La nascita dell'atomica. Ricordi e riflessioni

di Giuliano Toraldo di Francia, in Luigi Cortesi (a cura di), 1945: Hiroshima in Italia,. CUEN, Napoli 1995

 

Giuliano Toraldo di Francia (Firenze 1916), fisico, direttore dell’Istituto di ricerche sulle onde elettromagnetiche del CNR e presidente della Società Italiana di Fisica. Accanto all’attività scientifica a livello teorico e sperimentale, ha condotto una riflessione attenta sulle conseguenze delle scoperte scientifiche dell’evoluzione della tecnica che ha proposto in particolare nelle due opere Il rifiuto. Considerazioni di un fisico sul mondo di oggi e di domani (1978) e La visione storica le la visione scientifica del mondo (1990)

 

Del senno del poi sono piene le fosse. E forte è la tentazione di raccontare ciò che provammo all'apparizione della bomba atomica usando largamente il senno del poi. Ma non è quello il modo corretto di fare la storia e non è la via più efficace per trarne qualche utile insegnamento. Molto meglio è rappresentare ogni epoca fedelmente con i suoi pregiudizi, le sue ignoranze, le sue imprevidenze. E se uno deve raccontare di sé stesso non abbia pudore, e quando è il caso, dichiari tranquillamente: ho sbagliato. Non tutti sono disposti a farlo. Ma io vorrei qui ricordare senza deformazioni le cose come le vissi e le sentii, non tacendo dove mi pare di aver visto giusto e dove invece errai.

In questo spirito tenterò di riandare con la mente a quell'epoca e di domandarmi varie cose. Come accolsero gl'intellettuali la notizia dell'esplosione delle due prime bombe atomiche? Vi fu fra loro un moto di ripulsa e di orrore? Vi fu la sensazione che la crudeltà umana aveva fatto un terribile passo avanti? Vi fu la percezione che per il problema pace‑guerra si apriva un'era talmente differente da quella fin li vissuta?

Avrei difficoltà a dare una risposta decisamente affermativa a ciascuna di queste domande. Ovviamente non tutti la pensavano allo stesso modo e vi furono cospicue eccezioni. Ma mi sentirei di dire che la maggioranza degl'intellettuali italiani ‑ ed io fra loro ‑ non afferrarono subito tutta la portata di quello che era accaduto.

Per capire bene bisogna riportarsi alla condizione psicologica nella quale ci trovavamo dopo quei cinque anni di guerra. Da pochissimo era caduto con il Reich germanico uno dei più abominevoli, tracotanti, sanguinari imperi che mai fossero esistiti. Tutti gli uomini civili del mondo, sentendosi minacciati da tanta barbarie, avevano tirato un sospiro di sollievo appena era apparso chiaro che il folle imbianchino avrebbe perso la guerra. Ma l'idra, pur irrimediabilmente sconfitta, aveva continuato a combattere con l'incredibile caparbietà e non aveva ceduto fino a quando anche l'ultima delle sue teste non era stata recisa. E aveva voluto fino all'estremo non solo difendersi, ma anche compiere quelle scellerataggini che ben poco avevano a che fare con le esigenze della strategia bellica: prima fra tutte l'orrendo genocidio.

Sapevamo benissimo che alla vittoria avevano contribuito in modo cospicuo ‑ anche se non decisivo ‑ i bombardamenti aerei delle città tedesche, compiuti sistematicamente dagli americani. Quei bombardamenti, distruggendo e disorganizzando tutto il fronte interno, avevano fiaccato la capacità di resistenza della Germania; ma avevano anche fatto centinaia di migliaia di vittime fra la popolazione civile inerme. Non ripugnava quella strage alla coscienza degli uomini dabbene? Forse si, ma molto blandamente. Per capire bisogna ripercorrere la successione degli eventi.

I primi massicci bombardamenti aerei di città li fecero i tedeschi in Gran Bretagna. Coventry distrutta dette origine al verbo "coventrizzare". Ricordo benissimo i titoli dei nostri giornali fascisti che annunciavano trionfalmente: "Notte di terrore a Londra". Ebbene, quando la situazione si rovesciò e furono le città tedesche ad essere rase al suolo, eravamo ormai quasi abituati; e purtroppo eravamo diventati più insensibili a quegli orrori. I meno scrupolosi esclamavano facilmente: gli sta bene ai tedeschi! Molti altri sentivano bensì il disagio della loro ma pensavano che tutto quello andava accettato perché era il modo di allontanare dal mondo la terribile minaccia. Era tremendo, certo, ma forse si doveva fare.

In questo clima si arrivò all'ultimo atto della seconda guerra mondiale. Il Giappone, non meno imperialista della Germania, si era alleato con Hitler, attaccando proditoriamente Pearl Harbour. Anch'esso si era reso responsabile d'innumerevoli atrocità. Terminare la guerra voleva dire farla finita anche col Giappone. Arrivarono le notizie di Hiroshima, di Nagasaki, della capitolazione dell'imperatore. Il mondo libero ‑ diciamolo pure ‑ in sostanza si rallegrò: era finita.

