Il carattere degli italiani come problema storico


Lo storico Giulio Bollati, in un celebre saggio, contesta la fondatezza della nozione di “carattere nazionale” non solo mostrando come questa sia il frutto di una semplificazione storica e di generalizzazioni indebite, ma soprattutto che ciò che un popolo è coincide, in verità, ciò che si vuole debba essere. Nel caso dell'«italiano» la costruzione del suo preteso carattere si manifesta in modo evidente all'immediata vigilia e durante il processo di formazione dello Stato nazionale.

Giulio Bollati, L’italiano, in AA. VV, Storia d’Italia. I caratteri originari, Vol. 1, Einaudi 1972


 

 (pp. 951-952)

A Princeton, studenti invitati a definire gli italiani rispondono senza pensarci su troppo: «Artistic, Impulsive, Passionate». Ecco uno stereotipo etnico esemplare, da manuale. Come tutti gli stereotipi getta luce sull'emittente, in questo caso sui condizionamenti culturali e sugli automatismi mentali degli studenti interpellati, ma lascia in un'oscurità equivoca il bersaglio che pretende di illuminare. Si osservi: « appassionato » può applicarsi indifferentemente ai trasporti di santa Caterina da Siena e agli sguardi di Rodolfo Valentino; «impulsivo» può evocare la dinamica di un delitto d'onore come i raptus collerici di Dante; « artistico » costringe in un abbraccio impossibile Cimabue e « Io son Lindoro ».

Si ruoti di pochi gradi la solarità (partenopea o messicana?) dello stereotipo princetoniano, e saremo nel vivo di un autonomo e tenace gioco di varianti. Non tarderanno ad affacciarsi la natura pelasgica dell’'italiano, la mediterraneità, la paganità o altro tropo più gradito ai palati indigeni. Da ciascuno di questi « segni », come da case astrali, discendono gli oroscopi: l'italiano è buono, l'italiano è geniale, l'italiano è pigro, è anarchico, è antico, saggio, laborioso, scettico, santo, eroe. La contraddizione non ha presa in una sfera che è dominata da altre norme: l'intuizione, gli archetipi contattati in presa diretta.

Fastidioso, a dir poco, quando è adibito agli usi fin troppo frequenti della conversazione di viaggio o del giornalismo « morale » o « filosofico », questo modo di tendere le reti per catturare il carattere degli italiani può rivelarsi drammaticamente serio se posto al servizio di un'arte di governo, e costituisce in ogni caso una riserva inesauribile di diseducazione morale e di appiattimento intellettuale a disposizione di qualsivoglia tendenza conservatrice o regressiva.

È facile dimostrare l'estrema, evanescente mobilità delle formule che sono state proposte nel tempo per definire il carattere italiano. Abbiamo accennato di volo a quelle che si basano sul mito dell'italianità solare. Ma se chiediamo ad Ann Radcliffe, autrice di un romanzo intitolato appunto L'Italiano (1786), troveremo lo stereotipo solare letteralmente capovolto. Per il protagonista signor Schedoni, che la scrittrice presenta come italiano tipico, la notte non ha tenebre sufficienti alla sua vocazione di intrigante demoniaco. « Braccia e gambe di lunghezza smisurata », vestito sempre di nero, un cappello larghissimo che gli addensa altra ombra sugli «occhi semiaperti, sintomo di tradimento, saettanti di tanto in tanto delli sguardi in fianco», il personaggio è un distillato romanzesco di cortigianeria machiavellica e di ipocrisia papista crudelmente esercitata nelle segrete dell'Inquisizione. Questo ritratto, però, non piace a Stendhal, che trova la scrittrice inglese incompetente in materia di italiani e incapace « di dipingere l'odio e l'amore » perfino quali si mostrano nella sua isola, figurarsi poi in un paese in cui sono proprio questi due elementi mescolati secondo ricette particolarissime, o separati da una selvaggia forza centrifuga, a connotare (stendhaliamente) gli abitanti. Stendhal era un buon lettore della Storia delle repubbliche italiane del medioevo del Sismondi, dove trovava un generoso modello di italiano libero e armato, capace di forti passioni e di quei sublimi delitti ai quali, per tutt'altra via, si ispirava Vittorio Alfieri, traendone auspici.

