Perché non ho voluto costruire la Bomba

Intervista curata da Sylvie Coyaud, l’Unità 2 agosto 1994

 

Professor Rotblat, lei lasciò Los Alamos alla fine del 1944 e tornò in Inghilterra per occuparsi di medicina nucleare. Perché se ne andò?

«II motivo che mi aveva indotto a partecipare alla costruzione della bomba era venuto meno: nel dicembre del '44 era chiaro che i tedeschi non possedevano armi atomiche. Devo dire che la mia adesione non era mai stata senza riserve. Da giovane fisico avevo sempre pensato che la scienza dovesse lavorare per il benessere dell'uomo e non per la sua distruzione. Ma i tempi ‑‑ parlo della terribile estate del'39, quando Hitler aggredì l'Europa ‑ erano duri, poteva darsi che anche gli scienziati tedeschi si fossero applicati all'uso bellico della fissione e se Hitler aveva la bomba l'unica possibile dissuasione era minacciarlo con la stessa arma. Così lasciai da parte gli scrupoli ed entrai, nel '40, nel comitato inglese per la bomba e più tardi, con la fusione dei programma inglese e americano, nel gruppo di Los Alamos. Fu però una scelta difficile»

Come si stava a Los Alamos?

«Benissimo, da un certo punto di vista. Negli anni della bomba Los Alamos era un paradiso per i ricercatori, potevi avere tutto quello che ti occorreva, apparecchi, fondi, ogni cosa. Ti trovavi a desinare coi premi Nobel, insomma una meraviglia.         Ma io ero infelice. A un certo punto si vide che nonostante il grande sforzo degli americani la bomba         non sarebbe stata pronta che dopo la conclusione della guerra con la Germania. A che pro continuare? Così non volli più restare, tornai in Inghilterra, tagliai con il tipo di scienza nella quale avevo militato. Appresi del bombardamento di Hiroshima dalla radio e rimasi sbalordito: non avrei mai pensato che un ordigno tanto micidiale sarebbe stato usato contro esseri umani».

Fu necessario bombardare Hiroshima e Nagasaki?

«I libri di storia dicono di sì, perché dopo due giorni la guerra col Giappone finì. Ma io non sono d'accordo. Churchill ha scritto che il bombardamento salvò un milione di vite americane e mezzo milione di vite inglesi, tante sarebbero state le perdite alleate in una conquista del Giappone alla baionetta. Ebbene, mi sembrano cifre esagerate. La verità è un'altra, ed ebbi modo di ascoltarla con le mie orecchie da Leslie Groves, il generale americano che dirigeva il Progetto Manhattan, durante una cena con James Chadwick, il fisico col quale lavoravo. Disse Groves: lo scopo del Progetto è sottomettere i russi. Il vero bersaglio non era dunque il Giappone. Lo riconobbero nel '45 l'ammiraglio Williams Leahy e lo stesso generale Eisenhower». 

Come mai gli scienziati non si ribellarono?

«Ci fu una reazione, per esempio da parte di Niels Bohr che proponeva, in nome dilla trasparenza che deve avere la scienza, di mostrare ai russi tutta la potenza della bomba senza fare vittime, un'idea che trovava il presidente Roosevelt favorevole. Otto settimane prima del bombardamento gli scienziati di Chicago scrissero un documento contro l'uso militare dell'ordigno e lo affidarono a Leo Szilard perché lo facesse circolare; tra i colleghi di Los Alamos, direttamente  coinvolti nella fabbricazione. Ma Szilard mise la dichiarazione nelle mani di Edward Teller, cioè in cattive mani. Il documento rimase così lettera morta, anche in omaggio alla volontà del direttore scientifico di Los Alamos Robert Oppenheimer, che non voleva si divulgasse».

All'opposto di lei, professor Rotblat, Teller è un accanito progettista di armi, è il padre della bomba all'idrogeno, l'ideatore delle Guerre Stellari. Riesce a capirlo?

«Quando lo incontro ci salutiamo con civiltà, e basta. Occorre sapere che Teller, ungherese di origine, ha maturato un odio viscerale per il comunismo. Molti suoi atteggiamenti vanno interpretati alla luce di quest'odio ... ». 

Chi ha scritto che il mondo senza il dottor Teller sarebbe stato un mondo migliore? Lei, per caso?

«No, però è una idea che sottoscrivo».

Lei è l'unico superstite dei firmatari del Manifesto Russel‑Einstein del 1955.

«Fu il documento che segnò il risveglio degli scienziati negli anni della guerra fredda. Alla fine del 1954 Bertrand Russell decise, anche dietro mia sollecitazione, che qualcosa andava fatto per fermare la corsa verso l'abisso. La sua idea era che gli scienziati occidentali e gli scienziati russi dovessero trovare un punto di incontro e poiché Einstein era il più grande scienziato vivente, Russell gli chiese di firmare un appello, il cui testo sarebbe stato predisposto dal filosofo. Einstein, da Princeton, accettò immediatamente. Ma mentre lord Russell, nell'aprile del 1955, vola da Roma a Parigi, il comandante annuncia ai passeggeri che Einstein è morto. La costernazione di Russell è profonda: senza l'adesione del padre della Relatività il progetto non può decollare. Giunto a Parigi il filosofo trova però una lettera di Einstein con la sperata sottoscrizione: l'ultima che il fisico abbia posto sotto un documento»