La questione algerina secondo la Comunità di Sant’Egidio

 

[Marco Impagliazzo, Mario Giro, Algeria in ostaggio. Tra esercito e fondamentalismo, storia di una pace difficile, Guerrini e Associati, Milano 1997, pp. 29 – 35, 81 – 83]

 

Una nuova Algeria? Le origini della crisi

Molto è stato scritto sulle origini di questa crisi. Alcuni hanno anche fatto risalire la causa delle sommosse dell'ottobre 1988 a oscure lotte di potere all'interno della classe dirigente. Almeno fino dal 1986 in effetti, è in atto una sorda guerra di influenze all'interno del partito unico, il FLN. Due correnti contrapposte si affrontano: fa corrente detta «tecnocratica», cioè liberista in materia economica, e la tendenza più tradizionale, ancora legata all'ortodossia economica socialista dell'industria pesante, o delle «industrie industrializzanti », secondo il gergo politico algerino. Nell'ottobre 1988, a poche settimane dal VI Congresso del FLN, il presidente Chadli Bendjedid, da poco divenuto sostenitore dei tecnocrati, intende ripresentarsi per la terza volta come candidato unico alla guida del paese. La congiuntura economica è negativa, in particolare per l'abbassamento dei prezzo dei petrolio e il conseguente aumento del debito estero dello Stato. La lotta tra le diverse correnti si combatte attorno ai primi timidi tentativi di modernizzazione economica portati avanti dal governo. I risultati sono modesti, ma le novità provocano tensioni sociali all'interno delle classi meno abbienti.

Dalla seconda metà del settembre 1988 i lavoratori di diverse zone industriali scendono in sciopero, in particolare nella regione di Rouiba‑Réghaia. C'è nell'aria la voce di uno sciopero generale, ma sembra che nessuno si aspetti la rivolta spontanea dei 5 ottobre. I giovani di Algeri, seguiti in rapida successione da quelli delle altre città importanti come Costantina e Orano, scendono in piazza senza aver ricevuto ordini. Gridano tutta la loro insofferenza per le conseguenze della crisi economica che attanaglia il paese. Gli slogan delle manifestazioni prendono di mira la hogra, termine algerino difficilmente traducibile che significa allo stesso tempo «corruzione‑ingiustizia‑abuso di potere‑arbitrio‑umiliazione». Secondo i manifestanti è il «potere» a essere il principale autore della hogra. Il tradimento degli ideali della lotta di liberazione è apertamente denunciato: non c'è lavoro, non si può uscire dal paese se non dopo aver affrontato grosse difficoltà, non c'è libertà d'espressione. I giovani si sentono abbandonati. t una generazione a cui è stato promesso un avvenire dignitoso e che ora si ritrova nella assoluta mancanza di prospettive. I giovani trovano alleati negli stessi insegnanti, in particolare quelli provenienti da studi scientifici, tra i quali escono gran parte dei quadri dei futuro FIS. I manifestanti non fanno distinzioni tra correnti del FLN. Liberisti od ortodossi, per loro tutti sono colpevoli del fallimento algerino.

La crisi tocca in generale tutta la popolazione. Fin dall'inizio degli anni Ottanta sono visibili le conseguenze delle ristrettezze finanziarie. La società si impoverisce rapidamente. La politica liberista inaugurata dal presidente Chadli fa emergere disparità sociali sconosciute negli anni precedenti, quando il paese ha vissuto in un'apparente sobrietà socialista. Ormai per strada circolano vetture di grossa cilindrata. 1 nuovi ricchi, legati a qualche clan di potere e alla lucrosa importazione di beni di consumo dall'Europa, ostentano senza imbarazzo il proprio benessere. La vista del lusso accende gli animi di chi non può accedere alla ricchezza. Nei popolosi quartieri periferici di Algeri si ingrossano le file dei disoccupati, gli hittistes, neologismo che significa in gergo «quelli che stanno appoggiati al muro», in attesa di qualche lavoro. Inizia a mancare la corrente elettrica nelle zone più povere (in un paese produttore di petrolio!), è carente anche l'acqua nelle case; le infrastrutture sono fatiscenti.

