Verità e giustizia per l'Africa

 [DAVID GOODMAN, Justice drawns in political quagmire, in  MAIL & GUARDIAN (Sudafrica), 6 febbraio 1997]

JOHANNESSURG, 6 FEBBRAIO 1997

 

Mentre la Commissione per la verità e la riconciliazione è al lavoro per concedere l'amnistia ai killer del periodo dell'apartheid, in Africa c'è un paese in cui i giudici hanno adottato un approccio decisamente diverso nel regolare i conti con il passato di sangue. I rappresentanti del governo ruandese, che si sono recati in visita in Sudafrica, dicono che sì, la riconciliazione è una bella cosa, ma loro preferiscono di gran lunga la giustizia. Grazie dei nobile esempio ‑ ma la riconciliazione può attendere.

Una delegazione di personalità ruandesi ha avuto una serie di incontri con la Commissione per la verità e la riconciliazione a Città del Capo, per capire come il Sudafrica sta affrontando il suo vergognoso passato.

I ruandesi erano incuriositi e al tempo stesso turbati della strategia adottata dai sudafricani, così come questi ultimi dall'approccio scelto dal Ruanda.

L'insistenza del governo ruandese nell'affrontare i drammi dei passato anteponendo la giustizia a ogni altra considerazione tocca un nervo scoperto dell'attuale Sudafrica. Il presidente Nelson Mandela e l'arcivescovo Tutu hanno messo in gioco tutta la loro autorità morale per sostenere che la Commissione ‑ la quale sacrifica la giustizia alla riconciliazione e alla conoscenza della verità ‑ è l'unica strada per archiviare il cupo passato del Sudafrica. I testimoni che nelle udienze della Commissione non rispettano il copione ‑ rifiutandosi di perdonare i torturatori di un tempo e domandando la loro incriminazione ‑ sono spesso accolti con un imbarazzante silenzio. L'impressione è che, rifiutandosi di perdonare, la vittima faccia qualcosa di «sbagliato».

È in questo campo minato della morale che i ruandesi si sono avventurati durante la loro visita sudafricana. Non sospettavano che il loro approccio ragionevole ‑secondo cui i criminali vanno in galera, come in qualsiasi altra parte dei mondo ‑ potesse essere così controverso. Ma il Sudafrica ha scelta un'altra strada. Mai come ora, vedendo i killer riassaporare il gusto della libertà, la scelta della riconciliazione provoca dolore e sconcerto.

Anche i giudici della Commissione cominciano a dubitare dell'equazione riconciliazione uguale verità. «Quando ho saputo che a Brian Mitchell era stata concessa l'amnistia, ho avuto un attimo di smarrimento», confessa la commissaria Wendy Orr. E osserva: «Abbiamo avuto la dimostrazione di ciò che significa l'amnistia. Un uomo che ha ucciso undici persone cammina ora libero per strada. Che assassini di quel calibro la facciano franca è un boccone amaro da digerire».

Wendy Orr analizza la situazione: «Da un punto di vista razionale, capisco perché l'amnistia rientri negli accordi di transizione. Eppure, nel profondo di molti di noi c'è la convinzione che questa non sia vera giustizia... Forse tra questa gente c'è qualcuno che meriterebbe di essere incriminato».

In che modo la strada presa dal Sudafrica può favorire la riconciliazione? La Commissione ha affrontato la questione in un breve seminario che si è tenuto all'Università di Città del Capo (Uct), a cui ha partecipato anche la delegazione ruandese. Il professor Mahmood Mamdani, direttore del Centro di studi africani dell'Utc, ha posto la questione in modo provocatorio: «La riconciliazione in Sudafrica può davvero avvenire a un prezzo così basso? La giustizia non è forse un prerequisito della riconciliazione?». Nessuno avrebbe potuto prevedere il genocidio in Ruanda, ricorda Mamdani: «Così, quando si parla di riconciliazione, nulla è inevitabile».

La situazione ruandese ci aiuta a capire quali sono i pregi e i difetti della scelta di anteporre la giustizia a ogni cosa.

Il Ruanda, a differenza dei Sudafrica, ha conosciuto l'inferno del genocidio. Dal 6 aprile al 17 luglio 1994, nel piccolo Stato centrafricano si è consumato un massacro di una ferocia senza precedenti. Si è calcolato che in poco più di tre mesi sono state uccise da 500 mila a un milione di persone ‑ il che vuoi dire che ogni giorno venivano massacrati circa diecimila ruandesi.

«Per intensità, il massacro dei Ruanda supera i peggiori crimini della Germania nazista», spiega Madeline Morris, professoressa di diritto internazionale alla Duke University degli Stati Uniti e attualmente consigliere per i problemi della giustizia del presidente ruandese Bizimungu. «Gli assassini si servivano di strumenti rozzi ‑ machete e bastoni. Sappiamo che erano motto numerosi».

Il Ruanda non ha pensato di istituire una commissione per la verità. «Non abbiamo bisogno di ricostruire la verità, sappiamo che cosa è successo», dice Chartes Murigande, ministro ruandese dei Trasporti e della comunicazione, membro della delegazione inviata in Sudafrica.

