[Luis Borri, maggio 1998.]
I temi delle violazioni dei diritti umani e quello dell'impunità ‑ purtroppo nella realtà spesso accomunati ‑ forniscono una opportuna cornice per riflettere sull'eventualità di un processo penale in Italia per i crimini commessi ai danni di cittadini italiani sequestrati e fatti scomparire durante la passata dittatura militare in Argentina.
Questa azione penale acquista ancora maggiore rilievo se si tiene conto dell'esito giuridico che la richiesta di verità e di giustizia sul genocidio dei 30.000 "desaparecidos" ha avuto in Argentina e che si può riassumere in una sola parola: impunità.
Ma ci si domanda: com'è stata possibile l'impunità dei genocidio argentino? E' stata forse il frutto dell'abilità o della furbizia dei carnefici nel fuggire al braccio implacabile della giustizia? No, le ragioni si trovano da tutt'altra parte e oggi più che mai bisogna metterle in luce.
Il lungo cammino verso l'impunità
Malgrado le promesse sbandierate dal primo governo post‑dittatoriale, già nel 1985 con la celebrazione dei processo contro i capi delle forze armate è stato fatto il primo passo verso l'impunità.
Con quel processo tanto applaudito nel mondo è cominciata una operazione di sottrazione all'azione penale di migliaia di assassini, mettendo sotto accusa soltanto una manciata di generali e di ammiragli beneficiati in seguito da assoluzioni, condanne lievissime o finte condanne come quelle all'ergastolo inflitte al generale Videla ed all'ammiraglio Massera .("rinchiusi" in ville dotate di piscina e campo da tennis e situate all'interno d'istituti militari, ovvero protetti piuttosto che imprigionati)
Successive leggi assolutorie (leggi dei Punto Finale e dell'Ubbidienza Dovuta varate durante il governo Alfonsìn e i decreti di grazia concessi dal governo Menem) hanno sancito l'impunità per tutti i responsabili, condannati e non, cancellando i più elementari principi dello stato di diritto senza che né il Parlamento, né la classe politica in generale, né tantomeno la magistratura, abbiano alzato una sola voce di protesta. La sola menzione della legge dell'Ubbidienza Dovuta per esempio ‑ che assolve le responsabilità dei militari fino al grado di colonnello poiché considerati semplici "esecutori di ordini" ‑ avrebbe dovuto fare scattare la protesta dei giuristi , dei costituzionalisti e dei politici i quali, invece, hanno giustificato i loro silenzio dietro un imperioso bisogno di “Voltare pagina" e di raggiungere “la pace e la riconciliazione nazionale". Soltanto oggi, ma per semplice calcolo elettorale, alcuni settori dell'opposizione al governo Menem richiedono la deroga di tale legge, curandosi bene però, di non esigere l'annullamento che provocherebbe effetti devastanti su tutta la legislazione assolutoria dei passato. Intanto la dirigenza politica, i sindacati, la chiesa purtroppo anche la stragrande maggioranza degli organismi di difesa dei diritti umani delle associazioni dei famigliari delle vittime (tranne l'Associazione delle Madri di Plaza do Mayo!) hanno accettato di buon grado la proposta di risarcimento economico proposta al Parlamento dal governo Menem, lo stesso che ha emanato i decreti di grazia per gli assassini.
È chiaro che la proposta di risarcimento economico offerta ai famigliari delle vittime non è un compenso per i crimini commessi, bensì il compenso per l'impunità.
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Impunità uguale complicità
L'esperienza storica ci insegna che ovunque e indipendentemente dal regime politico l'impunità per le stragi o i genocidi riesce soltanto grazie al concorso di complicità macroscopiche, e queste, per peso e ampiezza, non possono che essere istituzionali. La Storia, in definitiva, ci dice che per spiegare l'impunità bisogna indagare sulla complicità.
Ma a rigore dì verità, nel caso in questione c’è stato anche un primo livello di complicità, non istituzionale ma diffusa, forse comprensibile ma non giustificabile, cioè quella nata dalla paura, dal terrore che la dittatura ha saputo, con la sua ferocia, inoculare nel tessuto sociale fino a paralizzarlo. Nessuno protestava, nessuno vedeva niente. Davanti ai sequestri perpetrati quotidianamente nelle strade, nei quartieri, nelle fabbriche e nelle università, molti testimoni hanno girato lo sguardo o chiuso le finestre di casa per ritrovarsi dopo di fronte allo specchio a ripetersi: "qualcosa avranno fatto per meritarselo" E cosa dire dell'atteggiamento verso i famigliari delle vittime che improvvisamente si sono trovati senza conoscenti, senza amici e persino senza parenti, con la terra bruciata attorno, come appestati, perché la loro vicinanza diventava "compromettente". Ecco una prima risposta ai perché di questo bisogno di oblio e d'impunità.
