Intervista di Anna Di Lellio, in L’Unità 2 agosto 1995
Nell'anniversario di Hiroshima il giudizio storico sulla bomba è aperto al dibattito. Lei ha dichiarato recentemente che avrebbe preferito una dimostrazione al lancio vero e proprio.
Può spiegarci cosa vuole dire?
Questa è una domanda difficile. A quell'epoca, non ebbi tempo di pensarci troppo. C'era una guerra terribile e tutto il mio impegno era dedicato al lavoro. Ma in quel luglio ricordo che Szilard (scienziato ungherese, con Einstein scrisse la lettera al presidente Roosevelt che contribuì alla decisione di sviluppare la bomba atomica) mi scrisse da Chicago proponendo di lanciare la bomba. L'idea mi piacque, c'era una petizione che Szilard mi chiese di far circolare a Los Alamos. Non potendo farlo senza chiedere il permesso di Oppenheimer, andai da lui e gli mostrai la petizione. Rimasi molto sorpreso perché Oppenheimer si oppose all’idea. Mi dispiace, disse, ma non firmo, e mi convinse che aveva ragione lui. Dopo ho capito di aver sbagliato a seguirlo. Adesso se guardo all'indietro ho un'altra opinione sulla vicenda. Nel corso dei tempo ho elaborato una posizione che è molto più definita. Non sono sicuro che la petizione sarebbe stata una buona idea. Non sono neanche sicuro però che lanciare la bomba sia stata una buona idea. Certamente, se i Giapponesi avessero vinto la guerra sarebbe stato un risultato orribile. Ma credo che come scienziati avremmo dovuto offrire un'alternativa ai politici. A Los Alamos avremmo dovuto elaborare in dettaglio un metodo per dimostrare l'effetto di una bomba atomica. Come scienziati non avremmo potuto prendere decisioni politiche, ma avremmo dovuto offrire al Presidente tutte le informazioni necessarie e quindi dargli la possibilità di scelta. In quel momento nessuno ci pensò. Ripensandoci adesso, avremmo potuto lanciare la bomba a 10 kilometri dalla baia di Tokyo, la notte. Tutti avrebbero visto il chiarore dell'esplosione e si sarebbero spaventati, ma non sarebbero morti. Il lancio avrebbe dovuto essere accompagnato da una dichiarazione degli scienziati sulla possibilità di un bombardamento reale. Ma a quell'epoca eravamo troppo impegnati nel lavoro.
Un libro uscito proprio In questi giorni scritto da Gar Alperowitz «The Decision to Use the Atomic Bomb», suggerisce che la bomba ala stata lanciata soprattutto per ammonire i Sovietici. È d'accordo?
È un nonsenso. Non posso negare o confermare in assoluto, ma non mi convince affatto. Ci furono tante ragioni dietro la decisione, l'ammonimento ai Sovietici mi sembra la minore. […]
Un recente rapporto dei gruppo International Physicist for the Prevention of Nuclear War ha concluso che le bombe atomiche, usate solo due volte hanno prodotto milioni di tonnellate di residui tossici, danneggiando l'ambiente. Qual è il suo commento su ciò?
Stiamo spendendo milioni di dollari per liberarci delle scorie nucleari, ma è inutile. C'è un libro del giapponese Sohei Kondo, «Health Effects of Low Level Radiation», che sostiene che un basso livello di radiazioni fa addirittura bene perché produce anticorpi contro il cancro. Non esiste ancora la certezza di ciò, ma vale la pena trovare una conferma e smettere di lamentarci per i danni prodotti dal nucleare.
Ci può parlare del suo lavoro attuale?
Sono sempre molto interessato al problema della difesa contro i missili, non dobbiamo abbandonare la ricerca e lo sviluppo in questo campo. E poi mi interessano i programmi spaziali e su questo ho una proposta cui tengo molto. D'ora in poi sono convinto che tutti gli astronauti debbano essere donne. Sono più leggere e hanno più buon senso. No, non sono diventato femminista all'improvviso. È che le donne sono più brave nello spazio.