Bush agente di Bin Laden

di  Immanuel Wallerstein - La Rivista del Manifesto n.32 ottobre 2002

 

A proposito dell’11 settembre, Osama bin Laden ha detto chiaramente che intendeva sferrare un colpo terribile agli Stati Uniti e far cadere i governi dei ‘cattivi musulmani’, in special modo quelli dell’Arabia saudita e del Pakistan. George W. Bush sta lavorando giorno e notte per aiutarlo a raggiungere entrambi gli obiettivi. Anzi, si potrebbe dire che senza George W. Bush, Osama bin Laden non sarebbe in grado di conseguire questi due risultati, almeno nel breve periodo.

George W. Bush si sta preparando a invadere l’Iraq. L’opposizione a questo progetto sta diventando imponente. In primo luogo, all’interno degli Stati Uniti, nelle ultime settimane due gruppi hanno espresso opinioni molto esplicite. Uno è quello che fa riferimento al ‘clan del vecchio Bush’, ovvero a George W. Bush padre e a quelli che erano i suoi più stretti consiglieri. Da parte di James A. Baker, Brent Scowcroft e Lawrence Eagleburger – tutti della cerchia più ristretta dell’Amministrazione di Bush padre – sono venuti ammonimenti molto decisi sul fatto che un’invasione adesso, senza l’autorizzazione delle Nazioni Unite, sarebbe inopportuna, per di più non necessaria, e potrebbe avere soltanto conseguenze negative per gli Stati Uniti.

Vi è poi l’opposizione dei militari. Brent Snowcroft è, com’è noto, un ex generale. Inoltre, abbiamo ascoltato Norman Schwarzkopf, che guidò i soldati Usa nella guerra del Golfo, Anthony Zinni, che fu al comando di tutte le truppe statunitensi in Medio Oriente ed è stato mediatore per conto dell’attuale Amministrazione in Israele-Palestina, e Wesley Clark, che ha comandato le forze Nato nelle operazioni in Kosovo. Costoro affermano che dal punto di vista militare l’impresa non sarà facile, non è militarmente necessaria in questo momento, e che potrebbe danneggiare gli Stati Uniti. Si può ritenere che questi leader militari in pensione parlino per conto di molti colleghi ancora in servizio.

Si aggiungano inoltre Richard Armey, leader della maggioranza repubblicana alla Camera, e il senatore Chuck Hagel, veterano del Vietnam e senatore repubblicano del Nebraska. Questo fronte si somma alla forte opposizione interna all’avventura progettata da Bush. Si osservi che in questo elenco non figura nessun democratico. I Democratici sono stati straordinariamente e vergognosamente timidi nel corso di tutto il dibattito.

C’è poi l’opposizione degli amici e degli alleati degli Stati Uniti. I canadesi dicono che non hanno visto alcuna prova che giustifichi un’invasione. I tedeschi affermano che non invieranno in nessun caso le loro truppe. Nelle ultime settimane i russi hanno ostentatamente intrapreso rapporti con tutti e tre i membri dell’asse del male: Iraq, Iran e Corea del Nord. I paesi arabi ‘moderati’ – Arabia Saudita, Giordania, Egitto, Bahrein, Qatar – hanno fatto a gara nel negare l’uso del proprio territorio per un attacco contro l’Iraq. I curdi hanno rifiutato di partecipare a un incontro dell’opposizione irachena che si è svolto negli Usa sotto gli auspici degli Stati Uniti. E anche in Gran Bretagna gli Usa stanno incontrando resistenze. Certo, Tony Blair sembra un alleato granitico, anche se lamenta di non ricevere alcun aiuto dagli Usa, nel senso di prove evidenti che egli possa mostrare agli altri. Una maggioranza di cittadini britannici è contraria all’azione militare, e Blair rifiuta una discussione all’interno del governo britannico perché è consapevole della presenza di una forte opposizione in quella sede, in primo luogo da parte di Robin Cook.