[…]

 

(pp. 953-955)

Ma nonché continuare, converrà fermarsi subito: la biblioteca che ospitasse tutte le immagini dell'italiano elaborate nel corso dei secoli sarebbe sterminata — ed è auspicabile che un giorno la si riordini sistematicamente. D'altra parte i pochi esempi ricordati sono già sufficienti a provare che la supposta « natura » dell'italiano cambia secondo i tempi, i luoghi e, certo non ultima, l'inferenza dell'osservatore.

Con questo il discorso potrebbe considerarsi chiuso e il lettore essere rinviato per informazioni piú precise circa l'italiano alle altre parti di questa opera di storia. Sennonché l'antica e tuttora vivacemente esercitata ricerca d'una definizione del nostro carattere nazionale costituisce essa stessa un problema di storia, in ragione del suo valore sintomatico e, ancor piú, della sua incidenza pratica sulla vita di coloro che vengono di volta in volta compresi o esclusi, liberati o determinati dalle varie formulazioni proposte. Da questo punto di vista sono le caratterizzazioni dell'italiano fornite da italiani quelle che acquistano un valore di gran lunga preminente, e in particolare, anche se non esclusivamente, quelle ispirate a una maggiore consapevolezza politica. Rinunceremo dunque all'impegno, peraltro insormontabile, di discettare sull'italianità obiettiva dell'italiano dai tempi di Odoacre ai nostri, ricomponendo in una forzata unità ciò che la geografia e la storia hanno per secoli sapientemente diversificato; e ci terremo stretti al filo conduttore della volontà soggettiva di « fare gli italiani », secondo la celebre frase di Massimo d'Azeglio posta, non senza ragione, a coronare il fastigio del Risorgimento unitario. Queste sono però delimitazioni che è necessario motivare meno sommariamente e precisare anche in termini cronologici; e il farlo sarà già un entrare nel merito, trattandosi d'una materia particolarmente inesatta in cui la qualità eterogenea dei fattori interessati, il loro modo di combinarsi in miscele attinenti piuttosto all'alchimia che alla chimica, e finalmente i moventi dell'operatore sono (come la massa sommersa dell’'iceberg) la parte piú significativa.

Un appiglio per entrare nel vivo del discorso può esserci fornito di un esame piú ravvicinato della domanda, in apparenza cosí innocente, Che innesca l'intero procedimento: «Chi, che cosa è l'italiano? » È difficile immaginarne una piú compromessa, minata, fallace, alla quale sia stato risposto un maggior numero di volte e si continui a rispondere con una insistenza derivante, forse, da una non raggiunta sicurezza di sé della nazione. Nella sua insidiosa brevità la domanda (rivolta all'oggi) dà per scontato che l'italiano è, proprio mentre il melting-pot delle migrazioni interne, l'azione livellante delle comunicazioni di massa e la dinamica di una economia industriale avanzante pur tra squilibri di ogni sorta, proiettano sul telone del futuro l'ipotetica figura di un italiano standard, o almeno piú uniforme e stabile che non sia oggi; figura ipotetica, ho detto, e tanto semplificata da sembrare scarsamente probabile; ma comunque attiva già oggi, nel senso che ci fa misurare per confronto le persistenti varietà, difformità, contraddizioni dell'italiano d'oggi. Rivolta al passato la domanda iniziale si rivela anche piú sconsiderata, tanto appare irto, frantumato, sconvolto il paesaggio storico italiano al primo sguardo dell'osservatore: « una ingovernabile fantasmagoria », una « accozzaglia di popoli, di Stati, d'istituzioni e di gloria messe insieme dal caso », come la enfatizza una famosa pagina a effetto di Giuseppe Ferrari'.

