Dagli Appunti manoscritti degli anni '70
Perché scrivo racconti?
1) Io non credo nella letteratura. Non credo alle sue possibilità di educare gli esseri umani.
L'esperienza della umanitaria letteratura russa ha portato, sotto i miei stessi occhi, alle sanguinarie brutture del ventesimo secolo.
.2) Io non credo alla possibilità di prevenire le cose, di evitare che si ripetano. La storia si ripete. Ogni fucilazione del '37 può essere ripetuta.
3) Ma allora, nonostante tutto, perché scrivo?
Scrivo affinché nella mia prosa ben lontana da ogni menzogna qualcuno... leggendo, possa raccontare la propria vita tale e quale alla mia pur su un qualsiasi altro piano [sfondo? ‑ illegg.]. L'uomo deve ben fare qualcosa...
Qui non si tratta di responsabilità ordinaria, ma morale, di quella responsabilità che un uomo comune non possiede, ma che è indispensabile al poeta. Non so se questa sia una prerogativa della Russia soltanto.
Naturalmente il problema fondamentale è la vita. L'immortalità personale. Nella sua insoddisfacente risoluzione risiede tutta la filosofia del pessimismo. Il lettore ha reso questo problema marginale. La filosofia del terrorismo, della personalità o dello Stato è al massimo grado ottimistica.
Vi è una sorta di profondissima menzogna nel dire che il dolore umano diviene oggetto dell'arte, che il sangue vivo, il tormento, la sofferenza appaiono in veste di quadri, versi, romanzi. Ciò è sempre stato, sempre. Nessun Remarque potrà trasmettere il dolore e la sofferenza della guerra. La cosa peggiore è che creare per un artista significa disfarsi del dolore, attutire la propria sofferenza, quella interiore. Anche questo è male.