Certo, George W. Bush può contare su alcuni fedeli sostenitori, come Ariel Sharon e Tom DeLay 1. Ma questo è tutto. Come risponde l’amministrazione Bush alle critiche? Lo stesso George W. Bush minimizza il dibattito, definendolo una ‘frenesia’, e dice che non è stata presa ancora nessuna decisione, cosa alla quale non crede nessuno. Il vicepresidente Cheney afferma che, anche se Saddam Hussein dovesse accettare il ritorno degli ispettori, dovrebbe comunque essere cacciato (una posizione che persino Tony Blair trova inaccettabile). E il segretario alla Difesa Rumsfeld sostiene che quando gli Usa decidono quel che è giusto fare, e lo fanno, altri li seguiranno. Questo, egli dice, è ciò che intendiamo per leadership.

Il problema è che, dal punto di vista dei falchi – fra i quali oggi è compreso lo stesso George W. Bush – l’opposizione è irrilevante. Effettivamente, essi preferiscono andare avanti senza l’aiuto di altri. Quello che vogliono dimostrare è che nessuno può sfidare il governo Usa e passarla liscia. Vogliono rovesciare Saddam Hussein, a prescindere da ciò che fa o da quel che dicono gli altri, perché si è fatto beffe degli Stati Uniti. I falchi sono sicuri che solo annientando Saddam possono convincere il resto del mondo che gli Usa hanno il bastone del comando, e devono essere obbediti sempre e comunque. Questo è il motivo per cui stanno portando avanti con insistenza anche l’idea perversa di indurre altri paesi a firmare accordi bilaterali con gli Stati Uniti, garantendo ai cittadini statunitensi un trattamento speciale nei campi che rientrano nell’ambito della Corte penale internazionale. Il principio è lo stesso. Gli Usa non possono essere soggetti al diritto internazionale, perché siedono al posto di comando.

Naturalmente, ciò che sostiene l’intera opposizione – l’opposizione non ostile, non quella di al-Qaeda – è che gli Usa si stanno dando la zappa sui piedi, finendo in tal modo per infliggere un danno enorme a tutti gli altri. L’azione proposta non è soltanto illegittima secondo il diritto internazionale (invadere un paese è un’aggressione, e l’aggressione è un crimine di guerra), ma anche stupida.

Prendiamo in esame i tre possibili esiti di una invasione. Gli Usa potrebbero vincere in modo rapido e facile, con una minima perdita di vite umane. Potrebbero vincere dopo una lunga, estenuante guerra, con una considerevole perdita di vite umane. Potrebbero perdere, come in Vietnam, ed essere costretti a ritirarsi dall’Iraq dopo una notevole perdita di vite umane. Una vittoria rapida e facile, che è ovviamente la speranza dell’amministrazione Usa, è l’esito meno probabile. Gli attribuisco una possibilità su venti. Vincere dopo una lunga, estenuante guerra è la prospettiva più probabile, forse ha due possibilità su tre. E, in realtà, perdere, per quanto sembri incredibile (ma allora sembrava così anche in Vietnam), è una conclusione plausibile: una possibilità su tre.

In ogni caso, tutti e tre gli esiti nuocciono agli interessi degli Stati Uniti. Immaginiamo che gli Usa vincano in modo facile e rapido. Sgomenteranno, intimidiranno, spaventeranno a morte il mondo intero. Nulla garantirà loro una perdita di reale influenza politica sul pianeta – e in primo luogo tra i nostri alleati e amici – più velocemente di questo esito così desiderato dai falchi del governo Usa. I quali sostengono che esso restaurerà il potere Usa. In realtà lo distruggerà. Ci ritroveremo senza amici, con intorno alcuni sicofanti e un’ampia maggioranza di paesi colmi di risentimento.

