La tragedia di un popolo

di Adriano Sofri - La Repubblica 27 ottobre 2002

 

Tutte le volte che donne e uomini inermi siano violati e ridotti a ostaggi, ogni persona libera è ostaggio con loro; e gli sarà difficile giudicare di chi è la responsabilità tremenda di tutelare l' incolumità dei sequestrati. Mi astengo dal giudicare l' irruzione dei commandos russi, anche se le autorità si dimostrassero troppo bugiarde quanto al sangue versato: possono comunque ragionevolmente rivendicare di avere sventato il danno maggiore. Militarmente - i ceceni attentatori a loro volta ambivano al valor militare - il governo russo ha trionfato. Si può e si deve invece capire meglio, e dunque giudicare, tutto quello che è venuto prima: tremando per ciò che verrà. A scanso di equivoci: io amo la Cecenia, e mi sono sentito come chi avesse una sorella o un figlio prigionieri nel teatro di Mosca. La presa del teatro non era l' 11 settembre russo. Era un' altra storia. Sette anni fa, quando Bin Laden non esisteva, il padrino dei sequestratori moscoviti di oggi, Shamil Basaev, guidò i suoi all' assalto di Budjonnovsk, resistette a un blitz russo e rientrò coi suoi in Cecenia costringendo i russi alla trattativa. Un assalto più feroce e sgangherato fu condotto da Salman Raduev a Pervomaiskaja, anche lì con centinaia di ostaggi. Dirottamenti di aerei e navi sono avvenuti tante volte. Queste azioni - odiose, come sempre la presa di ostaggi - sono dunque tradizionali nella resistenza cecena. La differenza sta nella sfida spettacolosa portata nel centro di Mosca, ma soprattutto nei drappi nell' abbigliamento e nella retorica degli attentatori: aspiranti martiri del jihad, mentre erano stati fino a pochi anni fa patrioti ceceni e caucasici. Tra la prima e la seconda guerra cecena la fierezza caucasica si è tramutata in devozione islamista. Deriva fatale, ma chi immagini un jihad ceceno affiliato alla cupola di Al Qaeda non sa di che cosa parla. I ceceni possono ricevere soldi wahabiti, scambiare combattenti con l' Afghanistan o l' Indonesia, militare al fianco di Osama Bin Laden - e magari il giorno dopo lo sequestreranno e chiederanno un riscatto. Nella stessa Cecenia c' è una famigerata mafia: non una cupola. Ogni tejp, il clan, è indipendente e insofferente di discipline. Sfogliate l' atlante della follia geopolitica contemporanea. Cominciando da Mosca. I ceceni, che sono arrivati in decine, armati e bardati in quel modo, dentro il teatro Dubrovke, conoscono bene la Mosca del potere. Il nemico pubblico numero uno, Basaev, ci si laureò, ma è il meno: nel '93, quando Eltsin era asserragliato per difendersi dal putsch, la sua più fidata guardia del corpo era composta dai ceceni di Shamil Basaev. L' altroieri Israele aveva offerto a Putin le sue teste di cuoio per l' eventuale attacco al teatro. In Israele, parecchi nuovi graduati di Tsahal impegnati nell' occupazione dei territori sono russi, e soprannominati "i ceceni", perché sono veterani della guerra in Cecenia. Ancora: oggi si raccontano le gesta dei volontari ceceni associati a Bin Laden in Afghanistan - i più strenui, decisi a morire pur di non arrendersi ed essere catturati vivi. Ma vent' anni fa, quando Bin Laden andò a unirsi ai mujahiddin afgani nella guerra santa contro gli invasori sovietici, l' Urss schierava in prima fila gli intrepidi boieviki, i combattenti ceceni. Si potrebbe continuare, attraverso queste porte girevoli delle guerre. L' Islam arrivò tardi in Cecenia, e diventò la bandiera della resistenza antizarista prima, antistalinista poi, ma senza spodestare il tradizionale patriarcalismo caucasico. Vedere ora le ragazze cecene sigillate nella macabra tenuta islamista è stato un vero colpo, per chi abbia visto le donne di Grozny o dei villaggi appena poco fa. La prima guerra cecena fu condotta sotto l' antica bandiera dell' indipendenza del Caucaso del Nord: di una Confederazione della Montagna multietnica e dalle molte religioni. La seconda guerra cecena è diventata una jihad islamica. Pessimo risultato, che non è venuto dalle centrali del terrorismo internazionale evocate da Putin. Pessimo risultato, di cui possono gloriarsi i vanitosi signori della guerra cecena, Shamil Basaev per primo, e ancor più i capi del Cremlino e dell' Armata Rossa, che sulla distruzione dell' infezione cecena hanno costruito la loro carriera e la smania di vendicare la disfatta del '96. Dettagli del colossale sequestro moscovita hanno destato un raccapriccio speciale, se si conosca la storia cecena. Per esempio, la minaccia della decimazione degli ostaggi. Il fatto è che il popolo ceceno - ridicolmente piccolo, neanche un milione di persone, dieci anni fa, per quasi un terzo russe, su un territorio ridicolmente piccolo, come una media regione italiana - è stato davvero decimato, e più, da questi dieci anni. Più di 100mila ammazzati, più di 200mila deportati e profughi. Decine di migliaia di militari russi uccisi, specialisti a contratto e soldatini di leva. Un