Ad Auschwitz, in Polonia (il nome locale è Oswiecim) venne costruito nel 1940 un vastissimo campo di concentramento per deportati politici che rimase in servizio, con questa funzione, fino alla fine della guerra. Il primo marzo 1941, il comandante in capo delle SS, Heinrich Himmler, ordinò l’edificazione, nella vicina località di Birkenau, di un secondo campo di dimensioni ancora più grandi destinato ai prigionieri di guerra sovietici. Da lì a poco, tuttavia, si definirono i piani dello sterminio in massa degli ebrei per la cui attuazione ad Auschwitz-Birkenau venne assegnato un ruolo centrale. Il compito di dirigerlo fu affidato a Rudolf Höss che venne istruito sui suoi compiti direttamente da Eichmann alla fine dell’estate del 1941. Volontario a quindici anni nella Prima Guerra Mondiale, Höss aveva poi fatto carriera nel corpo delle SS servendo nei campi di concentramento dal 1934. Apparteneva a “quegli individui per i quali la visione della vita si identificava totalmente con l’ideologia delle SS, ed erano in grado di svolgere qualsiasi compito che il Reichsführer-SS assegnava loro” [Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei in Europa, Torino, Einaudi, 1995, p.974]. Condannato a morte in Polonia, Höss venne giustiziato nel 1947.
[Rudolf Höss, Comandante in Auschwitz, Torino, Einaudi, 1995, pp.130/133]
Le fucilazioni mi atterrivano, soprattutto pensando alle masse, alle donne e ai bambini. Ne avevo abbastanza, ormai, delle esecuzioni di ostaggi, delle fucilazioni in gruppo ordinate da HimmIer o dall'Alto Comando della polizia del Reich. Ma ora ero tranquillo perché questi bagni di sangue sarebbero stati evitati, e perché le vittime avrebbero potuto essere risparmiate fino all'ultimo momento. Era proprio questo che mi turbava di più, quando pensavo alle descrizioni che Eichmann ci aveva fatto dello sterminio di ebrei, mediante mitragliatrici e mitra, compiuto dalle squadre speciali (Einsatzkommandos). Pare che vi si svolgessero scene spaventose: i tentativi di fuga da parte dei condannati, l'uccisione dei feriti, soprattutto delle donne e dei bambini. I frequenti suicidi nelle file delle squadre speciali, da parte di coloro che non erano più in grado di sopportare quei bagni di sangue. Alcuni sono impazziti. La maggioranza dei membri di queste squadre hanno cercato di dimenticare il loro triste lavoro annegando nell'alcool. Secondo le descrizioni di Höfle, anche i militi di Globocnik addetti ai luoghi di sterminio consumavano quantità inverosimili di alcool.
Nella primavera del 1942 giunsero i primi trasporti di ebrei dall'Alta Slesia', tutti individui da sterminare. Vennero condotti dal luogo dell'arrivo alla fattoria ‑ il primo bunker ‑ attraverso i prati di quello che sarebbe poi stato il settore numero 2. Aumeier, Palitzsch e altri Blockführer li guidavano, discorrendo con loro degli argomenti più innocui e informandosi delle loro professioni e mestieri, per meglio ingannarli. Giunti alla fattoria, gli ebrei dovettero spogliarsi. All'inizio entrarono tranquillamente nelle sale dove dovevano subire la disinfestazione, ma in breve alcuni cominciarono ad agitarsi e a parlare di soffocamento, di sterminio. Nacque così un'atmosfera di panico, ma subito quelli che erano ancora fuori vennero spinti nelle sale e le porte sbarrate. Per i trasporti successivi, si provvide in tempo a individuare gli elementi più irrequieti, per poterli tenere d'occhio. Se cominciavano disordini, gli elementi turbolenti venivano portati dietro la casa senza dare nell'occhio, e qui uccisi con armi di piccolo calibro, affinché gli altri non si accorgessero di nulla. Anche la presenza dei Sonderkommando [composto di prigionieri ebrei] e il suo contegno tranquillizzante servì a calmare gli irrequieti e i sospettosi. Ancor più induceva alla tranquillità il fatto che alcuni uomini del Sonderkommando entrassero coi deportati nelle sale e rimanessero con loro fino all'ultimo momento; anche un milite SS restava fino all'ultimo sulla porta.
Era della massima importanza che tutta l'operazione dell'arrivo e della svestizione avvenisse in tutta calma, che non ci fossero grida, eccitazione. Se qualcuno non voleva spogliarsi, altri che già l'avevano fatto, oppure quelli del Sonderkommando, dovevano intervenire per aiutarli. Anche i più ostinati venivano così persuasi e spogliati, con le buone maniere. I prigionieri del Sonderkommando badavano anche a che l'operazione procedesse con grande rapidità, affinché le vittime non avessero troppo tempo per meditare su quanto sarebbe avvenuto.