E poi c’è il problema di cosa fare dopo la vittoria facile. Abbiamo promesso alla Turchia e alla Giordania, e probabilmente all’Arabia Saudita, che non permetteremo la disintegrazione dell’Iraq. Ma siamo in grado di mantenere la promessa? Sì, se inviamo sul campo un proconsole Usa e almeno 200.000 soldati per una occupazione a lungo termine del paese (come in Giappone dopo il 1945). Ma non abbiamo alcuna intenzione di fare ciò, e l’idea avrebbe conseguenze molto negative per l’Amministrazione Usa negli affari interni. Un Iraq post-invasione sarebbe qualcosa di simile alla Bosnia dei primi anni novanta, preda di forze etniche interne ed esterne. Per quanto riguarda l’Iran, gli Usa non riescono a decidere se lo vogliono alleato o invaderlo. Comunque sia, l’Iran approfitterebbe al massimo di una disfatta irachena, e accoglierebbe volentieri la sua disintegrazione.

I cosiddetti Stati arabi moderati proclamano a gran voce che un’invasione Usa colpirebbe innanzitutto i loro regimi, i quali potrebbero non sopravvivere, e renderebbe praticamente impossibile quel che è già ora una possibilità remota, ovvero un accordo Israele-Palestina. Tutto questo sembra così evidente che ci si domanda come mai l’Amministrazione Usa possa avere dubbi in proposito. I falchi sia israeliani che palestinesi ne usciranno enormemente rafforzati, e meno che mai disponibili a prendere in considerazione qualsiasi accordo, indipendentemente da chi lo proponga.

Poi c’è l’esito più probabile: una lunga, estenuante e sanguinosa guerra. L’Iraq potrebbe benissimo essere «ridotto a forza di bombe all’età della pietra», come sognano spesso i falchi più aggressivi, e i suoi abitanti addirittura essere «ridotti all’età della pietra dalle atomiche». Nel frattempo, l’Iraq utilizzerebbe le terribili armi di cui dispone. Queste potrebbero essere meno numerose e potenti di quanto dica la propaganda Usa, ma anche soltanto alcune di esse, neanche molto potenti, potrebbero provocare immensi danni umani in tutta la regione (e ovviamente in primo luogo in Israele). Lo spettacolo dei soldati che ritornano nei body bags 2 avvelenerà il paese di conflitti civili. I costi economici della guerra, come anche gli effetti sulle forniture mondiali di petrolio, produrranno sulla posizione degli Usa nell’economia-mondo lo stesso tipo di danni causati dalla guerra del Vietnam. E se ci caricassimo della responsabilità morale di aggiungere nuovi bombardamenti nucleari a quelli di Hiroshima e Nagasaki, potrebbero essere necessari cinquant’anni per placare l’opinione mondiale. E inoltre, quando alla fine avremo vinto, ci si porrà ugualmente il problema di cosa fare dopo, e avremo ancora meno voglia di farlo.

La terza prospettiva possibile – la sconfitta – è così tremenda che preferiamo non pensare a quale giudizio potrebbero darne le future generazioni. Probabilmente, esse ci rimprovereranno soprattutto il fatto che a Washington nessuno sia stato capace di giudicare seriamente possibile questa eventualità. In psichiatria si chiama rimozione.

Che altro Osama bin Laden potrebbe desiderare?

© by Immanuel Wallerstein Immanuel Wallerstein insegna Sociologia alla Yale University (New Haven, Connecticut) e dirige il Fernand Braudel Center (Traduzione di Tiziana Antonelli)

 

note: * Apparso con il titolo di George W. Bush, the Principal Agent of Osama bin Laden, questo testo rappresenta il 96° dei Commentaries («riflessioni sul panorama del mondo contemporaneo … non rivolte alla cronaca immediata ma alla ‘lunga durata’ del tempo storico») che Immanuel Wallerstein pubblica dal 1976 due volte al mese sul bollettino on line del Fernand Braudel Center for the Study of Economies, Historical Systems and Civilizations () presso la Binghamton University di New York.

1  Parlamentare repubblicano del Texas, capogruppo al Congresso, esponente della corrente di integralisti religiosi che hanno fortemente sostenuto la campagna elettorale di George W. Bush (Ndrm).

2  I body bags sono i sacchi di plastica sigillati in cui vengono trasportati in patria i cadaveri dei soldati morti. È un ricordo indissolubilmente legato alla guerra del Vietnam (NdRM).