L’immagine del mondo nel medioevo

di Remo Ceserani e Lidia de Federicis

Già gli antichi usavano trattare gli argomenti che oggi chiamiamo scientifici, e che sono oggetto di particolari discipline (chimica, fisica, biologia ecc.), nel quadro di dottrine filosofiche.

Era stato scienziato e insieme filosofo Aristotele, i cui scritti ebbero nell'Occidente medievale la massima autorità.

Nel mondo greco e latino gli studiosi, che - dati gli strumenti tecnici di cui potevano servirsi - avevano possibilità di esperimento assai limitate, elaboravano spiegazioni del monda naturale basandosi su ipotesi filosofiche o religiose e sulla «osservazione ingenua» (l'espressione è di A. C. Crombie, uno specialista di storia della scienza).

Mancanza di una distinzione specialistica tra diverse discipline, enciclopedismo, confusione tra scienza e «magia» (tra astronomia e astrologia, per esempio) dovuta alla mancata identificazione di quel che sia il «sapere preciso» e il ragionamento sperimentale, connessione della spiegazione di ciascun fatto naturale con la ricerca di un significato unitario dell'universo: questi caratteri perdurarono nel Medioevo.

«Il filosofo della natura del XIII secolo considerava l'indagine del mondo fisico come parte di un'unica attività filosofica, impegnata nella ricerca della realtà e della verità».

Perciò la raffigurazione che i filosofi diedero dell'universo fisico non rimase materia esclusiva degli specialisti, ma entrò a far parte di una concezione del mondo che fu condivisa per lungo tempo da tutti coloro che acquisivano la cultura dotta.

Nella cultura cristiana dei primi secoli del Medioevo non c'era stata l'elaborazione di una cosmologia, cioè di una costruzione concettuale coerente che descrivesse l'universo nella sua totalità. Non esisteva una dottrina ufficiale della Chiesa sulla struttura dell'universo e sulla conformazione della terra, a proposito della quale ogni immaginazione era lecita.

Riferiamo un esempio di raffigurazione simbolica:

«Verso la metà del secolo VI, Cosma, un monaco di Alessandria, poté sostituire il sistema pagano con una dettagliata cosmologia cristiana, derivata soprattutto dalla Bibbia. Il suo universo ha la forma del tabernacolo che il Signore ordinò a Mosè di costruire nel deserto. Ha fondo piano, lati perpendicolari e tetto semicilindrico, come un baule da viaggio di vecchio stile. La Terra, sgabello del Signore, è un piano rettangolare, di lunghezza doppia della larghezza, che sta in quiete sul fondo piano dell'universo. ll Sole non si sposta di notte al disotto della Terra, ma è nascosto dietro le sue parti più settentrionali, che sono più alte delle regioni del sud» [T.S.Khun, La rivoluzione copernicana, Einaudi, Torino 1972, p.138]

Dottrine come questa non furono dalla Chiesa né accolte come ufficiali né sconfessate.

Modificazioni sostanziali sia nei contenuti conoscitivi, sia nel modo di porsi, nei loro confronti, delle istituzioni ecclesiastiche, si ebbero dal secolo XII. Vi contribuirono vari fattori.

a. Una conoscenza più ampia delle opere filosofiche e scientifiche del passato. La riscoperta del pensiero greco favorì una nuova attenzione alla «natura», come oggetto di studio.

b. L'esigenza di un'organizzazione più complessa del sapere. Essa maturò tra i filosofi e i teologi delle «scuole» e quindi nell'ambiente cittadino.

c. Le istituzioni dell'insegnamento universitario. Al ruolo del magister fu connesso il privilegio di esporre pubblicamente la dottrina (jus ubique docendi). A questi maestri (i dottori) la Chiesa riconobbe l'autorità di elaborare teorie, di pronunciarsi sulla loro accettabilità dal punto di vista religioso, di sconfessarne alcune. La scuola divenne la sede in cui definire quale fosse la teologia ufficiale.

d. L'evoluzione della società urbana. La cultura delle università si sviluppava in rapporto con la mobilità sociale delle città, con i conflitti dei poteri politici. C'è un nesso, che risulta evidente nelle dottrine politiche, tra i sistemi costruiti dai grandi intellettuali ed i problemi che si ponevano nella realtà, inerenti alla trasformazione dei gruppi dirigenti, alla fondazione di Stati non-feudali, alla legittimazione della loro autorità.

L'evento fondamentale fu l'assimilazione, che avvenne attraverso un dibattito lungo e accanito, della filosofia aristotelica.

L'adattamento al cristianesimo del pensiero aristotelico, che appariva in alcuni aspetti inconciliabile con le verità di fede, fu un'operazione culturale grandiosa, condotta principalmente da Tommaso d'Aquino, ed ebbe risultati di lunga durata.

Nel corso di questa assimilazione furono ripetutamente condannate, e infine sconfitte, le interpretazioni che tendevano a sottrarsi alla «tutela teologale». Si fissò infine una immagine cristiana del cosmo che derivava dalla fisica e dalla astronomia di Aristotele: queste ultime furono accettate a lungo, proprio perché facevano parte di una sintesi che raccoglieva l'intero scibile, giustificava molti fenomeni quotidiani terrestri e celesti e trovava inoltre rispondenza anche nel senso comune.

Ciò fu vero soprattutto per il concetto di stabilità e centralità della terra, elemento-base della cosmologia cristiana fino alla «rivoluzione» di Copernico e di Galileo.

Il carattere di «totalità» del pensiero aristotelico e delle «summe» medievali, le modalità della lezione universitaria, le tecniche di ragionamento messe a punto dalla logica concorrono a formare un sapere scientifico-filosofico che ha questo connotato tipico: mentre la scienza naturale non è se non parte di una metafisica, la teologia si presenta come «scienza» (l'espressione è di Le Goff), cioè come un sapere non controverso, che si può acquisire ed esporre attraverso metodi minuziosamente stabiliti.

[Remo Ceserani e Lidia de Federicis, Il materiale e l’immaginario, Vol.3, Loescher, Torino 1979, pp.393-394]