Certo quei morti erano tanti; ma a qualcuno non sembrava che distruggere una città tutta in una volta fosse molto peggio che spianarla con cento successivi bombardamenti al tritolo. Ormai all'idea che per vincere bisognasse colpire abbastanza indiscriminatamente, la gente si era rassegnata. Forse sembrava che fosse stata addirittura la provvidenza divina a mettere una meravigliosa potenza a disposizione del bene contro il male. Non pochi si spingevano a disquisire che alla lunga la democrazia è sempre più forte della dittatura: lo dimostrava anche la bomba atomica, non intuita in tempo dai tedeschi che avevano cacciato Einstein e dagl'italiani che avevano spinto Fermi ad andarsene.

Era la fine; la fine di un incubo. Tutti erano presi dall'ansia di ricominciare a vivere, di ricostruire. Pochissimi si resero conto che era anche il principio di un nuovo incubo. Ricordo bene il momento in cui ebbi la percezione esatta di quello che stava accadendo. Fu quando un eminente professore della mia università ‑ un professore, si badi bene, che non mi era mai sembrato particolarmente retrivo ‑ esclamò guardandomi negli occhi: "Ma che cosa aspettano gli americani a buttare la bomba atomica sull'Unione Sovietica?” e capii che non scherzava.

A quel tempo molti americani pensavano proprio in quel modo: bisognava usarla prima che se la costruiscano anche i russi. E non c'è da stupirsi che appunto i sovietici abbiano fatto di tutto per arrivarci al più presto. Era cominciata la corsa che ci ha tenuto tutti col fiato sospeso per quarant'anni.

Qualcuno, è vero, si domandava se non si stesse ripetendo una situazione che si era già verificata con la comparsa delle armi da fuoco. Anche allora molti obiettavano che quella non era più guerra, che quei mezzi erano disumani, sleali. I veri cavalieri continuarono per un pezzo ad usare la spada; anche se era molto dubbio che uno dovesse preferire di morire trafitto da una spada piuttosto che colpito da una pallottola di archibugio. Allo stesso modo, perché uno doveva preferire di essere dilaniato da una bomba al tritolo, anziché volatilizzato da una bomba atomica? E con quale ragionamento si poteva dimostrare che fosse giusto uccidere mille persone, ma ingiusto distruggerne centomila? Ogni volta che si elimina un essere umano si elimina un mondo intero; e questa sconvolgente constatazione qualitativa fa passare in seconda linea qualunque valutazione quantitativa, qualunque conteggio.

Eppure la svolta epocale si era verificata e presto si arrivò a rendersene conto in modo preciso. Nella sciagurata corsa agli armamenti nucleari le due Superpotenze raggiunsero in poco tempo la capacità di annientare una volta, due volte... cento volte il nemico e di conseguenza l'umanità su tutta la Terra. Ormai se la terza guerra mondiale fosse scoppiata non sarebbero rimasti né vincitori né vinti: non sarebbe rimasto nessuno. Era guerra quella? Quale fanatico generale avrebbe potuto lanciare un attacco in quelle condizioni?

Non pochi pensarono che, in fondo, quella situazione era abbastanza tranquillizzante. Praticamente voleva dire la fine della guerra. E si può oggi riconoscere senza pudore che molto probabilmente è stata proprio quella condizione che per quaranta anni ha impedito che scoppiasse la guerra fra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica.

Ma i più avveduti capirono subito che in realtà quella condizione era molto pericolosa. t andata bene, ma poteva andar male. Il deterrente della rappresaglia totale funziona solo se quest'ultima è garantita e quasi automatica. Solo così si è sicuri che nessuno osa lanciare l'attacco. Ma è proprio questa automaticità che rende possibile un errore, con conseguenze catastrofiche. Quindi, anche se di fatto finora è andata bene, il rischio è tale da rendere quella strategia assolutamente inaccettabile.

Inoltre va messo in conto l'inesorabile dissanguamento delle economie nazionali, provocato da quella gara senza fine. Specialmente nell'Unione Sovietica le spese militari avevano raggiunto un livello insopportabile. Alla lunga viene sempre il momento in cui le popolazioni dicono basta e pretendono più burro e meno cannoni... La svolta, la perestroijka era inevitabile. t venuta con Gorbaciov e rallegriamocene.

Tutto bene allora? No, il diavolo ci mette sempre la coda. Il pericolo nucleare non è ancora svanito. Orinai non siamo più negli anni Cinquanta. Qualunque staterello un po' ricco e determinato può fabbricarsi la bomba atomica. E sappiamo bene che i conflitti locali non sono spenti. Ce ne sono dappertutto e da un momento all'altro possono sorgerne di nuovi. Guardiamoci bene da questo pericolo che, a parer mio, è quello più imminente e reale. Se uno staterello dovesse usare l'arma atomica per distruggerne un altro, potrebbe innescarsi una vera e propria reazione a catena, con conseguenze incalcolabili.

Come potremo guardarci da una così tremenda minaccia? Non c'è che augurarsi un accordo sempre più stretto fra le due Superpotenze. Non perché assumano insieme il ruolo di poliziotti; ma perché solo col loro accordo un organismo internazionale e democratico come l'ONU può acquistare sempre più autorità a salvaguardia della sicurezza e del benessere di tutti.