Lo sguardo rivolto al futuro all’origine della modernità

 

Umberto Eco, Quando i figli divorano i padri, La Repubblica 19 luglio 2001

 

NON c'è bisogno di scomodare gli psicoanalisti per ammettere che i figli tendono a uccidere i loro padri - e le loro madri, naturalmente, dai cattivi rapporti tra Nerone e Agrippina ai fatti di Novi Ligure. Ma, simmetrico all'assalto dei figli ai padri, c'è sempre stato l' assalto dei padri ai figli. Edipo uccide Laio, ma Saturno divora i suoi figli e sarebbe sconveniente intitolare a Medea una scuola materna.

Ci si oppone al padre anche senza ucciderlo, semplicemente irridendolo, e si veda Cam che non perdona a Noè un poco di vino dopo tanta acqua. Ma Noè reagisce con un'esclusione di stampo razzista, esiliando il figlio irrispettoso nei paesi in via di sviluppo.

Ogni querelle des anciens et des modernes è sempre all'insegna di una lotta simmetrica.

Se ai nostri tempi ci sono stati i poeti Novissimi, tutti abbiamo studiato a scuola che duemila anni prima c'erano stati i poetae novi. Ma Orazio nelle Epistole ci ricorda che un libro (ai tempi suoi) era condannato non per mancanza di eleganza sed quia nuper, perché troppo recente.

