L'età barbara: Auschwitz e le violenze del secolo breve

 di Enzo Traverso in Linea d’ombra, n. 117, 1996

 

Nel suo bilancio del "secolo breve" ormai concluso, Eric J. Hobsbawm cita un dato statistico più che sufficiente a far apparire quella che egli definisce «l'età degli estremi» come una vera e propria epoca di barbarie: tra la prima guerra mondiale e la fine degli anni Ottanta, le vittime di guerre, genocidi e violenze politiche di varia natura ammontano a circa 187 milioni. Questa cifra si ferma al 1990, non prende quindi in considerazione le vittime della guerra del Golfo Persico, né quelle della guerra civile nell'ex Jugoslavia e neppure il mezzo milione di morti del genocidio nel Ruanda. Secondo una stima di Hobsbawm, ciò corrisponde all'incirca al 9 per cento della popolazione mondiale alla vigilia della Grande guerra. 

Per avere un'immagine più concreta di cosa significhi un dato del genere, si potrebbe pensare alla soppressione dalla carta dell'Europa di tre paesi come l'Italia, la Francia e la Germania. Sostituiamoli con un immenso deserto, o piuttosto con un immenso cimitero, e la nozione di barbarie moderna si preciserà nelle nostre menti. 

 

Nel testo di una conferenza pronunciata due anni fa, ben più lucida a questo proposito del suo libro sul "secolo breve", Hobsbawm indica in effetti la barbarie come il tratto decisivo di questi ultimi ottant'anni. Rileva l'indiscutibile regresso storico rappresentato dal Ventesimo secolo rispetto agli standard di "civiltà" raggiunti all'indomani della Rivoluzione francese e aggiunge che se l'umanità non è ancora definitivamente e irreversibilmente sprofondata in una barbarie senza ritorno, lo si deve essenzialmente alla persistenza dei valori ereditati dalla cultura dei Lumi. Ricorda per esempio, citando il teorico della guerra von Clausewitz, che, dopo la caduta di Napoleone, il principio secondo cui la nazione vittoriosa non dovesse massacrare i prigionieri di guerra né trasformare le popolazioni civili in bersagli militari, sembrava  definitivamente acquisito in Europa. Per avere un'idea di come le cose siano cambiate un secolo e mezzo più tardi, basti ricordare che il numero delle vittime civili della seconda guerra mondiale supera i 20 milioni. Rispetto agli ideali cavallereschi e, verrebbe di dire, "umanisti" di von Clausewitz, il rovesciamento di valori implicito nel progetto della bomba al neutrone, una bomba capace di sterminare la vita senza intaccare le infrastrutture materiali, è pressoché completo.

 

Sotto molti aspetti, non si può che aderire alla diagnosi di Hobsbawm: i valori in nome dei quali cerchiamo di combattere la barbarie di questo secolo sono in larga misura ereditati dai Lumi, da Beccaria a Kant, e si riassumono in ultima istanza in una idea universale dell'uomo che il nazismo tentò di distruggere. Non si tratta affatto, sulle tracce di Ernst Cassirer, di idealizzare la cultura del Settecento, ma soltanto di riconoscere un nucleo indistruttibile di valori -  tolleranza, libertà, diritto, emancipazione delle minoranze e rispetto delle differenze culturali - che costituiscono ancora un argine al dilagare indiscriminato della violenza e della cultura che l'alimenta. Si tratta di una diagnosi ormai classica, che aveva già indotto Lukács a presentare il nazismo come il prodotto di un lungo processo di «distruzione della ragione» e, più recentemente, Norbert Elias, sulla base di una diversa argomentazione, a definire Auschwitz come il simbolo di una forma moderna di "decivilizzazione".

 

Questo approccio presenta tuttavia dei limiti evidenti, in quanto ignora quel che Horkheimer e Adorno hanno definito la "dialettica dell'Illuminismo", ossia il fatto incontrovertibile che le violenze estreme del Ventesimo secolo non sono il prodotto di una "ricaduta nella barbarie", secondo una formula ormai desueta, ma l'emergere di una barbarie affatto moderna, prodotto della civiltà, nutrita delle sue ideologie e messa in atto grazie alla potenza delle sue realizzazioni tecniche, una barbarie semplicemente inconcepibile al di fuori delle strutture portanti della civiltà moderna: l'industria, la tecnica, la divisione del lavoro, l'amministrazione burocratico-razionale, l"'etica della responsabilità" (nel senso di Max Weber e non di Hans Jonas), utilitaristica e funzionale, al posto dell'"etica dei valori". 