altro dettaglio mi è tornato in mente. Nel '44, con l' accusa - largamente falsa - di collaborazionismo coi nazisti, Stalin e Beria decretarono la deportazione in Siberia e in Kazakistan dell' intera popolazione cecena: in un giorno, con rastrellamenti brutali, con la gente caricata e chiusa nei vagoni merci. Ogni tanto i treni si fermavano per buttar giù i morti. Ho sentito tanti vecchi raccontare la deportazione, e abbassare il viso e tacere quando il racconto s' avvicinava alla oltraggiosa promiscuità dei vagoni. Di queste cose non si può parlare, dicevano. Molte persone morivano per la vergogna di cedere ai loro bisogni corporali. Ci ho ripensato, quando i tg da Mosca riferivano dell' orchestra e della buca del suggeritore trasformati in toilette di fortuna. Dal loro esilio, i ceceni superstiti cominciarono a tornare solo dopo il '56. Non mi faccio illusioni sull' Ichkeria (è il nome della Cecenia), dopo che il mito dell' unità fraterna dei noqci, o vainachi (è il nome dei ceceni) di fronte all' invasore, è andato in pezzi, e audaci quanto stupidi e narcisi signori della guerra hanno distrutto il bel sogno che avevano quasi toccato. Nella Cecenia occupata conobbi la prodezza antica di quel popolo, nella Cecenia di quell' effimero armistizio che sembrava pace conobbi l' arcaica doppiezza di un popolo in cui si sequestravano gli stranieri, compresi i medici volontari, e si accoglievano gli stranieri - così successe a me - come ospiti sacri, "ghosti, hash", e si offriva loro tutto, anche il rischio della propria vita. Ai sequestrati poteva succedere di venirne fuori illesi, o di essere insultati sgozzati o decapitati e buttati via. Con questo spavento ho guardato a Mosca. Uccidere ostaggi innocenti e inermi, coi quali si è convissuto ansiosamente, della cui sorte si dispone capricciosamente, è ancora più ributtante e infamante che farsi esplodere in una folla ignara. Le ragazze luttuose che si erano nascoste dentro quel sudario nero avrebbero lasciato che fosse lui, il sudario, a decidere per loro. Invece sono morte, tutte, forse per insipienza, forse per un' esitazione e una resistenza intima: vorrei che fosse così. Non so se si siano guadagnate davvero qualche loro paradiso: si sono però risparmiate l' inferno della strage inferta al loro prossimo infedele. Hanno lasciato in noi, con le loro figure di tragedia greca sparpagliate sui sedili della platea, una grande compassione. Putin non aveva bisogno di mettersi in maschera per escludere di cedere. Bisognava essere forti per resistere a una tragedia come quella del teatro di Mosca: e Putin lo è. Per dare un ordine di smobilitazione delle truppe in Cecenia bisognava essere deboli, oppure mille volte più forti: Putin non lo è, e probabilmente nessun altro capo di Stato di questo mondo. Ci sarà tempo per interrogarsi sullo sviluppo dell' assalto di Mosca. Non era un 11 settembre, ma veniva dopo l' 11 settembre, nel mondo che l' 11 settembre ha cambiato. Quanto alla Cecenia, c' è un equivoco. Si dice che nel negoziato con l' America (e, amata e sempre un po' vile, l' Europa) Putin miri alla mano libera in Cecenia. Ma la mano russa in Cecenia è da sempre liberissima. Libero lo schiacciante dispiegamento di potenza militare, le stragi, i campi di filtraggio e di tortura, le deportazioni di massa, gli stupri e le uccisioni oscure o esemplari, i sequestri per estorsione e i saccheggi nelle case private. Qualche volta, raramente, nei casi più degradanti e plateali, i russi hanno imbastito dei processi contro i loro, anche contro alti ufficiali; e ammirevoli magistrati militari russi hanno denunciato in Cecenia gli abusi dei militari. Accidenti minimi, che non attenuavano le violenze brutali, così come non le preoccupavano finora le tiepide obiezioni delle istituzioni internazionali o del Consiglio d' Europa. Era più seria e coraggiosa, perché pagata di tasca propria, l' obiezione sollevata da democratici russi, persone e organi di stampa. Dunque Putin non aveva bisogno di autorizzazioni ulteriori alla mano libera, se non per un disegno di svuotamento totale della Cecenia, di cancellazione di un popolo stremato, creato da Dio per stare come un moscerino nell' occhio dei russi. Tuttavia i russi da soli non ce l' avrebbero fatta. Saranno forse i suoi giovani eroi, le sue giovani eroine, a perdere il popolo ceceno. La folla offesa di deportati nei campi dell' Inguscezia e dell' Ossezia, reimportata a forza nelle macerie di Grozny, che non vuole più saperne di nemici, di fantocci, di amici. In Cecenia mi accorsi curiosamente che le parole italiane più note erano: mafia, carabinieri, Celentano, e poi, non ho ancora capito perché, la frase: "La commedia è finita". Qualcuno magari la ripeterà a proposito del teatro di Mosca: benché non fosse una commedia, e non sia affatto finita. Putin aveva esordito avvertendo i ceceni: «Vi snideremo fin dentro i vostri cessi». Se li è trovati dentro la Casa della Cultura di Mosca. Chissà se gli servirà a ripensarci.