Dov'è adunque l'Italia? In che consiste? Qual legame unisce le repubbliche, i signori, i papi, gli imperatori, le invasioni? Qual rapporto tra gli uomini e le moltitudini, tra le sette e le guerre, tra le guerre e le rivoluzioni? L'erudizione non giova ad illuminarci: lungi dal guidarci essa attesta il caos, conta le invasioni, le guerre, le rivoluzioni, le catastrofi, i personaggi dualizzati, gli eroi contraddittori, i fenomeni strani, i problemi da sciogliersi.

Trovare un filo conduttore che ordinasse in un discorso logico quelle macerie, fu il compito della storiografia risorgimentale, della quale oggi possiamo misurare i limiti, ma riconoscendone la grandiosità dell'impegno ideologico-politico consegnato a splendidi e fertili modelli intellettuali, come la Storia della letteratura del De Sanctis o La città nella storia d'Italia del Cattaneo. Ma oltre il filo conduttore, oltre il «senso» unitario della storia italiana, sforzare vertiginosamente il gioco dialettico fino a individuarne il protagonista, l'italiano, era, su questa via, un passo verso la completa vanificazione nel simbolico che non venne compiuto.

Erede bene assestato dei pionieri avventurosi della storiografia italiana, Benedetto Croce è un giudice severo nei confronti di chi pretende di scoprire il « carattere » di un popolo: «Qual è il carattere di un popolo? La sua storia, tutta la sua storia, nient'altro che la sua storia». Naturalmente la formula perentoria lascia aperti i problemi: che cosa è la storia? che cosa si intende per popolo? Ma risponde in modo soddisfacente allo scopo di negare che esista una essenza dei popoli separata dagli accidenti che ne formano la vita e che tale essenza si possa isolare come una figura storico-culturale indebitamente estrapolata e generalizzata.

L'etnologo contemporaneo che sotto l'efflorescenza del transeunte cerca la stabilità delle strutture e sogna il giorno in cui la sua disciplina « si sveglierà tra le scienze naturali», può sembrare a uno sguardo superficiale meglio disposto alla fissazione di una «italianità» permanente oltre il film saltellante dell’événementiel. In realtà, come egli stesso ci ricorda, altro è studiare gruppi umani convenzionalmente definiti primitivi, altro è chiedere l'intervento della sua disciplina, « allo stato diluito », nell'indagine di un insieme piú complesso e stratificato, che richiede la collaborazione di innumerevoli altri metodi e discipline: e la storia d'Italia, si deve aggiungere, è un insieme di insiemi, in cui gli eventuali caratteri permanenti, gli eventuali requisiti di «italianità» non sono separabili in astratto dalle strutture particolari alle quali ineriscono (antropologiche, economiche, linguistiche, sociali, giuridiche, ecc.).

A differenza però dello storico idealista, portato a negare la realtà di ciò che non ubbidisce al suo schema, i rappresentanti delle scienze umane e sociali possono ricuperare l'«italianità», o qualsiasi altra idea pura o etere etnico, come una manifestazione misurabile e verificabile nei suoi dati pratici dalla psicologia sociale. In questo ambito l'essenza, la natura, il carattere, è la forma in cui un gruppo etnico tende a rappresentarsi a se stesso rispondendo al bisogno di costruire e difendere la propria identità. Questo bisogno sorge in presenza di un altro gruppo, la cui diversità costituisce un pericolo esistenziale: l'identità propria si definisce per differenza e si sostiene sulla svalutazione o la negazione dell'identità dell'altro.

