La responsabilità di cercare risposte

 

Scheda biografica su V. Foa

 

 

“Non fermarci alla commozione, vuol dire dare un senso alle cose che abbiamo sentito”.

Anche per chi ha vissuto molto e ha visto molte cose come me, non c’è nessun rimedio per resistere alla commozione quando si sentono i racconti che abbiamo sentito, perché, al di là di  qualunque schema intellettuale o morale, essa si genera al contatto delle condizioni umane. Tutti quelli che hanno parlato hanno parlato dei loro padri, delle loro madri, dei loro fratelli, alcuni anche dei loro nonni. Questo elemento di profonda umanità ci dà la dimensione reale di quello che è successo, ci fa vedere dietro le grandi cifre, i milioni di morti di tutte le età, i milioni di bambini uccisi, ci fa pensare all’enormità di vite soppresse, di vite umiliate. Io però vi chiedo di non fermarci alla commozione.

Certo la commozione è importante, perché essa ci permette di piegarci anche per un solo momento verso le vittime. Nella vita, e io l’ho sperimentato spesso, le vittime vengono dimenticate, non vengono riconosciute, non si parla più di loro, non si pensa più a loro; la vita corre decisa, i carnefici li vediamo ancora, li vediamo ancora e qualche volta li filmiamo in nome di diritti che sono sacri: i diritti umani, anche per loro. Ma le vittime non le vediamo più, le dimentichiamo ... e allora, fermarci un momento come è stato fatto stamattina, credo che sia un dovere civile per noi e l’iniziativa che avete preso è importante anche per questo motivo.

Cosa vuol dire non fermarci alla commozione? Vuol dire dare un senso alle cose che abbiamo sentito, un senso che riguarda anche la nostra vita di oggi. I racconti che abbiamo sentito non si chiudono nel passato, perché il passato vive in noi solo se riusciamo in qualche modo a ripensarlo in base ai nostri sentimenti, alle nostre speranze, ai nostri bisogni di oggi: è questo che noi possiamo fare. La commozione è sacra, però al di là di essa dobbiamo sentire il senso di queste cose, cosa vogliono dire per noi oggi, oggi, qui, le cose che abbiamo sentito. Ci dicono qualcosa sul modo in cui  dobbiamo vedere la vita, sul modo in cui dobbiamo vedere i  nostri vicini, vedere gli altri, sul modo in cui dobbiamo vedere il nostro rapporto col mondo? Questa è la domanda che ci dobbiamo porre.

Certo non è facile mettere insieme queste tre vicende: la vicenda dei carnefici nazisti, la vicenda dei gulag e dello spietato dominio sovietico e la vicenda di Hiroshima; non è facile metterle insieme, perché questa operazione si presta a delle speculazioni: ci possono dire che sono tutte uguali, mentre noi sappiamo che non è vero, che erano situazioni diverse, profondamente diverse: c’era chi pensava veramente alla liberazione del mondo, chi pensava al proprio dominio sul mondo: due cose radicalmente diverse.

Però è anche vero che c’è qualcosa le tre vicende hanno in comune e che noi dobbiamo cercare di capire. È  stato quindi un atto coraggioso quello che avete compiuto quando mi avete chiesto di venire qui; e vi rendevate conto che anche per me, vecchio antifascista, antinazista, tutta la mia vita impiegata in un certo modo, era un po’ difficile mettere insieme queste diverse esperienze. Io ci ho pensato un momento e poi ho detto di sì, perché mi è sembrata una cosa giusta.

“Oltraggio all’umanità”.

Il nazismo uccideva, massacrava in nome del sangue, non aveva più nessuna importanza quello che uno pensava, era solo quello che era: era un ebreo, era uno zingaro, era un essere inferiore... Io ti uccido, ti sottopongo, ti schiavizzo: era in nome del sangue, in nome dell’ideologia di negazione dell’altro, di negazione della vita, di affermazione pura in se stessi.

