[Alessandro Oppes, Così morivano i desaparecidos, la Repubblica, 5 marzo 1995]
Nella conversazione tra i militari che si preparavano all'operazione era semplicemente «il volo». Ma nell’Argentina dell'infame guerra sporca voleva dire che un gruppo di detenuti politici, di oppositori del regime, stava per essere caricato su un aereo per un viaggio senza ritorno. Alle vittime designate veniva annunciato un «trasferimento», nessuno sapeva che andava a morire. Cominciava con un'iniezione, presentata come un vaccino, ma che in realtà era un sedativo. Dal campo di concentramento (che poteva essere la Escuela de mecanica della Marina, o il Clube Atletico, o l'Olimpo, o altri ancora) venivano trasportati a gruppi di quindici ‑ venti all'Aeroparque. Li caricavano su un aereo militare, una volta a bordo la seconda iniezione di Pentotal serviva a farli svenire: Pentonaval l'hanno poi chiamato con macabro umorismo per fare riferimento alla Marina, specializzata in queste operazioni. I detenuti venivano spogliati completamente, si apriva il portellone, una spinta e giù di sotto, nell’Oceano. A volte non bastava un solo militare per compiere il delitto: ci si mettevano in due perché il corpo di un uomo svenuto pesa di più, sollevarlo è una faticaccia. Lo tiravano su e lo lanciavano nel vuoto. Anzi a volte il carnefice rischiava di finire di sotto insieme alla vittima. E così per anni, dal 1976 all'83, sino all'uscita di scena dell'ultima giunta militare.
Sono storie che si conoscevano da tempo, in Argentina. Le denunce non sono mancate, dopo il ritorno alla democrazia, da parte dei familiari dei desaparecidos e delle stesse vittime scampate al massacro. Sono storie che compaiono anche tra le pagine di Nunca Mas, il rapporto sui crimini della dittatura curato da una commissione presieduta dallo scrittore Ernesto Sabato. Ma per la prima volta a parlare è stato uno dei responsabili, un ufficiale qualunque dell'Armada, la Marina argentina, uno tra le centinaia o migliaia di ufficiali che hanno obbedito all'ordine di sterminare gli oppositori del regime. Dopo anni di inutili proteste, di lettere senza risposta all'ex dittatore Jorge Videla, all'ex capo della Marina ammiraglio Jorge Ferrer e al presidente Carlos Menem, l'ex capitano di corvetta Adolfo Francisco Scilingo ha denunciato l'attuale capo di Stato Maggiore Enrique Molina Pico, accusandolo di aver occultato le prove di questi crimini.
«La maggior parte degli ufficiali della Marina ha fatto almeno un volo, a me è toccato due volte», ha raccontato Scilingo in una lunga intervista al quotidiano di Buenos Aires Pagina 12. «Era una cosa normale, anche se ora sembra un'aberrazione. Era come una comunione, qualcosa che bisognava fare. Non piaceva a nessuno, ma si faceva e non si discuteva. Era qualcosa di supremo che andava fatto per il paese. Un atto supremo». Una storia macabra, ammette l'ex ufficiale, oggi in pensione, «ma è una storia vera, che nessuno potrà smentire».
E infatti nessuno l'ha smentita, ma lo shock in Argentina è stato grande, le reazioni imbarazzate ci sono state. La Marina ha accusato il colpo: è arrivata in sostanza la conferma che all'interno di questo corpo delle forze armate nessuno è innocente, tutti sapevano e moltissimi hanno partecipato alle operazioni della guerra sporca. L'unica risposta è stata sinora una controaccusa: si cerca di screditare Scilingo ricordando che ha precedenti penali per frode e furto. Fonti della Marina hanno tentato di smorzare la polemica dicendo che è ormai inutile «riaprire le ferite del passato». E nello stesso senso va la dichiarazione fatta dal presidente Carlos Menem, secondo il quale si tratterebbe di denunce fatte da un «facinoroso» che rientrano in una manovra elettorale per danneggiare il capo dello Stato alla vigilia delle elezioni presidenziali di metà maggio.