Questa constatazione si è imposta a tutti gli studiosi che hanno cercato di interpretare le guerre moderne, Auschwitz, Buchenwald, la "dekulakizzazione" delle campagne sovietiche, la Kolyma e Hiroshima, ma risulta in ultima istanza imprescindibile anche per analizzare dei genocidi in apparenza più "primitivi" come quelli della Cambogia o del Ruanda, presentati a volte come l'eruzione di odi ancestrali, nei quali hanno in realtà svolto un ruolo fondamentale sia il retaggio delle guerre coloniali, sia l'influsso dei modelli totalitari moderni, sia infine l'incitazione alla violenza attraverso i mass media.

 

Ecco quindi una prima acquisizione indispensabile tanto allo studio che all'insegnamento delle violenze del Ventesimo secolo: esse sono un prodotto genuino della civiltà moderna, la testimonianza delle sue pulsioni distruttive e un richiamo costante, dopo un uso così generalizzato e terrificante delle armi al posto della ragione, alla necessità di ritornare alle armi della critica.

Il richiamo al numero complessivo delle vittime è importante, perché le violenze e i genocidi del nostro tempo vanno inseriti e si spiegano soltanto nel contesto di un secolo di barbarie. Ma lo storico non si può fermare a questa constatazione, il suo compito consiste a ricostruire - anche positivisticamente, fattualmente, wie eigentlich gewesen - gli eventi e a cercare di interpretarli. Non può esimersi dal distinguere, comparare, classificare, col rischio a volte di trasformarsi nel contabile freddo e imperturbabile di crimini orrendi analizzati con uno sguardo assiologicamente neutrale. Cerchiamo di elencare brevemente gli orrori del Novecento: due guerre mondiali e varie guerre regionali, una delle quali, quella del Vietnam, forse anche più terribile, nei suoi limiti, delle precedenti; una catena di genocidi, a cominciare da quello degli armeni, durante la prima guerra mondiale, per finire con quello del Ruanda, passando attraverso lo sterminio per fame di 6 milioni di contadini ucraini durante la collettivizzazione forzata delle campagne sovietiche, e Auschwitz, vale a dire il genocidio degli ebrei e degli zingari.

 

Il Ventesimo secolo ha sperimentato, con i campi di concentramento staliniani e nazisti, una nuova forma di dominio, di oppressione e di annientamento su scala di massa, concernente interi gruppi sociali o etnici, che va ben al di là dei massacri coloniali dell’Ottocento. Soprattutto, il Ventesimo secolo ha conosciuto delle forme storicamente inedite di sterminio, inimmaginabili ancora per chi, come i miei nonni, era nato alla fine del secolo scorso. Vorrei qui indicarne tre, a mio avviso le principali: Auschwitz, il gulag e Hiroshima, detto altrimenti il genocidio razziale, l'universo concentrazionario e la bomba atomica. Cercherò ora di descriverle sinteticamente.

  1. Auschwitz è uno sterminio concepito su basi ideologiche, pianificato, gestito burocraticamente e messo in atto con metodi industriali. Le sue vittime sono designate in base alla loro appartenenza a un gruppo qualificato come una razza inferiore, nell'ambito di un progetto di rimodellamento biologico dell'umanità. Questo processo di distruzione viene prima messo in atto attraverso l"'operazione T4" (l'eutanasia) che colpisce gli handicappati ("vite indegne di essere vissute") per poi essere esteso. su scala ben più vasta e con altri mezzi agli ebrei e, in misura minore, agli zingari.
  2. Il gulag sovietico è uno sterminio né teorizzato né pianificato, gestito burocraticamente con metodi paranoici, che generalizzano su vasta scala una repressione originariamente tesa a colpire dei nemici, reali o immaginari, socialmente e politicamente definiti (i "criminali", i kulaki, i trotzkisti eccetera). All'apogeo dello stalinismo. ogni cittadino sovietico costituisce una vittima potenziale dell'universo concentrazionario. Questo tipo di sterminio è qualitativamente paragonabile, benché esteso su scala assai più vasta, a quello dei campi di concentramento nazisti, come Buchenwald o Bergen‑Belsen, dove sono deportati gli oppositori politici, i marginali (sociali, sessuali, religiosi eccetera) e i prigionieri di guerra appartenenti a popoli considerati inferiori. La morte domina l’orizzonte di questi campi ma, a differenza di Auschwitz e Treblinka, non ne costituisce la finalità (nei campi di sterminio, i deportati ebrei e zingari vengono eliminati, nella loro grande maggioranza, al momento del loro arrivo senza neppure avere il tempo di conoscere la realtà dell'universo concentrazionario). Certo, il gulag svolge una funzione rilevante in seno all'economia sovietica, come del resto il lavoro forzato in quella del Terzo Reich, ma nei campi di concentramento nazisti, il lavoro schiavistico non viene imposto a fini essenzialmente produttivi, si tratta piuttosto di un mezzo coercitivo teso all'annientamento dell'umanità dei detenuti. Al di là di questa e di altre differenze non secondarie. il gulag e i Kz costituiscono veri e propri "laboratori in cui si sperimentava il mutamento della natura umana" (Hannah Arendt).
  3. Hiroshima, infine. è uno sterminio senza motivazioni ideologiche, messo in atto da uno Stato non totalitario, senza deportazioni né campi di concentramento, realizzato grazie ai più sofisticati mezzi di distruzione di cui dispone la tecnica moderna, teso a colpire la popolazione civile di un paese nemico, nel corso di una guerra.

