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Siamo alla fine di un millennio e dobbiamo tirare le somme di quello che è successo. Quando pensiamo agli eventi del XX secolo tremiamo dall'orrore perché ci sembra che tutto il male universale si sia riunito, condensato in questo secolo e si sia alzato verso il cielo oscurandolo. Auschwtiz, il gulag, Hiroshima, i temi del nostro incontro, sono i nomi che diamo a quell’orrore.
Sono stati tre eventi diversi fra loro, innanzi tutto sotto il profilo della durata: se per Hiroshima si può parlare di un evento terribile consumatosi in pochi minuti, per i lager nazisti si è trattato di alcuni anni. Per quanto è accaduto in URSS si può parlare invece di un’esperienza lunga mezzo secolo. Praticamente tre generazioni di russi hanno passato la propria vita nel gulag. Non è facile spiegare come sono andate le cose perché il gulag è stato molto diverso a seconda dei periodi: staliniano, post-staliniano e bresneviano. Il gulag staliniano ha inghiottito nelle sue viscere decine di milioni di persone.
Il paradosso è che, per decenni, il mondo non sapeva che cosa stava succedendo in Unione Sovietica, nei terribili campi di concentramento che apparvero subito dopo la rivoluzione, nel 1918, e che si diffusero in tutto il territorio, dal mar Baltico fino all'oceano Pacifico, dal mare del Nord fino a confini meridionali.
Attraverso questi lager sono passati milioni di persone, ma ancora oggi non sappiamo quali siano le cifre reali. Persone innocenti: il regime sovietico non si batteva contro un nemico in guerra, semplicemente eliminava intere classi, interi gruppi sociali.
Prima di tutto vennero eliminati gli aristocratici, gli uomini d’affari, i credenti. La chiesa russa subì grosse perdite: migliaia di vescovi, di sacerdoti vennero uccisi e vennero distrutte le chiese. Naturalmente non soltanto la chiesa ortodossa, ma anche le altre confessioni. Poi venne distrutta la classe dei contadini che, a milioni, vennero deportati nei lager. Poi venne il momento dei membri del partito che, a centinaia di migliaia, vennero arrestati e deportati. Dopo la guerra vennero mandati nei lager anche coloro che erano stati fatti prigionieri dai tedeschi e quelli che si trovavano nei territori occupati. Perfino quelli che avevano partecipato alla resistenza furono accusati di collaborazionismo. Era una follia.
Per decenni il mondo non ha saputo niente di questo, o forse non ha voluto sapere. C’erano state infatti persone che avevano scritto e fatto conoscere quello che stava accadendo. Soltanto nel 1974, quando Solzenicyn pubblicò il suo libro “L'arcipelago gulag", allora il mondo ha sentito tutto questo e ha tremato per l'orrore. Questo libro è stato scritto con chiarezza, ma anche con forza, e riporta le testimonianze di centinaia di persone che non avevano potuto far sentire la loro voce. Il titolo del libro dà la possibilità di immaginarsi visivamente questa immensa distesa di molte isole sparse, che abbracciava tutta l'Unione Sovietica. Ora vi racconterò come io ho conosciuto il gulag e vi invito a viaggiare insieme a me attraverso questo arcipelago.
Avevo otto anni quando hanno arrestato mio padre. Si chiamava Grigorij Fridljand, era professore all'università di Mosca e preside della facoltà di storia. Era uno specialista di storia europea e in particolare della storia della rivoluzione francese. Il suo è un destino molto tipico dei comunisti di quegli anni: quando aveva 20 anni aveva partecipato alla rivoluzione d'ottobre e poi era diventato uno studioso, uno storico, e aveva scritto moltissimi libri. Venne arrestato nel 1936 come trozkysta benché lui non lo fosse assolutamente. Venne condannato a dieci anni di lager senza diritto di corrispondenza. Questa formula – noi allora non lo sapevamo - significava che sarebbe stato fucilato: il divieto della corrispondenza con l’esterno garantiva alle autorità che non ci sarebbero state interferenze. Quando 10 anni dopo, allo scadere della pena, andai a informarmi sul destino di mio padre, mi dissero che era morto nel 1941. Anche nel 1956, dopo la destalinizzazione, quando di nuovo andai a chiedere notizie sulla sua sorte, dopo che era stato ormai riabilitato e io stesso avevo potuto ripubblicare alcuni suoi libri, mi continuarono a ripetere che era stato ucciso nel 1941.
