Fondamentalismo, un termine controverso

[Enzo Pace, Renzo Guolo, I fondamentalismi, Laterza, Roma Bari 1998, pp. 3 –11]

 

1. Dalla controversia sul termine a una possibile definizione

 «Fondamentalismo» è un termine con il quale correntemente si designano movimenti e gruppi di diversa matrice religiosa. Lo si usa senza far distinzione in riferimento all'Islam, all'ebraismo, al protestantesimo e al cattolicesimo e a volte anche nel caso del sikhismo e dell'induismo, finendo per diventare un'etichetta apposta non sempre in modo appropriato su realtà differenti e in contesti diversi. Quasi sempre esso è sinonimo di fanatismo religioso o di violenza sacra. A volte lo si fraintende come il tentativo di un impossibile ritorno al passato, alle mitiche origini di un credo religioso non certo compatibili con il mondo moderno. Arcaico e intollerante, il fondamentalismo può essere allora facilmente rintracciato in molte grandi religioni mondiali, nelle chiese così come nelle sette, senza che si colgano i caratteri specifici che il fenomeno riveste nella società contemporanea. La prima avvertenza da seguire è intanto di parlarne al plurale: esistono diversi fondamentalismi, a seconda dei diversi contesti culturali e religiosi nei quali movimenti, gruppi e organizzazioni di lotta armata sono nati e agiscono. La seconda avvertenza è di tener presente che, dietro questa astratta ma potentemente evocativa categoria, si celano persone e idee che in vario modo si rifanno a una dottrina religiosa o a una tradizione sacra. Essi la reinterpretano o, in alcuni casi, la reinventano, dando vita a repertori di azione collettiva che vanno studiati nella loro specificità.

Inoltre, quando si parla di fondamentalismo, inevitabilmente ci si chiede che cosa lo distingua da altre categorie che vengono utilizzate per classificare fenomeni a prima vista simili. Alludiamo a concetti come quelli di integrismo, integralismo, tradizionalismo e conservatorismo. Concetti questi che contengono in tutto o in parte il rinvio ad atteggiamenti e comportamenti religiosi di chiusura nei confronti della modernità.

Si tratta di termini equivalenti ovvero il fondamentalismo costituisce qualcosa di specifico?

L’unico punto certo per tutti i vari tipi di fondamentalismo che conosciamo è la rilevanza del tema della politica, in misura diversa e maggiore rispetto ad altre correnti religiose che abbiamo conosciuto nel passato. Con il che non si vuol dire che questi movimenti sono impegnati direttamente nella lotta politica e interessati alla conquista del potere: la posta in gioco è in realtà più rilevante.

Il fondamentalismo è infatti un tipo di pensiero e di agire religioso che si interroga sul vincolo etico che tiene assieme le persone che vivono in una stessa società, sentita come totalità di credenti impegnati in quanto tale in ogni campo dell'agire sociale. Essi si pongono in modo radicale il problema del fondamento ultimo, etico‑religioso, della polis: la comunità politica che prende forma nello Stato deve fondarsi su un patto di fraternità religiosa. Questo patto può essere inteso almeno in due modi: come riflesso di quel patto che un gruppo di credenti ritiene di aver stipulato con Dio, oppure come sinonimo di una tavola di valori ritenuti irrinunciabili e per i quali vale la pena lottare con le armi della politica.

Il fondamentalismo è perciò un fenomeno moderno e antico allo stesso tempo. Moderno perché interpreta i limiti stessi della modernità. Antico perché propone un modello alternativo che si rivela, alla prova dei fatti, una camicia di forza che non riesce a contenere tutte le aspirazioni che nel frattempo gli individui del nostro tempo hanno maturato. Potremmo dire che di fronte a società che pretendono di essere eticamente neutre e a modelli li di Stato che per definizione escludono ogni esplicito riferimento alla religione, D fondamentalismo mette in evidenza l'infondatezza dei legami sociali che non sono più annodati saldamente alla «corda di Dio».

Tutto ciò significa ricollocare al centro della vita sociale la funzione integratrice della religione, e cioè rifondare su basi assolute e certe la credenza collettiva nella legittimità degli ordinamenti statali moderni, legittimità di cui spesso essi denunciano un grave deficit. Anche nel caso in cui questi ordinamenti si basano su principi democratici. Non è casuale, infatti, che nel lessico dei movimenti fondamentalisti ricorra con insistenza il tema della corruzione politica, espressione del male radicale che la modernità ha alimentato in seno alle società, espellendo dalla sfera politica ed economica ogni riferimento alla verità assoluta che si ritiene contenuta in un messaggio religioso.

