di Bruno PontecorvoLuigi Cortesi (a cura di), 1945: Hiroshima in Italia,. CUEN, Napoli 1995..
Bruno Pontecorvo (1913 –1993), fratello di due personaggi assai noti nel mondo della cultura, il regista Gillo e il genetista Giorgio, fu allievo e poi collaboratore di Enrico Fermi. Dal 1931 al 1936 lavorò nel famoso gruppo di via Panisperna, le cui ricerche diedero fondamentali contributi alla fisica nucleare e aprirono la strada ai suoi usi pratici. Dal 1936 lavorò a Parigi con F. Jliot-Curie e, in seguito, nel Canada e negli USA. Nel 1950, con un atto che sorprese l’opinione della comunità scientifica mondiale, si trasferì in Unione Sovietica con nell’intento di mettere le sue conoscenze al servizio di un paese che gli appariva come la realizzazione del “sol dell’avvenire”. La sua testimonianza è assai significativa sia per le motivazioni che lo indussero a “fuggire” in Unione Sovietica sia per le riflessioni critiche e autocritiche sulle sue scelte e sul sistema sovietico
Il brano riportato è tratto da un colloquio tra Bruno Pontecorvo, Paola Alimonti e Luigi Cortesi svoltosi a Roma il 18 novembre 1990.
Un importante tema della nostra ricerca era la radioattività indotta da bombardamento di neutroni. Gli esperimenti di Fermi e collaboratori includono la scoperta del rallentamento dei neutroni, nella quale un ruolo importante ebbero sia il caso che il genio di Fermi.
Penso che la posizione di Fermi sull'utilità di far uso dell'atomica contro il Giappone sia un fatto secondario. Occorre fare attenzione quando si danno giudizi su personalità storiche. Per forza di cose tali giudizi appartengono a una categoria storica. Fermi è stato comunque un uomo che ha fatto "bene" al mondo e all'Italia, così come Igor Kurchatov ha fatto molto bene al mondo e alla Russia.
Incidentalmente, non credo che Fermi si sia espresso per l'uso dell'atomica contro il Giappone perché fosse affascinato dalla scoperta. Alcuni fisici tra cui Fermi e Oppenheimer dopo aver studiato la questione dal punto di vista militare pensarono di utilizzarla per salvare delle vite. D'altra parte la loro opinione non ha certamente influenzato il corso degli avvenimenti. Più che altro si trattava di un atto diplomatico degli Stati Uniti.
Importante da ricordare per quanto riguarda l'atomica è che queste armi erano basate sulla fissione dell'uranio e a Roma la fissione non è stata scoperta per un puro caso. Amaldi ha detto che è stato un errore storico, ma non sono d'accordo con lui su questo punto. Io sostengo semplicemente che Fermi, col suo gruppo, non ebbe fortuna, nel senso che la fissione avrebbe potuto essere scoperta nel gennaio 1935 a Roma e non nel 1939 in Germania, se non fosse stato per circostanze casuali.
Per quanto riguarda la mia reazione alla notizia dello scoppio della bomba atomica contro una città, mi trovavo in Canada ed era già noto il risultato della bomba di prova, il "test" di Alamogordo. Quindi il lancio di guerra si aspettava per molto presto. Allora (e anche in seguito) non comunicavo con gli scienziati del progetto Manhattan su questioni segrete, ma le voci correnti sul "test" non erano avvolte nel mistero, anche per persone come me che non si erano mai occupate di bombe.
Nella mia decisione di raggiungere l'URSS, cosa che feci nel settembre 1950, la ragione principale era di non lavorare in Occidente, ma di lavorare per quello che per me allora era il "Sol dell'Avvenire". Durante gli anni giovanili trascorsi a Roma, come tutti gli altri fisici del gruppo diretto da Fermi, ad esclusione di Gian Carlo Wick, ero interamente apolitico. Mi avvicinai alla politica quando nel '36 mi recai a Parigi, negli anni del Fronte Popolare, ed ebbi l'occasione di incontrarmi con emigrati politici quali Sereni, Longo, Montagnana, Negarville, Dozza, Natoli, Scotti, Teresa Noce ed altri.
