Turgenev, Nietzsche e gli altri: chi ha paura dello spettro nichilista?

 

Paola Capriolo, Il Corriere della Sera 6 settembre 2004

 

Un saggio di Franco Volpi propone un'interpretazione aggiornata di un fenomeno ingiustamente considerato negativo e «fuori dal nostro tempo»

Non è il frutto di qualche mente perversa riluttante ad accogliere la fede ma della tecno-scienza che si trasforma in una chiave di lettura della realtà

 

Da qualche tempo il termine «nichilismo» si è riaffacciato con particolare insistenza nelle polemiche culturali, più come capo d'accusa con cui screditare gli avversari che come concetto da indagare nella vertiginosa complessità dei suoi significati. Tanto più sembra dunque giungere a proposito la pubblicazione presso Laterza di un saggio di Franco Volpi intitolato appunto Il nichilismo (pagine 220, 18), un'opera che offre spunti interessanti al filosofo e allo storico della cultura ma costituisce al tempo stesso un esempio di alta divulgazione, utile anche al lettore non specialista per comprendere meglio questo evento capitale della modernità. Il nichilismo fa la sua comparsa quasi in sordina, come termine tecnico usato nelle dispute filosofiche che costellano la nascita dell'idealismo tedesco; occorrerà circa un secolo perché si imponga alla coscienza collettiva quale problema ineludibile e divenga, per dirla con Nietzsche, «il più inquietante tra gli ospiti». Gli occorrerà passare dalla Russia, dove Turgenev lo renderà popolare applicandolo al protagonista del romanzo Padri e figli e Dostoevskij, soprattutto nei Demoni, ne approfondirà con acume insuperato le labirintiche implicazioni, per poi tornare in Germania e subire per opera di Nietzsche la sua definitiva consacrazione a concetto-chiave della filosofia. Così l'«itinerarium mentis in nihilum» che Volpi delinea nelle sue pagine è al tempo stesso una storia della cultura europea degli ultimi due secoli (da Baader a Cioran, da Stirner a Severino) vista appunto nella prospettiva del nichilismo, una prospettiva cui neppure oggi possiamo sottrarci. Certo, c'è chi tenta di allontanare quest'ospite quasi si trattasse di un fastidioso revenant, di un patetico spettro belle époque del tutto fuori posto nel nostro mondo governato dalla scienza e dalla tecnica; ma il nichilismo non si lascia scacciare così facilmente, specie dopo che Heidegger ce ne ha svelato il segreto legame proprio con quella «tecnica» che pretenderebbe di respingerlo e ne costituisce invece la forma compiuta. A ragione, Volpi insiste particolarmente su questo punto. La «tecno-scienza» che oggi sembra imporsi come unica chiave di lettura della realtà è «un sistema asimbolico che sfugge alla sovranità delle nostre immagini, una "macchinazione" che non dominiamo più e che invece ci domina». Ma quando viene meno il simbolo, viene meno la possibilità di rispondere alla domanda: «Perché?», ed è appunto questa la definizione nietzschiana del nichilismo. È quella tanto citata «morte di Dio» che allora cominciava a «gettare le sue prime ombre sull'Europa» e in cui ormai siamo immersi a tal segno da stentare a riconoscerla, indotti come siamo a scambiarla per la piena luce della razionalità o a illuderci di poter sfuggire al suo dominio semplicemente riaffermando i valori di qualche religione tradizionale. Il nichilismo non è dunque il parto di alcune menti perverse, riluttanti ad accogliere la salvifica positività della fede o della scienza: è piuttosto, come scrive Volpi a conclusione del libro, «la crisi d'autodescrizione del nostro tempo». Il nichilismo, non brandito come slogan ma esaminato nella sua effettiva realtà di grande fenomeno culturale, «ci ha dato la consapevolezza che noi moderni siamo senza radici, che stiamo navigando a vista negli arcipelaghi della vita, del mondo, della storia». Nella nostra tormentata contemporaneità, rimuovere tale consapevolezza sarebbe oltremodo pericoloso: significherebbe rinunciare a quello che costituisce ancora oggi, come ai tempi di Nietzsche, l' «orizzonte per una diagnosi critica del presente», lasciando che il nulla seguiti a dominare inosservato dalla sua imprendibile, «asimbolica» postazione.