Diritti umani e mani libere
di Franco Venturini - Il Corriere della Sera 30 settembre 2001
E’ normale che si discuta tanto, purtroppo non sempre con la giusta misura, di civiltà e di valori. Dopotutto siamo immersi in una vigilia di guerra perché nelle stragi di New York e di Washington abbiamo visto un attacco al nostro sistema liberal-democratico, perché i terroristi, oltre ad insidiare i governi islamici moderati, vogliono indebolire quella comunità etica e politica chiamata Occidente. Il problema, allora, si pone da sé: è lecito sacrificare alla coalizione anti-terrorista un nostro valore fondamentale qual è la difesa dei diritti umani? Fino a che punto è giusto che la concessione di una base o di un corridoio aereo venga scambiata sottobanco con la rinuncia a parlar chiaro e forte sui diritti civili?
Gli sforzi americani ed europei volti a formare una grande alleanza contro il terrore ci propongono un caso emblematico: la Cecenia. Chi scrive non ha mai dubitato del buon diritto della Russia a difendere la sua integrità territoriale. Né ha mai dimenticato la natura banditesca dei traffici che in Cecenia si svolgono al riparo della lotta indipendentista. Ma è un fatto, riconosciuto più volte dalle stesse autorità russe, che la guerra cecena si accompagna a gravi eccessi, a vessazioni gratuite della popolazione civile, a metodi brutali.
Ebbene, cosa è accaduto dopo l’11 settembre? La Russia ha avviato con gli Usa e con la Nato una intensa cooperazione logistica e di intelligence, ha fornito consigli tratti dalla sua triste esperienza afghana, ha fatto pervenire in Occidente un esplicito messaggio di vicinanza e di solidarietà.
Tutto ciò è positivo. Ogni passo che fa progredire l’integrazione della Russia nella comunità democratica disegna prospettive più favorevoli per gli equilibri futuri, cambia e migliora il significato degli allargamenti già in cantiere dell’Unione Europea e della Nato.
Ma c’è un rovescio della medaglia. Vladimir Putin, che ha sempre definito «terroristi» i guerriglieri ceceni, si è visto offrire su un vassoio d’argento l’occasione per confermare ed estendere la sua diagnosi. Misteriosi documenti incriminanti sono stati tempestivamente trovati nella provincia ribelle. Da Mosca è partito un ultimatum, probabile premessa di nuove e più pesanti offensive dell’ex Armata Rossa.
Non si può mettere in croce Putin per aver fatto, abilmente come al solito, i suoi interessi. La questione riguarda noi, non il Cremlino. Riguarda la linea ultrasoffice di George Bush e dell’Europa, riguarda il cancelliere Schröder che invita pubblicamente a «riconsiderare» il problema ceceno, riguarda la Nato che dimentica Grozny dopo aver condotto per il Kosovo una guerra giusta ma certo non «umanitaria» nelle sue modalità.
Benché comprensibile nella congiuntura e- mergenziale di questi tempi, l’implicita mano libera concessa ai russi sulla Cecenia è un errore grave. Se rinunciamo a un valore (i diritti umani) per affermarne un altro (la difesa dal terrorismo), rischiamo di delegittimare la guerra alla barbarie che abbiamo dichiarato. Se accettiamo che un pragmatismo contingente modifichi le nostre priorità morali, portiamo offesa alla stessa civiltà che vogliamo tutelare. E poniamo le basi per gestire al peggio altri dilemmi più vicini alla nostra vita quotidiana, indeboliamo quei meccanismi di garanzia democratica che nel «mondo cambiato» dovranno vegliare sul rapporto contraddittorio tra sicurezza e libertà individuali.
Il problema, certo, non riguarda soltanto la Cecenia. Si pone in Iran, in Cina, nel Sudan, in molti di quei Paesi cui oggi viene chiesto di collaborare o almeno di rimanere neutrali. Attenzione, perché un «relativismo etico» fatto di silenzi rischiamo di ritrovarcelo in casa dopo averlo accettato altrove. E questa sarebbe la fine dell’Occidente che vogliamo difendere.