carattere o il proprio fine e alla quale, comunque, si collegherebbe. È, tra l'altro, la tesi di un libro recente e famoso, Terrore e liberalismo di Paul Berman (Einaudi 2004), secondo il quale il fondamentalismo islamico non solo sarebbe una nuova versione delle ideologie totalitarie del Novecento europeo, ma risalirebbe, come quelle, alla cultura nichilistica dell'Occidente, di cui avrebbe mutuato i peggiori vizi ed errori, in particolare il culto della morte e del suicidio, rappresentati in tanti scrittori, da Baudelaire a Dostoevskij.

Niente di più discutibile: benché il concetto e il termine di «nichilismo», che fu coniato nella prima metà del Settecento in riferimento alla filosofia di Democrito, abbia una storia varia, complessa e anche contraddittoria (documentata nell'eccellente studio di Franco Volpi Il nichilismo, Laterza 1996, adesso ristampato), dovrebbe essere evidente che il terrorismo di qualsiasi tipo scaturisce da un integralismo, teologico o laico, che è esattamente l'opposto del nichilismo. Non alla «crisi di tutti i valori», che il nichilismo filosofico esprime come destino ineluttabile del mondo moderno, ma alla fede messianica e fanatica in un universo di pseudovalori, si ricollegano il terrorismo contemporaneo — in particolare islamico — e, prima ancora, l'ideologia totalitaria, comunista o nazifascista, che funestò il Novecento. Né il senso della vanità del mondo e dell'illusorietà dell'esistenza, quale fu espresso in una nobilissima tradizione che incomincia con Buddha e con Qohélet, potè ispirare visioni o gesti violenti: chi mai, nel nostro tempo, ha potuto mettere una bomba richiamandosi all'opera e al nome di Leopardi o di Beckett, di Benn o di Heidegger, esempi diversi ma radicali della moderna distruttività del pensiero?

Perniciosi sono coloro che stabiliscono un'ortodossia, eliminando o sottomettendo quelli che non vi aderiscono: poiché si uccide solo in nome di una fede, religiosa o secolare che sia. Il terrorista è sempre un credente. Ma il vero nichilista, che ignora qualsiasi assoluto e qualsiasi certezza, oscilla necessariamente tra il dubbio e la tolleranza, tra lo scetticismo e la pietà: condizioni intellettuali e psicologiche per l'appunto irriducibili, e anzi nettamente contrarie, alla violenza e al terrore.

Impropria o inadeguata è anche l'applicazione del concetto di «nichilismo» — operata da alcuni pensatori dell'Otto e del Novecento — all'ebraismo, al cristianesimo e all'islam, come d'altronde ad alcune correnti ereticali quali lo gnosticismo, in quanto avrebbero annientato la sacralità che il mondo terreno rivestiva nella concezione pagana, rendendolo oggetto, entità insignificante disponibile alla manipolazione, alla violenza, alla tecnica. Se questa diagnosi è giusta o almeno plausibile, se la fuga degli dèi ha lasciato dietro di sé un deserto infinito, non bisogna però dimenticare che nelle religioni monoteistiche la desacralizzazione della realtà sensibile si connette sempre all'affermazione e all'esaltazione di una realtà superiore, considerata come fonte assoluta di verità e di valore e come autentico fine della vita. È dunque un abuso definire nichilistiche concezioni che presuppongono, e anzi rivendicano come essenziale ed esclusivo, un fondamento teologico o metafisico.

Dal punto di vista della correttezza concettuale e terminologica e, ciò che più importa, delle conseguenze politicosociali, ci si dovrebbe augurare che il moderno pensiero nichilistico, anziché essere denunciato e condannato, fosse diffuso nelle coscienze come il migliore antidoto contro ogni pericoloso messianismo.