Auschwitz, ’essenza del nazismo            

 

Ian Kershaw, Che cos’è il nazismo, Bollati Boringhieri, Torino 1995, pag. 294

 

L'unicità del nazismo, la sua peculiarità come regime - che lo distingue anche da altre forme di dittatura brutale - fu l'attuazione di un genocidio sistematico. Non è semplicemente una questione di scel­ta arbitraria da parte dello storico del suo centro d'interesse. Qui è in gioco l'essenza del fenomeno nazista.

Auschwitz non deve essere necessariamente al centro di ogni prospettiva sulla storia tedesca. Ma non può esistere alcuna maniera soddisfacente, o appropriata, di sosti­tuire Auschwitz (da intendersi come un'abbreviazione per la barba­rie nazista) come centro focale dell'analisi in qualunque interpreta­zione generale del Terzo Reich. Il dove Auschwitz s'inserisce nella storia tedesca, il come la storia tedesca abbia «prodotto» Auschwitz, e il come la storia tedesca è stata forgiata da Auschwitz, sono que­stioni la cui importanza non è suscettibile di affievolirsi col tempo, e che continueranno a trascendere le frontiere della «normale» indagine storica. È sicuramente difficile immaginarle soppiantate da que­stioni concernenti il posto del nazismo nello sviluppo dei moderni programmi tedeschi nel campo delle politiche previdenziali o di sicurezza sociale.

La scienza storica non può essere determinata dalle immagini popolari del passato. Né può concentrarsi sulla preservazione dell'esperienza o della memoria, le quali varieranno –  inevitabilmente – tanto a livello individuale quanto a livello collettivo. Il suo compito è spie­gare il passato, renderlo meglio comprensibile, magari contribuendo indirettamente, per questa via, all'affinamento delle immagini popo­lari. Molti aspetti della «vita quotidiana» nell'epoca nazista sono rile­vanti ai fini di questo compito; ed è certamente lecito richiamarli per mettere in rilievo l'appello popolare del nazismo, e chiarire in qual modo sia la gente comune sia i gruppi di élite si adattavano alle richieste del regime e, in una varietà di modi, si facevano coinvolgere nelle sue politiche. L'esplorazione della «normalità» e della «vita quotidiana» può così contribuire a una più profonda comprensione dell'imbarbarimento cre­scente del regime.

Ma la discussa «storicizzazione» del nazionalsocialismo, lungi dall'offrire nuovi e fecondi approcci al Terzo Reich, è una falsa pista storiografica. Indipendentemente dalla palese vacuità del termine in sé preso, la «storicizzazione» rappresenta un approccio al passato nazi­sta che, diversamente dagli altri orientamenti analizzati in questo libro, è peculiarmente tedesco. Ciò vuol dire che non può significare gran che agli occhi di quanti non guardano al Terzo Reich dall'interno di una qualche prospettiva tedesca. Per quanti vedono la catastrofe del Terzo Reich come una parte non soltanto della storia tedesca, ma anche della storia europea e mondiale, la «storicizzazione», qualunque signi­ficato si voglia attribuirle, è qualcosa di irrilevante, oppure un ele­mento di confusione." Le attuali preoccupazioni tedesche riguardo al posto del nazionalsocialismo in un ritrovato senso dell’identità nazio­nale, o al suo ruolo nello sviluppo di una società moderna basata sulla tecnologia, non hanno titoli da far valere in sede di comprensione storica del fenomeno nazista, esattamente come le attuali preoccupa­zioni dei cristiani non possono pretendere di foggiare la nostra com­prensione della Riforma. Dal punto di vista di ciò che il nazismo è stato, anziché di come si possa, in varia maniera, guardare ad esso in sintonia con un senso odierno dell'identità tedesca, non c'è alcuna ragione di tentare la «storicizzazione» del Terzo Reich. Di fatto, c'è invece ogni motivo di mantenere al centro dell'attenzione ciò che ha costituito l'autentica rilevanza storica del nazismo. Auschwitz è, finora, un caso unico nella storia; ma purtroppo non c'è motivo di ritenere che un crollo della civiltà, con analoghi orrendi risultati, non possa verificarsi altrove, con vittime  differenti e differenti carnefici. Ragione di più perché Auschwitz sia assunta a punto di riferimento centrale non soltanto per la storia tedesca, ma per la storia moderna in generale.

La questione chiave, che sarà sicuramente il centro focale di qualunque tentativo autentico di situare il nazismo nell'evoluzione della storia tedesca moderna, rimane dunque, inevitabilmente, quella di come un siffatto «crollo della civiltà», rapidissimo e senza precedenti, poté prodursi nel sistema statale altamente sviluppato di una società industriale moderna. Ed è naturalmente impossibile affrontare questo tema concentrandosi sulle continuità al livello della «normalità quotidiana», le quali implicitamente o esplicitamente espungono l'intrin­seca barbarie del regime. E tuttavia la «miticizzazione» di Auschwitz, che sembra insita nell'affermazione di Dan Diner, uno dei più vee­menti critici della «storicizzazione», che «Auschwitz è una terra di nessuno della comprensione, una scatola nera della spiegazione, un vuoto il cui senso è extrastorico, e che risucchia i tentativi d'inter­pretazione storiografica», non lascia aperta altra possibilità che una disperante incomprensibilità?