Già all'inizio degli anni Ottanta nasce l'opposizione islamica. Aggregati dalla frustrazione e dalla ribellione contro il potere, alcuni gruppuscoli scelgono la lotta armata. Considerati dalle autorità alla stregua di banditi, i capi di questi gruppi diventano presto famosi tra i giovani, per l'audacia delle loro imprese e la loro inafferrabilità. Sono gli antesignani dei gruppi islamici armati. Senza riuscire a ottenere una sollevazione popolare, la prima contestazione islamica non è tuttavia invisa alla maggioranza degli algerini in quanto protesta contro l'ingiustizia sociale e la corruzione.

Più consistente di questi tentativi velleitari è la cosiddetta «primavera berbera» del 1980. Si tratta di alcune manifestazioni, inizialmente pacifiche, organizzate in favore della diversità culturale e linguistica della popolazione della grande e piccola Cabilia, le regioni a maggioranza berbera del paese. La «primavera» è repressa nel sangue, ma non cessa completamente di esistere: trova espressione nel movimento clandestino per l'identità berbera. In seguito viene alla luce il Movimento Culturale Berbero, in qualche modo legato al Fronte delle Forze Socialiste, il partito ‑ clandestino anch'esso ‑ fondato il 29 settembre 1963 da Hocine Aìt Ahmed. La società algerina degli anni Ottanta è attraversata da varie tensioni.

La mattina del 6 ottobre 1988 l'esercito spara per la prima volta sulla folla. Viene proclamato lo stato d'assedio che dura cinque giorni ed è gestito dal generale Khaled Nezzar e dallo Stato maggiore. Soltanto dopo tre giorni, sabato 8 ottobre, appare brevemente in televisione un membro del governo, il ministro dell'Interno, costretto ad assumersi la responsabilità delle morti causate dalla repressione militare. Infine, la sera del 10 ottobre, il presidente Chadli si rivolge alla popolazione. Il suo discorso, benché atteso da giorni, coglie tutti di sorpresa. Dallo schermo Chadli annuncia nuove importanti riforme, non soltanto economiche ma anche politiche. Dichiara finita l’era del monopolio del FLN sullo Stato e promette il pluralismo politico. 1 giovani hanno vinto e, come effetto immediato, cessano tutte le manifestazioni. Il 12 ottobre è tolto lo stato di assedio e i soldati rientrano nelle caserme. Viene nominato un nuovo governo. In sostituzione del primo ministro Brahimi, i militari riescono ancora a imporre a Chadli un loro uomo, Kasdi Merbah, ex responsabile della potente Sécurité Militaire. Tuttavia Merbah resta in carica meno di un anno per lasciare il posto a un governo delle riforme, presieduto da Mouloud Hamrouche, un fedelissimo di Chadli. Nel dicembre 1988 lo stesso Chadli viene rieletto per il suo terzo mandato e convoca un referendum sulla nuova Costituzione, che presenta un testo completamente rinnovato rispetto alla carta precedente.

I riformisti escono apparentemente vittoriosi dalla crisi. L'Algeria inizia a cambiare e anche il presidente appare prudente nei giorni delle sommosse di ottobre. Chi per il momento ha perso è la corrente ortodossa in seno al FLN. Per dimostrare la loro opposizione all'evoluzione del paese, il 3 marzo 1989 i militari escono in blocco dal Comitato centrale del FLN. Il presidente rimane solo di fronte al popolo: la vecchia nomenclatura scompare e in molti sognano un'epoca di grandi cambiamenti. Le nuove parole d'ordine sulla bocca di tutti sono: democrazia, società civile, giustizia. Chadli asseconda le spinte alla democratizzazione che provengono dal basso.