Per altri trent'anni io non seppi la verità sulla sua fine, e soltanto tre anni fa, quando mi diedero la possibilità di leggere finalmente il fascicolo raccolto su di lui dalla polizia politica, seppi che in realtà era stato fucilato nel 1937. E' un fascicolo terribile: ci sono tutti gli interrogatori a cui è stato sottoposto. Se avete letto il libro di Orwell "1984", potete avere un'idea di quello che c’era scritto in quel fascicolo e di che cosa ho provato leggendolo.
Mio padre non era ancora quarantenne, era una persona forte: durante gli interrogatori dei primi 2 mesi non ha fatto altro che negare quello di cui lo accusavano. Poi ci sono degli altri documenti nei quali sono indicate solo le deposizioni dei testimoni. Soltanto alla fine risulta che abbia confessato di essere un terrorista, un trotzkista, e di aver complottato per uccidere Stalin. Ho letto le ultime parole che ha pronunciato durante il processo davanti al procuratore Višinskij e con le quali ha chiesto di essere condannato alla pena di morte. Ho visto anche il verbale della fucilazione firmato dal direttore della prigione, dal medico e dal boia.
Mia mamma invece venne prima messa al confino e arrestata dopo un anno; io mi ricordo benissimo quel momento perché avevo già dieci anni. Poi andai a trovarla nel lager dove era detenuta, a Tiemnikov [?] che si trova a una notte di treno da Mosca. Mi ricordo quando è venuta fuori dal recinto di filo spinato: era una donna molto bella, ma ormai aveva i capelli bianchi ed era seguita da un soldato con la pelliccia e il fucile. Ricordo che la mia sensazione fu come di vivere un delirio.
Dieci anni dopo visitai un altro lager, a Komi [?], dove erano stati deportati i genitori della mia prima moglie defunta. Era distribuito su un territorio enorme che andava da Vòlonga [?] a Varduna [?] e con il treno ci volevano due giorni per attraversarlo. Da una parte e dall'altra non si vedevano che torrette e fili spinati. Mia suocera lavorava nel teatro del lager e mentre ero lì avevano rappresentato la "Vedova Allegra". Mi ricordo che, dopo lo spettacolo, sono andato nei camerini a trovare mia suocera e gli altri attori, ma non avevano fatto neanche in tempo a struccarsi che erano già arrivati i soldati della scorta con i cani. Mentre li portavano fuori era buio, cadeva la neve e c'era un gelo intenso. I cani abbaiavano e uno degli attori si mise a cantare un'aria che faceva parte dello spettacolo: "Vado da Maxim, lì mi aspettano gli amici."
Naturalmente tutti questi lager servivano per disporre di forza lavoro gratuita. Da questo punto di vista i detenuti rappresentavano un considerevole vantaggio perché per loro non occorreva né costruire strade né spendere eccessivamente per il cibo, né provvedere agli alloggi. Portavano i detenuti nei luoghi più lontani del Nord dove costruivano canali e strade ferrate e quando morivano i primi ne portavano degli altri. Ma naturalmente il lavoro degli schiavi non è mai un lavoro fatto bene e quindi questi canali funzionavano malamente, come del resto anche le ferrovie. Però sotto le traversine di quelle ferrovie e nel letto di quei canali ci sono le ossa di migliaia di persone che hanno lavorato per costruirli.
Ci fu un momento, dopo la morte di Stalin, in cui sembrò che la storia del gulag fosse finita: quando quelli che erano rimasti in vita tornarono a casa e furono riabilitati. Ma dopo 5 anni il potere si rese conto che non poteva reggere senza quella terribile macchina di oppressione e così si ricominciarono a organizzare i lager. In generale si trattava di lager ufficialmente destinati a delinquenti comuni, ma per alcune migliaia di dissidenti costruirono dei lager speciali oppure usarono gli ospedali psichiatrici. Il ritornello del regime era infatti: "Noi non abbiamo detenuti politici, noi abbiamo solo pazzi o criminali".
Però fu proprio grazie a queste migliaia di dissidenti, che per trent'anni continuarono a dire la verità, che il regime sovietico a poco a poco so è sgretolato. Di questo sono sicuro. Sono sicuro che questa enorme macchina di oppressione è crollata grazie ai dissidenti, grazie a coloro che li hanno sostenuti e grazie a milioni di lettori che si sono pocurati la stampa clandestina e i libri non permessi: sono stati loro a preparare la distruzione del regime.