Accettare l'idea che non esista modo di spiegare alcuni degli eventi di maggior portata in tutta la storia mondiale - il crollo della civiltà che produsse Auschwitz - sarebbe invero arrendersi alla «misticizzazione ». A questi consigli di disperazione bisogna resistere. Occorre trovare gli strumenti per affrontare i due termini - contrapposti, ma in effetti intrecciati - della «normalità» e del genocidio. E per far questo è necessario che i metodi della nuova storia sociale e di una storia strutturale politica vengano conciliati, e non mantenuti sepa­rati. Un approccio duplice offre qualche possibilità.

Un costrutto tratto dalla letteratura sociologica - la «patologia della civiltà moderna» - costituisce un punto di partenza concet­tuale per il tentativo di capire le condizioni sociali e politiche nelle quali gli impulsi antiumanitari e antiemancipatori presenti in molte forme e processi della società industriale moderna possono conqui­stare una vasta - e micidiale - popolarità." Il fenomeno del nazismo getta la luce più cruda sul volto di Giano della modernità e sui disa­stri cui le crisi delle società e dei sistemi statali moderni possono con­durre. Il Terzo Reich può forse essere visto come una sorta di Cernobyl nella storia della società moderna, ossia come una catastrofe che non doveva necessariamente accadere, ma che è il frutto di una potenzialità presente nel carattere stesso della società moderna. Lo stato «normale» di un reattore nucleare non è la fusione del nucleo. Ma essa è accaduta, e può accadere. Lo stato «normale» di una moderna società industriale avanzata non è quella sorta di «fusione del nucleo» entro il corpo sociale che fu il Terzo Reich. Ma il Terzo Reich è accaduto, e può accadere. Le inquietanti tendenze dei nostri tempi, non ultime quelle emerse dopo il crollo dell'impero sovietico, sembrano indicare che la potenzialità è ancora tra noi.

La catastrofe di Cernobyl, per fermarci un istante ancora su que­sta metafora, non fu un « incidente sul lavoro » prodotto da circostanze «imprevedibili» e in assenza sia di cause strutturali, sistemiche, sia dell'intervento di abbagli ed errori di calcolo umani. Un tipo diverso di reattore, o criteri differenti nella gestione del medesimo reattore, avrebbero potuto benissimo prevenire, o quanto meno ridurre in misura sostanziale i pericoli di catastrofe, pur se all'impiego di quel particolare reattore rimaneva comunque legato un certo grado di rischio. Per quanto concerne quella «fusione del nucleo» sociale che fu il nazismo, ciò ci rinvia alla necessità - su cui hanno insistito capitoli precedenti di questo libro - di integrare fattori strutturali e personali nel tentativo di spiegare il crollo della civiltà nel Terzo Reich.

Nella «Cernobyl» sociale del Terzo Reich, il ruolo singolo più cruciale tra tutti fu quello svolto dal capo del regime nazista. Qualunque tentativo di pervenire a una sintesi o interpretazione generale soddisfacente sarà costretto a rendere giustizia al «fattore Hitler». E ciò non possono fare adeguatamente gli approcci «intenzionalisti» discussi più sopra, di cui abbiamo analizzato le manchevolezze. D'altro canto, nella loro impazienza di combattere le interpretazioni iper­personalistiche, gli approcci «strutturalisti» sono sembrati talvolta quasi cancellare Hitler dal quadro. Gli scopi e le azioni di Hitler ebbero un'importanza cruciale. Ma ciò che occorre fare è indagare le maniere in cui la società e il regime - i diversi gruppi sociali e le svariate componenti di un sistema politico sempre più frammentato - consentirono a un potere personalizzato di acquistare uno slancio cre­scente entro un sistema in condizione di crisi perpetua animato da mete millenaristiche; appoggiarono la straordinaria forma di leader­ship di Hitler anche quando h stava portando verso l'abisso; diedero concretezza operativa alla sua maniera arbitraria di prendere le deci­sioni; e trasformarono la sua visione ideologica in una terrificante realtà pratica. Come mostrano embrionalmente alcuni dei capitoli di questo libro, un'indagine del genere è possibile. Si tratta di applicare una concettualizzazione teorica di stampo weberiano alla crescita, al carat­tere e alla funzione della leadership carismatica del Fuhrer, nonché alle condizioni del suo avvento e al suo ruolo centrale nel governo e nella società del Terzo Reich.

Il passato nazista suscita in coloro che si trovano ad affrontarlo appassionati sentimenti di denuncia morale. Ed è giusto che sia così. E tuttavia, per quanto giustificati, e persino necessari siano questi sentimenti, a lungo andare la denuncia morale non può bastare, e rischia facilmente di alimentare non la comprensione, ma la leggenda . L'indignazione e il rifiuto morali hanno costantemente bisogno del sostegno di una comprensione storica reale, frutto di un'indagine autentica. Il passato foggia il presente: una verità di cui la Germania costituisce un esempio molto chiaro, e nient'affatto sempre in un senso negativo.

L'affiorare di nuove forme di fascismo e di razzismo, più minac­ciose di quanto si sarebbe potuto immaginare anche solo pochi anni fa, rende oggi il compito di comprendere il disastro causato dal nazi­smo alla Germania e all'Europa più importante di quanto sia mai stato dopo la fine della guerra. Certo, il contributo che lo storico speciali­sta del nazismo può offrire alla lotta contro l'inquietante e avvilente risveglio del fascismo è modesto. Ma, per quanto piccolo, ha nondi­meno un'importanza vitale. La conoscenza è preferibile all'ignoranza; la storia è migliore del mito. E quando l'ignoranza e il mito generano l'intolleranza razziale e una rinascita delle illusioni e delle idiozie del fascismo, queste verità ovvie meritano più che mai di essere tenute ben presenti.