Verso la fine della guerra, trovavo immorale l'atteggiamento dell'Occidente verso un paese che aveva avuto un ruolo così importante nella guerra antinazista, e aveva pagato un prezzo così alto in termini di vite umane. Già al momento dell'entrata in guerra dell'Unione Sovietica contro il Giappone, gli americani non desideravano più l'intervento dell'URSS, che pure era stato deciso a Yalta molto tempo prima. Negli ultimi tempi era chiaro che in Occidente il vero nemico era, in prospettiva, l'Unione Sovietica.
Non vorrei che la nostra intervista "suonasse" come un articolo politico, perché sono ancora troppo confuso in materia. Comunque dopo il crollo dei regimi dell'Est, o per meglio dire, per quanto mi riguarda, dopo il 1968 (gli avvenimenti in Cecoslovacchia), mi chiedo come il mio pensiero politico abbia potuto essere dominato da una categoria priva di logica, che ora chiamo "religione", e che è difatti simile ad una religione rivelata, con tutti i suoi riti e i suoi miti. Rispondere a questa domanda di chiarimento non è facile, ma è assolutamente doveroso. Dopotutto io sono un fisico di professione, al quale un solo passo fuori dal regno della logica dovrebbe essere interdetto. Certamente c'era l'esistenza dell'imperialismo, del fascismo, della guerra fredda e quindi nasceva la logica della lotta, la necessità di poter dire "quello obiettivamente è un nemico". Forse non avevamo molti altri modi di rispondere, assediati dalla società circostante, e per questo la nostra lotta si è svolta sotto categorie religiose.
Dopo lo scoppio dell'atomica alcuni scienziati affermarono che l'umanità rischiava il suicidio e si schierarono contro la proliferazione del nucleare. Tra questi Einstein, Russell, Joliot‑Curie e, tra i politici, Togliatti.
Orbene il PC dell'URSS, specialmente per bocca di Molotov, scomunicò" tutti. Molotov proclamava che l'idea stessa che un nuovo tipo di arma potesse avere conseguenze politiche era un grave allontanamento dal marxismo‑leninismo. La crescita della guerra fredda, il pericolo di un attacco nucleare contro l'URSS era visto come la possibilità di una guerra da cui sarebbe comunque uscita una vittoria del socialismo o una affermazione della sua necessità. C'era la dimensione della necessità della pace nel mondo, ma soltanto per proteggere l'URSS da un attacco americano. Si parlava della possibilità di una guerra solo nel senso: "Se ci attaccano saranno ridotti a zero".
Istintivamente mi sembrava che uomini come Togliatti e Russell avessero ragione, ma la mia religione mi impediva di considerare la possibilità che Molotov avesse torto. Mi accusavo di non comprendere a causa della mia educazione intellettuale borghese.
C'è poi la questione della democrazia formale. Oggi in Unione Sovietica la gente pensa che fascismo e comunismo siano la stessa cosa, ed è difficile spiegare ‑che non è vero. Lo stesso Mao della "rivoluzione culturale" diceva che in un partito comunista che si distacca dal popolo non c'è più differenza tra comunismo e fascismo.
Pajetta una volta mi disse che è più importante essere dalla parte di quelli che hanno sentimenti nobili che dalla parte di quelli che hanno ragione. Forse questa è la dimensione etica della politica. Ma questo era vero per chi viveva in Italia e non in URSS, dove essere comunista era ormai diventato un modo per fare carriera.