La popolazione intanto inizia a organizzarsi e nascono i primi raggruppamenti politici. Dalla clandestinità riemergono antiche forze politiche, come il MDA di Ben Bella il FFS, che dagli anni Sessanta combatte la sua battaglia per il multipartitismo e la democrazia sotto la guida di Ait Ahmed, leader storico dell'indipendenza. L'avvenimento più significativo è la costituzione di una «cellula di crisi» islamista, creata il 6 ottobre durante gli scontri di piazza. Ne fanno parte uomini che sono destinati a contare nelle evoluzioni successive: lo sheykh Ahmed Sahnoun, vecchio rappresentante della corrente islamica, e il giovane predicatore Ali Belhadj, già famoso per la sua veemente oratoria. C'è anche Mahfoud Nahnah, noto per la sua appartenenza al movimento dei Fratelli Musulmani, di cui si è proclamato il rappresentante in Algeria. La cellula islamista assume tutte le rivendicazioni della piazza e riesce anche a farsi ricevere da Chadli, per consegnargli un documento di protesta contro la repressione. t una prima legittimazione.

La Costituzione, approvata attraverso il referendum del 23 febbraio 1989 dal 73,4% degli algerini, democratizza il regime. Accanto a un presidente della Repubblica dai poteri forti (sull’esempio di quello francese), vi è una nuova Assemblea Nazionale, depositaria del potere legislativo e formata dalla libera competizione elettorale tra partiti. D'ora in poi il primo ministro deve rispondere anche a essa e non solo al capo dello Stato (sempre sul modello francese). Il multipartitismo è consacrato nell'articolo 10. Il potere giudiziario acquista la sua indipendenza: la giustizia non deve più «assicurare la difesa della rivoluzione socialista», come scritto nella carta del 1976, ma ora «protegge la società e le libertà, e garantisce a tutti e a ciascuno la salvaguardia dei propri diritti fondamentali». I diritti dell'uomo vengono riconosciuti nell'articolo 31, così come quelli della libertà di coscienza e opinione (art. 35) e il diritto di creare associazioni politiche (art. 40). Il FLN è invitato a separarsi dallo Stato e a partecipare con altri alla libera competizione elettorale. Non è più il partito unico.

La nuova Algeria democratica si mette in marcia: il 2 luglio 1989 è adottata la legge sulle «Associazioni a carattere politico». Il 6 settembre è riconosciuto il primo partito: il Rassemblement pour la Culture et la Démocratie di Said Sadi, un politico berbero in rottura con il FFS. Il 14 settembre è la volta del FIS. Segue il FFS di Aìt Ahmed, che torna in patria il 15 dicembre accolto da un'imponente manifestazione, dopo più di vent'anni di esilio. Si aggiunge il MDA di Ben Bella, il primo presidente dell'Algeria indipendente, che rientra in patria alla fine dell'anno successivo. In totale i partiti riconosciuti sono circa 60.

Il gabinetto Hamrouche, installato il 10 settembre 1989, accelera le riforme: scompare il ministero dell'Informazione e con esso la censura. Ora la stampa è libera e molte nuove testate hanno già visto la luce dall'inizio dell'anno. I neoministri sono quasi tutti appartenenti alla nuova generazione e sono stati scelti da Hamrouche sulla base delle loro competenze. Il primo ministro dichiara di volere raccogliere la sfida di riformare lo Stato e l'economia in non più di cinque anni. I membri del governo sanno che devono fare in fretta: si rendono ben conto che il vecchio apparato di regime lavora per una rivincita. Anche la società è molto esigente verso il nuovo esecutivo. Infatti, venuto meno l'abituale controllo poliziesco, la situazione sociale è in ebollizione e nel corso del 1989 ci sono 250 scioperi e numerose manifestazioni. Le prime elezioni libere si tengono il 12 giugno del 1990: sono quelle municipali e regionali. Il FFS decide di non partecipare perché ritiene più giusto iniziare il processo elettorale dalle elezioni legislative. Infatti l'Algeria inizia il suo cammino verso la democrazia mentre è ancora in funzione la vecchia Assemblea, composta interamente da membri del FLN. Il Fis dal canto suo si organizza: sorgono numerose cellule e sedi di partito, senza contare la rete delle moschee di quartiere e di villaggio che diviene l'asse portante della propaganda e del proselitismo del Fronte. Accanto all’attività più propriamente politica, il FIS crea centri di assistenza e di volontariato in aiuto al bisognosi. Risponde così a molte domande concrete e diviene spesso l'unica forma di presenza in parecchie zone della periferia di grandi città come Algeri o nelle zone rurali, dove lo Stato è assente.

