Il terrorista dentro di noi

di Barbara Spinelli - La Stampa 20 ottobre 2002

 

Raccontano i giornali americani che lo stile di vita è cambiato radicalmente, a Washington e dintorni, da quando il misterioso cecchino che lascia biglietti ai poliziotti e pretende di essere Dio colpisce di nascosto i passanti. Ne ha già uccisi nove, e i feriti sono due: i giornali dicono che al panico dell’11 settembre si è aggiunta questa nuova apprensione, e che la capitale statunitense è divenuta, in pochi giorni, emblema dell’America. La paura regna incontrastata nelle anime, le invade come una marea che non conosce riflussi. Non è più semplice paura del mostro, anche se governanti e mezzi di comunicazione si adoperano a descriverne e circoscriverne uno: un mostro come Bin Laden, capace di ordire mafie come Al Qaeda.

 

Quel che mette paura non è più solo Bin Laden ma è il vicino di casa, è l’uomo qualunque o lo straniero che d’un tratto perde la testa e spara, come il cecchino che nel Fantasma della Libertà di Buñuel abbatte gli ignari passanti, uno dopo l’altro, insensatamente. Cambia lo stile di vita nelle famiglie, nelle scuole, nei posti di lavoro: la gente se ne sta acquattata in casa, spinta prima dall’atterrimento poi dalla rassegnazione. Subito dopo l’attentato alle torri, le società occidentali dissero a se stesse: la vita riprende il suo corso, business is business, alla paura occorrerà resistere con l’arma della normalità, dell’iniziativa, del pensiero vigile. Ma quando lo sgomento s’impossessa delle menti non c’è molto da fare. La paura è una piccola o grande apocalisse, e reintroduce nelle coscienze l'ineluttabilità del fato, della necessità peccaminosa cui l’uomo non può sottrarsi. Tutti a casa è la risposta dell’uomo comune a questa sensazione di irreparabilità. Fuori casa non restano che il criminale e le polizie dell’anti-crimine, come nelle società tiranniche.

 

Lo Stato è chiamato a garantire sicurezza completa ma anche a render conto di ogni minaccia, con una trasparenza che non necessariamente dà sicurezza, perché a volte sembra che il governante stesso sia preso dal panico. Altre volte finge di essere onnipotente, e non esita a diffondere la paura fino a sfruttarla: anch’esso si arroga - come il terrorista, il cecchino - lo statuto di Dio. Non ha bisogno di cittadini stretti tra loro, ma di cittadini esclusivamente stretti allo Stato. Elabora dottrine strategiche a prova di bomba, che non reagiscono più alle aggressioni ma addirittura le prevengono, e che vaccineranno da ogni male l’intero pianeta. Nel film Minority Report, lo Stato interviene prima ancora che il crimine sia pensato. La squadra addetta a tale compito si chiama unità pre-crimine.

Questa condizione umana fondata sulla paura non è tipica delle democrazie liberali, e comunque costituisce per esse una prova inedita. Caratterizza piuttosto i regimi dispotici, che edificano la propria forza sul tremore dei sottomessi e sulla loro inclinazione alla servitù volontaria. Trasforma la pace in stato di guerra, e la guerra in esperienza senza confini. È una passione dell’anima che smobilita a forza di appelli alla mobilitazione, che svuota le anime, che rende la persona malleabile, manipolabile, spersonalizzata. Il movimento del dissenso, nel paesi comunisti, era quasi per intero dedicato alla lotta contro questo tipo di paura, che il potere impiegava come arma di dominio e di annientamento delle società civili.

 

Precisamente questo è nuovo per le democrazie: senza società civile esse sono condannate ad atrofizzarsi, e il terrore che occupa le menti spezza i fili che cuciono tra loro gli individui e che imbastiscono una società abituata alla fiducia, al contratto. La paura è una vittoria che il terrorista o l’assassino in serie conseguono su di noi. Patricia Cornwell, scrittrice di gialli, ha riassunto molto bene l’atmosfera che regna in America dopo l’11 settembre, e che l’irruzione del cecchino ha inasprito a Washington: «La paura genera paura, e più abbiamo paura più creiamo paura, fino a che verrà il giorno - e possiamo star sicuri che verrà - in cui non avremo più bisogno di qualcuno che ci rovini le nostre esistenze. Diverremo perfettamente capaci di rovinarcele da soli» (New York Times, «Il cecchino della porta accanto», 18-10-2002).