Il termine modernus entra in scena verso il V secolo d.C., quando l'Europa intera piomba nella parentesi di quei secoli che a noi paiono i meno moderni di tutti. Ma proprio in quei secoli incominciano ad affermarsi le nuove lingue europee, ed è forse l'evento culturalmente più innovativo e più travolgente degli ultimi duemila anni. Sono lingue soltanto parlate e non ancora scritte, eppure già nel VII secolo alcuni grammatici irlandesi cercano di definire i vantaggi del volgare gaelico rispetto al latino, affermando che il gaelico costituisce il primo e unico esempio di superamento della confusione post-babelica delle lingue. Esso, attraverso un'operazione che oggi diremmo di "taglia e incolla", avrebbe scelto ciò che c'era di meglio in ogni lingua e creato parole che mostravano l'essenza stessa della cosa. Alcuni secoli dopo Dante si considererà un innovatore in quanto inventore di un volgare illustre, la sua lingua poetica che ritrova la primigenia affinità alle cose che fu propria della lingua adamica. Dante, anziché biasimare la molteplicità delle lingue, ne mette in rilievo la forza quasi biologica, la loro capacità di rinnovarsi, di mutare nel tempo, e così si candida a essere un nuovo (e più perfetto) Adamo. Rispetto all'orgoglio dantesco, l'affermazione un poco più tarda di Rimbaud, il faut etre absolument moderne, apparirà datata. In tutti questi casi, tuttavia, ogni contestazione dei padri avviene sempre attraverso il ricorso a un antenato, riconosciuto migliore del padre che si tenta di uccidere. I poetae novi contestavano la tradizione latina rifacendosi ai lirici greci, Dante aveva bisogno di un antenato molto forte come Virgilio (il Marone). Un topos assai frequente nel medioevo era quello per cui gli antichi erano più belli e di statura più alta. In nome della contrapposizione simmetrica, un altro topos frequente sia dalla Bibbia, attraverso la tarda antichità e oltre era quello del puer senilis, un giovane che aveva, coi pregi della giovinezza, tutte le virtù della senectus. Ora, apparentemente l'elogio della statura degli antichi può sembrare un vezzo conservatore, e innovativo il modello di quella senilis in juvene prudentia celebrato da Apuleio. Ma spesso l'elogio degli antichissimi è il gesto attraverso cui gli innovatori vanno a ricercare una tradizione che i padri hanno dimenticato. Nel Medio Evo si presumeva di dire cose vere nella misura in cui esse erano state sostenute da un'auctoritas precedente, a tal punto che, se si sospettava che l'auctoritas non sostenesse la nuova idea, si provvedeva a manipolarne la testimonianza perché l'auctoritas, come diceva Alano di Lilla nel XII secolo, ha un naso di cera. Dobbiamo cercare di capire bene questo punto perché per noi, da Cartesio in avanti, il moderno è colui che fa tabula rasa del sapere precedente. Ma gli scolastici facevano esattamente il contrario. Compivano i parricidi più drammatici, cercando di mostrare che stavano esattamente ripetendo quello che avevano detto i loro padri, salvo che ritenevano di avere, proprio grazie a loro, idee più chiare. E di qui nasce l'aforisma dei Nani e dei Giganti (su cui si può leggere l'appassionante libro di Robert Merton pubblicato anni fa dal Mulino). Scriveva nel XII secolo Giovanni di Salisbury: "Bernardo di Chartres diceva che noi siamo come nani che stanno sulle spalle dei giganti, così che possiamo vedere più lontano di loro non a causa della nostra statura o dell'acutezza della nostra vista, ma perché - stando sulle loro spalle - stiamo più in alto di loro". Dopo Giovanni di Salisbury l'aforisma è ripreso un poco da tutti nei secoli successivi, sino a Newton e ai giorni nostri. L'aforisma di Bernardo permetteva di risolvere in modo non rivoluzionario il conflitto tra generazioni. Gli antichi sono certamente giganti rispetto a noi; ma noi possiamo vedere "più lontano" di loro. La metafora è spaziale e sottintende una marcia verso un orizzonte. Non possiamo dimenticare che la storia, come movimento progressivo verso il futuro, dalla creazione alla redenzione, e da questa al ritorno del Cristo trionfante, è un'invenzione dei padri della Chiesa - per cui, piaccia o non piaccia, senza cristianesimo (sia pure con il messianismo ebraico alle spalle) né Hegel né Marx avrebbero potuto parlare di quelle che Leopardi avrebbe scetticamente visto come "le magnifiche sorti e progressive". Dall'apparizione medievale dei Nani inizia la storia della modernità come innovazione che può essere tale perché ritrova modelli dimenticati dai padri. Gli umanisti fiorentini sono i protagonisti di una battaglia contro il mondo medievale, eppure combattono i padri riscoprendo i nonni, da Platone al Corpus Hermeticum o agli Oracoli Caldaici. Si rifà ai giganti del pensiero platonico e neoplatonico Copernico, per rivoluzionare la nostra idea del cosmo. Vico vedrà l'intera storia umana come un processo che ci porta dai Giganti di un tempo a riflettere finalmente con mente pura. L'Illuminismo il proprio padre (Luigi Capeto) lo uccide davvero, ma l'Encyclopedie è anche una grande rilettura critica della sapienza antica. Kant aveva bisogno che Hume lo risvegliasse dal suo sonno dogmatico, i romantici si dispongono alla Tempesta e all'Assalto riscoprendo le brume e i castelli medievali, Hegel sancisce definitivamente il primato del nuovo verso l'antico rileggendo l'intera storia del pensiero umano, Marx elabora il proprio materialismo partendo dagli atomisti greci, Darwin uccide i suoi padri biblici eleggendo a Giganti le grandi scimmie antropomorfe. Le avanguardie storiche di inizio Novecento rappresentano il punto estremo del parricidio modernista, la vittoria della macchina da corsa contro la Vittoria di Samotracia, l'uccisione del chiaro di luna, la marcia dalla scomposizione delle forme naturali all'astrazione e di lì alla tela bianca, la sostituzione della musica col rumore, o col silenzio. Ma Picasso arriva a sfigurare il volto umano partendo da una meditazione sui modelli classici, e ritorna infine a una rivisitazione di