 

La seconda guerra mondiale è in effetti il momento in cui queste tre forme di sterminio trovano un punto di incontro. Essa si staglia alla metà del secolo, come una frattura che lo spezza in due fasi ben distinte, senza peraltro porre fine alla sua catena di violenze, come il punto più alto della curva di un sismografo che indica una scossa terribile ma non un assestamento definitivo. Queste forme di sterminino possono avere dei precedenti storici: Auschwitz non è certo il primo genocidio del mondo occidentale e il sistema concentrazionario dei totalitarismi moderni appare già, nelle sue forme embrionali, sia nelle prigioni e negli asili di lavoro (le workhouses del Diciannovesimo secolo denunciate da Marx), sia nella combinazione di amministrazione e massacro che caratterizza, come ha sottolineato Hannah Arendt le conquiste coloniali. Ma Auschwitz e la Kolyma rappresentano uno stadio qualitativo ben superiore e la bomba atomica polverizza i mezzi di distruzione dei secoli passati, instaurando una nuova soglia del terrore di fronte alla quale ben poca è la differenza tra una palla di cannone e le frecce di un arco.

Questo secolo di barbarie ha conosciuto varie cesure storiche, tra cui. indubbiamente, la prima guerra mondiale, studiata da Antonio Gibelli come un vero e proprio laboratorio della modernità, in cui si è sperimentata per la prima volta la distruzione tecnologica e la morte anonima di massa, o ancora la bomba atomica su Hiroshima, assunta da Gunther Anders come inizio di una nuova era, una sorta di Tag Null dell'umanità, ormai dotata dei mezzi tecnici con i quali può mettere in atto il proprio autoannientamento. Anche nel caso si procedesse, come è auspicabile, alla messa al bando di tutte le amni nucleari, ricorda Anders, rimarrà sempre la possibilità di costruirne altre, forse anche più potenti, perché questa capacità di reductio ad nihil è ormai irreversibile. (7)

Una cesura storica, quella di Auschwitz si distingue fra le altre, al punto di assurgere nelle nostre coscienze, a paradigma della barbarie di questo secolo. Va subito precisato che non si tratta del massacro più esteso. Per quanto impressionante, la cifra di 5 milioni e centomila morti (800.000 nei ghetti, 1.300.000 fucilati dalle Einsatzgruppen, 3.000.000 nei campi), anche aggiungendovi un milione e centomila morti degli altri lager nazisti, rimane probabilmente inferiore a quella delle vittime dello stalinismo, assai difficile a valutare sul piano quantitativo. Uno storico come Robert Conquest, oggi contestato dopo l'apertura degli archivi sovietici, aveva avanzato in proposito la cifra di 20 milioni (13 nel corso della collettivizzazione forzata e 7 nei campi o in parte fucilati). Ricerche più recenti indicano la cifra di 6 milioni di morti per la carestia e di due milioni e mezzo di deportati durante la collettivizzazione del 1932‑1933 (molti dei quali perirono nel corso dei trasferimenti) e, per il ventennio 1934‑1953, la cifra più realistica di 2 milioni di vittime dei gulag. su un totale di 15 milioni di deportati. Questo tipo di revisioni non è nuovo. All'indomani della guerra, le autorità polacche indicavano a 4 milioni il numero delle vittime eliminate ad Auschwitz. Oggi sappiamo che furono al massimo un milione e mezzo. Le cifre sono certo importanti, ma non mutano la natura degli eventi, né la nostra percezione di Auschwitz e della Kolyma come due terribili universi di morte.

