Il codice di famiglia

[In K. Messaoudi, Con gli occhi della parola, a cura di P Ranzato, trad e note di M. A. Mini, Ed. Lavoro, Roma 1998, nota 1. Pp. 21 – 22]

 

Il codice della famiglia (legge n. 84‑11 del 9 giugno 1984), adottato dall'allora partito unico FLN (Fronte di liberazione nazionale, partito unico dal 1962 al 1989), fa delle algerine delle minori a vita, in contraddizione con la stessa Costituzione che sancisce, invece, nel suo articolo 28, l'uguaglianza civile dei sessi. Ribattezzato «codice dell'infamia», questo testo stabilisce: la necessità di un tutore maschio per concludere il matrimonio (art. 1 R il dovere di obbedienza al marito (art. 39) che ha così il potere di impedire alla moglie qualsiasi attività, lavorativa e non, al di fuori della famiglia; la poligamia (art. 8); il diritto unilaterale di divorzio per lo sposo (art. 48), cui spetta il domicilio coniugale m caso di divorzio (art. 52), così come la tutela dei figli minorenni (art. 87), anche se essi sono affidati alla madre. Questo si traduce, nella realtà, m un numero elevatissimo e crescente di donne e bambini gettati letteralmente per la strada, senza risorse e senza alcuna possibilità di ricorso. L’articolo 52 stabilisce, infatti, che il domicilio coniugale, se unico, non possa essere assegnato alla madre, anche se è lei ad avere i figli in affidamento (come succede nella stragrande maggioranza dei casi, soprattutto se si tratta di bambini piccoli). In Algeria la crisi degli alloggi è tale che coloro che possiedono più case sono delle rarità e, anche in questo caso, la legge nella pratica può essere aggirata intestandole momentaneamente, il tempo di divorziare, a un terzo. La legge dunque nega di fatto alla donna divorziata e ai suoi figli il diritto all'alloggio. L'articolo 39 è un vero e proprio attentato al diritto della donna di esistere come essere umano a pieno titolo, tanto più che l'obbligo di sottomissione al marito è esteso a tutti i parenti dello stesso (comma 3). Quanto all'articolo 11, esso recita che il matrimonio della donna spetta al suo tutore matrimoniale, che è il padre o uno dei parenti prossimi, o il giudice, per colei che non abbia altro tutore. Il matrimonio diventa quindi un contratto fra due uomini, con la donna come oggetto di transazione. A tutto questo si aggiungono le discriminazioni in materia di successione, qualunque sia l'apporto della moglie al patrimonio comune (la moglie eredita meno dei parenti collaterali maschi del marito). L’8 marzo 1997 tredici associazioni di donne algerine lanciarono la campagna «Un milione di firme per il diritto delle donne nella famiglia»: per chiedere l'emendamento dei 22 articoli più discriminatori del codice. Una campagna di informazione e di raccolta firme, a titolo di sostegno politico esterno a questa iniziativa volta al ripristino di diritti civili fondamentali, si è svolta anche in Italia, a cura di varie associazioni, circoli, comitati amministrazioni locali gruppi imprenditoriali, coordinamenti sindacali eccetera. Le firme sono state consegnate direttamente alle promotrici in Algeria o in occasione di loro visite in Italia.