Senza il campo di battaglia

di Michael Walzer - La Repubblica 25 settembre 2001

 

C'è un vecchio cartone animato di Bill Mauldin nel quale due anziani signori sono seduti in un club per gentiluomini. Uno di loro si sporge in avanti e dice: "Io dico che è guerra, Throckmorton, e quindi dico: combattiamo!". Ci sono stati molti discorsi di questo tipo a Washington dopo l'11 settembre, e anche nel resto del paese. Tutti ci siamo sentiti almeno in parte come l'amico di Throckmorton. Ma si tratta davvero di guerra? E se davvero lo è, come cominceremo a combatterla?

 

Una cosa è certa: noi tutti, qualsiasi sia la nostra religione o il nostro credo politico, abbiamo un nemico. Le nostre esistenze, il nostro stile di vita sono stati attaccati – tutti lo dicono, ed è proprio così. Le cause più immediate dell'attacco devono essere ricercate nella Guerra del Golfo Persico, alimentate in seguito dagli accesi e talvolta distorti resoconti sull'embargo all'Iraq e sul conflitto fra Israeliani e Palestinesi. Ma le cause dell'attacco vanno ricercate molto più in profondità: nel rancore per la potenza americana, nell'odio profondo per i valori che, almeno talvolta, ne guidano la condotta. Questa non è, tuttavia, una "guerra fra civiltà", poiché il nostro nemico non rappresenta una civiltà. Non siamo in guerra con l'Islam, sebbene i terroristi sfruttino l'estremismo religioso islamico.

Ma allora, si tratta di guerra? La parola è ineccepibile, a patto che chi l'adopera comprenda che essa è una metafora. Al momento, non esiste alcuno stato nemico, nessun evidente campo di battaglia. La parola "guerra" può essere utile, tuttavia, come metafora per indicare lotta, impegno, resistenza. Sebbene sia inevitabile che si arrivi all'azione militare, questa non dovrebbe essere la nostra prima preoccupazione. Al contrario, in questa "guerra" altri tre elementi hanno la priorità: un intenso lavoro d'indagine attraverso le frontiere nazionali, una campagna ideologica che affronti e respinga tutte le ragioni e le motivazioni che adducono i terroristi, e infine uno strenuo e incessante sforzo diplomatico.

Se da un lato è ovvio di cosa dovranno occuparsi gli inquirenti, dall'altro anche i leader religiosi e gli intellettuali politici dovranno adoperarsi intensamente, perché in molte parti della terra il clima dell'entourage intellettuale non è sufficientemente e palesemente ostile al terrorismo. I terroristi godono di protezione sia a livello morale sia a livello fisico, e l'unico rimedio contro tutto ciò è la ragione politica. E infine i nostri diplomatici dovranno fare molto di più di quanto fecero quando formarono la coalizione che combatté la Guerra del Golfo. Allora si trattò di un'alleanza raccogliticcia, opportuna per quella circostanza, ma non forte per durare nel tempo. L'alleanza contro il terrorismo deve invece essere costruita per durare, e per far sì che questo avvenga, dovrà poggiare su severi accordi esecutivi.

Eppure tutti vogliono parlare soltanto di azione militare, non della metafora della guerra, ma della vera guerra. Che cosa possiamo fare? Esistono due condizioni da rispettare prima di poter combattere giustamente. Dobbiamo prima di tutto trovare i giusti bersagli, ovvero le persone che sono effettivamente coinvolte nell'organizzazione, nel supporto o nell'esecuzione di attività terroristiche. E quindi dovremo essere in grado di colpire questi bersagli senza uccidere un numero maggiore di persone, di innocenti.

Da questi ragionamenti consegue che i raids di singoli commando sarebbero da preferire ad attacchi con missili e bombe. Quando, facendo un esempio, il bersaglio è costituito da un gruppo di terroristi sparsi qua e là, un soldato con il fucile è più efficiente della bomba più efficace. Ma che cosa converrà fare, quando dovremo attaccare i governi che offrono sostegno al terrorismo, per indurli con la forza a consegnare i terroristi e a smettere di finanziarli? Si tratta di uno scopo legittimo, di uno scopo necessario per qualsiasi alleanza che intenda lottare contro il terrorismo. Ma le nostre possibilità di coercizione in quest'ambito sono moralmente limitate. Non potremo terrorizzare le popolazioni civili allo scopo di esercitare pressione sui loro governi. In paesi disperatamente poveri come l'Afghanistan, non potremo procedere alla sistematica distruzione delle poche infrastrutture rimaste. Gli impianti di purificazione dell'acqua, le centrali elettriche non devono essere considerati bersagli legittimi. Potremo forse lanciare bombe sugli edifici governativi, che con ogni probabilità saranno vuoti. E può anche darsi che, se i bombardamenti saranno stati spettacolari, se i piloti saranno stati eroici, potremo fare progressi con quello che andrà veramente fatto. Gli stati che appoggiano il terrorismo devono essere isolati, ostracizzati, e devono essere sottoposti ad embargo; le loro frontiere dovranno essere sigillate, le loro organizzazioni segrete dovranno essere infiltrate, le loro giustificazioni ideologiche dovranno essere respinte ovunque da tutti. In questo momento il pericolo più grande, dopo aver arrecato sufficiente danno, in qualsiasi area della terra ciò accada, è quello di squagliarsela, allontanandoci dall'impegno assunto e dall'utilizzo di tutte le risorse atte a sconfiggere il terrorismo. Dovremo, in parole povere, perseguire la guerra metaforica. Rifiutando quella vera.

(traduzione di Anna Bissanti)

[L'autore è professore di scienze sociali all'Istituto di Studi Superiori di Princeton]