 

Perché allora parlare di una singolarità di Auschwitz? Cercherò di indicarne alcune caratteristiche, precisando in seguito le precauzioni con le quali, a mio avviso, questo concetto va usato. Il genocidio degli ebrei d'Europa è messo in atto, contro ogni considerazione di tipo politico, economico o militare, a esclusivi fini ideologici. È perpetrato, con un imponente dispiegamento di mezzi, all'unico scopo di eliminare una categoria di popolazione definita razzialmente inferiore. È quindi un genocidio che. al di là della razionalità impressionante delle sue forme di esecuzione, non appare ispirato da nessuna razionalità sociale e politica. L'eliminazione degli armeni colpisce una minoranza religiosamente inassimilabile, politicamente sospetta ed economicamente dinamica, suscettibile di ostacolare la preservazione dell’unità e delle strutture tradizionali dell'impero ottomano minacciato dalla guerra; l'annientamento dei kulaki, per quanto si sia rivelato a lungo termine economicamente irrazionale, tende al principio a eliminare un intralcio sociale alla collettivizzazione dell'agricoltura e alla pianificazione economica: i metodi prescelti sono aberranti, ma il progetto, per quanto concepito con una logica totalitaria, non è completamente irrazionale; il genocidio dei Tutsi, in Ruanda. nasce da una lotta di potere e risponde a una finalità politica ben precisa: la volontà dell'élite Hutu al potere di sbarazzarsi col terrore del suo rivale storico. Il genocidio degli ebrei, al contrario, benché presupponga sia l'indifferenza delle popolazioni civili (non solo tedesca) sia la metodicità di un esercito di funzionari capaci di eseguire il loro compito senza alcuna interferenza di carattere etico, è motivato in ultima istanza dall'odio razziale e colpisce una minoranza che non costituisce in nessun modo un nemico o una minaccia sul piano economico politico e sociale. Si tratta di un genocidio, molti hanno sottolineato, in cui la vittima è colpita non per quel che fa ma per quel che è, in cui la colpa della vittima è, come nei romanzi di Kafka, ontologizzata. In questo senso si distingue non solo dagli altri genocidi ma anche dall'antisemitismo tradizionale che, storicamente, fa degli ebrei il capro espiatorio del disagio in seno a una comunità nazionale. Una volta eliminati, gli ebrei non potranno più svolgere questa funzione di "regolatore sociale".

Questo genocidio costituisce una cesura storica perché l'ebraismo è all'origine della civiltà occidentale e ne ha accompagnato l'itinerario per oltre due millenni. Sterminare gli ebrei significa quindi colpire uno degli elementi costitutivi della nostra civiltà e della nostra cultura. È per mezzo di Auschwitz che la nozione stessa di genocidio entra a far parte delle coscienze e perfino del vocabolario dell'Occidente. E Auschwitz rimane una condanna implacabile dell'Occidente. Il processo di distruzione analizzato da Raul Hilberg nelle sue diverse tappe ‑definizione, espropriazione, deportazione, concentrazione, sterminio ‑ fa di questo evento un laboratorio privilegiato per studiare l'immenso potenziale di violenza di cui è portatore il mondo moderno. Se ‑all'origine di Auschwitz c'è un'intenzione di sterminio, questo crimine implica alcune strutture fondamentali della società industriale. Tutte le componenti ideologiche e tecniche che caratterizzano le violenze di questo secolo trovano in Auschwitz la loro cristallizzazione idealtipica. La Shoah realizza la fusione dell'antisemitismo e del razzismo studiati da Hannah Arendt con la prigione di Foucault, la fabbrica di Marx e l'amministrazione burocratico‑razionale di Weber. Si tratta, in questo senso di un paradigma della barbarie moderna. (11)

 

La nozione di una singolarità storica di Auschwitz va tuttavia precisata, al fine di evitare inutili polemiche o fraintendimenti Innanzi tutto essa va definita, non può essere semplicemente postulata né asserita in termini normativi. Detto altrimenti, non si tratta di un dogma, ma di una categoria utile al fine di classificare, distinguere e spiegare. Auschwitz non è affatto un evento storicamente incomparabile. La sua specificità, al contrario, può essere definita soltanto procedendo per confrontazioni. Affermare l'incomparabilità della Shoah significa espellere questo evento dalla sfera della storia e delle azioni umane, per farne una categoria metafisica. In questo modo, il genocidio ebraico non può più essere né studiato, né compreso, ma solo teologizzato. La sua memoria non diviene fondatrice di alcuna responsabilità etico‑politica per il presente, ma solo fonte di un culto religioso a di una commemorazione che, una volta ben tracciate le sue frontiere, si preoccupa soltanto di evitare ogni interferenza con la realtà attuale.

