Da V. Salamov, Nel lager non ci sono colpevoli, Theoria, Roma 1992, pag. 48
La carriola, la carriola dei detenuto, è il simbolo, l'emblema di un'epoca:
La macchina della Commissione Speciale:
due maniglie, una ruota e niente fanale.
Si tratta della Commissione Speciale che dipendeva dal ministro, dal Commissario del popolo dell'OGPU, la cui firma aveva fatto spedire senza processo milioni di uomini all'estremo Nord per trovarvi la morte. In ogni singolo «caso», ovvero in una cartellina nuova di cartone sottile, venivano depositati due documenti, un estratto del provvedimento della Commissione Speciale e le «istruzioni speciali»: ad esempio che Tizio doveva essere impiegato solo per lavori fisici pesanti e che gli si dovevano vietare il collegamento post‑telegrafonico e la corrispondenza. E che i responsabili dei lager dovevano informare Mosca dei comportamento di Tizio non meno di una volta ogni sei mesi, mentre alla direzione regionale questo rapporto‑memorandum. doveva essere inviato una volta al mese.
«Pena da scontarsi sulla Kolyma»: ciò equivaleva a una condanna a morte, era un’espressione sinonimica di assassinio, lento o rapido a discrezione dei direttore di quel campo, di quella miniera o di quell'OLP.
Questa sottile cartellina nuova era poi destinata a essere arricchita da un mucchio di documenti: si sarebbe gonfiata per le denunce di resistenza al lavoro, per le delazioni dei compagni, per i memorandum degli organi inquirenti su ogni genere e tipo di «dato». A volte la cartellina non faceva a tempo a gonfiarsi, ad aumentare il proprio volume: erano parecchi a soccombere durante la prima estate trascorsa con la «macchina della Commissione Speciale, due maniglie, una ruota e niente fanale».
Io sono uno di quelli la cui cartellina si è gonfiata, si è appesantita, come se la carta si fosse impregnata di sangue. Le scritte non sono neppure sbiadite: il sangue umano è un buon fissatore.
Sulla Kolyma la carriola viene chiamata «bassa tecnologia».
Io sono un carriolante altamente qualificato. Ho spinto la carriola per le cave aperte della miniera d'oro Partizan della Kolyma per tutto l’autunno del '37. D'inverno, quando non era la stagione dell'oro, del lavaggio dell'oro, sulla Kolyma si trasportavano balle di terra, quattro uomini per una balla, spostando montagne di terra di scavo, asportando la copertura di torba e scoprendo per l'estate la sabbia, lo strato contenente l'oro. Al principio della primavera del ‘38 mi ero riattaccato di nuovo ai manubri della macchina della Commissione Speciale e li avevo mollati solo in dicembre, quando ero stato arrestato in miniera e trasferito a Magadan per « l'affare dei giuristi » della Kolyma ".
Il detenuto incollato alla carriola è l'emblema del lager di Sacbalin. Ma Sacbalin non è la Kolyma. Accanto all'isola di Sachalin c'è la corrente calda Kuro‑shio. Fa più caldo che a Magadan, che sul mare: si arriva solo a trenta - quaranta gradi sotto, d'inverno c'è la neve, d'estate la pioggia. Ma l'oro non è a Magadan. Il passo Jablonovyj, a mille metri, segna il confine in altezza dove comincia il clima dell'oro. Mille metri sul livello del mare: il primo vero « passo » sulla strada dell'oro. Cento e più chilometri da Magadan e poi lungo la statale, sempre più in alto, sempre più al freddo.
Il lager di Sachalin a noi non faceva né caldo né freddo: là incatenare uno alla carriola era più che altro un tormento morale. Come i ceppi. I ceppi all'epoca degli zar erano leggeri, era facile sfilarli. I detenuti percorrevano tappe di migliaia di verste con quei ceppi ai piedi. Servivano per umiliare.
Sulla Kolyma non ti incatenavano alla carriola. Nella primavera dei '38, in coppia con me lavorò per qualche giorno Derfel, un comunista francese che proveniva dalla Caienna, dai lavori forzati. Derfel era stato prigioniero in Francia per due anni ma là era tutta un'altra cosa. Era tutto più facile, c'era caldo, e poi non c'erano i politici. Non c'erano fame, freddo d'inferno, mani e piedi congelati.
Derfel morì in miniera, per arresto cardiaco. Comunque l'esperienza della Caienna lo aveva aiutato, aveva resistito un mese in più dei suoi compagni. Del resto era un bene o un male? Questo mese di sofferenze supplementari.
Ecco, con questo Derfel avevamo lavorato in coppia alla carriola proprio il primo mese.
Non è possibile amare la carriola. P, possibile solo odiarla. Come qualsiasi lavoro fisico, tirare la carriola sulla Kolyma era smisuratamente umiliante per il suo significato schiavista. Ma proprio come lavoro fisico, la carriola richiedeva una certa capacità, attenzione, dedizione.
E quando il tuo corpo aveva compreso queste poche cose, trainare la carriola diventava più semplice che picconare, che picchiare con la piccozza o spalare senza sosta.
La difficoltà stava tutta nell'equilibrio, nel mantenere la ruota sul tracciato, sulla sottile asse di legno.
Per l'articolo cinquantotto nella miniera d'oro c'era solo il piccone, la pala dal manico lungo, tutta una serie di piccozze per trivellare, il raschino di ferro per raschiar via il terreno dalle fosse. E la carriola. Non vi erano altri lavori. Al setaccio per il lavaggio dell'oro, dove si doveva « rastrellare », muovere avanti e indietro un rastro di legno, versando e sminuzzando la terra, là non c'era posto per l'articolo cinquantotto. Al setaccio lavoravano i delinquenti comuni. Era un lavoro più leggero, più vicino all'oro. Lavorare alla doccia, lavare l'oro, era vietato all'articolo cinquantotto. Si poteva lavorare coi cavallo: i cavallanti li prendevano proprio dal cinquantotto. Ma il cavallo è un essere fragile, soggetto a ogni malattia. Il suo rancio al Nord se lo fregavano gli stallieri, i capi degli stallieri e i cavallanti. Il cavallo a sessanta gradi sotto zero si indeboliva e moriva prima degli uomini. E poi avevi tante di quelle incombenze in più, che la carriola ti sembrava la cosa più semplice, meglio del carro, più onesta di fronte a te stesso, più vicina alla morte.
Il piano statale arrivava fino alla miniera, al campo, alla cava, alla squadra, al singolo gruppo. La squadra era composta da gruppi e a ogni gruppo venivano consegnate le carriole, due, tre, quante ne servivano, ma mai una sola!
In questo risiedeva il grande segreto della produttività, il mistero dei lager della Kolyma.
Vi era ancora un lavoro in squadra, un lavoro fisso, che ogni detenuto, ogni mattina sognava a occhi aperti: quello del facchino porta‑strumenti.