[Pierre Sané*, Gli inseparabili diritti umani, Le Monde diplomatique (edizione italiana), maggio 1998]
* Segretario generale di Amnesty International, Londra
A dicembre prossimo, le Nazioni unite non celebreranno trionfalmente il cinquantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (Dudh). Certo sono stati fatti dei progressi nello sviluppo del diritto, nell'affermazione dell'individuo come soggetto del diritto internazionale e nella presa di coscienza da parte delle popolazioni nel mondo delle possibilità che offre la solidarietà internazionale. Ma gli anni Ottanta e Novanta non potrebbero giustificare alcuna forma di trionfalismo da parte dei governi: repressione a Tian Anmen, genocidi in Bosnia e in Rwanda, massacri dei detenuti nelle prigioni del Brasile e del Venezuela, torture e "scomparse" in Algeria, eliminazione fisica dei difensori dei diritti umani in Colombia rappresentano altrettanti fallimenti della comunità internazionale nei confronti degli impegni presi solennemente a partire dal 1948 e poi ripetuti in occasione di grandi incontri mondiali. Questi drammi e questi fallimenti pongono interrogativi anche alle organizzazioni non governative (Ong) in un ambiente planetario in rapida mutazione.
L'evoluzione della legislazione internazionale relativa ai diritti umani è stata segnata da una separazione, al tempo stesso artificiale e ingannevole, tra i diritti civili e politici da una parte e quelli economici, sociali e culturali dall'altra; una separazione che rifletteva la situazione di un mondo polarizzato nel conflitto strategico e ideologico della guerra fredda. Così, al momento della sua fondazione, un'organizzazione come Amnesty International voleva contribuire a quell'obiettivo centrale che era la promozione della Dudh, suscitando una mobilitazione internazionale intorno a una singola, semplice esigenza: far liberare immediatamente tutte le persone che nel mondo sono in prigione a causa delle loro convinzioni.
È innegabile che i diritti economici, sociali e culturali hanno beneficiato di minore attenzione da parte delle Nazioni unite e dei suoi organi costitutivi. Le norme adottate in questo ambito, come anche i meccanismi destinati a permetterne l'applicazione, sono molto meno sviluppate. Basta vedere la lentezza estrema con cui progredisce l'elaborazione di un protocollo facoltativo che si rifà al Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali: quello strumento stabilirà una procedura che permetterà ai singoli di sporgere denuncia in merito alla violazione dei loro diritti presso un organo apposito delle Nazioni unite, analogo a quello che esiste per il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici e per altri trattati internazionali relativi ai diritti umani.
È ormai essenziale occuparsi dello squilibrio tra i diritti economici e gli altri diritti della persona, dacché il dibattito sulle libertà fondamentali si svolge sempre più nella sfera economica. Quando i governi non fanno niente per proteggere i loro cittadini dagli effetti negativi della globalizzazione, la necessità di far rispettare e rafforzare i diritti economici diviene evidente. Parallelamente l'imperativo di garantire che quei diritti non vengano scissi dalle altre libertà individuali appare chiaramente ogni volta che le persone sono perseguitate, torturate, o uccise in nome del progresso economico.
Con l'irresistibile avanzata della globalizzazione, i governi spesso non detengono più il monopolio del potere politico. Sono sempre più influenzati dalle società industriali e commerciali e dalle istituzioni finanziarie internazionali in ambiti che hanno ripercussioni profonde sui diritti dell'essere umano. Molte delle funzioni fino a poco tempo fa considerate di sola competenza statale sono state privatizzate (per esempio nel campo della sicurezza, delle prigioni, a volte perfino quelle militari). Incoraggiare il mondo degli affari a svolgere un ruolo positivo nella promozione dei diritti umani, ecco una sfida che non può non essere raccolta.
Non c'è dubbio che la ristrutturazione dell'economia mondiale ha rafforzato l'influenza delle istituzioni finanziarie internazionali e delle società transnazionali. Ma la Dudh chiama "tutti gli individui e tutti gli organi della società" ad apportare il loro contributo al rispetto universale dei diritti dell'essere umano. Le imprese e le istituzioni finanziarie sono organi della società. Nel quadro delle loro attività queste devono assicurare che il loro personale e i loro clienti possano valersi di una serie di diritti, in particolare quello di non essere fatti oggetto di discriminazione, o di non essere tenuti in schiavitù, il diritto alla vita e alla sicurezza, alla libertà di associazione (compreso quello di fondare sindacati) e a condizioni di lavoro eque.
