Terrorismo e resistenza
Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1991, pp. 493 e 495
Le parole «terrore» e «terrorismo» si trovano usate promiscuamente nelle fonti resistenziali, senza inibizioni e senza gli echi oggi suscitati dalle vicende italiane e internazionali degli ultimi due decenni. La vicenda resistenziale cadde in una situazione che aveva visto esaurirsi la tradizione romantica e anarchica dell’attentato terroristico come atto individuale ed esemplare (la propaganda del fatto) e che aveva contemporaneamente conosciuto Io scatenarsi del terrore di massa, fino al genocidio. In questo contesto, il «terrorismo» resistenziale non va confuso con il «terrore» e appare come la punta estrema della reazione armata aI nazifascismo, con motivazioni e implicazioni lontane tanto da quelle degli attentatori ottocenteschi quanto da quelle dei terroristi degli anni settanta e ottanta del Novecento. […]
Un terrorismo che ricorda gli «astratti furori» di Vittorini compare nell’articolo che l’"Avanti!" «pubblicò a commento della svolta di Salerno, ricordando che, sin dal suo ordine deI giorno del 9 febbraio, il Partito socialista aveva additato «la via che storicamente si illuminava coi precedenti francesi del terrore settembrino e maratiano, quando per poter vincere il nemico di fuori fu giocoforza eliminare prima quello di dentro, e della Comune».
Nel passo sopra ricordato, Valiani aveva cura di sottolineare che «il terrorismo, in città, non era diretto contro tutti indistintamente i soldati nemici, ma solo contro chi era adibito a compiti di polizia, di repressione, di rappresaglia». In linea generale, questa affermazione corrisponde a verità, anche se la distinzione non sempre era facile.