In generale, lo zelo con cui costoro provvedevano a far spogliare i deportati e a condurli dentro era assai singolare. Non ho mai saputo né visto che dicessero una mezza parola ai deportati sulla sorte che li attendeva. Al contrario, facevano di tutto per ingannarli, e soprattutto per calmare i sospettosi. Anche se non credevano ai militi delle SS, costoro dovevano pur credere con piena fiducia ai loro compagni di razza (infatti i Sonderkommandos, appunto per infondere fiducia e tranquillità, erano composti sempre di ebrei provenienti dalle stesse regioni in cui erano in corso volta per volta le deportazioni). Si facevano raccontare della vita nel campo e, per lo più, si informavano delle condizioni di conoscenti o di familiari giunti con trasporti precedenti. Ed erano interessanti la capacità di mentire da parte degli uomini del Sonderkommando e la loro forza di persuasione, i gesti con cui sottolineavano le proprie parole. Molte donne nascondevano i bambini lattanti nei mucchi di abiti. Ma gli uomini dei Sonderkommando vigilavano, e a forza di parole riuscivano a persuaderle a riprendersi i bambini. Esse credevano che la disinfestazione potesse essere nociva ai piccoli, e per questo li nascondevano. I bambini piccoli per lo più piangevano durante la svestizione, impressionati da tante novità, ma quando le madri, oppure quelli del Sonderkommando, gli parlavano dolcemente, si calmavano e si avviavano tranquilli nelle camere a gas, stuzzicandosi l'un l'altro o tenendo in mano dei giocattoli. Ho notato spesso che donne le quali intuivano o addirittura sapevano ciò che le attendeva, pur con l'angoscia della morte negli occhi, trovavano la forza di scherzare coi figli, di parlargli amorevolmente. Una volta una donna passando mi venne vicina e mi sussurrò, indicandomi i suoi quattro figli, che aiutavano fraternamente i più piccoli a superare gli ostacoli dei terreno: ‑ Come potete avere il coraggio di ammazzare questi bambini? Ma non avete un cuore nel petto? ‑ Un altro, un vecchio, nel passarmi davanti mormorò: ‑ La Germania sconterà duramente questo assassinio in massa degli ebrei -. E i suoi occhi ardevano di odio. Pure, entrò coraggiosamente nella camera a gas, senza curarsi degli altri. Sopra tutti gli altri mi colpì una giovane, che correva freneticamente avanti e indietro, aiutando i bambini e gli anziani a spogliarsi. Durante la selezione aveva accanto a sé due bambini piccoli; mi avevano colpito la sua eccitazione e in generale il suo aspetto: non sembrava affatto un'ebrea. Ora non aveva più i bambini accanto a sé. Fino all'ultimo si diede da fare per aiutare alcune donne che avevano parecchi bambini, parlando loro gentilmente, calmando i bambini. Fu tra gli ultimi a entrare nel bunker. Sulla porta si fermò e disse: ‑ Ho saputo fin dal principio che ad Auschwitz saremmo stati gasati. Quando avete fatto la selezione, ho evitato di essere messa tra gli abili al lavoro, perché volevo seguire i bambini. Volevo fare questa esperienza in piena coscienza. Spero che presto tutto sarà finito. Addio.
Talvolta avveniva anche che alcune donne, mentre si spogliavano, rompessero d'improvviso in grida laceranti, strappandosi i capelli e comportandosi come isteriche. Subito venivano allontanate dalla massa e portate dietro la casa per essere uccise con un'arma di piccolo calibro, mediante il colpo alla nuca. Avveniva anche che, nel momento in cui quelli del Sonderkommando lasciavano il locale, le donne, intuendo perfettamente ciò che stava per accadere, ci urlassero dietro tutte le maledizioni possibili. Mi ricordo anche di una donna che, mentre stavano per chiudere le porte, cercò di spingere fuori i figli, e gridava piangendo: -Lasciate in vita almeno i miei bambini!
Molte furono le scene commoventi, e colpivano tutti i presenti. Nella primavera del 1942 centinaia di uomini e donne nel fiore degli anni andarono così alla morte tra i frutteti in fiore della fattoria, nella camera a gas, senza per lo più intuire nulla. Questa immagine di vita e di morte rivive ancor oggi nitidamente davanti ai miei occhi.
Già l'operazione di selezione nel cortile era piena di incidenti. La divisione delle famiglie, la separazione degli uomini dalle donne e dai bambini, diffondeva eccitazione e inquietudine in tutto il trasporto, e questo stato d'animo era accentuato dalla selezione degli abili al lavoro. Le famiglie volevano restare unite a ogni costo, e così i selezionati correvano di nuovo a raggiungere gli altri membri della famiglia, o la madre e i figli correvano in cerca dei loro uomini o dei figli maggiori considerati abili. Nasceva così una confusione tale che spesso bisognava ricominciare tutto daccapo. Inoltre, lo spazio angusto impediva che la selezione avvenisse con maggiore ordine, e tutti i tentativi di riportare la tranquillità naufragavano contro l'eccitazione della massa. Così, spesso bisognava impiegare la forza.