La singolarità di Auschwitz non fonda nessuna gerarchia della violenza e del male. Non esiste un genocidio o uno sterminio "peggiore" di altri, né la qualità del genocidio ebraico conferisce alle sue vittime un'aura particolare, una sorta di privilegio al martirio e, di conseguenza, alla memoria. Ciò significherebbe, inevitabilmente, relativizzare gli altri crimini, attribuendo loro uno statuto marginale o per così dire gregario nella scala degli orrori della barbarie moderna. Al contempo, è del tutto evidente che il genocidio degli ebrei non può apparire come un evento dello stesso valore agli occhi di un cinese o di un europeo. Se vi è una centralità di Auschwitz nelle nostre coscienze, essa è legata al fatto che iI genocidio ebraico rimette profondamente in questione radici e strutture delle nostre società occidentali, non al fatto che la morte in una camera a gas sia peggiore di quella provocata da una raffica di mitragliatore o dai colpi di un machete.

Considerare Auschwitz come un paradigma della barbarie del Ventesimo secolo significa farne la via di accesso alle sue differenti manifestazioni, non il pretesto di una focalizzazione esclusiva. Quest'ultima è inaccettabile sia sul piano etico ‑ perché contribuisce a mettere in ombra e dimenticare le altre vittime ‑ sia sul piano epistemologico, perché una volta estrapolato dal suo contesto storico, anche lo sterminino ebraico risulta inintelligibile.

Non esiste infine un'assoluta unicità di Auschwitz, se non nel senso del tutto ovvio, non ancora obliterato dalla proliferazione dei serial televisivi, per cui ogni evento è dotato di una sua singolarità, la storia non si ripete sempre uguale a se stessa e ogni ripetizione presenta sempre qualche variante di rilievo. Postulare l'assoluta unicità di Auschwitz significa escludere o sottovalutare il pericolo che, sotto nuove forme, quel che è avvenuto nei campi della morte in Polonia possa ripetersi, magari su scala ancora più vasta, perché la civiltà che ha prodotto Auschwitz rimane la nostra e perché i mezzi di distruzione di cui essa oggi dispone sono infinitamente più potenti.

Queste puntualizzazioni sulla nozione di singolarità non sono inutili, a mio avviso, se si pensa allo spazio crescente occupato dalla Shoah sia sul terreno della ricerca, più precisamente nelI'ambito degli studi sulla seconda guerra mondiale, sia su quello della memoria, la cui preservazione e trasmissione non è più l'appannaggio esclusivo dei testimoni. Essa ha ormai da tempo valicato le frontiere delle associazioni dei reduci dei lager per divenire oggetto di una vera e propria politica delle istituzioni, attraverso i musei, le celebrazioni e l'insegnamento. Non bisogna tuttavia nascondersi che la crescente visibilità di Auschwitz nello spazio pubblico, dalle istituzioni ai mass media, non riflette sempre e ovunque il travaglio delle coscienze. Da qualche tempo si assiste a un fenomeno nuovo, che consiste nel fare di Auschwitz l'oggetto delle speculazioni più indegne, quelle della società dello spettacolo, in cui lo sterminio viene trasformato in merce e in bene di consumo. Qualche tempo fa mi è capitato di trovare, nelle pagine serie e rispettabili della Suddeutsche Zeitung, un inserto pubblicitario che proponeva in offerta speciale Shoah di Claude Lanzmann, i successi di Silvester Stallone e altri film dai titoli più o meno pornografici. Ecco un esempio concreto di quel che Adorno definiva la reificazione della storia attraverso l'industria culturale (un esempio sul quale meriterebbero di riflettere gli apologeti del postmodernismo). Un film come La Lista di Schindler, per esempio, non favorisce la riflessione né stimola la conoscenza del genocidio ebraico, contribuisce anzi a rimuoverlo, trasformando l'evento nel catalizzatore esclusivo di una reazione emotiva. (12) Un'altra via per neutralizzare la memoria dello sterminio, consiste nel codificarla attraverso una serie di norme giuridiche che, instaurando una verità di Stato attribuiscono ai tribunali il compito di ricostruire la storia e puniscono i negazionisti con sanzioni penali trasformandoli così in vittime (è il caso della legge contro l'Auschwitz Lüge in Germania e della loi Gayssot in Francia). Una volta affidato l'evento alla protezione del cinema, della televisione e dei tribunali, perché cercare di interpretarlo, capirlo, meditarlo al presente? Ma ritorniamo agli storici. Figure marginali negli anni Cinquanta e Sessanta ‑ si veda in proposito la recente autobiografia di Raul Hilberg ‑, gli storici del genocidio ebraico sono oggi titolari di cattedre universitarie e dispongono spesso di veri e propri centri di ricerca specializzati (negli Stati Uniti, ogni buona università possiede il suo dipartimento di Holocaust Studies. Quel che un tempo era agli occhi di tutti un evento secondario, quasi un dettaglio nelI'ambito della guerra, appare sempre più come uno dei suoi nodi centrali come un prisma, attraverso il quale viene spesso ripercorso tutto lo svolgimento del conflitto.

