di Federico Vercellone - La Stampa 30 aprile 2003
NEL dibattito intorno alla Resistenza che ha avuto luogo sulle pagine dei giornali, nei giorni scorsi, la sensazione era che alla discussione mancasse sempre qualcosa. Certamente le motivazioni storiche, nel senso della storia delle res gestae, che comporta e reca con sé l'ambito del giudizio politico, è assolutamente fondamentale: e su questa base è giusto e lecito parlare - fatte tutti i debiti distinguo tra vincitori e vinti, tra offesi e colpevoli, tra chi sceglie di procurare dolore e che lo subisce - di una pacificazione che le ragioni del tempo e della storia recano con sé. Tuttavia rimangono forse da analizzare motivazioni, se possibile, ancor più profonde: esse affondano in un passato più lontano, e ci riportano con rinnovata intensità all'oggi.
Se prendiamo l'esempio di personaggi come Sophie Scholl - sulla quale si sofferma Paolo Ghezzi in un bel libro recentemente uscito da La Morcelliana - martire (insieme al fratello) della Resistenza tedesca in quanto appartenente al famoso gruppo antihitleriano della Rosa bianca, e ora dichiarata donna tedesca del ventesimo secolo, osserviamo che in essi si riscontra una scelta deliberata per il rischio e per il dolore al di là di qualsiasi utilità immediata. Distribuire volantini antinazisti all'Università di Monaco durante la guerra non conduce né alla caduta del regime né alla fine della guerra. Dal punto di vista della sua utilità immediata, cioè, il gesto è nullo. Ma allora che cosa spiega un atteggiamento di questa natura? Il fanatismo e l'accanimento, secondo quanto talora si tenta di farci credere?
A mio giudizio la spiegazione è ben diversa. A dettare un comportamento come quello sono piuttosto motivi estetici che hanno un fondamentale risvolto etico, e che sembrano contrastare con una certa, presunta inattualità del martirio e del sacrificio di sé. Su questa vocazione ha recentemente richiamato l'attenzione anche Susan Sontag riproponendo tra l'altro il caso di Monsignor Romero e dei soldati israeliani che rifiutano, andando incontro a sanzioni gravi, di combattere oltre i confini del 1967. Perché dunque si agisce al di là della palese inanità di quanto si sta compiendo? Certo, in parte forse per la speranza che non tutto nel proprio gesto sia inutile: essenzialmente, però, nell'intento di lasciare un esempio. Si tratta di un antico modello culturale, che percorre in questo caso non tanto il mondo arabo ma quello cristiano, a partire dagli apostoli che accettano il supplizio nel nome di Gesù e imitano il suo comportamento, facendosi così esempio evidente e quasi palpabile dell'insegnamento del Maestro.
In questo modo, un comportamento prettamente estetico (quello imitativo) sviluppa il suo significato morale. In tal senso, molti episodi della Resistenza non affondano le proprie radici soltanto in un dibattito storico-politico e culturale che molti, alla lunga, sembrerebbero avere buon gioco nel dichiarare, se non obsoleto, talora superato dall'attualità, ma in qualcosa di ben più antico: in una pratica estetica che dura da millenni e che testimonia - (martyrei, alla lettera) - la sua non dimessa attualità. Il martirio, in breve, non è patrimonio esclusivo dei fanatici di qualsiasi colore o bandiera: e forse varrebbe la pena di rifletterci.