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(pp. 957-959)

La coscienza collettiva, presunto specchio del carattere originario del popolo, diventa un'astrazione mitologica (com'è particolarmente evidente nelle costruzioni del romanticismo), posta a coprire uniformemente fatti culturali e psicologici sparsi e dislocati in dimensioni, in tempi diversi; e sulla sua gestione pone una grossa ipoteca chi gestisce tutto il resto, dall'economia alla scienza, dai rapporti sociali alle decisioni politiche. Le manifestazioni della coscienza etnica non possono dunque essere ricondotte semplicemente al «popolo», ma dipendono in misura decisiva da un rapporto interno ad esso: tra liberi e servi, tra governanti e governati, tra dominatori e dominati, tra consapevoli e ignari. Lo stato di natura ipotizzabile solo in laboratorio o verificabile, non senza limitazioni severe, in un popolo « primitivo », viene riassorbito e annullato a gradi piú complessi di organizzazione nella dinamica di variabili sociali, culturali e cosí via. Cosí, per esempio, se il determiniamo che salda in un circolo infernale appartenenza etnica e giudizio di valore, razza e storia, natura e destino, ha origini remote come condizione psicologica dell'esistere di ogni gruppo umano, non per questo può essere giustificato come un impulso connaturato, ineliminabile, quando possa esserne dimostrata la relatività a forze e a situazioni storiche determinate. Nessuno vorrà credere che sia stato il senso di superiorità etnica e razziale a produrre le conquiste coloniali, e non piuttosto il colonialismo a usare, incrementare, eventualmente a far germinare da un seme addormentato il senso di superiorità. Il razzismo esiste, e non basta confutarne illuministicamente l'« errore » per abolirlo: ma perché il razzismo sfociasse nel genocidio era necessario che un imperialismo in lotta per l'egemonia con altri imperialismi ne facesse il suo strumento, esaltandolo come una espressione necessaria del « carattere » tedesco.

Si potrebbero moltiplicare gli esempi, togliendoli da realtà anche piú vicine a noi. Vi vedremmo, tecnologicamente piú attrezzata, la tendenza a produrre industrialmente i sentimenti popolari, a coltivare la « spontaneità » nella gradazione e secondo gli orientamenti desiderati, tendenza il cui primo avvio si può far risalire al fabbisogno di consenso indispensabile alle rivoluzioni borghesi e alla trasformazione dei vecchi Stati dinastici in nazioni di massa.

Da questo punto di vista ogni discorso sull'indole, la natura, il carattere di un popolo appare come una equivoca combinazione di conoscenza e di prescrizione, di scienza e di comando. Quello che un popolo è (o si crede che sia) non si distingue se non per gradi di dosaggio da ciò che si vuole debba essere.

Nel caso dell'« italiano » c'è un momento storico preciso in cui il bisogno di constatarne l'esistenza e di definirlo, non bene distinto dall'altro bisogno di crearlo ex novo secondo parametri dati, si manifesta con la maggiore evidenza, ed è all'immediata vigilia e durante il processo di formazione dello Stato nazionale. In quel punto « italiano » cessò di essere unicamente un vocabolo della tradizione culturale, o la denominazione generica di ciò che era compreso nei confini della penisola, per completare e inverare il suo significato includendovi l'appartenenza a una collettività etnica con personalità politica autonoma. La definizione dell'«italiano», della «italianità », divenne in quel punto, tra Settecento e Ottocento, un problema politico dalla cui soluzione dipendeva se lo Stato-nazione Italia avrebbe avuto una identità e un cittadino, e quali, o se sarebbe rimasto una nuda struttura giuridico-diplomatica.

Chi voglia conoscere compiutamente gli italiani non potrà dunque non valutare il modo in cui la loro personalità venne definita (o decisa) e la consistenza dell'ipoteca che allora si accese sull'«indole nazionale» con valore anche retroattivo. Perché infatti il momento della progettazione dell'italiano non può essere disgiunto da quello dell’accertamento del suo essere reale, geografico e storico, in luoghi e tempi detereminati, influendo l'ideologia italiana in misura variabile ma costante sulla scientificità degli approcci «scientifici» ai vari aspetti dell'italianità: storico, antropologico, folklorico, sociologico, psicologico-sociale, storico-letterario, ecc. La ricerca scientifica accompagnò la progettazione e ne In influenzata nella stessa misura in cui la rifornì dei dati e delle informazioni indispensabili.

Il punto di partenza si può immaginare, al limite, come una lavagna pulita, e questa lavagna è l'italiano che non esiste ancora.