 

Occorre tuttavia sottolineare che la centralità di Auschwitz nelle nostre rappresentazioni della storia della seconda guerra mondiale costituisce un fenomeno relativamente recente. La forza e la convinzione con le quali questa centralità viene oggi affermata sono direttamente proporzionali all'indifferenza con la quale lo sterminio fu accolto dai suoi contemporanei. Chi poteva pensare al dolore ebraico alla fine di un conflitto da cui nessuno è uscito indenne, in mezzo a un'Europa in rovine, dove i caduti, le vittime dei bombardamenti, i prigionieri di guerra i deportati politici e gli sfollati sono decine di milioni? Vittorio Foa restituisce perfettamente l'atmosfera di quegli anni da lui vissuti come intellettuale resistente ed ebreo: tornavano i superstiti, uno su cento, dai campi di sterminio. Raccontavano e cominciavano a scrivere cose inimmaginabili sulla disumanità del potere e sull'organizzazione scientifica della morte, ma questi racconti non toccavano la nostra gioia di vivere finalmente nella pace. Non si spiega altrimenti il fatto che il libro di Primo Levi Se questo è un uomo, ha trovato difficoltà per la pubblicazione: si temeva di turbare un sollievo collettivo, col rischio di cadere nell'omertà. Ma anche i reduci, a partire da Primo Levi, erano soprattutto impegnati a ricostruirsi una vita normale a ritrovare una famiglia e un lavoro".(13)

La cultura antifascista offre poco spazio alla memoria della deportazione razziale, è una cultura dominata dall'idea di progresso, da una visione positiva dell'avvenire, dal convincimento che ci si è sbarazzati, una volta per tutte delle forze oscure della conservazione: detto in altri termini, è una cultura più incline a celebrare la vittoria sul fascismo che a ripensare la storia dal punto di vista dei vinti Gli intellettuali, incarnazione in molte circostanze della coscienza critica della società, riscoprono allora l'impegno civile e l'azione, ma danno anche prova di una miopia che rasenta la cecità di fronte allo sterminio ebraico. Per la cultura europea di quegli anni, Auschwitz è un evento senza qualità, di fronte al quale gli intellettuali non si sentono né interpellati né testimoni: niente a che vedere col caso Dreyfus, con la guerra civile spagnola o con la guerra del Vietnam. Nel 1945, Jean‑Paul Sartre pubblica un saggio intitolato Riflessioni sulla questione ebraica in cui il genocidio è appena accennato, incidentalmente; I'antisemitismo rimane per lui quello del caso Dreyfus e della Terza Repubblica, non quello delle deportazioni e delle camere a gas. Sono convinto che l'attenzione a volte unilaterale con la quale si guarda oggi allo sterminio degli ebrei sia in larga parte il frutto di questo riconoscimento tardivo della sua portata e della sua singolarità, venuto dopo un lungo silenzio e accompagnato dalla presa di coscienza delle responsabilità dell'Occidente per un crimine che non si è saputo impedire.

Il senso delle nozioni di centralità e singolarità va infine precisato in rapporto all'uso che può essere fatto della memoria di Auschwitz, un problema le cui implicazioni sul piano dell'insegnamento non hanno bisogno di essere sottolineate. A volte la singolarità del genocidio ebraico viene contestata allo scopo di relativizzare i crimini del nazismo e riabilitare il passato della Germania, rendendo cosi rispettabili e legittime tradizioni ideologiche e politiche che prepararono il terreno all'avvento di Hitler. È questa una tendenza pericolosa incarnata in particolare dallo storico conservatore Ernst Nolte, per il quale i crimini nazisti non sono altro che la copia di quelli staliniani, o meglio bolscevichi, matrice ultima e decisiva di tutti gli orrori del Ventesimo secolo. Hitler si sarebbe così reso colpevole di alcuni deplorevoli eccessi nel corso di una battaglia difensiva, storicamente giustificata dell'Occidente e della germanità contro la minaccia comunista Per questo la sua "guerra civile europea" non inizia nel 1914, allo scoppio del primo conflitto mondiale, ma nel 1917, al momento della Rivoluzione d'ottobre. Lo Historikerstreit risale alla metà degli anni Ottanta. A volte, invece, la singolarità di Auschwitz viene cancellata attraverso la sua problematica assimilazione alla Kolyma, nel tentativo non di banalizzare il nazismo ma di ottenere il riconoscimento, troppo a lungo negato, dei crimini dello stalinismo. Si tratta evidentemente di due forme di "relativismo storico" molto diverse. Il gulag e le camere a gas non sono la stessa cosa, ma Varlam Šalamov ha perfettamente ragione nel mettere il Ventesimo secolo sotto il segno di Auschwitz e della Kolyma.