Inoltre, tutte quelle imprese hanno il dovere di usare la loro influenza per mettere fine alla violazione dei diritti umani perpetrata dai governi o dai gruppi armati di opposizione nel paese dove operano. Il silenzio dei potenti rappresentanti degli ambienti industriali e commerciali di fronte all'ingiustizia non è neutro. Mentre il mondo si mobilitava nel 1995 per evitare l'esecuzione di Ken Saro-Wiwa e degli altri otto ogoni accusati in Nigeria, Amnesty International ha esortato la compagnia petrolifera Shell, uno dei più importanti investitori in quel paese, a intervenire. La compagnia ha sostenuto di non avere il diritto di immischiarsi nella politica nigeriana. Eppure società come la Shell cercano regolarmente di influenzare le politiche fiscali e commerciali degli stati in merito alla legislazione sul lavoro e alle regolamentazioni in materia di ambiente.
Amnesty International ha raccolto una serie di principi relativi ai diritti umani fondandosi sul diritto internazionale al fine di costituire una "lista di controllo" che dovrà essere inserita nei codici di buona condotta delle società.
Analogamente le istituzioni economiche e finanziarie, come il Fondo monetario internazionale (Fmi), la Banca mondiale e l'Organizzazione mondiale del commercio (Omc), dovranno assicurarsi che siano tenuti presenti i diritti fondamentali nell'elaborazione delle loro politiche e dei loro progetti, sostenere le istituzioni della società civile, opponendosi agli abusi di potere dei detentori dell'autorità e denunciare pubblicamente le violazioni dei diritti della persona umana.
Altrettanto difficile da sormontare è l'ostacolo rappresentato dall'interpretazione della legislazione internazionale che stabilisce una distinzione tra la sfera detta "pubblica" della società, cioè a dire le istituzioni politiche, giudiziarie e sociali, e la sfera cosiddetta "privata", ovvero la casa e la famiglia. Ci si è concentrati soprattutto sulla prima, ambito eminentemente maschile, per dimenticare la seconda, dove le donne sono tradizionalmente rinchiuse. Le dottrine relative alla protezione della vita privata e della famiglia, che esistono sia nel diritto internazionale sia nelle legislazioni nazionali, hanno rafforzato quella linea di confine artificiale. La distinzione ha portato a non considerare gli stati responsabili altro che delle violenze commesse nel quadro della sfera pubblica. Di conseguenza la violazione dei diritti delle donne ha suscitato attenzione e preoccupazione insufficienti.
L'interpretazione del diritto di non essere torturati ha così lasciato da parte la violenza nei confronti delle donne in seno alla famiglia (come la violenza domestica) e nella comunità (per esempio le mutilazioni degli organi genitali femminili).
L'argomento secondo il quale la condizione femminile nella società sarebbe il risultato di tradizioni sociali e culturali intoccabili ha permesso agli stati di sfuggire alle loro responsabilità. I diritti civili, culturali, economici, politici e sociali delle donne sono stati calpestati in nome di quei valori "culturali", fondati su rapporti di dominio e di disuguaglianza.
Non possiamo attenderci l'avvento di un "mondo libero dal terrore" (promesso dalla Dudh) se continueranno a perpetrarsi impunemente certe pratiche: violenza domestica, assassinio di giovani mogli cui viene dato fuoco, mutilazione dei genitali femminili, ma anche riduzione in schiavitù di bambini e aggressioni fisiche nei confronti di gruppi minoritari. Una quantità di norme internazionali, oltre alla giurisprudenza, afferma che i governi hanno il dovere di prevenire e sanzionare quel tipo di violenze, perpetrate dai privati nelle loro case o nel seno della loro comunità. E se non lo fanno ne condividono la responsabilità con i colpevoli. Allargare la sfera della responsabilità in questo campo significa non solo occuparsi di quello che fanno i governi, ma anche di quello che non fanno per promuovere i diritti umani e per prevenire le violazioni di quei diritti.
Una delle sfide più importanti da raccogliere sarà quella di esprimere e diffondere i valori della Dudh in forme diverse a seconda delle culture, senza però indebolire i principi cui si appella né restringere l'universalità della loro applicazione.
Al livello più semplice questo significa tradurre la Dudh in tutte le lingue parlate nel mondo e mettere quel testo a disposizione dei miliardi di persone che ancora ne ignorano l'esistenza. Più concretamente sarà necessario diffondere la conoscenza e la comprensione di quei diritti, facendo appello a diverse tradizioni culturali, filosofiche e religiose. I diritti della persona umana non avranno spazio e potere in tutti i gruppi umani se non saranno formulati nella lingua di quei gruppi e messi in relazione con i loro rispettivi valori.
L'universalità deve arricchirsi attraverso la diversità e non escluderla.