L’esperienza sovietica dei gulag mi ricorda invece il biennio 1918-19:  fin da allora essa appare un’esperienza di repressione, fin dal 1918 è stata una volontà di dominio, una volontà di ottenere comunque il potere a dispetto di tutto: per questo nascono le deportazioni, la distruzione dell’autonomo mondo contadino, di una cultura contadina che appariva minacciosa alla struttura del potere, nasce la lotta contro i dissenzienti, nasce l’organizzazione concentrazionaria, l’organizzazione del lavoro schiavistico.

Nel caso nazista, ma anche nel caso dei kulaki, l’elemento che ci sembra più drammatico, più tragico, è il fatto che prima ancora di uccidere, o prima ancora di creare le condizioni della morte, si ha la disumanizzazione della vittima: essa deve perdere il suo valore umano, la sua dignità, deve diventare una cosa; essere una cosa, far diventare l’uomo una cosa: è questo il segno estremo della disumanità, il limite della disumanità.

Poi viene Hiroshima. Io mi ricordo come l’abbiamo vissuta: bisognava finire la guerra, la Germania era stata piegata l’8 maggio, l’Italia pochi giorni prima, c’era la pace in Europa e c’era ancora la guerra in Giappone. Bisognava probabilmente sbarcare in Giappone, ma il governo americano non voleva sacrificare centinaia di migliaia di uomini e piegò il Giappone con questo sistema. Io ero allora un persona molto attiva della sinistra resistenziale e dissi che finalmente la guerra era finita, quella bomba era servita a finire la guerra; anche giornali di estrema sinistra, quelli che avevano sempre affermata la loro umanità, dissero che finalmente l’impero del Sol Levante era finito, così com’era finita la Germania e l’Italia nazifascista. Noi non abbiamo allora capito perché non sapevamo, non pensavamo.

Ma proprio a Milano ricordo che si levò una voce diversa: a Milano c’era un giornale comunista della sera che si chiamava “Milano Sera”, diretto da uno scrittore notissimo, Elio Vittorini, e da un poeta di grande valore, Alfonso Gatto. Diversamente da tutti i giornali che davano la notizia di Hiroshima in piena pagina come atto risolutivo della guerra, “Milano Sera” pubblicò una breve notizia e disse che era un “oltraggio all’umanità”. Questi due intellettuali di estrema sinistra riconobbero in quel momento la contraddizione del nostro agire, la difficoltà di far le cose che dovevamo fare; questo mi pare un atto positivo. 

“La modernità, voi lo sapete - amici miei! - non é solo questo!”.

Che cosa c’è che ci costringe a vedere alcune cose insieme e non solo separatamente anche quando il contesto, l’intenzione, i soggetti sono radicalmente diversi? Gli uni lottavano per sopprimere gli altri, gli altri lottavano in qualche modo per garantire all’umanità la pace e la libertà... Ma allora  che cos’è questo elemento comune? L’ho ricordato un poco fa: il primo mi sembra la disumanizzazione della vittima, la persona fatta numero, diventa una cosa; ma, l’altra cosa che mi colpisce molto é la modernità di questa operazione di distruzione.

La manifestazione di oggi é intitolata “Novecento barbaro”: la parola barbaro evoca in qualche modo qualcosa di arretrato, e barbaro é quello che viene da lontano, mentre il moderno é quello che viviamo noi. Ma in questo caso, secondo me, la cosa é molto diversa e ci deve far pensare: le grandi stragi del Novecento sono moderne, sono organizzate tecnicamente, mettono in luce i meccanismi più moderni. La distruzione degli ebrei é stata organizzata come una catena di lavorazione: dall’organizzazione della denuncia,  a quella dell’arresto, a quella del trasporto, a quella dell’organizzazione del lavoro, a quella della morte. La morte è organizzata come una catena di lavorazione, come nel grande film di Chaplin “Tempi Moderni”:  sono i tempi moderni quelli che hanno organizzato il massacro di Auschwitz, sono i tempi moderni quelli che organizzavano il reclutamento di massa della gente per il lavoro nell’estremo nord della Siberia ... e, infine, la modernità tremenda della bomba, che ci fa molto pensare: un uomo solo, il presidente degli Stati Uniti, può decidere la bomba, un gruppo limitato di scienziati può costruirla, un pilota assistito da un assistente può premere un bottone ... e poi hai non solo la morte, ma, come ci diceva la nostra ospite giapponese, le radiazioni, un fenomeno nuovo, modernissimo, una morte invisibile: le radiazioni ti uccidono non in un momento solo, ma nel tempo, ti fanno vivere la morte per tutta la tua vita: questo elemento si è fatto così decisivo ... questa cosa è la modernità.