antichi minotauri, Duchamp fa il baffo alla Gioconda, ma ha bisogno della Gioconda per fare il suo baffo, Magritte per negare che quella che dipinge sia una pipa deve dipingere, con puntiglioso realismo, una pipa. E infine, il grande parricidio compiuto sul corpo storico del romanzo, quello di Joyce, si instaura assumendo il modello della narrazione omerica. Il nuovissimo Ulisse naviga sulle spalle, o sull'albero maestro, dell'antico. Quanto al post-moderno, ammesso che sia qualcosa di definibile, la sua caratteristica principale è l'idea che, se il peso dei modelli passati non può essere neppure eliminata dal gesto distruttore delle avanguardie, tanto vale accettare l'angoscia dell'influenza, rivisitare il passato in forma di omaggio apparente, riconsiderandolo a quella distanza che è consentita dall'ironia. Veniamo infine all'ultimo episodio di rivolta generazionale, il Sessantotto. I figli dei fiori americani traggono ispirazione dal messaggio del vecchio Marcuse, gli slogan gridati nei cortei italiani (Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tze Tung!) ci dicono quanto la rivolta avesse bisogno di Giganti da ricuperare contro il tradimento dei padri della sinistra parlamentare, e torna persino in scena il puer senilis, l'icona di un Che Guevara morto giovane ma trasfigurato dalla morte come portatore di ogni prisca virtù. Ma dal Sessantotto a oggi è accaduto qualcosa che ha cambiato le carte in tavola. Qualcuno ha trovato analogie tra il Sessantotto e il movimento antiglobalizzazzione. Ma il Sessantotto era veramente invenzione generazionale, al massimo vi si adattavano adulti disadattati, e uno dei suoi primi slogan era che non bisognava fidarsi di chi avesse più di trent'anni. Il movimento antiglobalizzazione, invece, solo in parte raduna gruppi giovanili, i suoi leader sono adulti maturi come Bové o reduci di altre rivoluzioni, e vi aderiscono anche prelati ultrasessantenni. Non rappresenta un conflitto tra generazioni. Rappresenta certamente una novissima forma del confronto politico, ma questo confronto è assolutamente trasversale rispetto alle generazioni. In questo scontro giovani e vecchi stanno egualmente distribuiti da ambo le parti, e i trentenni rampanti della New Economy si oppongono ai trentenni dei centri sociali, ciascuno con in propri anziani a fianco. E' che in questi ultimi trent'anni è pervenuto a maturazione qualcosa che era iniziato già prima. In ogni tempo, affinché la dialettica padri e figli producesse rottura, occorreva sempre un modello paterno molto forte, rispetto al quale la provocazione del figlio fosse tale che il padre non potesse accettarla. L'automobile di Marinetti poteva essere opposta alla Vittoria di Samotracia solo perché i benpensanti la vedevano ancora come un ammasso di ferraglia digrignante. Occorreva che i padri avessero ammirato i grandi paesaggisti affinché potessero chiedere ai figli che cosa mai significava quello scarabocchio di Miró, e che avessero delirato per Greta Garbo per poter domandare scandalizzati ai figli che cosa ci trovassero in quella scimmietta di Brigitte Bardot. Oggi invece i mass media hanno generato la compresenza e l'accettazione sincretistica di tutti i valori, possono recuperare e offrire modelli anni Venti, riproporre al tempo stesso Che Guevara e Madre Teresa di Calcutta, Lady Diana e Padre Pio, la grazia del tip tap tradizionale di A Chorus Line e le architetture futuristiche e agghiaccianti di Blade Runner, Escher e il realismo fiabesco dei giochi di ruolo, Rambo e Platinette... Di fronte a quest'orgia della tolleranza, qual è ancora la linea di displuvio che separa i padri dai figli? Il computer entra nelle case portato dai padri, i figli non lo rifiutano e se ne impadroniscono, possono superare i padri in abilità, ma nessuno dei due vi vede il simbolo della ribellione o della resistenza dell'altro. Il computer non divide le generazioni, se mai le unisce. L'unica innovazione continua è quella tecnologica che, imposta da un centro di produzione internazionale normalmente diretto da anziani, crea voghe accettate dalle generazioni più giovani. Si parla oggi del nuovo linguaggio giovanile del telefonino e della e-mail, ma si possono esibire saggi scritti dieci anni fa in cui gli stessi che avevano creato i nuovi strumenti vaticinavano che avrebbero esattamente generato il linguaggio che di fatto ha diffuso. I giovani autoemarginati si oppongono alla famiglia attraverso la fuga nella droga, ma la fuga nella droga è modello proposto dai padri, e sin dai tempi dei paradisi artificiali di ottocentesca memoria. Le nuove generazioni ricevono l'input dall'internazionale adulta dei narcotrafficanti. E' stata un'invenzione generazionale il New Age? Per i suoi contenuti, è un collage di esoterismi millenari. Può darsi che a essi si siano rivolti all'inizio dei gruppi giovanili, ma immediatamente la diffusione di immagini, suoni, credenze tipica del New Age, è stata gestita da vecchi marpioni dei mass media. Perché allora i padri dovrebbero ancora divorare i loro figli, perché i figli dovrebbero ancora uccidere i padri? In un'innovazione ininterrotta e ininterrottamente accettata da tutti, schiere di Nani siederanno sulle spalle di altri Nani. Forse entriamo in una nuova era in cui, col tramonto delle ideologie, si offusca anche il conflitto tra generazioni. Ma è biologicamente raccomandabile che la rivolta dei figli sia solo un adeguamento superficiale ai modelli di rivolta messi in vendita dai padri? Quando il principio stesso del parricidio è in crisi, mala tempora currunt. Ma i peggiori diagnostici di un'epoca sono proprio i contemporanei, che non comprendono ancora le astuzie della ragione e i complotti impercettibili dello Zeitgeist. Forse il sano ideale del parricidio sta già risorgendo in forme diverse, e con le future generazioni figli clonati si opporranno in modo ancora imprevedibile e al padre legale e al donatore di seme. Forse nell'ombra già si aggirano Giganti, che ancora ignoriamo, pronti a sedere sulle spalle di noi Nani.