Cos'è la Kolyma

 

In questa sezione proponiamo alcuni testi di due grandi scrittori russi che hanno vissuto in prima persona la realtà del G.U.Lag:

V. Salamov nei suoi I racconti della Kolyma, ha fatto conoscere al mondo le terribili condizioni di vita, l’orrore e la follia del sistema concentrazionario sovietico.

Tra i brevi estratti che abbiamo scelto riportiamo, in questa pagina dopo la cartina dell'"universo concentrazionario" sovietico, una descrizione della Kolyma; il primo breve documento è invece una riflessione dell’autore sul senso del suo raccontare l’inferno che ha vissuto, e, più in generale, sulla relazione fra il dolore, il male e la letteratura.

Negli altri due passi, significativamente intitolati “La Carriola”, l’autore evoca tutto l’orrore e l’oppressione legati al lavoro in miniera, del quale la carriola assurge a vero e proprio simbolo. 

Di A: Solgenicyn, che non ha bisogno di presentazioni, proponiamo, dalla sua opera più nota, una pagina di riflessione particolarmente intensa sulla mostruosità, ma anche sulla radicale irrazionalità, del sistema terroristico staliniano.

 

Il sistema dei G.U.Lag sovietici

In evidenza sulla destra il gruppo dei campi della Kolyma

 

Isola unica e terribile è la Kolyma, nell'Arcipelago Gulag staliniano: questo nome non ricorda solo il fiume che per più di duemila chilometri scorre nell'estremo Nord‑est siberiano, tra il Mare d'Ochotsk e quello della Siberia orientale: indica l'ultimo cerchio dell'inferno concentrazionario. Qui le grandi «fiumane» del Terrore staliniano portano milioni di deportati; sono loro a costruire città, villaggi, strade, porti, a disboscare la taiga; la manodopera schiavistica che crea dal nulla la più grande regione aurifero‑mineraria dell'intera URSS, tra gli anni Trenta e Quaranta, è falcidiata da norme di lavoro centinaia di volte superiori a quelle che un secolo fa Dostoevskij aveva osservato nella katorga zarista; dal gelo intollerabile (si lavora fino a quando il termometro non supera i 50 gradi sotto zero); dalle angherie di guardie e capò, dalla denutrizione, dalle fucilazioni in massa nelle tenebre polari al lume di torce di benzina e al suono di bande musicali di detenuti. Là alla fine degli anni Trenta gli uomini «morivano come le mosche». «Crematorio bianco», «Auschwitz di ghiaccio», la Kolyma è un mondo a parte; dice una canzone di lager: «Kolyma, Kolyma, lontano pianeta, dodici mesi inverno, il resto estate ». Per la storia, la Kolyma è la regione dell'oro (sono 70 le miniere e più di un milione gli schiavi nel 1941) e dell'orrore. Eppure, il suo nome non ha la terribile forza evocativa di altri luoghi emblematici del xx secolo: Auschwitz, Dachau, Hiroshima. «Il passato che non vuole passare» della Germania lascia nell'ombra il simbolo dei comunismo: il Gulag.

Nella Kolyma, secondo le cifre di Robert Conquest, specialista occidentale dell'età del Terrore, dagli anni Trenta ai primi Cinquanta muoiono circa tre milioni di deportati.