Ma la modernità, voi lo sapete - amici miei! - non é solo questo, é anche tante altre cose: è quella che ci permette oggi di scambiarci le idee tra noi, di vedere in qualche modo il nostro rapporto con quel mondo in modo accettabile, in modo, se non difficile, ma in qualche modo tollerabile; la modernità è l’immensa trasformazione della produzione, del consumo, dei rapporti nel mondo e in questo piccolo pianeta che diventa piccolo, in cui tutti quanti ormai comunichiamo gli uni con gli altri e ci conosciamo gli uni con gli altri. 

“Nulla di quello che è successo era inevitabile”

Allora cosa vuol dire questa lezione? Vuol dire che c’è una responsabilità in quella che è l’innovazione della vita, l’innovazione scientifica, l’innovazione tecnica, nelle sue ricadute nella vita quotidiana: in ogni cosa che noi viviamo c’è una responsabilità, c’è una possibile scelta: volgerla verso qualcosa di positivo o lasciarla andare verso la decadenza, verso la malattia, verso la morte; è l’idea di responsabilità. Noi dobbiamo sapere una cosa molto precisa: nulla di quello che è successo era inevitabile, nulla di quello che è successo era fatale: non vi è nulla di fatale. Certo ci sono condizionamenti terribili: le signore che hanno parlato della loro vita ad Auschwitz ci hanno raccontato cos’era il condizionamento della vita, la mancanza di spazi per sé. Però la capacità dell’esistenza non muore mai, la possibilità di fare qualcosa per cambiare c’è sempre. Responsabilità, allora, vuol dire che tutto quello che avviene può essere voltato in una direzione positiva o in una direzione negativa, è la scelta, la vita è fatta di scelte.

Io ho vissuto molto a lungo, ho visto molte cose e ho partecipato molto attivamente a tante di queste; so quindi molto bene che quando sono chiamato a raccontare qualcosa del passato, penso all’esperienza che ho avuto da bambino della grande guerra del ‘14-’18 e alle tragedie che hanno investito anche la mia famiglia. Quando penso al fascismo e a come è venuto e al dovere che ho sentito di combatterlo per tutto il corso della sua vita, dal 1921 al 1945, quando penso alla resistenza e alla costruzione della democrazia italiana, alla quale ho avuto la fortuna immensa di poter partecipare in prima persona, quando penso alle lotte della classe operaia, che mi hanno impegnato per tutta l’età adulta, e alle lotte per la difesa della classe operai, per il socialismo e per una trasformazione sociale profonda; quando penso a queste cose e cerco di raccontarle, io so bene che esse sono il modo con cui ho tentato di risolvere i miei problemi e non posso trovare subito una corrispondenza con i problemi dei ragazzi di oggi. Io so bene che i modi della vostra mente non sono più quelli della mia generazione e neanche delle generazioni che sono venute subito dopo, sono diversi, so che oggi il mondo dell’insicurezza è diventato più acuto, so com’è difficile progettare e quindi anche ripensare al passato. Però c’è ancora un senso delle cose che trascende e che va oltre il racconto, anche quello più commovente davanti al quale non ci dobbiamo fermare, dobbiamo vedere oltre di esso: non bisogna lasciarsi vivere, bisogna vivere e aiutare gli altri a vivere; questo è il dovere che dobbiamo sentire dalle cose che succedono. Quando penso al mio passato penso anche alle vostre responsabilità. 