Ma molto più gravi e dirette sono state le responsabilità dello Stato e delle istituzioni rappresentative della società civile . A cominciare da quella dei partiti politici tradizionali, responsabili per decenni della degenerazione dei sistema democratico svilito dalla corruzione, dalla inefficienza burocratica e da modelli economici profondamente antipopolari e antinazionali. E sono stati sempre loro, in seguito ai ciclici collassi economici, politici e sociali che hanno caratterizzato la storia argentina di questo secolo, a bussare nelle porte delle caserme chiedendo per l’ennesima volta ai militari di "salvare la patria» (ovvero, l'appello al colpo dì stato che con la repressione sistematica "mettesse la casa in ordine”). A questo proposito qualcuno ha precisato, con estrema giustezza, che il male oscuro dell'Argentina non é tanto la politicizzazione dei militari, bensì la militarizzazione dei politici.
Ma le responsabilità dei politici non si esauriscono nel ruolo di apprendisti stregoni: moltissimi di loro, sia peronisti che radicali, cacciati via dalle poltrone con l'avvento dei golpe militare dei 24 marzo 1976, sono diventati amministratori di moltissime municipalità in tutto il territorio offerte dallo stesso potere militare centrale. Cosa dire dei l'atteggiamento dei partito comunista argentino, per esempio, che salutò il golpe come diga contro il "terrorismo" delle organizzazioni rivoluzionarie che avevano imboccato la lotta armata. li partito comunista arrivò a definire i generali golpisti come "uomini con vocazione democratica", da appoggiare, anche se criticamente, per evitare che prendessero il sopravvento altri settori delle forze armate definiti "pinochetisti", e che erano, secondo la loro analisi, i veri cattivi. Le ragioni più profonde però di questo sostegno ai militari da parte dei comunisti argentini, lo si capì nel 1979, quando dopo l'imposizione dell'embargo di cereali deciso da Carter come ritorsione all'Urss per l'invasione dei Afganistan, la dittatura militare argentina dimostrò buone doti di pragmatismo continuando le esportazioni di grano con i sovietici. Come contropartita L'Unione Sovietica s'impegnò a imporre il veto in seno alle Nazione Unite ogniqualvolta si presentasse una denuncia di condanna per violazioni dei diritti umani da parte della dittatura argentina. E così é stato.
Non è azzardato affermare quindi che Il lungo processo verso l'impunità perpetrato dai governi costituzionali si traduce come bisogno di autoassoluzione dell'intera classe politica.
E cosa dire della magistratura argentina? I giudici nominati ad hoc dai militari all'indomani dei golpe sono stati conservati nei loro incarichi anche dopo l'avvento dei governi civili invocando il nebuloso principio della “continuità giuridica dello Stato" Cosa ci si poteva aspettare da questi giudici che durante la dittatura respingevano ogni giorno i ricorsi di "habeas corpus” presentati dai famigliari che ricercavano disperatamente ì loro cari sequestrati. Sono gli stessi giudici che respingevano le denunce sulle torture che subivano i prigionieri legalmente riconosciuti. Anche per loro l'impunità dei criminali va letta come bisogno della propria assoluzione.
Anche i sindacati corporativi di matrice peronista avevano visto di buon occhio l'arrivo dei militari al potere per ripulire i posti di lavoro dai delegati combattivi che da anni denunciavano la burocrazia sindacale mafiosa. Sono stati gli stessi dirigenti sindacali a fornire per metà gli elenchi dei lavoratori che dovevano essere sequestrati. L'altra metà è stata stilata dalle direzioni aziendali, preoccupate anche foro per la crescita dei movimenti rivoluzionari all'interno delle fabbriche.
In nessuna udienza dei processo contro le giunte militari è stata messa sotto accusa la responsabilità delle multinazionali e dei grandi capitali locali che oltre alla collaborazione diretta nella repressione, hanno fornito armi, trasporti e supporto finanziario e propagandistico alla dittatura. Tramite le direttive dei Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale circa il modello economico da imporre attraverso il golpe, le multinazionali meritano l'accusa di essere stati le vere mandanti dei genocidio.