I nuovi partiti puntano tendenzialmente alle élite, mentre il FFS si preoccupa principalmente di rinnovare le sue strutture, ancora troppo radicate nella sola Cabilia e il FLN resta imbrigliato nelle lotte di apparato. In questo quadro il Fis attua una politica di presenza attiva e pervasiva in tutti gli strati della società. Il partito islamista ottiene progressivamente il sostegno di una cospicua parte della classe sociale colta arabizzata, composta in maggioranza da insegnanti di lingua araba o di materie scientifiche. Essi trovano nel FIS la possibilità di emergere. Tra di loro è forte la solidarietà con le ragioni e la disperazione degli studenti.

Il Fis ha una presenza capillare sul territorio, raccoglie consensi attraverso la campagna contro la corruzione e l'ingiustizia. Si attrezza con la creazione di un solido apparato di propaganda e una rete associativa. Manifestazioni islamiste di tutti i generi attraversano le vie di Algeri. Lo slogan è sempre lo stesso: «l'Islam è la soluzione!». In pochi mesi il FIS riesce a diventare il portavoce di una maggioranza di algerini insoddisfatti e assume in progetto politico semplificato molte richieste espresse dai giovani durante le sommosse dell'ottobre 1988. Le prediche infuocate dei vicepresidente del partito, l'imam Ali Belhadj, sono registrate e riascoltate. Belhadj denuncia il regime con un linguaggio ove si mescolano rivendicazioni sociali e precetti islamici, dal toni molto accesi e violenti. […]

 Democrazia debole

In realtà il partito islamista è un fronte composto da varie tendenze. In primo luogo vi è la tendenza dei cosiddetti «algerianisti» della jazarah in maggioranza giovani diplomati delle facoltà scientifiche, che rivendicano un Islam nazionale. Esiste poi una tendenza «orientale», costituita per lo più da studenti delle regioni dell'Est algerino, che fa riferimento al movimento dei Fratelli Musulmani ma senza un legame formale. Ci sono, poi, i cosiddetti «salafisti» (dal termine salaf che significa «anziani»). Si tratta di un gruppo più tradizionalista, certamente più radicale degli jazaristi in materia di religione, che non contesta però il quadro nazionale. I salafisti sono in gran parte predicatori di moschea e insegnanti di scuole coraniche. Infine ci sono gli indipendenti. Da ultimo occorre citare anche un gruppo estremista che si caratterizza solo per la prassi della violenza armata. Si tratta della frazione dei cosiddetti «afghani», perché composta in buona parte da ex combattenti volontari della guerra in quel paese contro l'occupante sovietico. L'alleanza tra le diverse anime dei FIS si salda attorno al due leader del partito, Abassi Madani e Ali Belhadj, che hanno rapporti con ognuna di esse senza peraltro appartenere formalmente a nessuna. Il FIS si presenta quindi come un complesso di tendenze non sempre in buona relazione l'una con l'altra. Accanto al FIS c'è anche l'associazione Hamas di Mahfoud Nahnah, che non ha voluto aderire al partito in polemica con la scelta «nazionale» e si dice panislamista.

La complessità delle diverse articolazioni che compongono il FIS non è facile da capire. In Europa generalmente si ritiene il fenomeno fondamentalista sostanzialmente unitario e monolitico. In molti ambienti cè un forte turbamento per l'affermazione di un partito radicale islamico a due passi da casa. […]

«Pax romana»

Tra le critiche che vengono rivolte alla Comunità di S. Egidio, vi è quella di «aver ridato una tribuna al FIS, partito ormai moribondo». Al di là dei legittimi dubbi che si possono avere sul «moribondo», la Comunità si interroga se sia meglio un FIS inserito in un quadro di dibattito comune o piuttosto assorbito nella logica armata. Certamente chi sostiene, come gli éradicateurs, che occorra lasciare il Fis nel suo isolamento non ha sufficientemente a cuore la sorte delle vittime del conflitto, il cui numero cresce di giorno in giorno, e neppure quella dei giovani che scelgono di entrare nel maquis. È un'intera generazione che, con la scelta delle armi, prende una strada senza ritorno bruciando ogni possibilità di reinserimento nella vita civile.