“Impegnati in una lotta giusta, non abbiamo voluto vedere …”

E’ stato detto da due dei nostri interlocutori, Svetov e Liliana Segre, che forse non si voleva sapere: questo è molto importante. Io ci credo: è vero che noi non sapevamo, ma forse noi non volevamo sapere, sono convinto di questo. Io sono un ebreo e, anche se la mia vita è stata tutta presa dall’antifascismo e non dall’ebraismo, figurarsi se non ero disposto a capire quello che succedeva! Però, per quello che riguarda, per esempio, il sistema sovietico, io vedevo accanto a me i comunisti e le comuniste italiane, uomini e donne, che pensavano veramente di difendere la democrazia, di cambiare l’umanità; io ero con loro e sono con loro anche nella memoria e come facevo a non essere con loro? Io non ero d’accordo col sistema politico sovietico, non ero d’accordo con l’ideologia e la cultura che lo sorreggevano, però ero dentro questa lotta collettiva e sapevo che c’erano delle cose terribili là, perché si sentiva, se ne parlava, ma era meglio non approfondire, non sapere, perché questo ci permetteva di essere più liberi nelle nostre scelte.

Guardate ragazzi, questo è un problema aperto, per me anche personalmente: mi domando molte volte se non ho nella mia vita rimosso delle cose e se non mi sono mosso certe volte proprio per essere più tranquillo nei miei doveri, io ho rinunciato a sapere.

E questo a livello internazionale è terribile: e su questo ha ragione Liliana Segre: gli inglesi e gli americani sapevano quello che accadeva, ma gli aerei americani non hanno bombardato le linee sulle quali avanzavano i treni della morte, non l’hanno fatto, benché sapessero quello che c’era, perché l’immediata soluzione dei propri problemi prevaleva sull’immagine del mondo.

Così io penso anche per quello che riguarda l’atomica: c’è un meccanismo mentale che consente di considerare un’intera popolazione, una città, un ambiente coi suoi fiumi, con le sue foreste, con le sue case, con tutto il tessuto civile che vi è elaborato, un ambiente vitale fatto di vite umane, fatto di conquiste storiche, come un’opportunità per indicare qualcos’altro, per ammonire qualcun altro: Hiroshima non aveva nessuna struttura militare, l’uccisione in massa serviva come monito a qualcun altro. E’ terribile pensare che le persone umane, le popolazioni, possono essere degli ostaggi, si possono cioè tenere in mano e ammazzare per avvisare qualcun altro, vengono trasformati in cose. 

“ Il passato non ci dà la risposte per oggi, ma ci aiuta a formulare le domande”

Questo ci insegna qualcosa, ci insegna che, quando ci muoviamo, non dobbiamo, ripeto, lasciarci vivere, ma dobbiamo dare un senso alle cose che facciamo e, se diamo un senso alle cose che facciamo, ognuno di noi vede che ci sono anche gli altri, ognuno di noi sa che il presente ha anche un futuro e quindi sa che anche il passato ci può aiutare; il passato non ci dà la risposte per oggi, ma ci aiuta a formulare le domande, ci aiuta a capire in che mondo viviamo. Le cose che abbiamo sentito stamattina, al di là della commozione profonda che possono suscitare, della loro tragedia umana, sono anche delle cose che ci invitano a pensare al nostro futuro, a quello che dobbiamo fare.

Il mio futuro è molto corto, lo so, però ci penso anch’io moltissimo e do molta importanza al futuro, molto più che al passato. Il futuro che è la vostra storia, ragazzi,  è la cosa più importante oggi, ma, per pensare al futuro, bisogna formulare bene le nostre domande, bisogna tenere gli occhi aperti sul presente, bisogna far funzionare bene le nostre scelte, sapere che noi abbiamo il diritto e il dovere di scegliere, che non possiamo abbandonarci alla fatalità o al determinismo. Questo, credo, è l’insegnamento che dà anche la riunione di questa mattina.

Grazie di avermi invitato.