 

Le società aperte d'Occidente sono alle prese con quest’enorme difficoltà, cui toccherà prepararsi se si vuol restare aperti. Una difficoltà che non nasce solo dall’esterno - da Al Qaeda, dall’Iraq - ma che mina dall’interno la democrazia e che complica la sua attitudine a governarsi preservando se stessa. Terroristi e cecchini sono il pericolo, ma non sono l’unico pericolo: eredi dei despoti totalitari di ieri, essi ricorrono alle medesime armi psicologiche, e questo in fondo non è stupefacente. Non sorprende neppure il loro tono apocalittico, la loro superba identificazione con Dio: i totalitarismi del Novecento, nazisti e comunisti, avevano la stessa blasfema presunzione. Più sorprendente è il comportamento dei nostri governanti, dei notiziari televisivi, dei giornali. Anch’essi impiegano tutto il loro tempo a tener accesa questa paura, quasi volessero tramutarla in un’arma utilizzabile anche dalla democrazia. È raro che facciano un discorso attorno alla normalità, al business is business, alla necessità di non lasciarsi troppo turbare da chi non ha altro scopo che questo: piegare le coscienze sotto il panico. Cronaca nera, famiglie pregne di sangue, controffensive poliziesche, militari: è un anno che le televisioni pubbliche non ci parlano d’altro, non solo in Italia.

 

È come se la paura fosse divenuta un dispositivo centrale non solo delle strategie terroriste, ma delle nostre stesse classi dirigenti. Come se queste ultime mimassero le prime, condividendo le loro pretese a raddrizzare o distruggere il mondo in un baleno, e ripromettendosi di monopolizzare non solo la violenza legale ma anche quella illegale. Dall’11 settembre, non passa giorno in cui un politico non venga in televisione per dirci che viviamo sotto la minaccia dell’antrace, dell’atomica pronta a esplodere, dell’attacco batteriologico imminente: le stesse cose che già sappiamo dai terroristi. I governanti e i giornali vorrebbero forse mobilitare contro il male, vorrebbero spingerci a guardarlo in faccia. Ma insistendo quotidianamente sulla sua ineluttabilità rischiano d’ottenere l’esatto opposto: sguarniscono le difese, stravolgono le leggi ordinarie di convivenza, e trasformano il cittadino in tremante animale asociale. Il primo segnale venne subito dopo l’11 settembre: «Il nostro mondo non sarà più quello di ieri», dissero i politici, e con ciò ammisero che le democrazie erano state colpite al cuore, seriamente. Fu allora che mise radici in esse la tentazione autodistruttiva. Che i governanti cominciarono a confondere il bisogno di render conto dei pericoli reali con il desiderio inconfessato di ricavare un utile dalla paura. Sull’altare della sicurezza vennero immolate non solo alcune libertà o le convenzioni internazionali sui prigionieri di guerra, ma si mise a repentaglio lo stesso contratto sociale che lega gli individui democratici.

 

Naturalmente i politici si impegnano a difenderci dal male, a lanciare se necessario controffensive militari. Ma con la loro propensione ad attizzare paura non è detto che riescano, perché la paura può rinsaldare i legami con il resto della società ma può anche infrangerli. Può suscitare reazioni eroiche e guerriere ma può anche cagionare passività, fuga dentro le mura casalinghe. Dice ancora Patricia Cornwell che la risposta più coraggiosa l’ha sentita pronunciare da una donna che ha perduto la figlia, vittima di un assassinio in serie. Che fare di fronte al cecchino di Washington?, le chiede la scrittrice. «Get involved», è la risposta, «fatti coinvolgere da quel che accade. La gente deve prender nota di quel che nei propri paraggi le risulta strano: un’automobile, un camion, una persona. I cittadini devono sentirsi di nuovo parte di un vicinato, e prendersi cura gli uni degli altri. Non puoi ficcarti nel buco di casa e non vestirti più e non uscire più per strada». Simile via d’uscita racchiude non pochi tranelli - può risvegliare la spia, negli uomini - ma nel vicinato come nel mondo è preferibile questa interdipendenza, all’autarchia domestica o nazionale.

 

Nei rapporti tra America e governi europei rischia di crearsi un rapporto analogamente malsano. L’America si occupa di noi, mentre gli europei se ne stanno tappati ciascuno nella propria casa, opponendo qualche veto sporadico anche se appropriato. Il Grande Fratello monopolizza la violenza legittima o illegittima, e sull’altare della sicurezza minaccia di sacrificare le esigenze di interdipendenza che la mondializzazione prometteva di soddisfare. Non per questo tuttavia il Grande Fratello avrà vinto la sua battaglia contro la paura. L'avrà infiammata al punto che nessuno oserà più muoversi e uscire per strada e occuparsi del proprio vicino. Il potere democratico non può costruirsi sulla paura, perché in questo mestiere i despoti saranno sempre i più forti, e i più astuti.