Nel gioco dei termini che abbiamo usato ‑ infondatezza/rifondazione ‑ si possono cogliere i problemi e i temi che i fondamentalismi contemporanei esprimono e interpretano. Se l’infondatezza richiama la precarietà dei vincoli di cittadinanza nelle moderne società di massa, che tendono a rendere gli individui sempre più anonimi e atomizzati, la rifondazione allude a un progetto tanto ambizioso quanto irrealistico: riportare al centro delle società moderne il primato della legge religiosa su quella positiva, umana. il fondamentalista, dunque, forte delle regole contenute nel Libro sacro, diretta manifestazione dell'Essere Supremo, uniformerà il suo agire ai seguenti principi:

a) principio dell'inerranza, relativo al contenuto del Libro sacro, assunto nella sua interezza, come una totalità di senso e di significati che non possono essere scomposti, e soprattutto che non possono essere interpretati liberamente dalla ragione umana, pena lo stravolgimento della verità che il Libro racchiude;

b) principio dell'astoricità della verità e del Libro che la conserva; l'astoricità significa che è preclusa alla ragione umana la possibilità di collocare il messaggio religioso in una prospettiva storica o di adattarlo alle mutate condizioni della società umana;

c) principio della superiorità della Legge divina su quella terrena, secondo cui dalle parole iscritte nel Libro sacro scaturisce un modello integrale di società perfetta, superiore a qualsiasi forma di società inventata e configurata dagli esseri umani;

d) primato del mito di fondazione: un vero e proprio mito delle origini che ha la funzione di segnalare l'assolutezza del sistema di credenza cui ogni fedele è chiamato ad aderire e il senso profondo di coesione che stringe tutti coloro che ad essa fanno riferimento (etica della fraternità).

Questi quattro elementi costituiscono i tratti distintivi del fondamentalismo e compongono una definizione compiuta del fenomeno di cui stiamo parlando.

Ci sono due importanti corollari che coerentemente si ingranano con la definizione così come l'abbiamo appena enunciata.

Il primo ha a che fare con le forme della mobilitazione dei militanti. Chi è convinto che esista una verità assoluta e che essa debba valere in ogni caso e in tutte le sfere della vita, comprese quelle sociale e politica, si sforzerà di inventare azioni di protesta e forme di lotta politica che lascino sempre intravedere i riferimenti simbolici religiosi ai quali ci si rifà. Da qui la scelta accurata di gesti esemplari o di luoghi, che suscitino forti emozioni e immediata comprensione di quello che si sta facendo. Ricorrere a simboli religiosi depositati nella memoria collettiva diventa una forma di comunicazione e la comunicazione uno strumento di lotta politica e religiosa allo stesso tempo. Gesti e luoghi caricati di volta m volta di significati nuovi o che vengono reinventati alla luce di esigenze proprie della lotta politica, soprattutto quando essa assume le forme di lotta armata clandestina. Il richiamo alla lotta armata non deve sorprendere. Essa in realtà costituisce spesso nei movimenti fondamentalisti una scelta necessaria: di fronte alla reazione del potere che si rifiuta di accettare il punto di vista fondamentalista in nome del pluralismo democratico o dell'autonomia della sfera politica o delle ragion di Stato o degli interessi del blocco sociale dominante, il ricorso alla violenza sacra appare una scelta obbligata agli occhi dei militanti.

In Algeria, ad esempio, a seguito del colpo di Stato dell'esercito nel 1991, per bloccare l'avanzata del partito fondamentalista ‑ il Fronte di salvezza islamica (Fis) ‑, i membri di questa formazione messa fuori legge hanno sfidato spesso la polizia costruendo nei quartieri più diseredati delle città algerine luoghi di preghiera ‑ le così dette moschee popolari ‑ utilizzando materiali di risulta o spazi non autorizzati dalle autorità locali. Con la polizia veniva così ingaggiata una lotta continua: quello che veniva smantellato per suo ordine di giorno veniva puntualmente ricostruito nottetempo. Tutto ciò creava una permanente mobilitazione nei quartieri poveri e l'azione dei militanti del FIS serviva a reclutare nuovi simpatizzanti tra chi non vedeva di buon occhio l'intervento repressivo della polizia e a rafforzare il senso della protesta politica di coloro che avevano già aderito al Fis. In questo caso, non si trattava solo di controllo del territorio. La posta in gioco in realtà era più alta: il FIS mirava a contestare il monopolio della costruzione delle moschee, avocato a sé dallo Stato al fine di riservarsi il potere di nomina dei loro responsabili (gli imam), facendone quindi dei funzionari statali, meglio controllabili dal governo.