Io venni arrestato nel 1985 e incriminato perché avevo pubblicato i miei libri in Occidente e perché avevo diffuso materiale non permesso dalla censura. Venni recluso nella famosa prigione ………[?] di Mosca, una grande prigione per delinquenti comuni, vecchia, sporca e sovraffollata con celle per 30 persone nelle quali venivamo stipati in 60/ 80. Era la stessa prigione in cui erano stati detenuti Solzenicyn e Šalamov, ma era cambiato il clima rispetto ai loro tempi: non c'erano più, come allora, conflitti tra i delinquenti comuni e i politici perché tutti ormai erano contro i comunisti e rispettavano i dissidenti.
Dopo 5 mesi venni processato e mi condannarono a 5 anni di confino: una condanna lieve perché ormai si avvicinava la perestrojka. Mi condussero verso la Siberia facendomi sostare in otto diverse prigioni di trasferimento. Una di queste fu la prigione di Omsk che mi colpì in modo particolare. E’ una prigione del XVIII secolo, dei tempi di Caterina. Immaginatevi un sotterraneo con quelle volte come si vedono al cinema quando proiettano i film sul Medio Evo: celle di cui si può toccare il soffitto con una mano, nelle quali in 20 mq stanno 50 persone. Le finestre erano chiuse da una lamina di ferro con una piccola feritoia e fuori c'erano 30 gradi sotto zero; entrava un piccolo vapore bianco attraverso la finestrella e poi spariva. Praticamente non c'era aria. Io ho pensato che forse per 3 ore ce l'avrei fatta a sopravvivere. In realtà rimasi lì 5 giorni, e sapete che cosa mi ha salvato? Ho pensato alla nostra storia, agli inizi dell'800 quando c'era stata la rivolta dei Decabristi contro lo zar: Gli ufficiali ribelli si erano presentati sulla piazza del senato, a Pietroburgo, e avevano chiesto la costituzione e l'abolizione della servitù della gleba. Naturalmente la rivolta fu soffocata: 5 persone vennero condannate a morte, le altre furono deportate in Siberia. E io pensai: "Ecco, anche loro sono passati attraverso Omsk. Anche loro sono stati chiusi dentro queste celle”. Naturalmente la loro esperienza doveva essere stato molto più dura perché per loro finire in galera significava davvero un grosso cambiamento, io in fondo ero sempre vissuto in un gulag.
Però loro sopravvissero, le loro mogli andarono a trovarli, scrissero libri, scrissero poesie. E io sentivo che anch’io facevo parte di quella storia, che la storia passava attraverso di me. E’ questo che mi ha salvato.
Oggi si dice che da noi c’è la democrazia, ma le nostre prigioni si trovano ancora in condizioni terribili. I detenuti sono molti di più di quelli del periodo staliniano. Quando ci sono stato io eravamo 80 in una stessa cella, ed era già tanto, ma adesso ci stanno in 150 e ci rimangono per mesi, per anni. Molti muoiono lì. Quelli che hanno vissuto il carcere nel periodo staliniano, quando vedono queste celle non credono ai loro occhi e rimangono scioccati. Io credo che per tutto questo si possa usare la formula adottata nel processo di Norimberga: "Crimine contro l'umanità".
Qualche giorno fa, mentre ero in viaggio verso l’Italia, ho pensato che sarei volato verso il mare Mediterraneo e mi sono ricordato di Omero, mi sono ricordato dell'Iliade e dell'Odissea. Mi sono sentito vicino a quei racconti perché anch’io dovevo raccontare una terribile epopea del nostro secolo. La storia antica, che adesso ci sembra solo avvincente, anch'essa fu terribile, piena di guerre, di battaglie, di morti. Ricordate il ritorno di Ulisse alla sua patria, attraverso un lungo cammino, con tante difficoltà? Quando arrivò a casa non vi regnava certo l'ordine: c'erano i Proci ed egli dovette continuare a lottare. Anche noi abbiamo lungamente viaggiato per tornare a casa, in Russia, e anche il nostro ritorno è stato molto lungo e pieno di sangue. Anche noi abbiamo trovato che nella nostra casa regnava il disordine e contro di esso dobbiamo ancora lottare. Vi ringrazio per l'attenzione con cui mi avete ascoltato e spero che ci vorrete aiutare. Il pianeta su cui viviamo non è grande e quello che succede qui poi si riflette anche dall'altra parte del mondo.