Per gran parte del secondo conflitto mondiale gli Stati Uniti sostennero e applicarono la teoria dei bombardamenti di precisione compiuti durante le ore diurne. La loro “conversione” al bombardamento a tappeto indiscriminato fu determinata dalla resistenza del Giappone e dalla constatazione che l’invasione delle isole del Pacifico aveva imposto un numero assai elevato di perdite umane. Mentre quindi il programma Manhattan per la costruzione della bomba atomica volgeva al termine, il comando delle USA A. F. decise le più devastanti incursioni aeree notturne sulle città giapponesi.
John Keegan, Uomini e battaglie della seconda guerra mondiale, Rizzoli, Milano 1989, pag. 426 e ss.
La campagna di bombardamento strategico aveva subito una svolta importante. Come i comandanti dei bombardieri britannici nel 1942, anche gli americani erano stati costretti ad abbandonare la teoria ‑ alla quale si erano aggrappati in modo molto più dogmatico dei britannici ‑ che i bombardieri dovevano essere un'arma usata, come strumento di precisione, e avevano dovuto ammettere che doveva essere impiegata invece come una clava. Erano stati spinti a questo mutamento di idee dal successo dei giapponesi, come aveva già fatto Speer in Germania nel 1943‑44, nella dispersione della produzione bellica lontano dai principali centri industriali, in nuovi piccoli stabilimenti che non potevano essere facilmente individuati o colpiti dalla 20a forza aerea. Nel febbraio 1945 arrivò alle Marianne, divenute la base principale delle superfortezze del XXI Comando Bombardieri, il generale Curtis LeMay, per mettere in atto una tattica nuova che aveva sperimentato in Cina. Questo metodo non sottoponeva gli obiettivi a bombardamenti di precisione con bombe dirompenti, ma a bombardamenti a tappeto con bombe incendiarie, esattamente lo stesso con cui Harris «il bombardiere» aveva fatto delle sue «incursioni di mille bombardieri» nel 1942 uno strumento di terrore e aveva provocato tempeste di fuoco sulle città tedesche una dopo l'altra. Le bombe incendiarie degli equipaggi di LeMay, però, essendo a base di carburante gelatinizzante (napalm), rappresentavano un'arma molto più efficace di quelle della RAF; fatto più importante, le città giapponesi, costruite in legno e in carta, si incendiavano più rapidamente di quelle europee di pietra e mattoni.
L'8 marzo il XXI Comando Bombardieri attaccò Tokyo con 334 aerei, armati esclusivamente di bombe incendiarie, che arrivarono a bassa quota nell'oscurità. In pochi minuti il centro della città prese fuoco e in mattinata era stato incenerito per un'estensione di 41 chilometri quadrati; 267.000 edifici furono rasi al suolo e la temperatura all'interno della tempesta di fuoco fece bollire l'acqua dei canali della città. L'elenco delle vittime comprese 89.000 morti, mentre i superstiti feriti ricoverati negli ospedali della capitale furono il doppio di questa cifra. Le perdite dei bombardieri furono inferiori al due per cento, e si ridussero ancora man mano che la campagna si intensificava. Le forze agli ordini di LeMay salirono a 600 aerei e attaccarono una città dopo l'altra; a metà giugno erano stati devastati altri cinque dei principali centri industriali giapponesi ‑ Nagoya, Kobe, Osaka, Yokohama e Kawasaki ‑ erano morte 260.000 persone, due milioni di edifici erano stati distrutti e i senzatetto erano da nove a tredici milioni.
Le distruzioni continuarono senza sosta, praticamente senza perdite per gli equipaggi dei bombardieri americani, ma a un costo spaventoso per il Giappone; in luglio il 60 per cento delle zone abitate delle 60 principali città e cittadine era stato raso al suolo dagli incendi. Eppure, come avevano fatto notare MacArthur e altri alti ufficiali le devastazioni non sembravano far desistere minimamente il governo giapponese dalla sua volontà di continuare la guerra. In aprile Koiso, dopo un fallito tentativo di concludere con la Cina una pace separata, era stato sostituito quale primo ministro da un personaggio moderato, il settantottenne ammiraglio Suzuki; Tojo, pur essendo un primo ministro deposto, aveva sempre diritto di veto sulle decisioni del gabinetto, grazie alla sua posizione nell'esercito e sia lui sia altri militaristi erano decisi a battersi fino alla fine.