Un capitolo speciale sulla diffusa complicità con il genocidio va dedicato alla gerarchia della chiesa cattolica argentina, tradizionalmente reazionaria e sempre legata ai "poteri forti». La cerimonia d'insediamento della prima giunta militare è stata legittimata dalla presenza dei più alti rappresentanti dei clero argentino e dall'allora nunzio apostolico in Argentina Mons. Pio Laghi, amico intimo dell'Ammiraglio Massera. L'allora Vicario delle Forze Armate Mons. Tortolo ha benedetto le armi dei generali, chiamati dalla fede a diventare i "nuovi crociati contro il flagello della sovversione". L'appoggio al golpe è stato massiccio da parte della gerarchia cattolica, ma intanto numerosi sacerdoti aderenti alla teologia della liberazione o alla chiesa terzomondista sono stati sequestrati e persino vescovi come Mons. Angellelli sono stati assassinati per la loro opposizione alla dittatura. Come dicono le Madri di Plaza de Mayo, la chiesa cattolica è stata l'unica madre che non ha chiesto giustizia per i suoi figli.
Come non capire il suo attuale silenzio dinanzi all'impunità!
In attesa del processo
In merito all'eventuale processo contro i responsabili di crimini commessi ai danni di cittadini italiani, ci aiuterà molto a valutare le reali possibilità di ottenere giustizia nei tribunali di questa sponda dei oceano l'aggiunta di un ulteriore capitolo al lungo promemoria sulle complicità descritto prima.
Il fatto è che i sogni d'impunità non si fermano ai confini dell'Argentina: enormi, pesantissime responsabilità (assunte prima, durante e dopo la dittatura) investono stati, governi e classi dirigenti di molti paesi, in particolare dell’Italia.
È stata la “ragion di stato" (nei fatti nient'altro che la prevalenza assoluta degli interessi economici‑finanziari su ogni considerazione attinente alla difesa dei diritti umani) ad imporre un velo di silenzio sulle atrocità commesse nei primi anni della dittatura. L'Argentina, "ordinata e ripulita" dai militari, diventò il paradiso dei grossi investitori come la FIAT e terra di conquista per i luogotenenti della P2 di Gelli, fra cui l'ammiraglio Massera e il generale Suarez Mason.
Non è stata una semplice coincidenza il silenzio della stampa italiana su quello che accadeva in Argentina e la concessione dell'intero mercato editoriale argentino alla Rizzoli. Tranne l’isolata voce dei Presidente Pertini, nessuna pressione da parte dello stato italiano, né privata né tantomeno pubblica, è stata fatta sui dittatori argentini. L'ambasciata italiana a Buenos Aires, tempestata in quegli anni dalle richieste d'aiuto dei famigliari dei desaparecidos di origine italiana, non ha fatto altro che chiudere le denunce in un cassetto. Festosa e indifferente è stata la partecipazione della nazionale italiana di calcio ai mondiali organizzati a Buenos Aires nel 1978.
Gli affari non fanno distinzione fra regimi politici. Oggi l'Italia è tra i più attivi beneficiari dell'ondata di privatizzazioni decisa dall'attuale governo argentino. La Fiat ha ulteriormente aumentato i suoi investimenti in Argentina, gran parte della rete telefonica argentina è nelle mani della Telecom italiana e l'intero sistema aeroportuale dei Paese è stato dato in gestione alla Sea che gestisce gli aeroporti milanesi.
Non è azzardato supporre quindi l'esistenza di forti pressioni politiche che vogliano condizionare e persino svuotare di significato un eventuale processo in Italia. Stiano attenti tutti coloro che si augurano vengano emesse quantomeno delle condanne emblematiche (pochi imputati per lo più condannati in contumacia). La giustizia è una cosa seria e le condanne simboliche sono un controsenso giuridico che si traducono meglio come assoluzioni concrete. Anche in Italia, in seguito allo slogan "giustizia è fatta" c'è il rischio di giustificare un altro “voltare pagina". La certezza della pena come deterrente di future violazioni dei diritti umani dovrebbe tenere conto dei crimini non solo subiti ma anche commessi da cittadini italiani; ma le complicità prima descritte certamente non verranno mai indagate e tantomeno punite. E non è da scartare , questo si, che come in Argentina anche in Italia si tenti di scambiare il sangue dei desaparecidos con un fascio di banconote a modo di risarcimento per i famigliari delle vittime.