Durante questi ultimi anni, il problema del rapporto di Auschwitz con le altre violenze del secolo si è posto ancora a proposito della guerra civile nell'ex Jugoslavia. Quando nelle vie di Parigi sono apparsi dei manifesti che paragonavano Hitler a Milosevic e i campi di concentramento nazisti alle violenze dei serbi, molte voci si sono levate per denunciare lo scandalo inaccettabile di una tale comparazione. Gli argomenti invocati per respingere questo parallelismo sono spesso ineccepibili agli occhi di uno storico. Non c'è dubbio infatti che, per quanto portatrici di una logica potenzialmente genocida, le pulizie etniche che hanno insanguinato la Bosnia e la Croazia sono altra cosa rispetto ad Auschwitz; quest'ultima fu il genocidio di una supposta razza inferiore, le epurazioni etniche tendevano a terrorizzare e martirizzare la popolazione civile al fine di evacuare dei territori per insediarvi degli Stati‑nazione omogenei. Porre sullo stesso piano questi due fenomeni non contribuisce molto alla loro comprensione. E tuttavia, il vigore coi quale questa polemica è stata scatenata ha suscitato in molti un senso di disagio, quasi che lo scandalo non fosse il sangue versato in Bosnia, ma l'idea stessa della comparabilità delle violenze di una guerra civile con l'"Olocausto", crimine per definizione incomparabile. incomprensibile, incomunicabile e indicibile. Con atteggiamento ben più nobile sul piano etico e politico, Marek Edelman, uno degli ultimi superstiti dell'insurrezione del ghetto di Varsavia, ha definito la guerra in Bosnia come una vittoria postuma di Hitler.(14)

Ritroviamo qui la dicotomia descritta da Tzvetan Todorov fra la memoria letterale e la memoria esemplare. La prima è quella della vittima che si rinchiude nel dolore, ne fa uno spazio privato da difendere gelosamente contro indebite assimilazioni e continua a "vivere il suo passato senza cercare di integrarlo nel presente".(15) Nasce così una sorta di culto della Shoah con i suoi dogmi ‑ I'incomparabilità e l'inesplicabilità normative dell'evento ‑ e il suo temibile guardiano, nella persona del premio Nobel della pace Elie Wiesel. La seconda è evidentemente quella di Marek Edelman e anche, per riprendere l'esempio di Todorov quella di David Rousset, che non si è limitato a testimoniare l'orrore del nazismo, ma ha saputo usare la sua autorità morale di reduce dei campi hitleriani per denunciare la realtà. allora negata, di quelli sovietici.

 

Si potrebbe riformulare il problema dicendo che il riconoscimento della singolarità storica di Auschwitz deve essere fatto non per giustificare una memoria unilaterale, ma piuttosto per fondare un rapporto critico nei confronti del presente, teso a mettere in luce i molteplici fili che h collegano a un passato dal quale è scaturito l'orrore. Le derive di una memoria unilaterale non sono soltanto potenziali; le tendenze si sono già manifestate a fare di Auschwitz uno schermo deformante attraverso il quale il nostro orizzonte di visibilità della barbarie del Ventesimo secolo risulta non allargato ma alquanto ridotto. Cercherò di essere più chiaro facendo alcuni esempi concreti.

Il Museo dell'Olocausto di Washington è senza dubbio, come molto critici hanno sottolineato, estremamente ricco sul piano della documentazione, chiaro e didattico nella sua concezione espositiva. Suscita tuttavia qualche perplessità il fatto che gli Stati Uniti abbiano deciso di creare questo museo e non piuttosto un museo del genocidio degli indiani o della deportazione degli schiavi neri dall'Africa, due eventi fondatori della nazione americana. Il dubbio che si tratti di una memoria unilaterale orientata dalle istituzioni appare ancora più fondato se si pensa che l'inaugurazione di questo Museo dell'Olocausto ha praticamente coinciso con l'avvio delle celebrazioni per l'anniversario della fine della seconda guerra mondiale, durante le quali la stampa si è caratterizzata, salvo poche eccezioni, per i suoi elogi della bomba atomica su Hiroshima. Il Ministero delle poste ha persino pubblicato dei francobolli in cui il fungo atomico era presentato come un simbolo di pace, prudentemente tolti dalla circolazione in seguito alle proteste giapponesi.