«Nel nostro paese, gli omicidi sono stati commessi alla luce del sole», racconta Murigande. «I killer cominciavano alle otto dei mattino e uccidevano fino alle quattro dei pomeriggio. Poi andavano a farsi un drink o a riposarsi, per essere in forma il mattino dopo».

L'ex professore di matematica spiega: «A differenza del Sudafrica o dell'America Latina ‑ dove le squadre della morte erano segrete ‑qui la gente sapeva che cosa stava accadendo. Perciò, non sarebbe di grande utilità raccontare alla gente la verità e concedere ai criminali l'amnistia. Le situazioni [in Sudafrica e in Ruanda] sono molto diverse. Non possiamo affrontarle allo stesso modo».

Il governo ruandese ha scelto per gli autori dei genocidio la strada della giustizia tradizionale: i criminali saranno processati. L'attuale governo si può permettere il lusso di evitare il compromesso con il nemico. Questo, per il Fronte patriottico ruandese (Fpr), è il vantaggio di avere vinto la guerra nel luglio 1994. Ma l'attuale governo del Fpr ha scoperto che la strada della giustizia nasconde una ridda di complicazioni morali e logistiche.

 

Madeline Morris osserva che attualmente circa 90 mila persone languono nelle carceri ruandesi, molte delle quali «in condizioni spaventose». Queste persone sono state catturate dai soldati dell'Fpr nel luglio 1994 con l'accusa di avere partecipato alle esecuzioni di massa. Ma pochi di loro hanno avuto un regolare processo.

La legge ruandese punisce l'omicidio con la pena di morte. Secondo Morris, anche se la metà degli attuali prigionieri fosse ritenuta colpevole di omicidio ‑ «una previsione ragionevole» ‑ il governo ruandese dovrebbe mandare al patibolo 45 mila persone. «Ma una nuova esecuzione di massa non contribuirebbe certo alla riconciliazione» taglia corto Madeline Morris.

Così i ruandesi hanno escogitato una legge sul genocidio, entrata in vigore nel settembre dei 1996, in base alla quale le persone coinvolte nel massacro sono divise in quattro categorie. La prima è riservata a chi porta le colpe maggiori. i leader politici e militari e i killer più spietati. La seconda categoria racchiude tutte le altre persone che hanno causato in modo diretto o indiretto la morte di individui, mentre la terza punisce gli aggressori e la quarta chi ha compiuto reati contro il patrimonio, tra cui il saccheggio. Con una controversa decisione, il governo ha deciso che solo i crimini compresi nella prima categoria comportano la pena di morte e ha reso noto in dicembre i nomi di 1900 persone sospettate di esserne gli autori. Ogni imputato che non rientra nella lista sarà processato per un delitto minore e gli sarà risparmiata la vita.

I delitti della seconda categoria comportano l'ergastolo, ma è prevista una scappatoia: se un criminale della seconda categoria confessa i fatti e i nomi dei suoi complici e chiede scusa alle vittime, se la può cavare con sette anni. A causa del sovraffollamento delle prigioni, gli imputati della terza e quarta categoria con molta probabilità saranno rimessi in libertà. Cosi, alla grande maggioranza degli autori del genocidio ruandese sarà risparmiata la sorte delle loro vittime.

Anche se il governo ruandese non vuole assolutamente ammetterlo, gli sconti di pena equivalgono a una parziale amnistia. Madeline Morris riconosce che «la popolazione sopravvissuta al genocidio si è schierata decisamente contro la legge sul genocidio. Voleva che un maggior numero di persone rientrasse nella prima categoria di imputati». Richiamandosi alla logica della realpolitik adottata in Sudafrica, riconosce che la concessione è stata fatta per «rompere il circolo vizioso della violenza ed evitare un altro scoppio di ostilità».

E la riconciliazione? «In Ruanda, questa parola non viene mai pronunciata. Non rientra nel lessico comune. Si parla semplicemente di giustizia e risarcimento». dice Wendy Orr, che ha visitato il Ruanda con una delegazione della Commissione nell'ottobre dell'anno scorso.

Il professor Mamdani dell'Uct si è recato più volte in Ruanda per capire come viene affrontata la questione della giustizia nell'era del post‑genociclio. Mamdani osserva: «il Ruanda può imparare da noi che la giustizia, se non è mossa dall'obiettivo di favorire la coesistenza dei cittadini, membri della stessa comunità politica, non può portare alla riconciliazione. £ molto più probabile che conduca alla vendetta».

«Ma il Sudafrica può imparare dal Ruanda che la riconciliazione senza una certa dose di giustizia non sarà mai duratura». E la giustizia richiede qualcosa di più che il processo a un gruppetto di nerboruti poliziotti afrikaner.

Mamdani sostiene che la giustizia deve abbracciare anche la sfera socioeconomica e che i bianchi devono capire di essere stati "i beneficiari dell'apartheid" e ora devono fare «un significativo gesto per... spianare la strada alla pacifica convivenza". Il Programma di ricostruzione e sviluppo è un primo passo nella giusta direzione, ma, rileva Mamdani con una certa preoccupazione, «assomiglia a una promessa che rischia di non essere mantenuta».

«Una certa dose di giustizia potrebbe essere una buona premessa per la riconciliazione» insiste Mamdani. «il Sudafrica può imparare dal Ruanda che la verità non sostituisce mai dei tutto la giustizia». (R.L.)