I socialdemocratici da Plechanov a Kautsky non erano contro la guerra, da questo punto di vista non erano differenti dagli sciovinisti di altri partiti nei loro paesi. Erano, con parole di Lenin, dei "rinnegati". D'altra parte i comunisti erano contro la guerra (e questo è un "più" importante), ma volevano la distruzione di ogni democrazia (e questo è un "meno" molto serio). Dicevano che la democrazia borghese va distrutta, perché non c'è democrazia senza uguaglianza, che è un diritto fondamentale. Questo è verissimo, ma la concezione formalistica e proceduralistica della democrazia è un minimo, esattamente come la logica formale è un minimo senza il quale scompare il concetto stesso di logica. Mi domando chi ha detto che è impossibile conciliare la lotta per la pace e la lotta per la democrazia.
Quando giunsi in Unione Sovietica mi stabilii a Dubna, e ho sempre vissuto e lavorato li; eravamo incoraggiati a non cambiare il luogo di residenza. Non ho lavorato, come in Occidente si fantasticava, alla bomba nucleare. Non mi sono mai occupato della bomba, né sono stato spinto a farlo; mi occupavo di fisica delle particelle, per mia scelta e senza pressioni.
All'inizio non avevo molti rapporti con scienziati occidentali, poi con Krusciov negli anni Sessanta si sono tenuti parecchi congressi internazionali. Il primo incontro fu nel '59, dopo la morte di Stalin, con la conferenza di Kiev.
in quegli anni lo sviluppo della fisica in Urss era più o meno allo stesso livello dell'Occidente per quanto riguarda gli studi sulle particelle elementari; poi c'è stato un peggioramento.
Negli anni Cinquanta gli scienziati sovietici non avevano una grande paura dell'attacco americano. Del resto erano tutti molto apolitici, anche i pezzi grossi di partito erano piuttosto burocrati apolitici.
A questo proposito ricordo un episodio indicativo, avvenuto addirittura dopo il XX congresso a cui ho assistito personalmente: una guida turistica, accompagnando un gruppo di 20‑30 persone a vedere la dacia di Gorkij, disse che il grande scrittore era stato ucciso dai medici. Nessuno obiettò alcunché, eppure era già stato ufficialmente proclamato che si trattava di una balla.
Da parte mia ho creduto fino a molto di recente nella possibilità di un attacco all'URSS. Fino al '68, che è stato per me un punto di svolta. Per quanto riguarda l'Ungheria avevo creduto che si trattasse di controrivoluzione, ma per la Cecoslovacchia no. Nagy non mi piaceva, ma Dubcek sì, e ritenevo che le sue innovazioni avrebbero risolto problemi che in quel momento erano presenti anche in Unione Sovietica.
Vorrei comunque dire che tra le tante cose in cui ho creduto un discorso a parte merita di essere fatto per quanto riguarda il patto Stalin‑Hitler. Ho pensato a lungo che tale patto abbia salvato il mondo; ora che si conosce qualcosa della sua parte segreta, ho cominciato a dubitare anche di questo. Continuo però a chiedermi cosa sarebbe successo se tale patto non ci fosse stato e se, quando la Germania è entrata in Russia, la Russia fosse stata sola.
Quando giunsi in Unione Sovietica credevo nella possibilità di una terza guerra mondiale, e pensavo che se anche l'URSS avesse avuto l'atomica tale guerra sarebbe stata un po' più improbabile. Era il settembre '50 ed era stato effettuato da poco il "test" dell'atomica sovietica; pochi anni dopo, nel '53, Stati Uniti e Unione Sovietica avrebbero avuto ambedue la bomba all'idrogeno.
In quegli anni l'Unione Sovietica era militarmente inferiore agli Stati Uniti per quanto riguarda l'atomica, ma aveva indubbiamente un esercito fortissimo. Gli USA alla fine del'49, prima ancora della guerra di Corea, avevano un numero di atomiche dell'ordine di 100, ma un potenziale nucleare pari a 100 Hiroshima non poteva certo bastare per piegare l'Unione Sovietica.