Ma accanto alle critiche vi sono anche giudizi positivi sulla scelta operata dalla Comunità di S. Egidio. Jacques De Barrin, nel citato articolo «Pax Roniana», afferma: «gli uni e gli altri si ostinano a ignorare un'ovvietà: la pace si negozia con i nemici non con gli amici [...] perché dunque protestare se altre buone volontà ‑ straniere ‑ propongono i loro servigi per far decollare il processo di pace?». Analogamente, José Garçon, su Libération, scrive: «per due giorni a Roma uomini che non si vedevano da molto tempo e le cui visioni della società sono talvolta agli antipodi del progetto islamista, si sono parlati, senza invettive ma anche senza dissimulare le loro divergenze [...] un tabù è stato infranto: incontrare il FIS senza che ciò significhi una resa senza condizioni». Anche sull'opportunità del coinvolgimento di tutti gli attori, si possono leggere commenti, come quello di Alberto Negri su Il Sole‑24 Ore:

«La via del compromesso tra spada e mezzaluna ha due alternative. La prima in cui i militari lascerebbero larghi strati della popolazione in mano agli integralisti, a condizione che questi non sconfinino in zone riservate (difesa, esteri, energia). Questa soluzione a lungo termine potrebbe rivelarsi una scelta fatale: in Sudan si assiste a una islamizzazione progressiva di tutte le istituzioni, esercito compreso [...]. La seconda alternativa può essere definita la scelta istituzionale: invece di un accordo limitato a islamici e esercito, si tenta di ristabilire un gioco politico a più voci, con la partecipazione di tutti i partiti» [Il Sole 24 ore, 22 novembre 1994]

Per S. Egidio il Colloque svolge la funzione di portare il FIS sul terreno della politica. Accanto a questa preoccupazione, c'è anche un'altra importante considerazione: il timore che il FIS possa essere definitivamente scavalcato dal gruppi armati perdendo ogni influenza su quella «nebulosa». In tal caso non sarebbe immaginabile che altri riescano a comunicare con i gruppi armati per riportarli alla ragione. Oltre al momenti pubblici, si intensifica un lavoro parallelo allo scopo di convincere i delegati islamisti della necessità di concludere con i partner un accordo chiaro di condanna della violenza. Ciò accade nel secondo giorno del Colloque. Gli organizzatori sensibilizzano il rappresentante del FIS sul timori per il futuro dei cristiani d'Algeria e sulla necessità dei rispetto delle minoranze. Inizialmente vago sul tema della violenza, Haddam è progressivamente condotto ad assumere un impegno politico davanti all'opinione pubblica e ai suoi stessi compagni di partito.

Non si può dimenticare a questo proposito il fatto che tutto avviene nell'ambito di una comunità cristiana, dentro un antico monastero, a Roma. Il regime lo sa bene e usa ciò come un'arma propagandistica: l'opposizione è andata a negoziare «all'ombra della croce», si legge sulla stampa algerina in quei giorni. Anche in certi ambienti ecclesiali romani si è incerti e talvolta sorpresi per quella che ‑ a giudizio di taluni ‑ è considerata come un'imprudenza. Nella storia delle relazioni islamo‑cristiane è raro che i musulmani (tra cui anche i fondamentalisti) affrontino le loro difficoltà in presenza di cristiani. Il merito dei leader algerini è di aver saputo cogliere lo spazio offerto da S. Egidio senza pregiudizi. Ma è fuori discussione che il Colloque vada al di là dello scopo immediato. Rappresenta, infatti, una strada originale nello sviluppo dei rapporti euro‑mediterranei e, più in generale, islamo‑cristiani.