In Francia, le associazioni degli ex deportati ebrei sono finalmente riuscite, nel 1993, dopo molte battaglie, a ottenere che il 16 luglio, anniversario del terribile rastrellamento del Vel' d'Hiv', sia dichiarato "Giornata nazionale commemorativa delle persecuzioni razziste e antisemite". Ancora lungo è il cammino perché si giunga a decretare una giornata di lutto nazionale per i crimini del colonialismo francese. Oradour‑sur‑Glane, una specie di Marzabotto francese, il villaggio dove le SS trucidarono nel 1944 quasi l'intera popolazione (642 persone), rimane comprensibilmente una ferita aperta nella memoria della nazione.

Quanto ai 300 algerini annegati nelle acque della Senna il i 7 ottobre 1961 a opera della polizia della Quinta repubblica, essi non hanno diritto ad alcuna commemorazione. Sono dimenticati, come lo sono del resto le vittime libiche ed etiopiche del nostro colonialismo. In Italia, paese eternamente paradossale, la memoria di Auschwitz, a cui si dedicano oggi libri e convegni, si fa strada parallelamente alla riabilitazione del passalo fascista, che del genocidio ebraico fu complice.

 

Un'altra variante della memoria unilaterale della Shoah, per molti versi comprensibile ma a mio avviso assai pericolosa, è rappresentata dallo Stato di Israele dove, per riprendere le parole dello storico di Tel Aviv Saul Friedlander, Auschwitz è stata integrata "nella sequenza storica delle catastrofi ebraiche sfocianti nella nascita redentrice di uno Stato ebraico".(16) Letto dal sionismo in chiave storicistica, il genocidio ebraico appare quasi, a posteriori, dotato di un senso.

Gli esempi di un uso limitato volutamente restrittivo, discutibile, strumentale o addirittura dannoso della memoria di Auschwitz si potrebbero moltiplicare. Auschwitz, dicono in molti, sta diventando un'ossessione; un'ossessione utile se serve a renderci più sensibili a un secolo di barbarie, inutile se apre la via a una memoria selettiva e miope. Vorrei concludere ricordando ancora una volta i 187 milioni di vittime di un secolo breve, ma particolarmente barbaro. Come direbbe Paul Celan, Auschwitz illumina, con la sua luce nera, questa foresta di vite spezzate. Ma bisogna fare attenzione: la sua luce è nera, essa può nascondere quanto rischiarare. Questo scoglio non dovrebbe essere dimenticato da chi cerca di leggere la storia del Ventesimo secolo senza occultarne le catastrofi e, soprattutto, interrogandola al presente.

 

Note

1) E.J.Hobsbawm, Il secolo breve, Mondadori, Milano 1995 p. 24.

2) E.J.Hobsbawm, Barbarism: A User's Guide, in "New Left Review" 1994,n.206,p.45.

3) Cfr. le tabelle (che distinguono rigorosamente le vittime civili e militari) riportate in appendice a Alan Bullock, Hitler et Staline, Albin Michel/Robert Laffont, Paris 1994. vol. 2, p.459.

4) Riprendo qui il modello proposto da Wolfgang Kraushaar, Sich aufs Eis wagen. Pladoyer fur eine Auseinandersetzung mit der Totatalitarismustheorie, "Mittelweg': n. 36, 1993, p. 6.

5) H. Arendt, The Origins of totalitaritarianism, Harcout, Brace & Company, New York 1976, p.458.

6) A. Gibelli. L otficina della guerra, Bollati‑Boringhieri, Torino 1990.

7) G. Anders, Die Antiquiertheit des Menschen, C.H. Beck, Munchen 1985‑1986, vol. l, p.239. vol. ll, p. 404 (trad. it. Einaudi e Bollati‑Boringhieri).

8) R Hilberg. La destruction des Juifs d'Europe. Fayerd, Paris 1998. P.1045 (tr. it. Einaudi).

9) R. Conquest, Le grande terreur, Laffont, Paris 1995, p. 996.

10) N. Werth, Goulag: les vrais chiffres, in "L'Histoire", 1993, n. 169, p.42.

11) Cfr. soprattutto Zygmut Bauman, Olocausto e modernità, Il Mulino. Bologna 1993.

12) Cfr. Detlev Claussen, Verarderte Vergangenhait, prefazione alla nuova edizione del suo Grenzen der Aufklärung. Zur gesellshaftlichen des modernen Anrisemitismus. Fischer, Frankfurt, 1994, p. 11.

13) V. Foa, ll cavallo e lo torre. Einaudi, Torino 1991, pp. 69‑70.

14) Cit. in A. Finkielkraut, La victoire postume de Hitler, in J. Gillibert, P. Wilgowicz (a cura di), L'ange esterminateur, Editions de l'Université de Bruxelles, 1995, p. 261

15) T. Todorov, Les oabus de la memoire, Arléa, 1995, p.33.

16) S. Friedlander, Memory, History and the Extermination of the Jews of Europe, Indiana University Press, Bloomington 1993. p. 44.