Il secondo corollario riguarda la sindrome del Nemico. I movimenti fondamentalisti sovente interpretano un bisogno sociale emergente: quello di non perdere le proprie radici, di non smarrire l'identità collettiva minacciata da una società sempre più individualista e adagiata sul permissivismo e relativismo morali. Nel fondamentalismo si tende a imputare la responsabilità di questa deriva a un soggetto preciso, che a seconda dei casi assume volti diversi: il pluralismo democratico, il secolarismo, il comunismo, l'Occidente capitalistico, lo Stato moderno eticamente neutrale e così via. Tutte queste figure del Nemico ‑ interno o esterno che sia (come possono essere le classi dirigenti del governo autonomo palestinese per i militanti del movimento radicale Hamas o il grande Satana‑Occidente nel linguaggio dei leader della rivoluzione iraniana, Khomeyni) ‑ servono a sottolineare nell'immaginario collettivo dei militanti fondamentalisti l'idea che qualcuno manovri per strappare le radici dell'identità di un gruppo o di un intero popolo, tenti di tagliare i fili della memoria che lega gruppi umani e popoli a un'antica e superiore origine: il patto di alleanza particolare con una parola divina rivelata o con una legge sacra.

 

2. Le differenze fra fondamentalismo, integrismo, tradizionalismo e conservatorismo religiosi

 Mentre sono relativamente semplici le differenze fra il fondamentalismo da un lato e il tradizionalismo e il conservatorismo dall'altro, più difficile è tracciare un confine preciso fra il primo e l'integrismo. Quest'ultimo infatti, costituisce, una corrente di pensiero e di azione che si è venuta affermando all'interno del cattolicesimo nell'Ottocento. Di fronte al divorzio fra la società moderna, scaturita dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione francese, e la dottrina ufficiale della Chiesa cattolica, l'integrismo esprime l'esigenza di riconquista della funzione centrale della religione in una società come quella moderna che pretende di decretare la «morte di Dio» o di funzionare «come se Dio non esistesse». Per far valere questa esigenza l'integrismo considera la dottrina sociale della Chiesa cattolica come un repertorio dei principi fondamentali che debbano essere applicati a ogni sfera del vivere sociale (dall’economia alla politica) senza mediazioni di sorta, rifiutando alla radice l'idea stessa dell'autonomia relativa delle sfere dell'agire umano. L’impegno politico da parte dei cattolici è, di conseguenza, volto a restaurare una società cristiana e uno Stato teocratico.

Un classico esempio di questo modo di pensare si trova nelle pagine di Joseph de Maistre (Du Pape, opera apparsa per la prima volta nel 1819), che rappresenta nel panorama dei pensatori cattolici della Restaurazione il più coerente assertore della tesi che ogni sovranità proviene da Dio, l'unico vero Sovrano dell'Universo intero. Non a caso alle idee di questo autore si ispira un gruppo di cattolici neo‑integristi, che si identificavano nella rivista «Identità», espressione a suo tempo della Consulta cattolica della Lega Nord e diretta da Irene Pivetti, che, in occasione del meeting di Comunione e Liberazione tenutosi a Rimini nell'agosto 1996, a quelle idee si richiamò.

In tal senso, esistono alcuni punti di contatto fra integrismo e fondamentalismo. La dimensione politica concepita come strumento per affermare un'identità e una dottrina religiosa accomuna entrambi. Semmai la differenza rilevante fra di essi va cercata altrove. Nell’integrismo cattolico la ricerca del fondamento ultimo dell'identità, che si avverte minacciata e che si intende ristabilire nella sua pienezza integrale nella vita sociale, viene ancorata alla dottrina della Chiesa, all'insegnamento tramandato dall'autorità religiosa in materia sociale e politica. Non c'è l'appello diretto nel cattolicesimo a un Libro sacro e ai suoi contenuti di verità assoluta. C'è al contrario, semmai, l'invocazione dell'autorità infallibile del papa, garante del contenuto di verità di una dottrina (in tal caso vale il detto: auctoritas, non veritas, facit legem). Fra il Testo sacro e i comportamenti di fede nel cattolicesimo si erge la forza e il peso di una istituzione che si arroga il monopolio dell'interpretazione autorevole dei testi sacri e dunque del diritto di adattarli anche alle mutate situazioni storiche.

Sgomberato il terreno da questo confronto, è relativamente più facile tracciare una linea di confine fra fondamentalismo, da un lato, e, rispettivamente, tradizionalismo e conservatorismo, dall'altro. Il tradizionalismo, infatti, è una tendenza che troviamo in molte religioni e che si esprime generalmente con l'idea che la linea di credenza consolidatasi nel tempo e resa autorevole dall’esistenza di testi canonici o di pratiche liturgiche o di regole rituali seguite di generazione in generazione non possa essere mutata, pena la sua svalutazione il suo deperimento. Il conservatorismo, invece, identifica piuttosto una visione ideologica che si rapporta un sistema di credenza religiosa e si esprime soprattutto nel timore della perdita di influenza sociale della religione e dell'equilibrio che essa garantisce. Nell'un caso e nell'altro manca sia l'assolutizzazione di un Libro sacro sia il mito di una società delle origini che debba essere riprodotta nel tempo presente.